Valentino Bulgarelli *
(NPG 2021-03-50)
Le comunità cristiane legano spesso la loro azione educativa ad alcuni momenti tradizionali (preparazione ai sacramenti, catechesi ai più piccoli, omelia domenicale), trascurando la formazione permanente di cui, oggi più di ieri, c’è incondizionatamente bisogno. In un vuoto educativo generalizzato le comunità cristiane (parrocchie, istituti religiosi, associazioni, movimenti, gruppi) sono chiamate a riscoprire la loro funzione educativa e ampliare la loro offerta con iniziative di formazione permanente: percorsi di formazione biblica e teologica, corsi di formazione etica e politica, attività educative rivolte ai genitori, proposte educative rivolte ad adolescenti e giovani, ecc. La stessa pratica del volontariato chiede di essere accompagnata da proposte di riflessione e formazione per non scadere in un generico attivismo. La formazione offerta dalla comunità cristiana non si può limitare alla sfera religiosa ma si deve aprire, con provata competenza, a tutta la realtà umana. In questo contesto si colloca anche la missione della scuola cattolica e delle altre istituzioni formative cattoliche o di ispirazione cristiana, fino all’università. Esse sono il segno concreto di una azione corale di tutta la Chiesa che, al termine del decennio pastorale dedicato a “Educare alla vita buona del Vangelo”, è ancora più consapevole della necessità e della bellezza di educare ancora e di educare sempre.
Preambolo
Come possiamo aiutare le persone a vivere le diverse fasi e i diversi momenti della vita alla luce del vangelo? Come possiamo aiutare le persone a vivere le diversi fasi e i diversi momenti come ‘luogo’ dell’incontro con il Signore? Come possiamo entrare in sintonia con i processi di crescita delle persone e i loro passaggi critici perché attraverso essi anche la vita di fede possa crescere? Il dinamismo di auto-trascendenza della coscienza umana, il desiderio di verità, di bellezza, di bontà, di amore che abitano il cuore di ogni uomo sono trasversali alle diverse età; ma questo dinamismo e questo desiderio si declinano in forma propria a seconda dei momenti della vita. Vi è un principio di unità e di differenziazione nella biografia di ogni uomo che non può essere disatteso. Lo esprime bene Guardini quando parla di “dialettica delle fasi e della totalità della vita”. Ogni fase è qualcosa di peculiare, che non si lascia dedurre né da quella precedente, né da quella seguente. D’altra parte, tuttavia, ogni fase è inserita nella totalità e ottiene il proprio senso soltanto se i suoi effetti si ripercuotono realmente sulla totalità della vita[1].
La comunità cristiana ha da sempre una particolare predilezione per queste domande che la portano a coltivare una particolare attenzione alla persona. Nella sua missione è inscritto un fine: aiutare e sostenere ogni creatura a farsi trovare dal Creatore che la ricerca continuamente. Da questo orizzonte scaturisce la tensione educativa della Chiesa e di ogni azione che propone. Si comprende come non possa abitare nel tempo della Chiesa il “si è sempre fatto così”. In particolare quando si parla di missione educativa.
Un utile paradigma per pensare, verificare e agire
Il n. 25 degli orientamenti pastorali 2010-2020 Educare alla vita buona del Vangelo, attingendo alla relazione tra Gesù maestro e i suoi discepoli, secondo la narrazione giovannea, offrono una mappa progettuale utile per ripensare, verificare e progettare i percorsi educativi e formativi della comunità al servizio dell’atto di fede. La sequenza suggerisce una dimensione pedagogica. Suscitare e riconoscere un desiderio, provocando e valorizzando ciò che l’uomo e la donna hanno in se; il coraggio della proposta, offrendo un invito esplicito; accettare la sfida, che implica da parte dell’educatore pazienza, gradualità e reciprocità; perseverare nell’impresa, che implica coinvolgimento e passione e non automatismo e inerzia; accettare di essere amato, che chiede il riconoscimento della novità in atto, dove al centro non c’è l’attivismo dell’io ma la passività dell’io; infine, vivere la relazione d’amore, come segno concreto della libertà del dono ricevuto.
