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    Educare con un progetto


    Michal Vojtáš *

    (NPG 2021-03-42)


    Anche se esistono contesti di educazione informale, l’educazione non può essere un’azione casuale: occorre un progetto preciso, frutto di una esplicita intenzionalità educativa, senza il quale gli effetti rischiano di essere diversi, se non opposti, da quelli attesi.
    La missione educativa della Chiesa abbraccia innanzitutto il compito di annunciare il Vangelo; in essa ognuno viene educato ai valori del bene, del vero e del bello. La sua opera educativa è efficace solo se essa agisce come una vera comunità. L’educazione offerta dalla Chiesa è offerta indivisibilmente alla persona e al credente, cerca la pienezza della sua umanità.

    In tempi più tranquilli o in tempi di cambiamenti sconvolgenti c’è sempre un motivo esplicito o implicito perché agiamo nel modo in cui agiamo. In educazione possiamo parlare sia di un curricolo esplicito, verbalizzato e chiaro che struttura le materie e i tempi di apprendimento, sia di un curricolo nascosto, fatto da mentalità, valori, stili reazionali, credenze, convinzioni e aspettative che incidono moltissimo sullo svolgimento delle singole azioni.
    Ci sono casi di armonia straordinaria tra l’essere (nascosto) e agire (esplicito) come quando Gesù operava i segni e parlava del Regno. Le folle erano stupite, lo ascoltavano e il loro cuore si riscaldava, perché il suo messaggio arrivava al cuore ed egli “insegnava come uno che ha autorità”. In caso contrario, il livello esplicito e quello implicito si scontrano creando una cacofonia testimoniale, e gli ascoltatori possono solo esclamare: “Quello che sei grida a voce così alta che non sento più quello che dici...”.
    La progettazione si inserisce proprio qui, nella terra di mezzo - essendo la dinamica che intercorre tra l’esplicito e l’implicito nell’educazione. Un progetto educativo non è da identificare quindi con un libriccino che combina vaghe formulazioni di principi con la calendarizzazione di eventi, lezioni e i relativi responsabili. Il “reale” progetto è nelle anime e nelle menti delle persone che compongono la comunità educativa e influenza a lunga durata tutta la pratica, le relazioni, il vissuto e i frutti. Se il progetto è questa espressione di intenzionalità educativa è ovvio che non si può non progettare; si può solo progettare meglio o peggio, rivisitando i nostri quadri mentali o rimanendone vittime incoscienti.

    Progettazione, collaborazione e patto educativo

    La necessità di progettare diventa ancora più ovvia se la consideriamo in un contesto di collaborazioni comunitarie. Il papa introduce l’idea del Patto educativo globale affermando: “Mai come ora, c’è bisogno di unire gli sforzi in un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna”. Se accettiamo il paradigma di Francesco del villaggio necessario per educare un singolo bambino, ne consegue la necessità di costruire esplicitamente, intenzionalmente e quindi progettualmente l’ambiente del villaggio, anche di quello globale. Le collaborazioni o negoziazioni dei modelli educativi espliciti e impliciti tra genitori, scuole e oratori sono un caso concreto di collaborazione progettuale.
    Se, quindi, progettare è necessario (in principio), è però opportuno e possibile (praticamente)? Sappiamo benissimo che in un mondo ideale o seguendo le idee di un manuale è necessario progettare. Vengono, però, in mente diverse “obiezioni pratiche”: esperienze di troppe risorse investite nella progettazione che hanno prodotto pochi frutti; impossibilità di progettare in un’epoca di continui cambiamenti; convinzione che lo Spirito soffia quando e dove vuole; comodità del procedere gerarchico e uniforme (se sono io nel posto di potere), ecc. Spesso siamo bravi nell’arrangiarsi e adottiamo poi soluzioni a metà strada: progetti formali, di una minima sopravvivenza o di una gestione tecnica e burocratica che dà un’apparenza di serietà istituzionale oppure il loro utilizzo come strumenti di potere.
    Le difficoltà nei riguardi della progettazione sono generati anche da un’idea di progettazione troppo tecnica, dettagliata che porta con sé delle aspettative irrealistiche di efficacia. Diverse problematicità si sanano in radice se abbandoniamo un’antropologica razionalistico-volontaristica della progettazione per obiettivi, il risultato della quale dipende dalla bravura razionale nel formulare gli obiettivi e dalla forza della volontà che trascina tutti verso l’obiettivo posto. L’antropologia cristiana del discepolato corresponsabile è, invece, trasformativa e non semplicemente transazionale, non mira subito all’efficacia ma prevede un investimento nella formazione dell’identità degli educatori e nel loro accompagnamento.

