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    Educare sempre


    Domenico Simeone *

    (NPG 2021-03-38)


    Il processo educativo dura tutta la vita (lifelong learning) e coinvolge ogni contesto di vita (lifewide learning). L’educazione si compie sempre e in qualsiasi ambiente: formale (nelle istituzioni dedicate), informale (nell’esperienza quotidiana) e non formale (scelta volontariamente). Ogni esperienza di vita può essere fonte di educazione personale, perciò richiede grande attenzione (da parte del potenziale educatore) e disponibilità (da parte del potenziale educando).
    L’educazione non è tutto, ma tutto ha bisogno di educazione e contribuisce ad essa: il lavoro, la politica, l’economia, la sanità, la scienza, la comunicazione, lo sport, l’arte. Anche la Chiesa deve scoprire sempre nuove modalità di evangelizzazione e di educazione, nella fedeltà costante al messaggio evangelico.

    La pedagogia ha posto l’accento, negli ultimi anni, sul concetto di apprendimento permanente; ha dato dignità all’imparare facendo; ha introdotto nuove concettualizzazioni; ha rilevato la necessità di sviluppare le capacità riflessive dei soggetti; ha sottolineato la dimensione strategica dell’acquisizione delle meta-competenze necessarie perché le persone possano essere capaci di apprendimento permanente in contesti sociali mutevoli che richiedono la capacità di governare un processo di cambiamento continuo, anziché l’acquisizione di un sapere statico. È necessario offrire a ciascuno una formazione utile per gestire le molte transizioni che rendono discontinue le esperienze, che richiedono alle persone un apprendimento permanente e la capacità di modificare progressivamente il proprio bagaglio di competenze, pena l’emarginazione e a volte l’esclusione dal mondo del lavoro.
    Se in passato la formazione iniziale poteva essere sufficiente per affrontare la vita, oggi i rapidi mutamenti e l’accelerazione indotta dall’innovazione tecnologica producono una precoce obsolescenza delle conoscenze e richiedono l’acquisizione di competenze sempre nuove. Si tratta di mettere le persone non solo nella condizione di resistere con resilienza alle pressioni che provengono dal contesto sociale, ma di assumere un atteggiamento proattivo che permetta loro di governare i processi di cambiamento e assumere, quindi, una prospettiva progettuale.

    Un pensiero riflessivo

    In questo scenario l’attenzione ai modelli di formazione e di sviluppo delle competenze si colloca nella prospettiva di un apprendimento permanente e del conseguente sviluppo del pensiero riflessivo, dell’incremento del senso di autoefficacia, della dimensione proattiva dell’agire e della capacità del soggetto di auto-direzione nell’apprendimento. Tale prospettiva promuove una pedagogia dei poteri, tesa ad incrementare il senso di “autoefficacia” della persona e la sua possibilità di contrattazione nei contesti lavorativi. L’acquisizione di potere (empowerment) porta ad aumentare la consapevolezza da parte del soggetto delle proprie risorse, favorendo il raggiungimento di un adeguato livello di autostima, il superamento di vissuti di impotenza e lo sviluppo delle capacità di progettazione e di autodeterminazione.
    Il potere di cui si parla qui è il potere dell’essere, della progettualità, della relazione, della reciprocità; è la capacità di agire nel mondo al fine di conseguire gli obiettivi che il soggetto si pone. Non è il potere negativo che porta allo sfruttamento e alla manipolazione bensì è un potere positivo, che aiuta a crescere e favorisce il riconoscimento delle proprie potenzialità, di quelle altrui e dell’interdipendenza tra l’io e il tu. È l’affermazione della modalità dell’essere su quella dell’avere; è la speranza in un «mondo in cui l’uomo può essere molto anche se ha poco»[1], e come tale può «rinnovarsi, crescere, espandersi, amare, trascendere il crescere del proprio io isolato, essere interessato, “prestare attenzione”, dare»[2].

    Gli apprendimenti di secondo livello

    In questa prospettiva è stata messa in rilievo la funzione di quelli che possono essere definiti come “apprendimenti di secondo livello” che mettono in gioco la dimensione biografica del soggetto nel senso del suo viaggio di formazione lifelong e la dimensione meta cioè riflessiva e procedurale delle competenze da attivare e sviluppare. Questo richiede l’introduzione di nuove metodologie di formazione, quali l’approccio narrativo e biografico, intesi come strumenti di sostegno e di sviluppo del potenziale riflessivo e progettuale delle persone affinché ciascuno sia protagonista della ridefinizione del proprio progetto formativo. Si tratta di riconoscere la competenza che si esprime nei contesti di vita e di fondare una nuova epistemologia che avvalori la conoscenza che si sviluppa nel contesto. Questa nuova epistemologia invita a considerare l’esperienza come una occasione per avviare una “conversazione riflessiva” situata in un determinato contesto.
    Tale “conversazione riflessiva” si sviluppa attraverso varie fasi: la definizione del problema; la relazione tra esperienza e/o conoscenza pregressa e situazione attuale; la capacità di agire in un contesto specifico, riflettere on action per mettere in atto strategie consapevoli nelle situazioni specifiche e per incrementare la capacità di pensare:

