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    Io-noi


    GRAMMATICA CIVICA
    Educare alla cittadinanza /1

    Raffaele Mantegazza

    (NPG 2021-02-77)

     

    "L’essere che chiamo “io” venne al mondo un certo lunedì 8 giugno 1903 verso le otto del mattino a Bruxelles”[1]. Così iniziano le memorie di Marguerite Yourcenar; la scrittrice parte da una riflessione sul linguaggio: “io” chiamo me stesso “io”, rifletto su me stesso, quasi mi piego sul mio corpo e la mia identità per capire chi sono, o meglio ancora per sperimentare “che” sono. Quella che Jacques Lacan definiva fase dello specchio è un momento essenziale della crescita, e non si verifica solamente nell’infanzia. Forse in ogni momento della nostra vita abbiamo bisogno di compiere quest’opera di riflessione, di allontanamento da noi stessi; vederci come un testo sul quale operare una ermeneutica, una lettura e una interpretazione.
    Ma proprio quando si riflette su se stessi si scopre che dentro di noi c’è altro, o meglio ci sono gli altri; non come disturbo da eliminare ma come rete che intrama il nostro essere noi stessi. L’io non è solo soggetto, posso imparare a chiamarmi “io” se c’è un altro che mi dà del “tu”. Il completo isolamento non è possibile anche perché la nostra venuta al mondo è stata comunque determinata da una relazione ed è stata a sua volta relazione fin dalle prime settimane nel corpo di nostra madre.
    Purtroppo questa dimensione relazionale dell’”io” che è il fondamento della cultura civica (altrimenti non si vede per quale motivo occorrerebbe pensare a regole di convivenza tra singoli “io” ridotti a monadi che non comunicano tra loro) è spesso dimenticata; oggi la parola “io” viene usata in un senso esclusivo, paradossalmente rischiamo di sapere chi o cosa “non siamo” (“io non sono donna”, “io non sono omosessuale”, “io non sono nero”) e di non cogliere la presenza dentro noi proprio delle tracce di quelle diversità che vogliamo escludere. Non si tratta ovviamente di quel senso poetico del negativo proprio del montaliano “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” che al contrario era un invito a non fossilizzare le identità in una acquisizione precisa e definitiva di qualità. Piuttosto oggi il “non sono X” rafforza l’arroganza di quelle posizioni che sfociano poi in frasi come “mi sono fatto da solo”; “non devo ringraziare nessuno per ciò che sono”. Frasi che dimenticano il dato per il quale all’origine di ogni “io” c’è almeno un progetto o un atto che mette in moto un percorso generativo e che per nove mesi prevede la gratitudine viva e vissuta nei confronti del corpo materno. Non c’è “io” se non c’è stata in qualche modo (a volte tragico, a volte traumatico) un’accoglienza nel mondo, un “altro” che mi ha abbracciato e ha fatto in modo che “io” fossi. Quando un padre entra in un Ufficio Demografico di un Municipio per iscrivere il proprio figlio ai registri dell’anagrafe opera un’azione che ha un effetto diretto sul diritto di cittadinanza di suo figlio o sua figlia: lo/la rende cittadino/a e dunque amplia il senso dell’”io” neo-nato trasformandolo in un dato relazionale e sociale
    Ricordo uno studente del primo anno che mi si è presentato dicendo: “io sono un dislessico, disgrafico, discalculico”; è sconcertante e profondamente triste che un ragazzo assuma su di sé un elemento di identità basato sull’autoesclusione, o meglio ancora una identità sottrattiva (il prefisso “dis-“ che segnala una deviazione rispetto a una -peraltro arbitraria- normalità): La mia risposta è stata ”no, Lei è Alessio, 19enne e mio studente”. Ma la penetrazione di questa pseudo-identità classificatoria e catalogatoria presso i ragazzi è decisamente pericolosa. Le classificazioni non rafforzano l’identità ma la ingabbiano, conferendo magari una astratta sicurezza pagata però al prezzo di un impoverimento di se stessi e della ricchezza delle proprie determinazioni: “sono studente, figlio, amico, fratello, tifoso; e ho qualche limite con la lettura e la scrittura”; confondere la sfera performativa con la sfera dell’essere è un gravissimo errore.
    L’identità dunque viene sballottata tra il rischio di un narcisismo assoluto e la dispersione della propria unicità in una categorizzazione che oltrepassa l’irripetibilità dell’”io”. Lo stesso discorso ambiguo riguarda il “noi”; anni di propaganda politica divisiva e spesso esplicitamente xenofoba, omofoba, antifemminista hanno portato a una idea di “noi” costruita puramente nella contrapposizione con altri gruppi; spesso però l’alternativa proposta è quella di stemperare ogni aspetto dell’identità di gruppo facendo perdere punti di riferimento comunque importanti. Un esempio concreto riguarda la presenza di riferimenti al Natale (presepe, recite, addobbi ecc.) nelle scuole; spesso si sente che “per rispetto alle culture altre” (che molto spesso non ritengono assolutamente problematiche queste situazioni) occorre eliminare ogni riferimento a una festa che appartiene a parte della nostra cultura. Invece di approfittarne per discutere sul tema inter-religioso e magari pensare di dedicare tempo al Ramadan guidati dai ragazzi musulmani, si cerca di risolvere un (presunto!) conflitto tra identità annullando le identità stesse (oppure non ponendosi il problema e rispondendo in modo infantile: se vengono nelle nostre scuole devono rispettare la nostra cultura; a questo livello infimo di discussione basterebbe rispondere che la nostra cultura è laica, ma probabilmente sarebbe una perdita di tempo.
