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    Itinerari emergenti nel rapporto tra giovani e sfera religiosa


    Valerio Corradi *

    (NPG 2021-07-11)


    1. Segnali di una religiosità dinamica

    «Anche quando sono molto critici, in fondo, i giovani chiedono che la Chiesa sia un’istituzione che brilli per esemplarità, competenza, corresponsabilità e solidità culturale. Una Conferenza Episcopale afferma che “i giovani vogliono vedere una Chiesa che condivide la loro situazione di vita alla luce del Vangelo piuttosto che fare prediche”! In maniera sintetica, i giovani così si sono espressi: “I giovani di oggi desiderano una Chiesa autentica. Con questo vogliamo esprimere, in particolar modo alla gerarchia ecclesiastica, la nostra richiesta per una comunità trasparente, accogliente, onesta, attraente, comunicativa, accessibile, gioiosa e interattiva”.
    (Sinodo sui giovani, Instrumenum laboris, n. 67)

    Le profonde trasformazioni che hanno interessato la nostra società negli ultimi anni hanno avuto delle inevitabili ricadute anche sulla sfera della religiosità giovanile, in alcuni casi rafforzando tendenze già in atto da tempo, in altri casi facendone emergere di nuove e inattese. In riferimento ai processi di transizione più recenti, nel Dossier Giovani e religiosità. Verso un cambio di paradigma (NPG 3/2015) e in successive pubblicazioni (Corradi 2016, 2017, 2018, 2021), si è insistito sulla necessità di favorire un cambio di prospettiva, di categorie e di concetti allo scopo di strutturare un nuovo modo di comprendere la religiosità dei giovani e di riorientare l’azione in ambito educativo e pastorale.
    Il carattere “post-secolare” dell’epoca attuale, segnata al contempo da a-religiosità, riflessività, pluralismo, individualizzazione del credere e da differenziati “stati d’animo” religiosi, richiede un graduale cambio di prospettiva sul piano “cognitivo” e sul piano “operativo”, che consenta di dotarsi di strumenti adeguati per rendere i giovani sempre più protagonisti, e risorse per i contesti ecclesiali.
    Questo scenario multiforme necessita di essere compreso anche alla luce delle importanti sfide che si stanno faticosamente affrontando all’interno della Chiesa, sempre più chiamata, da parte sua, a rinnovare le proprie strutture e le modalità di esercizio della propria azione pastorale. In un tempo segnato dall’incertezza, dalla precarietà, dall’insicurezza viene così da chiedersi, da una parte, che cosa significhi per la Chiesa accompagnare i giovani verso una religiosità matura, e dall’altra parte, come la domanda di religiosità possa trovare in ambito ecclesiale uno spazio per essere capita e per esprimersi, dando vita a percorsi individuali e comunitari arricchenti.
    Questo doppio movimento è stato ben espresso nelle indicazioni scaturite dal Sinodo sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale (2018), che hanno ribadito con chiarezza che i giovani chiedono “a gran voce una Chiesa autentica, luminosa, trasparente, gioiosa” e che i giovani sono portatori di bisogni che vanno soddisfatti, di aspettative che non vanno deluse e di una tensione spirituale che non va svilita, ma sostenuta e fatta sbocciare.
    Nella storia di un giovane chiamato a vivere negli anni ‘20 del 2000, si intersecano sempre più linee di pensiero e di azione diverse che mostrano la vicinanza (a volte la con-fusione) di sensibilità apparentemente distanti e non conciliabili, come la spinta alla secolarizzazione e la riscoperta della spiritualità, l’ingresso in uno scenario post-cristiano e forme di risveglio religioso che recuperano contenuti e simboli della tradizione. In ragione di queste “ibridazioni”, interrogarsi sull’esperienza religiosa dei giovani di oggi significa andare oltre le etichette e le categorizzazioni sociologiche, ma anche oltre il riduzionismo statistico che riconduce tutto a un problema di quantità e di presenze, per comprendere, anzitutto, la fenomenologia del rapporto che i giovani intrattengono con la dimensione dei significati ultimi.
    Alla luce di questa premessa e della ineliminabile interconnessione tra religiosità, vocazioni, esperienza e appartenenza ecclesiale, si cercherà di riflettere sulla ricerca religiosa dei giovani in termini qualitativi, sottolineando la necessità metodologica di “leggere” la religiosità giovanile alla luce di alcune trasformazioni che stanno mutando radicalmente il mondo dei giovani (es. nuove tecnologie, mobilità, nuove appartenenze, fragilità territoriali). Al contempo si condurrà una lettura volta a cogliere sia la cosiddetta religiosità ecclesiasticamente orientata, sia le aree nelle quali si possono rinvenire tracce di religiosità de-istituzionalizzata. L’attenzione si soffermerà quindi anche su alcuni campi di espressione della sensibilità giovanile (ambiente, volontariato, politica, territorio) che contengono in nuce una ricchezza e una vitalità che li portano ad essere possibili punti di partenza per realizzare itinerari pastorali e vocazionali rivolti ai giovani. Infine, nell’ultima parte del contributo, saranno condivise alcune proposte utili a propiziare, nei contesti ecclesiali, positivi percorsi di maturazione del rapporto tra giovani e sfera religiosa.

     

    2. La nuova cornice sociale e familiare: per un Paese a misura di giovani

    «La famiglia continua a rappresentare il principale punto di riferimento per i giovani. I figli apprezzano l’amore e la cura da parte dei genitori, hanno a cuore i legami familiari e sperano di riuscire a formare a loro volta una famiglia. Indubbiamente l’aumento di separazioni, divorzi, seconde unioni e famiglie monoparentali può causare nei giovani grandi sofferenze e crisi d’identità. Talora devono farsi carico di responsabilità che non sono proporzionate alla loro età e li costringono a divenire adulti prima del tempo. I nonni offrono spesso un contributo decisivo nell’affetto e nell’educazione religiosa: con la loro saggezza sono un anello decisivo nel rapporto tra le generazioni».
    (Sinodo sui giovani, Documento finale, n. 32)

