Educazione socio-affettiva e sessuale dei preadolescenti


    Marco Maggi, consulente educativo e formatore

    (NPG 2021-02-23)


    Una doppia complessità

    Parlare di preadolescenza oggi è sempre più complesso perché è sempre più complessa la società in cui viviamo. Le generazioni si susseguono rapidamente. Abbiamo accanto a noi una generazione di fanciulli (“Generazione Z”, ovvero la generazione “Technosexual”) che vive di post e di webcam, frequenta le più famose communities online e non si perde un video su YouTube e di Tic Toc. Partecipa alle chat presentandosi con un nickname, un “soprannome virtuale”, che genera una identità sostitutiva. La generazione Z, che sceglie la tecnologia per instaurare e far vivere le proprie relazioni, attraverso intimità digitali (Scarcelli, 2015), è anche una generazione sempre più precoce nell’esperienza sessuale.
    Attraverso i social network i ragazzi e le ragazze di oggi sperimentano la sessualità virtuale, slegata molto spesso dall’affettività e dove s’imbattono in esperienze “reali” come il cyberbullismo a sfondo sessuale, il sexting, l’adescamento online, chat d’incontri, pornografia e pedofilia online.

    BOX 1
    A proposito di sessualità precoce
    Negli ultimi anni si sono riaccesi i riflettori su un fenomeno socio-culturale-pedagogico non affatto nuovo: la precoce sessualizzazione dei minori (soprattutto delle bambine e delle adolescenti). Questa precocità sessuale è maturata grazie a diversi fattori/elementi che hanno contribuito a questa distorta sessualità nell’infanzia. Da una parte a livello biologico e organico, vi è sicuramente l’anticipazione della pubertà (il primo ciclo mestruale avviene in molte bambine già alle scuole primarie). Invece tra i fattori psicologici, educativi e culturali che hanno contribuito al fenomeno, i media, i film, i social, la pubblicità, la moda, i concorsi di bellezza, i reality show, i video musicali occupano una posizione predominante nella promozione a dare valore a una persona esclusivamente in base al suo fascino o comportamento sessuale. Si tratta di un trend pericoloso e piuttosto diffuso, ormai da decenni dove a mostrarsi sexy sono delle bambine e ragazzine, in un’innaturale ostentazione del corpo, della bellezza fisica, di pose e atteggiamenti sensuali. Ritrovandosi a fare gli adulti troppo in fretta, forzano le tappe di crescita, i minori rischiano di camminare su quel terreno scivoloso che avvicina alla pedofilia, alla pedopornografia e al sexting. Da non sottovalutare la facilità di contenuti pornografici online dove la maggior parte dei preadolescenti maschi accede e che alimenta una deformata relazione affettiva e sessuale, dove il corpo dell’altro è solo un oggetto da usare per il proprio piacere. Tutto ciò porta a una grave deriva non solo dell’evoluzione infantile e a livello psicologico, ma anche sul piano della violazione dei diritti infantili.

    Altre dimensioni rilevanti e costitutive di questa età sono quelle del rischio e della trasgressione, che risultano particolarmente intense e pregnanti. La trasgressione e il rischio potrebbero definirsi “funzionali” in una prospettiva evolutiva. Il primo fattore consente all’adolescente di differenziarsi, di esprimere la propria unicità. Trasgredire significa non seguire le regole della massa e della società della cultura di riferimento; così facendo si distanzia e si rende autonomo. Il secondo fattore invece serve per combattere il sentimento dominante della noia e della ricerca di “sensazioni forti, estreme ed incredibili” (Pellai, 2003). Tale processo è definibile come “sensation-seeking” (ricerca delle sensazioni) da intendersi come ricerca di sensazioni intense, inedite, complesse e variegate, correlate alla disponibilità a correre rischi a livello fisico, sociale, legale e finanziario. Solitamente è connotato da eccitazione fisica e psicologica e in certi casi è associato anche a forme di divertimenti estremi: balconing, binge drinking, choking game, eyeballing, surfing suicide, selfie, ecc. (Giordano – Pamarese – Parisi, 2017).
    Non è facile per chi lavora con questi ragazzi sintonizzarsi sulle loro onde di frequenza, “connettersi” ed entrare in contatto e capire il loro mondo. Bisogna allora che gli adulti e gli educatori/animatori di riferimento stiano al passo di questa trasformazione, non per accettarla passivamente né per demonizzarla, ma per aiutare i ragazzi a conoscersi e imparare a gestire maggiormente sia le tecnologie che il bisogno di trasgredire e di cercare se stessi attraverso forti emozioni ed esperienze.

