Donato Lacedonio
(NPG 2021-07-53)
Quasi all’esordio della narrazione audiovisiva – nello specifico del cinema – i responsabili dell’ordine sociale (autorità e associazioni) e i produttori vollero verificare il grado di influenza sui giovani del nascente star system, delle storie raccontate e dei personaggi più attraenti per il pubblico, soprattutto i “cattivi”. Si sviluppò quello che è ritenuto il primo e uno dei capisaldi della ricerca massmediologica: un progetto di indagine sociale, pubblicato in una serie di volumi tra il 1929 e il 1932 con il titolo di Motion picture and youth. La ricerca, nota anche come Payne fund studies, concluse che «i film trasmettono nuove idee ai giovani, ne influenzano gli atteggiamenti, ne stimolano le emozioni, presentano loro degli standard morali, incidono sul comportamento; al negativo, possono disturbare il sonno e indurre paure che si protraggono nel tempo»[1].
Oggi, dopo circa cento anni, gli interrogativi e le preoccupazioni di base continuano a riproporsi e si estendono all’ampia galassia di narrazioni audiovisive che la televisione prima e le varie piattaforme mediali poi stanno proponendo in larga misura al pubblico mainstream e di nicchia. Le varie produzioni audiovisive, infatti, stimolate da fette di pubblico sempre più sensibili e preparate, desiderose di una qualità sempre più alta, e da una domanda crescente di contenuti da parte di emittenti televisive e piattaforme digitali hanno sviluppato nuove e più elaborate forme di narrazione. Le serie tv, che dopo i primi anni del 2000 si sono evolute nei contenuti e nelle forme narrative, sono diventate un vero e proprio oggetto cult. Ed è innegabile che molte delle nuove serie tv e i loro personaggi hanno un certo fascino sul pubblico. Fumagalli constata che «queste narrazioni eticamente un po’ estreme piacciono soprattutto ai giovani e ai giovani adulti, quasi e preparare una generazione dove i punti di riferimento morale subiscono un grosso cambiamento»[2]. I loro protagonisti, sempre più tratteggiati come antieroi, «mettono in atto un complesso gioco di seduzione nei confronti degli spettatori, spingendoli ad affezionarsi»[3]. Più preoccupato degli effetti delle nuove serie tv, soprattutto americane, è Salmon. Questo autore francese, impegnato a mettere in guardia dalle manipolazioni di uno storytelling volutamente manipolatorio da parte dei poteri forti (governi, aziende, istituzioni) cita la serie tv 24 - nota soprattutto per la gestione del tempo narrativo in sincronia con quello dello spettatore – come esempio della creazione di una realtà nella quale si normalizzano e legittimano atti anticostituzionali, come la tortura e trasgressione di regole per ottenere informazioni utili per il bene comune[4].
Gli artefici della scrittura e della messa in scena delle serie tv sembrano, infatti, privilegiare protagonisti che, superando la netta divisione tra buoni e cattivi della narrazione tradizionale, svestono i panni dell’eroe integro e trasparente e svelano (o diventano) asociali, indisponenti, moralmente discutibili. E così i protagonisti della nuova serialità non sono più eroi ma “antieroi”.
Protagonisti antieroi
Andrea Bernardelli[5] ci aiuta a comprendere, attraverso un breve e ben articolato percorso storico e analitico, i tratti che caratterizzano molti dei protagonisti delle attuali serie tv. Attingendo ai contributi che Aristotele, Frye, Luckács, Eco e Forster hanno dato all’arte narrativa e alla sua messa in scena, Bernardinelli disegna quasi una mappa dove, muovendosi nella contrapposizione tra protagonista e antagonista da una parte e eroe tradizionale e cattivo stereotipato (villain) dall’altra, individua uno spazio il cui il personaggio risulta essere più “tondo”, più articolato, in grado di sorprendere lo spettatore. All’eroe classico, in grado di «aderire in modo assoluto a specifici principi morali senza possibilità di deroghe o sfumature» (per questo definito da Forster “piatto”, in cui nulla è inatteso, tutto è coerente), subentra l’antieroe, in cui sono presenti tratti positivi e negativi, che «possiede caratteristiche contradditorie, sia eroiche sia non eroiche, se non addirittura negative, da antagonista o villain»[6]. Lo spettatore seguendo il personaggio (per lo più protagonista) si muove, quasi in un gioco imprevedibile tra conferma e smentita, tra l’attesa e l’imprevisto[7].