    Progettare per formarsi: atteggiamenti e virtù connesse

    La progettazione è un processo e all’interno di esso ci camminano e interagiscono persone concrete. Dalle qualità di queste persone concrete, contemporaneamente discepoli ed educatori, dipenderà il frutto tangibile nelle vite dei giovani. In questo senso la progettazione dev’essere trasformare non solo le proposte educative ma soprattutto gli educatori. La sfida più grande è quella di essere noi il cambiamento che vogliamo creare nelle vite dei giovani con la formazione dei diversi atteggiamenti e virtù. Menzioniamo solo alcuni…
    Nella formulazione della visione progettuale non si esige solo intelligenza e precisione, ma è necessaria una buona dose di empatia e saggezza processuale per far emergere i modelli educativi nascosti. L’ascolto di altre persone presuppone una mentalità sia aperta sia realistica che sa valorizzare il meglio del passato. Infatti, la fedeltà creativa è la prima virtù del discepolo del Regno dei cieli che «estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13, 52).
    La virtù della speranza si traduce progettualmente nella capacità di sognare insieme nuove realtà formulando visioni condivise. Una visione non è solo un vago e irrealistico desiderio per il futuro ma è collegata con “l’educazione della domanda” all’interno di una “progettualità di lunga durata”, proposte dall’Instrumentum laboris del Patto educativo globale. Per pensare il futuro è indispensabile discernere i segni dei tempi per scoprire quello che è permanente, radicandosi nella speranza che non delude. Discernimento poi ci guiderà verso l’accoglienza di una vocazione al cambiamento che si inserisce tra l’Alfa e l’Omega della storia.

    Progettare per educare insieme: coordinamento operativo di processi quotidiani

    Nella progettazione trasformativa si fanno i conti con l’imprevedibilità della vita. C’è un progetto di massima, che però non si può eseguire meccanicamente ma va adattato alle situazioni e persone in continuo cambiamento. Il discernimento operativo è sensibile ai vari feedback dalla realtà i quali “chiamano” verso un apprendimento. La realtà nel suo insieme va messa in relazione con la visione progettuale per correggere il corso delle azioni nel quotidiano. Il discernimento è quindi una disposizione costante sia nella fase della progettazione che in quella operativa.
    Non conta solo la precisione della traduzione degli obiettivi nelle attività e la forza di volontà nell’esecuzione del piano, ma piuttosto la passione di vivere ogni giorno la vocazione educativa fondamentale – progetto dev’essere nella mente e nel cuore. L’intelligenza progettuale si deve allargare per valorizzare la logica narrativa, la saggezza pratica e l’intuizione educativa. Con l’intuizione cogliamo gli elementi e le sfide di una situazione educativa concreta e con la saggezza li colleghiamo operativamente con la visione.
    Infine, la progettazione educativa esige disciplina, che non è legata solo all’esecuzione meccanica ma, come ricorda la radice “discere” è, invece, “apprendimento”. Attraverso la costanza e fedeltà della disciplina la visione educativa diventa quotidiana, acquista credibilità e radici. La disciplina è anche un atteggiamento di ordine interiore necessario dare il tempo di qualità alle cose più importanti, non solo quelle urgenti. La progettazione può diventare così una modalità molto concreta per discernere, camminare, educare, accompagnare e formare le comunità.

    * Docente di pedagogia presso l’Università Pontifica Salesiana

     



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