    BOX 2
    Alfabetizzazione emotiva: si che cosa si tratta?
    Oggi molti ragazzi non sono più capaci di riconoscere le emozioni personali, quelle all’interno di una relazione, e presentano sempre più difficoltà comportamentali ed emotive. Basti pensare a problematiche quali aggressività, incapacità di accettare le regole, bullismo. Le cause di tali problematiche, sarebbero riconducibili a una scarsa alfabetizzazione emotiva, vale a dire a un’incapacità di riconoscere, gestire, esprimere e regolare le emozioni; tale inesperienza porterebbe il preadolescente a trasformare tutto ciò che prova in rabbia e aggressività. Altre volte, invece, l’analfabeta emotivo è vittima di un inaridimento del cuore, che lo rende incapace di provare empatia e compassione; è quindi freddo e imprevedibile. È bene anche chiarire che l’analfabetismo emotivo è presente in eguale misura nei bambini, nei giovani e negli adulti a prescindere dal loro quoziente di intelligenza, dal livello culturale raggiunto e dalla professione esercitata, ma se si vuole introdurre un cambiamento rilevante è bene partire dalle nuove generazioni. Quindi lo sviluppo emotivo è un aspetto molto importante della crescita di ogni persona, soprattutto in un minore. In psicologia dello sviluppo, questa fase viene definita come il momento in cui si apprendono competenze fondamentali, come il riconoscimento delle proprie emozioni e di quelle degli altri, si inizia ad utilizzare un linguaggio emotivo, emerge la capacità empatica e si impara a gestire e a regolare il proprio vissuto emozionale.

    Implementare e sostenere le abilità emotive e sociali attraverso strumenti e modalità interattive

    La società complessa in cui viviamo, se da una parte evidenzia lo sviluppo tecnologico, dall’altra non può rinunciare alla dimensione sentimentale ed emotiva per ritrovare una dimensione umana nella sua interezza. E l’adolescenza, che inizia sempre più presto, termina sempre più tardi. Si parla perciò di “adolescenza allungata” (Scabini - Iafrate, 2003) ben oltre la maggiore età e, stando ad alcune classificazioni, addirittura fino ai 30-35 anni. Si assiste così alla contrapposizione tra la rapida acquisizione di una maturità fisica e psicosociale e l’assunzione ritardata del ruolo adulto in termini di autonomia ed indipendenza reale dalla famiglia di origine. Per certi versi il preadolescente continua ad appartenere come un bambino alla sfera familiare, nell’assenza di conflitti, nella dipendenza economica, nel prolungamento del periodo di studio o nel precariato, per altri tende a sottrarsi, vuole vivere la propria vita, darsi le proprie regole. Dagli anni Novanta, l’OMS sta incoraggiando l’insegnamento delle abilità sociali (life skills), troppo spesso date per scontate: “appare sempre più evidente che, in ragione dei grandi cambiamenti culturali e nello stile di vita, molti giovani non siano più sufficientemente equipaggiati delle skills necessarie per far fronte alle crescenti richieste e allo stress che si trovano ad affrontare […]. È come se i meccanismi tradizionali per trasmettere le life skills (famiglia, valori sociali e culturali) non fossero più adeguati a causa dei nuovi fattori che condizionano lo sviluppo dei giovani, tra i quali i mass media e le situazioni di diversità etnica e religiosa” (WHO, 1994). Lavorare per far crescere le abilità sociali (capacità decisionale, soluzione di problemi, creatività, senso critico, comunicazione efficace, abilità relazionali, consapevolezza di sé, empatia, gestione delle emozioni e gestione dello stress) permette ai ragazzi di crescere più liberi, con migliori fattori di protezione e minor attrazione verso le situazioni di rischio che, proprio in adolescenza, possono incontrare.

    BOX 3
    Quando siamo alfabetizzati emotivamente:
    • conosciamo noi stessi;
    • siamo consapevoli delle nostre emozioni e sappiamo dare loro un nome;
    • sappiamo accettare pienamente i nostri sentimenti e le nostre emozioni;
    • sappiamo comprendere le situazioni e le reazioni che i diversi stati emotivi producono;
    • siamo capaci di adeguare i sentimenti alle situazioni;
    • siamo capaci di empatia, cioè riconosciamo le emozioni anche negli altri;
    • siamo consapevoli delle nostre risorse interiori e vi accediamo per superare ostacoli;
    • siamo consapevoli dei nostri limiti e accettiamo di essere imperfetti;
    • abbiamo fiducia nelle nostre e altrui capacità;
    • siamo flessibili dinanzi al cambiamento e ci adattiamo alle nuove situazioni;
    • sappiamo motivarci e abbiamo ottimismo e prontezza nel cogliere le occasioni.

    Il percorso proposto all’intero di questo articolo adotta modalità interattive per allenare le competenze emotive (Goleman, 1998), spaziando dalla conoscenza e dal rapporto con se stessi fino ai diversi aspetti dell’esperienza affettiva e sessuale. E, proprio per la diffusione dei mezzi tecnologici, ci pare opportuno che gli stessi strumenti (social, video musicali, cartoni animati, serie TV) vengano impiegati nei percorsi educativi per attingere alla rappresentazione sociale che gli adolescenti hanno di argomenti fondamentali quali l’identità di genere o di coppia, e al tempo stesso per tematizzare criticamente i messaggi veicolati dai mezzi stessi. Il rischio di un approccio tutto informativo è che i contenuti, pur importanti, non raggiungano i ragazzi perché trasmessi in modo poco attraente o comunque dissonante rispetto alle loro competenze comunicative.
    La proposta qui riportata vuole essere un tentativo, che ha già diversi anni di esperienza, per mirare al cuore prima che alle intelligenze, per dire ai ragazzi che ci interessiamo di loro non solo quando vanno sui giornali o in televisione ma nella loro quotidianità, e che intorno a loro possono esserci - e ci sono - animatori capaci di incontrarli anche attraverso i loro linguaggi.