    Nell’attuale fase di transizione molti segnali danno conto di un aggravamento della condizione di marginalità dei giovani nella vita sociale ed economica del nostro Paese, con conseguenti ricadute sul versante della socializzazione, compresa quella religiosa.
    Per cogliere questo aspetto è necessario, in via preliminare, sottolineare ancora una volta la situazione di eccezionalità vissuta dall’Italia sul piano demografico, dove il forte calo della natalità diventa un indicatore sia della difficoltà ad aprirsi alla vita da parte delle coppie di giovani in età da matrimonio, sia del mutato contesto familiare e sociale quotidiano nel quale bambini e adolescenti sono chiamati a crescere.
    Nel nostro Paese siamo reduci da un decennio di costante ribasso e di record negativi nelle nascite, tanto che il presidente dell’Istat, Giancarlo Blangiardo, parla di un motore demografico che va spegnendosi. Si tratta di un trend negativo che nel 2020 ha segnato il minimo storico di nascite dall’Unità d’Italia e (causa Covid) il massimo storico di decessi dal secondo dopoguerra. È ormai chiaro che anche gli stessi flussi migratori (peraltro in drastico rallentamento) non basteranno a compensare i decessi, il calo delle nascite e la forte contrazione della popolazione attiva che si prospetta nell’immediato futuro. È stato scritto molto sulle cause della denatalità, soprattutto all’interno di analisi che individuano una pluralità di fattori scatenanti come la precarietà del lavoro, le debolezze del welfare, il costo della vita e il lavoro femminile. Forse poco si è insistito sugli aspetti culturali che nel nostro tempo (ben prima del Covid) stanno portando molte giovani coppie a perdere di vista il valore dell’apertura alla vita e di una progettualità lunga rivolta al futuro che comporta l’assunzione del ruolo genitoriale. Alla scarsa consapevolezza delle cause, si aggiunge la limitata cognizione delle conseguenze della denatalità che intaccano strutturalmente l’equilibrio del mondo del lavoro, la sostenibilità del sistema fiscale e pensionistico, il funzionamento a regime di servizi e attività. Ce n’è abbastanza per comprendere come le tendenze demografiche stiano ridisegnando il mondo - nel quale bambini, ragazzi e giovani stanno crescendo e si stanno formando - che vede il declino dei grandi numeri, delle famiglie numerose e la prevalenza di una generazione di figli unici e di esperienze familiari quotidiane, che hanno delle ricadute sui percorsi di socializzazione, compresi quelli di matrice religiosa.
    All’interno di questo quadro demografico che è la spia di trasformazioni culturali e sociali più ampie, si è quindi chiamati a riflettere sui temi della religiosità, del “senso della vita” che richiedono un rilancio, prima di tutto, dell’impegno sul piano educativo a risocializzare i giovani al valore della progettualità esistenziale, contro le paure e la cultura del rinvio.
    Compito degli adulti è quello di assumersi fino in fondo, senza deleghe o giustificazioni, la responsabilità di educare le giovani generazioni offrendo loro concrete opportunità a sostegno di una nuova apertura alla vita, in modo che la stessa costruzione e condivisione di un senso religioso della vita possa essere attuata in un mondo per i giovani e a misura di giovani.
    Affrontare il tema delle chance di vita porta a riflettere su alcuni dati. Il 2019 si era chiuso con un tasso di disoccupazione giovanile al 28,9%, con l’elevata incidenza di giovani usciti precocemente dai percorsi di studio (oltre 500mila) e con la più alta quota, tra i paesi dell’Unione Europea, di 15-29enni non occupati e non in formazione (22,2%). Il lockdown e le incertezze post-emergenza relative alla scuola, ai percorsi di collegamento tra formazione e lavoro (es. alternanza, tirocini, stage), alle attività sociali del tempo libero, hanno accentuato nei giovani una condizione di vita improntata alla sospensione, che trova rinforzo nei continui rinvii e nel trasferimento di sogni e bisogni in contesti virtuali e di distrazione, senza che sia previsto un piano di ritorno alla realtà.
    È in atto una preoccupante sottovalutazione degli esiti (dis)educativi di una cultura del rinvio e dell’inazione, che rischia di ritardare ulteriormente il già di per sé lento e farraginoso processo di ricambio generazionale nei diversi settori del mondo sociale ed economico. Eppure in una società sempre più anziana, nella quale scarseggiano forze fresche, per gli attuali “pochi” giovani le opportunità di attivarsi dovrebbero essere molte, e una loro anticipata assunzione di responsabilità dovrebbe essere favorita anziché ostacolata. Con preoccupazione, si osserva invece l’ulteriore contrazione delle opportunità di scoperta della realtà sociale e lavorativa, e la limitazione dei tentativi di proiettare e orientare la vita oltre i propri contesti di prossimità. Scontato ma indispensabile è ribadire che nella riattivazione di un rapporto tra i giovani e la realtà concreta gli attori decisivi dovranno essere la famiglia, la scuola e gli spazi di socialità nei territori. Ad esempio, le istituzioni scolastiche potranno fare molto per la riattivazione dei circuiti di pensiero e di azione in collegamento col territorio, che mettano i giovani in contatto con situazioni nelle quali sentirsi presenze attive. In passato alcune molle che attivavano i giovani erano i valori dell’impegno e del sacrificio ricevuti dalla famiglia e il desiderio di avanzamento sociale. Oggi serve un cambio di prospettiva che produca un ingaggio basato sul riconoscimento dei talenti giovanili che vanno messi in gioco a vantaggio di tutti. Nei contesti più restii ad aprirsi ai giovani è forse necessario ricorrere a quello che alcuni definiscono il fattore “San Benedetto”. Nella sua Regola monastica, il santo di Norcia invitava l’Abate a consultare anche i giovani prima di ogni scelta importante perché, spesso, è proprio dai più giovani che vengono le novità e le migliori soluzioni. Lasciandosi ispirare da questo “suggerimento”, oggi è quanto mai urgente lavorare affinché vi possa essere una ripresa centrata sui giovani, valorizzando il loro apporto e favorendo la loro partecipazione a esperienze che inseguano delle speranze e perseguano dei valori (solidarietà, coraggio), e consentano di ritrovare le ragioni della solidarietà e dell’unità tra le generazioni.