    La Costituzione aiuta a definire il “noi” in modo inclusivo quando va oltre il concetto di “popolo” (richiamato nell’art. 1) verso il concetto di cittadinanza. È istruttivo riflettere sul fatto che la testo Costituzionale, dopo i 12 articoli dedicati ai “Principi fondamentali” non continui la sua articolazione con l’ordinamento dello Stato ma con la sezione “Diritti e doveri dei cittadini”; è il cittadino che la lo Stato e non lo Stato a fare i cittadini; non è vero che “abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”, ma al contrario “i cittadini devono continuare quel percorso di autoformazione sperimentato nella lotta antifascista in modo da poter davvero essere italiani e quindi popolo”.
    Questo è l’elemento fortemente pedagogico della Costituzione: e il “noi” dei cittadini che fanno lo Stato non è basato su qualche sciocchezza etnica, sulla presunta “italicità” e nemmeno sulle tradizioni ma sui diritti e i doveri; il concetto di popolo previsto dai Padri costituenti non è sostanziale e statico ma processuale e dinamico. Il cittadino titolare di diritti e che vincola il proprio comportamento al rispetto di determinati doveri è parte del “noi” che diventa popolo (una notazione di passaggio: è con il rispetto delle regole date sul Monte Sinai che il popolo di Israele diventa popolo, e il tutto accade dopo una liberazione dall’oppressore egizio, così simile all’oppressore nazifascista; narrazione religiosa e narrazione laica si riecheggiano a vicenda, come spesso accade).
    Il testo costituzionale dunque pensa al popolo come depositario e detentore della sovranità; ma anzitutto pensa che il popolo si costruisca attraverso l’esercizio dei diritti e dei doveri e che la sovranità stessa sia esercitata “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Non si metterà mai abbastanza l’accento su questo secondo comma dell’articolo 1. L’”io” si libera quando accetta anche di arginare il proprio egocentrismo; il “noi” non è depositario della Verità assoluta (la Costituzione non è un testo populista); il popolo italiano si auto-vincola al rispetto delle forme e dei limiti previsti dalla Carta Costituzionale.
    Le forme: ciò significa che essere cittadini attivi (e la Costituzione prevede la cittadinanza attiva e non la sudditanza passiva) vuol dire conoscere le forme dell’espressione delle proprie opinioni, dell’esercizio dei diritti, della sostanziale differenza tra libertà e arbitrio. Un cittadino che non conosce le forme della democrazia, che non ne è in-formato, non è un cittadino nel senso pieno del termine
    I limiti: non solo i principi fondamentali ma per esempio l’umanità delle pene, il rifiuto della pena di morte, la divisione e l’equilibrio dei tre poteri legislativo, esecutivo, giudiziario, l’autonomia della Magistratura, il principio di maggioranza, non sono soggetti a cambiamento o a ridefinizione perché costituiscono i limiti dell’azione della democrazia in quanto al di fuori di essi non vi è più democrazia ma arbitrio o totalitarismo.
    Dunque lo studio della Costituzione e le riflessioni sull’educazione civica portano a una nuova ridefinizione dell’identità individuale e collettiva; richiedono un “io” che si autolimita per poter essere libero: “Sento come il bisogno di un rigore... ma, a scanso d'equivoci... da inventare ogni giorno. Non un poliziotto... ma un guardiano di me stesso. La libertà di non essere liberi”[2]. Un “noi” che si costruisce giorno per giorno nel rispetto dei doveri e nell’esercizio dei diritti e soprattutto nel riconoscimento dei diritti di quegli “altri” che entrano a costituire il “noi”.
    In questo senso la Costituzione è pedagogica in tutto il suo tessuto perché richiede un’azione formativa e autoformativa nei confronti dei cittadini; tali infatti si diventa con l’esercizio dei diritti e dei doveri e non in base a presunti tratti etnici o a sostanze inesistenti quali l’”italianità”. In questo senso il “noi” della Costituzione si crea ogni giorno a partire dai nuovi cittadini italiani che stanno nascendo in questo momento e che attendono di essere accolti nella culla civica della democrazia.

     
    NOTE

    [1] Marguerite Yourcenar, Care memorie, Torino, Einaudi, 1998, p. 10
    [2] Giorgio Gaber, “Finale” in Libertà obbligatoria, Ricordi, 1977



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