Ne consegue, il più delle volte, che molti percorsi narrativi delle serie tv anziché proporre una successione di eventi, si concentrano sul conflitto interiore del protagonista o la contrapposizione che sorge tra lui e i vari altri personaggi. Prendiamo come esempio The Walking Dead, in produzione dal 2010. La serie, che trae ispirazione dall’omonimo fumetto, è interessante per le varie possibilità di approccio e di analisi che offre; noi ci concentriamo, se pur sommariamente, sui personaggi. Ben presto si affiancano al vice sceriffo Rick Grimes altri personaggi che diventano protagonisti di interi episodi se non di intere stagioni. Di Daryl, Michonne, Glenn, Ezekiel, Negan e degli altri ci viene raccontato – in modo particolare al loro ingresso nella storia, al loro evolversi o al loro commiato - il percorso compiuto tra il prima e il dopo della apocalisse zombie e scopriamo, così, ciò che nella loro personalità è cambiato, ciò che è rimasto e ciò che imprevedibilmente è emerso. Le circostanze che affrontano e l’incontro, confronto e a volte scontro con gli altri, li spingono ad agire in maniera coerente o discordante con i propri principi e i valori, anzi spesso sono proprio questi ultimi che vengono messi alla prova causando (o motivando) profondi cambiamenti interiori e generando reazioni che segnano l’evolversi della narrazione. Il personaggio si trova, così, nel costante dilemma tra l’essere fedele a sé stesso o cedere alle pressioni delle circostanze e mostra allo spettatore i dissidi, le fragilità, i lati oscuri o la forza del suo animo.
Analogo discorso riguarda le protagoniste, maggiori o minori, di Orange is the new black - una interessante serie tv quasi tutta coniugata al femminile – apprezzata dal pubblico e dalla critica. Ciascuna delle protagoniste è in fondo una eroina del proprio mondo di origine che offre più o meno opportunità e rischi per la vita futura. Con il succedersi degli eventi e degli incontri, queste eroine cedono a piccoli compromessi, che spesso si concatenano, che le “contaminano”, le sporcano. E così, messe alla prova dalle varie vicende personali e carcerarie, raggiungono nell’ultima stagione - ed è uno dei punti forza della qualità di questa serie – una maturazione del loro percorso, di redenzione o di sconfitta, quasi una inesorabile conclusione del percorso seguito.
Il dott. Gregory House, protagonista di House in Dr. House - Medical Division, è un uomo brillante, sagace, medico competente e apprezzato e al contempo burbero, scontroso, cinico, incapace di gestire le proprie e altrui emozioni, segnato da una infermità che si ripercuote sulla sua personalità.
Bad guys e rough heroes
Continuando a seguire l’indagine di Bernardelli scopriamo che il protagonista delle nuove serie tv, sempre più caratterizzato come un antieroe, può avere declinazioni più particolari.
Dexter Morgan (Dexter) e Walter White (Breaking Bad), anche se in modo e ragioni diverse, sembrano capovolgere il modello precedentemente descritto: sono personaggi essenzialmente negativi che svelano delle sfumature umane. Sono i bad guys, come molti sceneggiatori inglesi amano definirli, personaggi completamente al negativo che cedono parzialmente alla normalità e all’umanità. Per molti studiosi l’archetipo di questa tipologia è Tony Soprano. Il riconoscimento è giusto ma bisogna anche ricordare che nel periodo in cui usciva la serie I Soprano (2007) il mondo delle serie tv era in profonda e rapida evoluzione e la stessa HBO aveva lanciato un paio di anni prima Oz che racconta le vicende di alcuni detenuti confinati in un penitenziario di massima sicurezza, non meglio localizzato, denominato “Oswald” (Oz). I carcerati, rinchiusi in celle con pareti trasparenti (non hanno segreti né tra loro e neanche per lo spettatore), sono personaggi al negativo nei quali, emergono, squarci di umanità che quasi sempre vengono soffocati dalla malvagità o dalla fatalità degli eventi.