    3. Comprendere le forme emergenti di religiosità giovanile

    «In generale i giovani dichiarano di essere alla ricerca del senso della vita e dimostrano interesse per la spiritualità. Tale attenzione però si configura talora come una ricerca di benessere piscologico più che un’apertura all’incontro con il Mistero del Dio vivente. In particolare in alcune culture, molti ritengono la religione una questione privata e selezionano da diverse tradizioni spirituali gli elementi nei quali ritrovano le proprie convinzioni. Si diffonde così un certo sincretismo, che si sviluppa sul presupposto relativistico che tutte le religioni siano uguali. L’adesione a una comunità di fede non è vista da tutti come la via di accesso privilegiata al senso della vita, ed è affiancata e talvolta rimpiazzata da ideologie o dalla ricerca di successo sul piano professionale ed economico, nella logica di un’autorealizzazione materiale. Rimangono vive però alcune pratiche consegnate dalla tradizione, come i pellegrinaggi ai santuari, che a volte coinvolgono masse di giovani molto numerose, ed espressioni della pietà popolare, spesso legate alla devozione a Maria e ai Santi, che custodiscono l’esperienza di fede di un popolo».
    (Sinodo sui giovani, Documento finale, n. 49)

    Uno dei temi affrontati dal Sinodo dei vescovi sul tema I giovani, la fede e il discernimento vocazionale (Roma, 3-28 ottobre 2018) è stato il rapporto tra giovani e Chiesa. In quella sede è chiaramente emerso che i contesti ecclesiali sono alla ricerca di nuove chiavi di lettura e di intervento che possano fornire spunti per il rinnovamento dell’attività pastorale rivolta ai giovani. Il rapporto tra giovani e Chiesa ricalca, per certi aspetti, il movimento incessante della nostra epoca, fatta di continue accelerazioni e di improvvise frenate. Molte ricerche condotte negli ultimi anni confermano il consolidamento di un trend segnato da una messa in discussione dell’appartenenza alla religione cattolica. In una sua ricerca, il sociologo Franco Garelli (2020) afferma che tra i 18 e i 34 anni si riscontra la quota più alta della popolazione (35-40%) di coloro che si dichiarano senza Dio, senza preghiera e senza culto.
    Questo non impedisce a molti giovani di affermare, seppure a intermittenza e con modalità personali, la loro vicinanza alla tradizione cattolica (o ad alcuni suoi aspetti) e/o di dichiarare l’esistenza di una sensibilità religiosa. Vi sono poi coloro che si dichiarano atei o agnostici, la cui quota è più o meno costante. Quella giovanile si presenta, dunque, come una religiosità in movimento nella quale sono presenti orientamenti che, anche in base all’età, si allontanano o si riavvicinano al solco della tradizione, ma molto diffusi sono anche gli atteggiamenti a-religiosi e manifestamente anti-religiosi. Ad un’analisi più approfondita emerge che il credere o il non credere è sempre più una questione privata relativa solo al proprio “Io”, che non riconosce “mediatori” tra sé e la dimensione trascendente. Si tratta di un “monoteismo del sé” basato su un culto ossessivo dell’identità personale con l’assolutizzazione della libertà, dei diritti e dei desideri dell’individuo. Questa religiosità liquida e informe è comunque portatrice di domande profonde e forse di un disagio latente, dovuto allo smarrimento alimentato nei giovani da una società postmoderna che non offre punti di riferimento, ed è sempre più segnata da un senso di precarietà e da incertezze che esigono il ritorno a una visione della vita più ampia, condivisa e totalizzante. Una delle sfide che riguardano giovani e meno giovani è quella di passare dalla domanda “chi sono io?” a quella più ambiziosa e stimolante del “per chi sono io?”, ma quanti oggi ne sono davvero capaci? È quanto mai urgente rifuggire dalle categorie statiche che fino al recente passato portavano a parlare di giovani dentro o fuori dal recinto, o a distinguere tra quelli che restano, quelli che se ne vanno e quelli che ritornano. Queste immagini possiedono ancora un’utilità euristica nella misura in cui vengono intese come categorie fluide e interconnesse, che incarnano quell’esigenza di movimento e di ricerca delle giovani generazioni che è figlia di un tempo nel quale diffidenza, dubbi e incertezze sono i tratti culturali dominanti. Nella ricerca di nuove appartenenze e di nuove risposte alla domanda di senso, adolescenti e giovani si disancorano dal passato, ma a volte conservano contenuti della formazione religiosa ricevuta, che riemergono nei momenti di crisi e che si uniscono a nuove e più personali rappresentazioni e scelte vocazionali. Ecco allora che la grande sfida presentata dai giovani è quella di comprendere che disorientamento e senso d’impotenza sono incubatori di disagio, relativismo, e fughe dalla realtà, ma anche serbatoi di profonde emozioni e domande. Queste richiedono di essere interpretate per cogliere l’esigenza dei giovani di vivere con minore smarrimento, e il bisogno di recuperare un’idea di trascendenza che sostenga un’immagine positiva della vita oltre che una visione di futuro come speranza e promessa. Operatori pastorali ed educatori sono chiamati a raccogliere la sfida e ad inserirsi in questa riflessività giovanile in maniera positiva e propositiva. In linea con i propositi del Sinodo, è oggi necessario mettere le basi per la costruzione di un nuovo senso di appartenenza e di una nuova identità religiosa, che chiami in causa nuovi linguaggi e nuove modalità di vivere e di socializzare i contenuti che rimandano alla “religiosità” del vivere.

    CORRADI3
    4. La ricerca di nuove connessioni col territorio: verso appartenenze religiose glocali

    «Nonostante le differenze regionali, l’influsso del processo di globalizzazione sui giovani dell’intero pianeta risulta evidente e richiede loro di articolare livelli diversi di appartenenza sociale e culturale (locale, nazionale e internazionale; ma anche intra ed extra-ecclesiale). In generale assistiamo, come riferiscono alcune Conferenze Episcopali, alla richiesta di spazi crescenti di libertà, autonomia ed espressione a partire dalla condivisione di esperienze provenienti dal mondo occidentale, magari mutuate dai social media. Altre Conferenze Episcopali paventano il rischio che, a prescindere dai desideri profondi dei giovani, finisca per prevalere una cultura ispirata a individualismo, consumismo, materialismo ed edonismo, e in cui dominano le apparenze».
    (Sinodo sui giovani, Instrumentum laboris, n. 8)