    Il pensare che qui ipotizzo è un processo di conoscenza dialogica, riflessiva, che per sfuggire alle secche dell’impotenza del pensiero individualistico ha la necessità di costruirsi attraverso le relazioni tra saperi e conoscenze, coltivando le relazioni con gli altri. La prospettiva di vita è nella consapevolezza della precarietà dei nostri saperi e nella capacità di gestire, costruire relazioni, più che nell’essere all’interno di contenitori stabili, protetti da saperi anch’essi stabili e sicuri[3].

    Raccontare le proprie esperienze personali attiva nel soggetto un processo riflessivo prezioso per sostenere il cambiamento sotteso alla formazione e per favorire la modificazione degli schemi cognitivi con cui ciascuno guarda e interpreta la realtà. J. Bruner ha sottolineato come, attraverso la concettualizzazione e l’esposizione della propria narrazione si costruisce lo schema di significato con cui ciascuno legge ciò che gli accade. La narrazione è il nostro modo di organizzare, interpretare e dare significato all’esperienza. La modalità narrativa del pensiero ci permette di riflettere sull’esperienza, come già aveva intuito Dewey.
    Il pensiero nasce da un intreccio relazionale complesso, una fitta trama di rapporti che determina l’ordito su cui può essere tessuto il pensiero grazie al racconto:

    Narrare significa mettere dei confini e nello stesso tempo superarli, significa anche stabilire una continuità non come nesso univoco di causa-effetto bensì come possibilità di riconoscere il filo che ci lega al passato e al futuro. La narrazione come spazio che contiene e che apre nello stesso tempo, come parola detta e come intenzione al senso non del tutto conclusa, sembra rispondere al difficile compito di tenere insieme la molteplicità e l’incompiutezza dell’io contemporaneo e il suo bisogno di riconoscersi e di essere riconosciuto[4].

    Raccontare e raccontarsi permette di scoprire significati profondi della propria esperienza, di riappropriarsi del proprio vissuto, di fare memoria. L’attività narrativa è considerata, nel contesto odierno, uno strumento fondamentale per la promozione di quei processi d’apprendimento dall’esperienza, strettamente intrecciati alla pratica quotidiana e illuminati dalla teoria. Le metodologie narrative ed autobiografiche chiamano in causa quei processi di pensiero, quegli aspetti affettivi, quelle dinamiche valoriali che fanno parte delle persone e ne costituiscono l’eredità storica.
    Tali metodologie permettono alla persona in formazione di interrogarsi, di costruire un senso che le ri-consegni l’esperienza sotto una nuova luce. La narrazione si pone, quindi, come occasione di sviluppo e di formazione non più confinabili nella sola area del saper fare e del conoscere, ma si estende all’area dell’essere che permette alla persona di narrarsi, svelarsi, pensare e pensarsi, aprendosi al cambiamento e rendendo possibili i processi trasformativi: «Potersi raccontare è poter compiere scoperte dentro di sé e su di sé, è poter ricostruire il proprio piano di vita, è de-formarsi per poter ri-formarsi, per poter guadagnare una nuova forma, è in qualche modo un “morire” per rinascere rigenerati»[5].

    * Docente di pedagogia presso l’Università Cattolica del sacro Cuore


    NOTE 

    [1] E. Fromm, Io difendo l’uomo. Un nuovo umanesimo per un mondo nuovo, Rusconi, Milano 1994, 5.
    [2] E. Fromm, Avere o essere?, Mondadori, Milano 1977, 119-120.
    [3] A. Orsenigo, I riflessi sul piano psicologico di flessibilità, precarietà e povertà relazionale del lavoro, in «Rivista sperimentale di freniatria» 2 (2009) 55-56.
    [4] A. Melucci, Lo spazio della parola: narrazione ed identità nella società complessa, in M. Russo (ed.), Scrittura e narrazione: le emergenze sociali nello sviluppo simbolico del linguaggio, Unicopli, Milano 1999, 145.
    [5] B. Rossi, Pedagogia delle organizzazioni. Il lavoro come formazione, Guerini, Milano 2008, 185.



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