    Un percorso di approfondimento

    Disegno 1

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    Nel percorso di educazione socio-affettiva e sessuale qui presentato, come per ogni intervento che utilizza modalità interattive, si strutturano una serie di attività con precisi obiettivi specifici di lavoro, in armonia con gli obiettivi generali del percorso. Nello svolgere l’itinerario formativo però è importante rispettare non tanto la sequenza delle attività stesse, ma il processo di crescita che esse accompagnano. Per questo è possibile modificare l’ordine delle proposte all’interno delle singole aree di ogni percorso, in base ai bisogni evidenziati dai partecipanti, o inserirne di diverse che possano raggiungere meglio gli obiettivi, in quello specifico gruppo. Prima di cimentarsi nella sperimentazione con un gruppo di ragazzi/e è rilevante avere molto chiare le finalità e le linee proprie di ogni percorso, per evitare di suscitare dinamiche difficili, per il ragazzo o la ragazza che deve rielaborarle e per il conduttore chiamato ad accompagnarle. Durante la realizzazione degli incontri l’animatore/educatore deve essere un “facilitatore di processi”, un membro attivo del gruppo, non solo propone le attività ma si mette in gioco in prima persona. Per questo è fondamentale sperimentare i percorsi su di sé prima di proporli ad un gruppo. È importante aver provato personalmente cosa ogni attività può suscitare a livello emotivo, come può toccare e mettere in discussione i propri vissuti. Anche se ognuno vive cose diverse, l’esperienza personale è il canale più sicuro per potenziare l’empatia che si dovrà utilizzare come conduttori verso i partecipanti del gruppo, così da evitare un allagamento emozionale difficile da contenere e poco fruttuoso per il gruppo. Ultime indicazioni basilari per la riuscita di un lavoro formativo sono quelle di verificare se il gruppo è pronto per sperimentare modalità di lavoro interattive. Ci sono gruppi in cui non vi sono le pre-condizioni per realizzare tali interventi, soprattutto se le dinamiche tra i vari membri sono basate su continui giudizi e prese in giro, su diffidenza e sfiducia. In questo caso non è opportuno svolgere tali iniziative e forse bisogna lavorare ancora sulla creazione di un gruppo, oppure affrontare l’argomento dell’affettività-sessualità con modalità – queste sì – vicine alla lezione informativa, che salvaguarda le persone dalle ferite di un’interazione distruttiva.

    BOX 4
    Il preadolescente di fronte alle perdite affettive
    In questa epoca storica, il tema della morte sembra difficile da affrontare: o si cerca di evitarlo, così come il lutto, perché in qualche modo mette ogni essere umano a confronto con la sofferenza, la propria fragilità e la debolezza, oppure viene enfatizzato o spettacolarizzato. In questo scenario, volutamente appena accennato, i bambini e i ragazzi vengono spesso a trovarsi nell’impossibilità di esprimere il proprio lutto, perché non trovano, negli adulti che li circondano e anche nella società, un sostegno di tipo emotivo, psicologico ed educativo. Il dolore può rimanere per lo più inespresso o cercare delle vie di comunicazioni che, dal mondo adulto, non vengono decodificate. Ciò riflette la grande difficoltà degli adulti nell’affrontare con serenità il tema della morte e il disagio nell’espressione delle emozioni e sentimenti legati alla perdita. È necessario che gli adulti si impratichiscano con i sentimenti e le emozioni legate alla perdita e alla morte così da poter ascoltare e sostenere i bambini e i ragazzi. Gli adulti devono rendersi consapevoli che i minori percepiscono le emozioni intorno a loro, sono sensibili al linguaggio del corpo, captano le conversazioni, i silenzi, i sussurri, pongono domande indirette e dirette. Per delineare come comunicare con i bambini e gli adolescenti riguardo alla morte e al lutto è importante capire cosa pensano e cosa succede nella loro mente. È fondamentale che il messaggio che desideriamo trasmettere sia non solo ascoltato dal fanciullo ma possa essere compreso, e quindi va modulato in base al livello di sviluppo del minore e in base a cosa conosce già della morte. Ciò di cui i bambini e i ragazzi non hanno bisogno sono le eccessive spiegazioni, la descrizione dei minuziosi particolari e le informazioni scientifiche su come è avvenuta la morte. Hanno bisogno invece di adulti che sappiano gestire il messaggio, offrendo informazioni precise e adatte all’età del bambino con un linguaggio comprensibile. Inoltre bisogna educarlo alla morte, far cogliere che l’evento della morte (e dei riti di commemorazione) è parte del ciclo della vita degli esseri viventi e che diventi l’occasione per istaurare un legame più intimo con le persone care.


    Bibliografia

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    MATERIALI OPERATIVI

    La proposta qui presentata è accessibile con tutte le schede operative pdf sul sito di NPG

    https://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&layout=edit&id=16404