    Autorevoli istituti di ricerca e del privato sociale (es. Istat, Fondazione Migrantes), periodicamente pongono all’attenzione dell’opinione pubblica il consistente movimento in uscita dei giovani dall’Italia, in atto ormai da alcuni anni, a cui si associano rientri numericamente sempre più scarsi. Si tratta di un fenomeno che viene ancora oggi interpretato, in prevalenza, in termini di “fuga dei cervelli”, “impoverimento di risorse umane”, “scomparsa dei legami con i luoghi d’origine”.
    Da una lettura più ampia dei flussi in uscita, emerge che espatriano sia i giovani dall’elevato livello d’istruzione, sia quelli meno qualificati che decidono di cercare all’estero una “sorte diversa”. In quest’ultimo caso, si tratta di flussi circoscritti ma che possiedono tratti simili a quelli dell’emigrazione tradizionale, quali lo spostamento da zone svantaggiate sul piano economico (tra le prime quindici province italiane di partenza, solo tre sono del nord) e la scarsità delle risorse materiali e culturali d’origine.
    La propensione a cercare una “valvola di sfogo” è dunque generalizzata e quasi sempre associata all’idea che all’estero ci siano maggiori e migliori opportunità d’inserimento sociale e lavorativo. Tuttavia, il raggiungimento di un’occupazione all’altezza del titolo di studio o di un impiego migliore di quelli disponibili in Italia non sono sempre immediati, ma richiedono - nel paese d’arrivo - l’inserimento in percorsi di maturazione professionale che spesso seguono itinerari lunghi e non lineari.
    A livello generale va poi precisato che per leggere le dinamiche di un mondo iper-connesso e attraversato da crescenti flussi globali è inadeguato un punto di vista “statico”, che intende la mobilità solo in termini unidirezionali, come perdita di ricchezza e del senso di appartenenza territoriale. In questa prospettiva il vero problema dell’Italia non è la fuoriuscita di giovani ma, piuttosto, la difficoltà, sul piano psicologico-culturale, ad accogliere pienamente il nuovo paradigma della mobilità che richiede di accettare la “circolazione” di persone, competenze e di migliorare l’attrattività del Paese, aumentando e valorizzando i flussi in entrata anziché preoccuparsi dei soli flussi in uscita.
    La mobilità è un tratto peculiare del modus vivendi del nostro tempo nel quale la circolazione di persone, idee, competenze e informazioni sta ridisegnando la vita economica e sociale, oltre che le biografie individuali. La vita di giovani (e adulti) è sempre più immersa in esperienze di mobilità - oltre che fisiche - anche “immaginative”, “virtuali” e “simboliche”. Il viaggio, che fino a pochi decenni fa appariva un evento raro nella vita di una persona, oggi è un’esperienza ordinaria e desiderata. Ne consegue che tra le giovani generazioni è sempre più radicato il senso di appartenere a più spazi e di non essere legati a un solo luogo. Tutto ciò ha delle evidenti ricadute sul modo di rapportarsi all’esperienza religiosa che punti, meno che in passato, al rapporto esclusivo con un territorio.
    Molti operatori pastorali, educatori e animatori dichiarano la propria difficoltà a “lavorare” e a interagire con giovani in movimento, che possono essere presenti in parrocchia solo in alcuni momenti dell’anno e in determinati giorni della settimana.
    Queste esperienze, unite ai dati sulla mobilità, confermano che siamo di fronte a una generazione che (per scelta o per necessità) mette alla base del proprio modo di vivere la mobilità, costringendo gli adulti investiti di responsabilità educativa ad affrontare semplici ma oggi sempre più cruciali quesiti: in che termini oggi esiste nei giovani un senso di appartenenza al territorio e alle comunità ecclesiali locali (es. parrocchie)? A quale entità territoriale si sentono, in prevalenza, di appartenere? E ancora, la mobilità è sempre sinonimo di sradicamento dalla comunità ecclesiale locale d’origine o favorisce nuove connessioni?
    Un’esercitazione condotta dagli studenti del primo anno del corso di Laurea magistrale in progettazione pedagogica e formazione delle risorse umane dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (Sede di Brescia, a.a. 2020-21) ha offerto spunti di riflessione su alcuni di questi temi. Le risposte fornite dagli oltre 200 giovani interpellati (in prevalenza studenti residenti in diverse province, di età compresa i 20 e i 30 anni) hanno mostrato una persistenza dell’attaccamento al contesto locale. Particolarmente intenso è il legame che i giovani sentono di avere con i luoghi d’origine (quartiere, comune, parrocchia) che riconoscono come spazi “sicuri” e di relazioni calde. Del livello locale sono invece meno apprezzati i servizi e le proposte di coinvolgimento, che non valorizzano a sufficienza le esigenze e le potenzialità di giovani impegnati nello studio universitario e in percorsi formativi.
    Accanto a questo ambivalente legame col territorio è significativo che il 77% dichiari di sentirsi di appartenere soprattutto “al mondo”. Valore superiore al senso di appartenenza nei confronti della stessa Unione europea (51%). Si tratta di giovani molto proiettati verso il globale, ai quali anche l’etichetta di europeisti sta piuttosto stretta. Tra questi giovani è molto diffusa la consapevolezza di doversi misurare, oggi e per l’avvenire, con uno scenario globale nel quale i confini hanno un peso relativo, e la mobilità - per motivi di studio e lavoro - diventa una condizione ordinaria, quasi scontata. Infatti, ben il 66% immagina il proprio futuro in un luogo diverso da quello di residenza.
    Pur con i suoi limiti, la ricognizione effettuata mostra che esistono giovani con un modo di pensare globale ma che non dimenticano i propri luoghi d’origine, fonte di una definizione di sé che si mantiene nel tempo. Se da una parte le nuove tecnologie di comunicazione hanno favorito un indebolimento del senso del luogo e delle appartenenze esclusive, è pur vero che le stesse tecnologie facilitano nuove e inedite connessioni con i luoghi d’origine all’interno di reti fluide. Un esempio semplice ma non banale è la moltiplicazione sui social network dei gruppi su base territoriale “Sei di… se…”, abitualmente frequentati da persone, spesso giovani, che vivono in altre città, a volte all’estero, ma che vogliono rimanere informate, e partecipare almeno virtualmente a quanto avviene nel proprio comune d’origine. La rivoluzione delle mobilità in atto ormai da alcuni decenni non annulla i luoghi, ma favorisce la comparsa di nuove connessioni e di significati collegati al territorio dei quali i giovani sono i primi interpreti.
    È evidente che in questo quadro la coltivazione di una educazione/formazione religiosa nei giovani richieda oggi nuovi strumenti che consentano di sfruttare al meglio lo spazio e le interazioni digitali e virtuali. Tramite la loro valorizzazione è possibile tenere canali aperti che poi si potranno concretizzare in eventi e incontri in presenza.
    Oggi serve una nuova prospettiva spaziale e temporale per rivolgersi in maniera vincente ai giovani: a chiederlo è l’accentuarsi del processo di globalizzazione che produce un recupero dell’importanza della dimensione locale, in un quadro nel quale lo sguardo globale non viene meno. L’intensificazione dei flussi planetari non ha generato un quadro unitario e coeso, ma piuttosto polverizzazione, frammentazione, parcellizzazione che fanno riscoprire - a volte in modo difensivo, oppositivo e violento - le identità locali, ridando impulso alle appartenenze territoriali. Il quadro attuale è allora segnato da connessioni reciproche, di vario segno e orientamento tra mondo globale e realtà locali che la crisi economica prima, e la pandemia da Covid-19 poi, hanno reso estremamente chiare in tutte le loro implicazioni.
    Nella lettera Enciclica Fratelli tutti. Sulla fraternità e sull’amicizia sociale, Papa Francesco si sofferma proprio sulla tensione tra globale e locale, sottolineando come sia necessario avere un giusto rapporto con queste dimensioni della vita contemporanea, soprattutto se si vuole lavorare per la crescita civile e culturale delle proprie comunità, mettendo da parte protagonismi regressivi. Egli invita a:

    “prestare attenzione alla dimensione globale per non cadere in una meschinità quotidiana. Al tempo stesso, non è opportuno perdere di vista ciò che è locale, che ci fa camminare con i piedi per terra. Le due cose unite impediscono di cadere in uno di questi due estremi: l’uno, che i cittadini vivano in un universalismo astratto e globalizzante, […]; l’altro, che diventino un museo folkloristico di eremiti localisti, condannati a ripetere sempre le stesse cose, incapaci di lasciarsi interpellare da ciò che è diverso e di apprezzare la bellezza che Dio diffonde fuori dai loro confini» (FT 142)

    In molte comunità oggi, più che in passato, il globale (e chi lo rappresenta) è visto come minaccia, come portatore di timori e di paure che inducono a chiudersi al mondo e nell’atteggiamento che il Papa definisce “meschinità casalinga” (FT, 12), che porta il locale a diventare recinto, difesa, cella. Per affrontare il nostro tempo è necessario un nuovo modo di guardare al locale, che porti a intenderlo come un luogo nel quale essere lievito, arricchire, avviare dispositivi di sussidiarietà. Il locale è la fonte della nostra identità ed è il punto di partenza per guardare e operare a favore di un mondo aperto.

    “È necessario affondare le radici nella terra fertile e nella storia del proprio luogo, che è un dono di Dio. Si lavora nel piccolo, con ciò che è vicino, però con una prospettiva più ampia. […] Non è né la sfera globale che annulla, né la parzialità isolata che rende sterili, è il poliedro, dove ognuno è rispettato nel suo valore” (FT 145)

    CORRADI4
    5. L’attivismo nella sfera politica e nello spazio civico: la religiosità impegnata

    «Anche se in forma differente rispetto alle generazioni passate, l’impegno sociale è un tratto specifico dei giovani d’oggi. A fianco di alcuni indifferenti, ve ne sono molti altri disponibili a impegnarsi in iniziative di volontariato, cittadinanza attiva e solidarietà sociale, da accompagnare e incoraggiare per far emergere i talenti, le competenze e la creatività dei giovani e incentivare l’assunzione di responsabilità da parte loro. L’impegno sociale e il contatto diretto con i poveri restano una occasione fondamentale di scoperta o approfondimento della fede e di discernimento della propria vocazione. Forte e diffusa risulta la sensibilità per i temi ecologici e della sostenibilità, che l’enciclica Laudato si’ ha saputo catalizzare. È stata segnalata anche la disponibilità all’impegno in campo politico per la costruzione del bene comune, che non sempre la Chiesa ha saputo accompagnare offrendo opportunità di formazione e spazi di discernimento. Rispetto alla promozione della giustizia i giovani chiedono alla Chiesa un impegno deciso e coerente, che sradichi ogni connivenza con una mentalità mondana».
    (Sinodo sui giovani, Documento finale, n. 46)