Un’altra tipologia di antieroe che Bernardelli individua è il rough hero o eroe canaglia. I difetti di questo tipo di antieroe non sono marginali ma gravi, fanno parte della sua personalità, le qualità positive che possiede (intelligenza, sagacia, capacità di progettazione…) sono volte a colpire, in maniera per lo più subdola, gli avversari, le sue virtù sono vizi ed è privo di rimorsi. Per lui non si prevede margine di perdono da parte dello spettatore che, nonostante tutto, resta affascinato da lui. I motivi di questa simpatia sembrano radicarsi in quei tratti quasi umanizzanti e idealizzanti che mostra ma che sono essenzialmente secondari e pronti ad essere sacrificati all’occorrenza. Per chi è appassionato di serie tv il pensiero va subito a Frank Underwood, protagonista di House of Cards (Netflix, 2013-2018). Underwood è un personaggio – ben reso da un sapiente utilizzo della retorica narrativa e audiovisiva e da una efficace interpretazione – chiaramente ma non banalmente cattivo, caratterizzato da una forte immoralità che, in un modo o nell’altro affascina lo spettatore che si lascia guidare nell’esplorazione più profonda delle motivazioni, dei vizi, dei desideri dell’essere umano. Ogni valore e virtù che sembrano ispirarlo vengono, sistematicamente, violati e riscritti a piacimento in un proprio sistema morale, flessibile alle circostanze. Il legame con la moglie Claire - uno dei tratti “umanizzante” del protagonista - è forte, complice e torbido in ogni situazione privata e professionale ma si modifica e si corrode pian piano con il compromesso e il tradimento.
Le serie tv come finestre sull’animo umano
Le serie tv costituiscono - come sapientemente e brevemente indicato nell’introduzione a questa rubrica dedicata alle serie tv che NPG ha avviato per quest’anno (NPG, gennaio 2021, p. 61) - un importante e significativo prodotto culturale che consente di scoprire e confrontarsi con il mondo e i suoi significati. Chi si occupa di educazione, in ognuna delle sue declinazioni possibili, può scoprire e valorizzare i nuovi racconti che lo schermo offre per affiancare i giovani nei vari percorsi di conoscenza di sé e del mondo in cui vivono. Le serie tv, infatti, guidano gli spettatori lungo itinerari di esplorazione e conoscenza dell’animo umano, di confronto esistenziale e, come molti autori evidenziano, di catarsi. «Le storie proposte, superando le caratterizzazioni dei vari generi narrativi, raccontano dei più profondi interrogativi dell’uomo, dei suoi bisogni più intimi; offrono una rappresentazione dell’animo e dei drammi dell’uomo contemporaneo»[8].
L’accoglienza o la simpatia per una determinata serie tv può essere condizionata o limitata da una prima superficiale valutazione. Per questo è bene attrezzarsi con una giusta strumentazione intellettuale e esperienziale per comprendere meglio le modalità e i meccanismi del racconto, la forza dei vari linguaggi audiovisivi utilizzati e la loro qualità retorica. Questo aiuterà a circoscrivere o a risolvere le preoccupazioni educative che a ragione molte volte accompagnano alcune serie tv.
Questo contributo si conclude, così come si è aperto, con un riferimento ai risultati a cui giunsero i Payne fund studies: «Tuttavia l’influenza del cinema [delle serie tv, ndr] sulla gioventù non è assoluta ma correlata, in modo differenziato, con le situazioni ambientali, sociali e individuali, in ragione dell’età, del sesso, dell’educazione familiare e scolastica, dell’esperienza di vita».[9]
In altre parole: le nuove serie tv e i loro personaggi sono un’altra opportunità che abbiamo per comprendere, avvicinare e accompagnare i giovani.
NOTE
[1] C. Gagliardi, Origini delle teorie sociali sulla comunicazione, LAS, Roma 2014, 370.
[2] P. Braga, G. Cavazza, A. Fumagalli, The dark side, Bad guys, antagonisti e antieroi del cinema e della serialità contemporanei, Dino Audino, Roma 2016, 5.
[3] B. Martin, Difficult men, Dai Soprano a Breaking bad, gli antieroi delle serie tv, Bologna, Minimum fax 2018, 26.
[4] Cfr. C. Salmon, Storytelling, la fabbrica delle storie, Fazi editore, 2008, 143-144.
[5] A. Bernardelli, Cattivi seriali, Personaggi atipici nelle produzioni televisive contemporanee, Carocci, Roma 2016, 13-28.
[6] Cfr. A. Bernardinelli, Cattivi seriali, 19
[7] Cfr. U. Eco, Sugli specchi a altri saggi, Bompiani, Milano 1985, 125-146.
[8] D. Lacedonio, Le nuove serie tv, in M. Vojtáš, P. Ruffinatto (eds), Giovani e scelte di vita, Prospettive educative, vol. 1 Relazioni, LAS, Roma 2019, 39.
[9] Gagliardi, Origini delle teorie sociali sulla comunicazione, 370.















