Un tragitto che non si può considerare mai esaurito, perché entra nel vissuto della persona e del suo quotidiano.
Le dimensioni della persona
La nostra esistenza concreta, corporea, è fatta di tre grandi dimensioni, tre grandi capacità: l’intelligenza, la volontà, gli affetti. L’intelligenza è la facoltà con la quale noi comprendiamo e non è da confondere con la cultura: uno può sapere tante cose e non essere molto intelligente, saperne poche ed essere intelligente che vuol dire leggere dentro, cioè è questa capacità di vedere le cose dentro. La volontà è la facoltà di passare all’azione, di tradurre in pratica. Infine, gli affetti che non si possono definire propriamente una facoltà, ma sono una dimensione attraverso la quale noi avvertiamo attrazione o repulsione. Gli affetti poi si suddividono in tante maniere, sensazioni, emozioni, sentimenti, ognuno li organizza come vuole, anche se è difficile, perché l’affettività è continuamente in ebollizione. Sono una dimensione importantissima della nostra vita, da subito sollecitata nei primi giorni di vita: prima ancora dell’intelligenza e della volontà!
Ora, queste tre dimensioni della nostra personalità anche umanamente devono essere il più possibile integrate, perché altrimenti si possono generare delle distonie. Queste tre dimensioni, che anche umanamente devo essere il più possibile integrate e determinano proprio quella che si chiama maturità della personalità, sono anche le tre dimensioni della vita secondo lo Spirito, cioè la spiritualità cristiana le deve investire se non vuole diventare spiritualismo a partire dall’intelligenza.
L’essenziale nella vita non è amare, ma essere amati
Ma le crisi vere sono quelle che toccano gli affetti. Tutti portiamo dentro delle ferite affettive, che possono esserci state inflitte per difetto o per eccesso. Perché noi siamo così segnati dall’affetto ricevuto o non ricevuto! Perché siamo fatti per la relazione; la comunità fa emergere le ferite, perché solo nel rapporto con gli altri sono costretto ad ‘emergere’ nei miei pregi e nei miei difetti. Siamo fatti ad immagine di Dio, che è comunità, tre Persone in relazione. Se Dio fosse una sola Persona, noi – fatti a sua immagine – ci realizzeremmo ciascuno per se stesso; ma se noi invece siamo plasmati a immagine di un Dio che è relazione, siamo a nostra volta fatti per la relazione.
Ma fra le tre dimensioni fondamentali della personalità umana – intelligenza, volontà e affetti – l’ultima è stata spesso trascurata, anche nel percorso di educazione della fede. Se la tradizione occidentale ha infatti sempre molto valorizzato l’intelligenza: da Socrate in avanti, è stata comunemente considerata la caratteristica più nobile dell’uomo, quella che più lo distingue dagli animali, gli affetti sono stati visti spesso come un attentato all’intelligenza e alla volontà; questa impostazione è in realtà pre-cristiana: per Platone l’uomo non deve farsi prendere dalle passioni, altrimenti perde in umanità; per Aristotele l’etica deve muoversi secondo il criterio razionale del giusto mezzo, dove la passione è sempre uno degli estremi.
Il cristianesimo ha invece introdotto un’idea che oggi appare scontata ma che era per quei tempi esplosiva: Dio è amore. Adesso questa frase non ci fa più alcun effetto, ma quando veniva proclamata per la prima volta, tra i greci, doveva essere oggetto di scherno: per il popolo, infatti, gli dèi si qualificano per il potere, e per i filosofi dio si caratterizza per l’intelletto. Quando i cristiani dicevano che Dio è amore forse erano anche imbarazzati: è un Dio che si impegna col cuore, non è un Dio calcolatore, è un padre che si coinvolge fino a correre incontro al figlio che torna dal lontano. Il cristianesimo ha voluto inserire l’affettività nella divinità stessa.