    Stiamo vivendo una transizione che riguarda anche il ruolo della politica all’interno delle nostre società in un clima sempre più post-ideologico. In questa fase cambiano gli stili di comunicazione, le relazioni con le istituzioni, gli equilibri tra forze politiche che da parte loro sono sempre meno inquadrabili nella categoria di “partiti”. Stanno prendendo vita combinazioni inusuali che mettono in discussione dalle fondamenta le prassi politiche del passato. Il potente mix tra critica radicale al sistema e promesse disancorate dalla realtà rischia di disorientare ulteriormente giovani e meno giovani.
    La stessa proposta di allargare il suffragio fino ai sedicenni sta alimentando un dibattito che rischia di arenarsi sotto il peso di slogan evocativi a favore o contro, perdendo di vista l’urgenza di creare spazi per la partecipazione sociale dei giovani per far sbocciare nuove vocazioni all’impegno sociale e politico.
    Per comprendere la posta in gioco, dobbiamo partire da alcuni dati ricorrenti nelle ricerche sulla condizione giovanile condotte negli ultimi anni. Il primo di questi mostra come agli occhi di molti adolescenti e giovani le istituzioni scontano una profonda crisi di credibilità. In molti casi essi si sentono estranei da ciò che rientra nel mondo della politica o che rimanda a strutture formali e impersonali (es. partiti) verso le quali nutrono molti sospetti. Al contrario molti si sentono parte in causa quando il dibattito politico pone questioni rilevanti che li toccano da vicino (es. la tutela dell’ambiente, la scuola a distanza o in presenza, dilemmi etici) sentendosi autorizzati a far sentire la propria voce. Non va poi dimenticato che in presenza di proposte di valore (es. servizio civile, esperienze extracurricolari, progetti di volontariato locale internazionale) proprio dal mondo giovanile non mancano di arrivare risposte positive.
    Un altro dato ricorrente (accentuato dalla pandemia) è che i ragazzi tendono a vivere la loro quotidianità all’interno di un orizzonte che assegna un’importanza quasi esclusiva allo spazio familiare e ai rapporti con gli amici. Si tratta di una dimensione ristretta e rassicurante nella quale si sentono a proprio agio, ma che - se diventa l’unico scenario di vita - rischia di alimentare tratti narcisistici che non facilitano l’instaurazione di rapporti proattivi con e per l’altro, a uscire dal presente e a immaginare il futuro.
    A fronte di questi tratti non sempre coerenti, sembra oggi necessario un nuovo investimento ideale capace di alimentare nei ragazzi la passione civile, e a interpretare la mediazione dei processi politici non come ricerca dell’interesse particolare, ma come una convergenza verso il bene di tutti. È forse in questi termini che la stessa proposta del voto ai sedicenni può diventare un punto di partenza interessante capace di offrire un riconoscimento formale al contributo che essi possono dare nel determinare le scelte relative alla società nella quale vivono. La contrazione demografica dei giovani in Italia non può corrispondere a una riduzione del loro peso politico e sociale, e si deve lavorare a percorsi che favoriscano il riavvicinamento ai grandi valori dell’impegno e della solidarietà sul territorio, nella convinzione che sia proprio il territorio lo scenario da assumere come riferimento per “misurare” le chances di un possibile protagonismo delle nuove generazioni. In questo processo teso a risvegliare la fiamma della partecipazione, la famiglia, la scuola (si pensi al possibile ruolo dell’insegnamento dell’educazione civica) e i contenitori del tempo libero (oratori, associazioni, gruppi sportivi) hanno un importante compito nello spronare i giovani ad andare oltre di sé, a prendersi carico di un progetto, di un impegno o di un ideale, agganciandosi a schemi di comprensione collettivi. Ecco allora che, accanto al diritto di voto, se si vuole scegliere un campo sul quale costruire alleanze tra giovani e politica, quello del cercare insieme ragioni non solo per l’oggi ma anche per costruire il domani di tutti, appare forse prioritario.
    Proprio una parte del mondo giovanile esprime un bisogno diffuso di pensare all’economia e alla società in termini nuovi e costruttivi. Ne è un esempio la varietà di contributi che sono sfociati nella rete The Economy of Francesco, che evocano un insieme di possibilità trasformatrici che segnerebbero una discontinuità col passato.
    Al di là delle decisioni politiche settoriali e delle misure di merito, un aspetto meno dibattuto riguarda la necessità di riempire di contenuti il vuoto ideale e progettuale creato dal clima post-ideologico instauratosi con la crisi delle grandi narrazioni politiche d’ispirazione laica e religiosa e dal flop dei più recenti storytelling politici. La ricerca di narrazioni sostitutive vede i giovani in prima linea nel porre nuovi temi e nuovi metodi di partecipazione politica. Emerge l’esigenza dei giovani di prendere le distanze dalle comode reazioni difensive che portano alla linea dura contro l’altro esterno, incarnato ad esempio dall’Unione Europea e dallo straniero, e da un racconto di società sotto assedio che cerca di rivitalizzare in termini difensivi un’identità collettiva sbiadita. Piuttosto c’è una disponibilità alla ricerca di nuove istanze politiche e di discorsi in uno spazio socio-politico che l’antropologo Victor Turner avrebbe definito “liminoide”, nel quale i giovani sono i soggetti che avvertono in maniera più accentuata il bisogno di transizione al nuovo e l’esigenza di riempire il vuoto di visione e proiezione. In questo spazio, i tentativi di risposta vogliono sottrarsi dal piano dell’intrattenimento e del gioco politico e dalla rincorsa a simulacri, e rivelano l’esigenza di trovare una direzione collettiva che ponga fine alla perenne transizione. Il diffuso senso di smarrimento richiede un progetto politico di lungo respiro e di alto profilo che torni a mettere al centro i giovani e con essi l’uomo, in quanto tale, e la sua sfera più profonda.
    In un contesto “post-sociale”, centrato sulle individualità, con aggregazioni tra persone spesso solo virtuali o basate su momentanee onde emotive, viene da domandarsi quale spazio rimanga per l’impegno politico sul campo e come sia possibile ricostruire un interesse nelle giovani generazioni per l’amministrazione della cosa pubblica. L’implosione dei contesti che in passato svolgevano la funzione di “palestre” della democrazia (es. associazioni, sindacati, ambiti ecclesiali) e aiutavano i giovani a sviluppare competenze sociali e professionali spendibili poi in ambito politico porta, oggi, a riflettere sulla necessità di provare a riavvicinare politica e società rivolgendo proposte direttamente ai giovani senza attendere mediazioni e senza dare nulla per scontato. In questo quadro merita di essere segnalato l’interessante tentativo delle Scuole di formazione all’impegno sociale e politico (SFISP), attive in molte Diocesi italiane, di offrire una formazione tematica e di base. Tentativi che non mancano di mostrare segnali in controtendenza rispetto al disimpegno corrente. Da esperienze come queste discende l’indicazione che una possibile strada per riattivare partecipazione competente e responsabile dei giovani è quella di coltivare “minoranze creative”, non in chiave élitaria, ma per creare contesti di elaborazione culturale di base e laboratori di prossimità che possano essere il presupposto di un più ampio e duraturo riavvicinamento all’attività politica.
    Va inoltre considerato che in molti contesti locali mantengono una rilevanza le reti del cosiddetto cattolicesimo sociale. Si tratta di una “religiosità incarnata” (Milan-Cestaro 2016) che costituisce una componente chiave dell’argine sociale che ostacola e disinnesca processi d’esclusione, derive solipsistiche e forme di de-socializzazione che interessano proprio il mondo giovanile. Il cattolicesimo sociale non è solo una preziosa eredità del passato, ma - proprio in tema d’integrazione delle nuove generazioni - mostra oggi importanti segnali di vitalità. Parrocchie e oratori, non senza difficoltà, continuano a svolgere una rilevante funzione socio-culturale (ed ecclesiale) anche attraverso una pluralità di iniziative solidaristiche e culturali che afferiscono al concreto esercizio della carità e che mirano a coinvolgere i giovani come componente attiva. Il volontariato e l’associazionismo cattolico, pur alle prese con la delicata questione del ricambio generazionale, offrono crescenti luoghi per sperimentare l’accoglienza e attuare le istanze solidaristiche proprie della Dottrina sociale della Chiesa. Si tratta di spazi sociali (tra i pochi rimasti) nei quali si possono vivere relazioni all’insegna della gratuità, della solidarietà e del disinteresse, e che oggi diventano strategici per veicolare informazioni, riflettere e attivare nuove progettualità sugli snodi cruciali per l’avvenire dei giovani. In questa direzione vanno, ad esempio, le molte proposte avanzate singolarmente o in rete da molte realtà d’ispirazione cattolica (tra cui Acli, Azione Cattolica, Comboniani, Comunità Sant’Egidio, Focolari Italia, Pax Christi). In linea con le istanze del cattolicesimo sociale di ieri e di oggi, mettere al centro degli spazi sociali di base proposte che si avvalgano del contributo di giovani volontari sarà un modo per riscoprire ulteriormente i caratteri essenziali (mai completamente smarriti) dell’essere religiosi, quali l’orientamento universalista e la connotazione “relazionale” che nasce dal semplice percepire le grandi questioni sociali del presente e dal viverle in rapporto a un senso e a un’alterità


