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    Come abbiamo affrontato (e risolto) un caso di razzismo


    In una “giovanile” di calcio

    Massimo Selleri *

    (NPG 2021-04-49)


    Negli Stati Uniti la diffusione del Covid ha riacceso un’altra pandemia, quella del razzismo. La morte di George Floyd dimostra come la discriminazione in base al colore della pelle sia una questione per nulla superata, ma che viva fasi alterne, passando da momenti di forte virulenza ad altri dove è lì quiescente pronta a ripartire. Il fenomeno non è circoscritto all’America, ma anche in Italia vi sono atti preoccupanti e non ultimo quello di Willy dello scorso settembre. Proprio questo caso ci dice che non vi è progressione nel manifestarsi, ma che succede un qualcosa di improvviso come se fosse una esplosione. Il mio paese non ha fatto eccezione ed è successo che improvvisamente i ragazzi di due classi si sono picchiati a scuola durante l’intervallo, ma non una classe contro l’altra, ma in base alla loro provenienza. Studenti nati in famiglie “locali” contro studenti nati in famiglie “meridionali” contro studenti di origine “marocchina”. Tra gli insegnanti nessuno era riuscito a farli calmare e a farli ragionare, e questo ha creato un ulteriore problema perché poi si erano dati appuntamento al campo sportivo prima dell’allenamento.
    Avvisati dai genitori, noi dirigenti abbiamo ovviamente impedito che venissero alle mani e deciso che l’allenamento si sarebbe comunque svolto, ma avremmo parlato sul campo con i giocatori cambiati e pronti per svolgere il lavoro fisico. Le ragioni di quella scazzottata erano principalmente tre. Riassunte nelle usuali frasi fatte: chi non è nato qui ci ruba il lavoro, chi viene dall’Africa fa i lavori più umili, e ci sentiamo sfruttati. È vero che sull’Appennino bolognese la crisi si è sentita come nel resto d’Italia e che i ragazzi avevano avuto un ridimensionamento nel loro benessere, ma queste tre motivazioni provenivano dal mondo degli adulti. Avessero detto: ci rubano le ragazze, sono degli spacciatori, ci rompono lo scooter per invidia, allora avrebbero riportato questioni che in un qualche modo vivono, ma così è chiaro che il loro pensiero era contaminato dal mondo adulto. La prima conclusione da avere ben presente è che se i ragazzi sono razzisti è perché spesso in casa assorbono una cultura razzista, anche se i genitori si dichiarano contrari alle discriminazioni. È stato importante aver stabilito questo paradigma, perché come prima cosa abbiamo preso atto che il lavoro educativo era demandato esclusivamente a noi e alle nostre competenze e, almeno in una prima fase, non si poteva fare affidamento sui genitori.

    Gli svantaggi dei pregiudizi

    La prima cosa che abbiamo fatto è stata quella di mettere subito in risalto gli svantaggi dei loro pregiudizi. Noi non avevamo una squadra completa fatta di 15 giocatori “locali”, o 15 giocatori “meridionali” o 15 giocatori extracomunitari, per cui non avremmo più potuto giocare e dunque avremmo dovuto ritirarci. Del resto nessuno poteva pensare di andare in campo con una squadra dove vi era il rischio che un attaccante menasse un suo compagno centrocampista per un passaggio sbagliato, pensando che quell’errore fosse stato fatto apposta, perché era di un’altra provenienza. Inoltre avremmo dovuto chiedere all’allenatore della prima squadra quali ragazzi gli fossero utili per concludere il campionato, e da lì in poi avremmo lavorato solo con quelli, fermo restando che i “senior” potevano, a loro piacimento, utilizzare le mani con quelli selezionati per finire la stagione. Chi non era disposto a subire questo “nonnismo” poteva dirlo subito e ritirarsi, ma non erano ammesse obbiezioni. Loro ci avevano dimostrato che le mani erano un linguaggio valido e con cui dirimere le questioni e noi non potevamo che prenderne atto. Detto questo se avessero voluto li avremmo lasciati sul campo a picchiarsi dato che si erano dati appuntamento.
    Chi conosce qualche rudimento di una scuola psicoterapeutica chiamata Analisi Transazionale, ha capito che abbiamo utilizzato un modo abbastanza classico per rompere una dinamica che viene etichettata con la sigla “perché non... sì ma”. I ragazzi portavano a scuola la frustrazione dei genitori per una situazione economica complessa e preoccupante, ed è bastato il primo incidente - di cui a distanza di qualche anno non sappiamo ancora la natura - per accendere il pregiudizio e arrivare allo scontro. Se avessimo analizzato le ragioni di quella reazione violenta e le avessimo smontate, avremmo ricevuto una obiezione proprio perché non c’era nulla di razionale in quella reazione. Mostrare gli svantaggi significa giocare in contropiede e dire: sei tu che se continui ti metti in una situazione non comoda.
    Messi in quella condizione i ragazzi decisero di continuare ad allenarsi, ma dissero che non si sarebbero più parlati. Sapevamo che non era possibile, ma nessuno si illudeva di risolvere una questione così complessa con una serie di comunicazioni. In questi scenari, però, gli sport di squadra sono un grande ausilio, perché se non si comunica con la bocca, la palla è un buon sistema per entrare in relazione. Un po’ furbescamente e grazie alla disponibilità del mister, gli allenamenti si svolgevano con una serie di esercizi svolti a piccoli gruppi e non c’era mai partita, neppure il venerdì prima della gara. Non fu una settimana facile neppure a scuola, dove la tensione era molto più alta anche perché non tutti gli studenti maschi delle tre classi giocavano a calcio. Prima dell’incontro nello spogliatoio non ci andò l’allenatore per fornire le ultime indicazioni tecniche, ma un dirigente, il quale stette in silenzio un minuto e poi disse che in queste condizioni nessuno sapeva cosa fare, dato che anche la scelta del capitano poteva creare un problema. Stavamo portando all’esasperazione la tecnica dello svantaggio, sapendo che prima o poi una crepa si sarebbe creata. I ragazzi dissero che poteva continuare a farlo chi l’aveva sempre fatto, e che volevano le indicazioni tecniche perché non volevano fare brutta figura. Il mister entrò e disse che lui non era disposto a guidare un gruppo dove non ci si parlava e, quindi, se loro si fossero parlati tra loro in campo allora ci si poteva provare. Non gli avevano dato la possibilità di preparare la partita ed ora chiedevano di giocarla. Pretese anche che i giocatori extracomunitari la smettessero di parlare arabo tra di loro.