Se anche noi cristiani abbiamo trattato l’affettività da Cenerentola, è perché ci siamo adeguati troppo all’impostazione pre-cristiana. Il “fai quello che ti senti”, che serpeggia anche nei nostri ambienti, non è segno di rispetto per la persona, ma vero e proprio disimpegno educativo che assolutizza l’affettività, sganciandola dall’intelligenza e dalla volontà. Invece l’affettività va inserita in un progetto, dove hanno il loro ruolo anche le altre due dimensioni della personalità.
L’affettività è una grande ricchezza non quando è sguinzagliata (“fai quello che credi”), ma quando è inserita in una visione di vita, dove hanno un ruolo anche l’intelligenza e la volontà.
Congedo
I vescovi italiani ricordano che «educare comporta la preoccupazione che siano formate in ciascuno l’intelligenza, la volontà e la capacità di amare, perché ogni individuo abbia il coraggio di decisione definitive. […] La separazione tra intelligenza e affettività e la parcellizzazione delle esperienze e delle conoscenze spesso rallentano se non addirittura offuscano la crescita armonica della persona»[2].
La vita si propone come un percorso affascinante quanto misterioso. In essa si incrociano in modo non preventivabile sorpresa, utopia, disincanto, gratuità, fragilità, gioia e dolore. In questi ambiti e in questi passaggi sovente si profila la “questione” Dio. Spesso è proprio la vita che provoca la domanda su Dio. L’orizzonte tracciato da Papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium chiede uno stile rinnovato, che potremmo identificare in un movimento di uscita verso l’umano nella sua totalità[3]. Non come vorremmo che fosse ma come realmente è. Che cosa abbiamo come Chiesa da dire, da consegnare, da offrire all’umano di oggi, perché la sua vita sia vera, bella e buona? La comunità cristiana è esperta di umanità e dei passaggi che la caratterizza. Non in senso “filosofico” ma “teologico”, perché Dio abita questi dinamismi vitali: affetti, emozioni, desideri, passioni, gioie, dolori, azioni, gesti.
* Direttore dell’Ufficio Catechistico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana
NOTE
[1] Cfr. R. Guardini, L’età della vita, Vita e Pensiero, Milano 1992, 15-16.
[2] Conferenza episcopale italiana, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, 4 ottobre 2010, n. 15.
[3] Cfr. Francesco, Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, n. 33.
[4] Vale la pena richiamare il testo completo dei suoi sette punti: «Ci impegniamo personalmente e insieme:
a mettere al centro di ogni processo educativo formale e informale la persona, il suo valore, la sua dignità, per far emergere la sua propria specificità, la sua bellezza, la sua unicità e, al tempo stesso, la sua capacità di essere in relazione con gli altri e con la realtà che la circonda, respingendo quegli stili di vita che favoriscono la diffusione della cultura dello scarto.
ad ascoltare la voce dei bambini, dei ragazzi e dei giovani a cui trasmettiamo valori e conoscenze, per costruire insieme un futuro di giustizia e di pace, una vita degna per ogni persona.
a favorire la piena partecipazione delle bambine e delle ragazze all’istruzione.
a vedere nella famiglia il primo e indispensabile soggetto educatore.
a educare ed educarci all’accoglienza, aprendoci ai più vulnerabili ed emarginati.
a impegnarci a studiare per trovare altri modi di intendere l’economia, di intendere la politica, di intendere la crescita e il progresso, perché siano davvero al servizio dell’uomo e dell’intera famiglia umana nella prospettiva di un’ecologia integrale.
a custodire e coltivare la nostra casa comune, proteggendola dallo sfruttamento delle sue risorse, adottando stili di vita più sobri e puntando al completo utilizzo di energie rinnovabili e rispettose dell’ambiente umano e naturale secondo i principi di sussidiarietà e solidarietà e dell’economia circolare».
(Videomessaggio in occasione dell’incontro promosso dalla Congregazione per l’educazione cattolica: Global compact on education. Together to look beyond, Roma, Pontificia Università Lateranense, 15 ottobre 2020).