    6. Vocazione alla salvaguardia dell’ambiente e capacità di aspirare

    «Rispetto alle questioni ecologiche, sarà importante offrire linee guida per la concreta attuazione della Laudato si’ nelle pratiche ecclesiali. Numerosi interventi hanno sottolineato l’importanza di offrire ai giovani una formazione all’impegno sociopolitico e la risorsa che la dottrina sociale della Chiesa rappresenta a questo riguardo. I giovani impegnati in politica vanno sostenuti e incoraggiati a operare per un reale cambiamento delle strutture sociali ingiuste».
    (Sinodo sui giovani, Documento finale, n. 154)

    Uno dei “nuovi” campi di manifestazione della sensibilità dei giovani è l’ecologia, con le domande che essa solleva sul “senso” e sul “destino” del vivere individualmente, con gli altri e nel mondo. La questione ambientale sembra essere un’importante priorità per molti ragazzi, essendo un tema che evidenzia lo stretto legame tra comportamenti del presente e opportunità future. In questo ambito si può affermare che l’Enciclica Laudato Sii di Papa Francesco ha saputo dare forma, contenuti e direzione a una sensibilità in notevole diffusione. Un momento di espressione pubblica di questo orientamento sono state le manifestazioni internazionali animate dal “Climate strike movement” (fautore dei cosiddetti “scioperi climatici”), che hanno avuto una partecipazione e una forma eccezionali. Per la prima volta, dopo molti anni, una campagna su un tema d’interesse collettivo come il mutamento ambientale si è chiaramente intrecciata con una rivendicazione di carattere generazionale, che ha finito per mettere a tema il posto dei giovani nella società e nel mondo. Le migliaia di giovani manifestanti presenti nelle piazze in Italia, in Europa e nel mondo hanno avuto una prima grande occasione per prendere coscienza di sé come generazione Millennials, cioè composta unicamente dai nati dopo l’anno 2000. Proprio da quella che molti hanno dipinto come generazione “perduta”, “sdraiata” e “senza fretta di crescere” è arrivato un segnale importante in termini di consapevolezza e capacità di mobilitazione soprattutto nei confronti del mondo adulto. Si è trattato di un originale tentativo di stimolare dal basso, con spontaneità e creatività, un cambio di rotta, cercando nuove strade e andando oltre la sfiducia nei confronti del livello istituzionale, che agli occhi dei giovani (come già ricordato) sconta una persistente crisi di credibilità. Sul piano dei contenuti le argomentazioni scandite dai manifestanti sono ruotate intorno ad alcuni temi chiave. Forte è stata l’attenzione nei confronti della crisi ecologica, come questione collettiva che non ammette ulteriori rinvii o la difesa di interessi particolari. A questo si è aggiunta una domanda di futuro suscitata dal senso di smarrimento per un domani percepito come pieno d’incognite, non solo per i crescenti rischi ambientali. Piuttosto chiaro è stato l’atteggiamento cosmopolita che ha animato gli adolescenti e i giovani, che hanno proiettato i loro slogan ben oltre i confini regionali e nazionali, nella consapevolezza di essere parte di un’unica umanità. In questa partita, alle generazioni adulte spetta il delicato e fondamentale compito di non svilire o disperdere il nuovo investimento ideale che sembra rifiorire nel mondo giovanile. Ambiente, Futuro e Cosmopolitismo fanno ormai parte del DNA dei giovani e sono atteggiamenti che vanno capiti, accompagnati e aiutati a maturare in forme evolute di partecipazione sociale e di coinvolgimento personale, indispensabili per passare dalla mera rivendicazione all’azione responsabile, da un generico interesse a campo nel quale coltivare nuovi orientamenti vocazionali. Si tratta di una sensibilità che non è slegata dalle scelte vocazionali che attengono l’orientamento da dare alla propria vita. Da qui l’importanza della sfida educativa e di una nuova assunzione di responsabilità degli adulti nel promuovere adeguati percorsi di crescita per giovani che si pongono oggi con profondità la sfida di prendersi cura del mondo e dell’ambiente. Ci si deve muovere su un piano nel quale contraddizioni e slanci ideali sono compresenti e forse ineliminabili. Ma queste incertezze non impediscono di rilevare un dato importante e decisivo: pur con limiti e contraddizioni, i “Friday for Future” segnalano che i giovani stanno recuperando quella che l’antropologo Arjun Appadurai chiama “capacità di aspirare”, cioè capacità di agire nel presente immaginando un futuro desiderabile, verso il quale gettare dei ponti. Dopo essere stata assente per molto tempo, si risveglia un’aspirazione al futuro che genera energia per il cambiamento e può aiutare i giovani a emanciparsi da un presente, spesso chiuso su se stesso e segnato da un senso pervasivo d’impotenza e rassegnazione. È forse proprio questa riscoperta dell’aspirazione a un futuro migliore ad essere un importante aspetto da coltivare che mostra, ancora una volta, quanti sia viva tra i giovani la domanda di senso.