    Paura del “diverso”?

    Tornando a qualche concetto di Analisi Transazionale, il suo fondatore Eric Berne descrive il pregiudizio razziale come un pensiero contaminato dall’odio che ognuno di noi cova per il “diverso” nella fase infantile, e uno dei pochi sistemi per sradicarlo è quello di operare una regressione, cioè di far capire a quel bambino che resta dentro di noi tutta la vita che dal diverso non ha nulla da temere. Lo sport in questo può aiutare perché il divertimento è uno dei modi migliori per operare quella regressione.
    A fine partita, che vincemmo a fatica nonostante fossimo di un livello superiore, chiedemmo ai giocatori se si erano divertiti e la risposta fu che no. Arrivammo allora a spiegare che non avevamo avuto la possibilità di prepararla, ma se loro cambiavano il loro atteggiamento e lasciavano da parte tutta una serie di questioni legate a quanto era successo a scuola, avremmo avuto la possibilità di fare grandi cose. Picchiandosi non erano diventati più ricchi o meno sfruttati. Già dal lunedì il clima fu meno teso, anche se rimaneva la diffidenza. Avevamo comunque raggiunto una seconda tappa. Per la terza ci voleva una occasione che arrivò un paio di partite dopo. Ci giocavamo il primo posto in classifica e sugli spalti c’era un po’ di maretta tra i genitori. Un ragazzo della squadra avversaria commette un “fallaccio” contro uno dei nostri di provenienza extracomunitaria. L’arbitro lo espelle, e mentre esce gli scappa una offesa razziale. Allora il nostro capitano scatta in difesa del suo compagno. Piccolo particolare: la stessa offesa l’aveva proferita lui a scuola un mese prima durante il famoso fattaccio. Avevamo vinto.
    I ragazzi sono delle spugne, ma le esperienze positive hanno il pregio di poter spazzare via quelle negative. Apparentemente in questo percorso noi abbiamo pensato solo alla situazione della squadra, ma quando abbiamo capito i termini del problema abbiamo cercato di fare un grande lavoro su di noi, cercando di non trasmettere ai ragazzi pregiudizi razziali. Non è stata una cosa semplice, ma alla fine è servito sia a noi che a loro. Presentando costantemente il conto da pagare per le loro idee discriminanti, abbiamo ottenuto che la paura provata da quel bambino si dissolvesse, e la cosa è potuta accadere perché in realtà sono stati proprio i ragazzi a volerlo. Questo è quello che fanno i ragazzi, spesso capiscono che alcuni loro comportamenti e atteggiamenti sono sbagliati e vorrebbero cambiarli, ma solo quando si presenta a loro il conto sono disposti a farlo.

    * Medico psichiatra e cooperatore salesiano, chiamato a fare il dirigente accompagnatore in una squadra di calcio per evitare il razzismo.



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