    7. La religiosità dei “margini” e il nuovo impegno dei giovani laici

    «Il Sinodo è consapevole che un numero consistente di giovani, per le ragioni più diverse, non chiedono nulla alla Chiesa perché non la ritengono significativa per la loro esistenza. Alcuni, anzi, chiedono espressamente di essere lasciati in pace, poiché sentono la sua presenza come fastidiosa e perfino irritante. Tale richiesta spesso non nasce da un disprezzo acritico e impulsivo, ma affonda le radici anche in ragioni serie e rispettabili: gli scandali sessuali ed economici; l’impreparazione dei ministri ordinati che non sanno intercettare adeguatamente la sensibilità dei giovani; la scarsa cura nella preparazione dell’omelia e nella presentazione della Parola di Dio; il ruolo passivo assegnato ai giovani all’interno della comunità cristiana; la fatica della Chiesa di rendere ragione delle proprie posizioni dottrinali ed etiche di fronte alla società contemporanea».
    (Sinodo sui giovani, Documento finale, n. 53)

    I dati statistici del Centro Orientamento Pastorale (2019) indicano che in tre decenni il numero dei preti in Italia si è ridotto di circa il 16%, con grandi differenze a livello territoriale (situazione critica al Nord e più favorevole al Sud). Inoltre, il corpo sacerdotale italiano presenta un’età media di oltre 61 anni, con 1/3 del clero che ha più di 70 anni, e con una quota di under 40 inferiore al 10% del totale. L’accelerazione del processo di secolarizzazione e il concomitante (e non recente) calo delle vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa sta facendo venir meno in varie aree del paese il modello del cattolicesimo popolare/parrocchiale, soprattutto in quelle collocate in zone decentrate, con minore peso demografico, e spesso e volentieri articolate in frazioni molto piccole, con una popolazione locale con un crescente tasso d’invecchiamento. Si tratta di luoghi nei quali per molto tempo si è registrata un’identificazione tra comunità locale e comunità parrocchiale (Villata, Ciampolini 2016), e dove la stessa parrocchia svolgeva una rilevante funzione sociale e comunitaria a fronte di un potere pubblico locale (es. sindaco e amministrazione locale) spesso debole e dell’assenza di rilevanti attori locali di mercato e di significativi presidi del terzo settore. Nel tentativo di ovviare a questa situazione in molte diocesi italiane è stata avviata una riorganizzazione finalizzata ad accorpare molte parrocchie, o a inserirle in unità pastorali più ampie (Santagiuliana 2002). Una riorganizzazione complicata che, se da una parte ha consentito di risolvere molti problemi nei contesti maggiormente urbanizzati, dall’altra parte non sempre ha saputo ridimensionare le criticità riscontrabili nelle aree marginali, meno comode da raggiungere e meno presidiabili. Per esse, in molti casi, è stato inevitabile ridimensionare le attività parrocchiali (es. animazione, funzioni religiose, festività, attività di volontariato) con la perdita di tradizioni e consuetudini e con ricadute sulla socialità locale. Tuttavia, non mancano segnali in controtendenza, nei quali alla rarefazione della presenza dei presbiteri e ai processi di riorganizzazione ha fatto seguito l’inedita attivazione della popolazione locale, con esperienze di responsabilità parrocchiale assunte o affidate a singole famiglie (o gruppi) o a giovani équipe di animazione che si sono prese carico di rilanciare la vita parrocchiale e sociale locale.
    Si tratta di esperimenti interessanti con ricadute organizzative e simboliche sul funzionamento interno delle comunità ecclesiali in territori strutturalmente deboli. Sotto il profilo ecclesiale, lo stato di necessità sta accelerando una revisione dei rapporti interni alle comunità ecclesiali tra presbiteri e laici (Sigalini 2019), fino ad oggi, in molti casi, basata sul modello dell’accentramento e della delega benevola. Altresì la carenza di sacerdoti sta costringendo a guardare oltre la mera collaborazione e ad andare nella direzione di un “protagonismo laicale”, invocato da più parti nella Chiesa (da teologi, pastori e dallo stesso Papa Francesco). Sul piano territoriale, nelle aree deboli, i casi di attivazione dal basso mostrano risvolti significativi in termini di rivitalizzazione di circuiti locali di relazione, impegno e fiducia. Le iniziative in corso, certamente non sistematiche, sono utili per esplorare, sul versante cognitivo e su quello istituzionale, la possibilità farsi terzi rispetto a situazioni locali incapaci di cogliere il nuovo e di rispondere a reali bisogni, innovando anche i contesti a socialità diradata o a forte rischio di disgregazione.


    8. Proposte e riflessioni sull’animazione della pastorale giovanile

    «Solo una pastorale capace di rinnovarsi a partire dalla cura delle relazioni e dalla qualità della comunità cristiana sarà significativa e attraente per i giovani. La Chiesa potrà così presentarsi a loro come una casa che accoglie, caratterizzata da un clima di famiglia fatto di fiducia e confidenza. L’anelito alla fraternità, tante volte emerso dall’ascolto sinodale dei giovani, chiede alla Chiesa di essere «madre per tutti e casa per molti» (FRANCESCO, Evangelii gaudium, n. 287): la pastorale ha il compito di realizzare nella storia la maternità universale della Chiesa attraverso gesti concreti e profetici di accoglienza gioiosa e quotidiana che ne fanno una casa per i giovani».
    (Sinodo sui giovani, Documento finale, n. 138)

    Alla luce delle riflessioni condotte in precedenza, allo scopo di accompagnare i giovani nel percorso di riavvicinamento alla sfera religiosa risulta utile formulare alcune proposte che si propongano di sintonizzarsi con la sensibilità del nostro tempo ma che allo stesso tempo siano in grado di smuovere i giovani agganciando la loro domanda di senso.
    In questa sede, anche sulla scorta di quanto discusso in recenti volumi (Corradi 2021), si ritiene utile riprendere iniziative e itinerari che hanno già conosciuto un loro attuazione sul campo nell’ambito della pastorale giovanile.

    8.1 La sfida di trasmettere la fede in un’epoca di smarrimento
    «Diverse appaiono le interpretazioni del processo di secolarizzazione. Mentre da alcuni è vissuto come una preziosa opportunità per purificarsi da una religiosità di abitudine oppure fondata su identità etniche e nazionali, per altri rappresenta un ostacolo alla trasmissione della fede. Nelle società secolari assistiamo anche a una riscoperta di Dio e della spiritualità. Questo costituisce per la Chiesa uno stimolo a recuperare l’importanza dei dinamismi propri della fede, dell’annuncio e dell’accompagnamento pastorale».
    (Sinodo sui giovani, Documento finale, n. 14)

    La società tardo-moderna ha visto implodere più o meno gradualmente la propria funzione pedagogica, e oggi si presenta addirittura in alcune sue manifestazioni con un profilo dichiaratamente anti-pedagogico. Il mutamento dei modelli educativi va di pari passo con le numerose riserve che solleva un modo di educare che aderisca totalmente all’atmosfera culturale dominante segnata dalla postmodernità. L’educazione alla fede vive di analoghe lacerazioni, e oggi si tratta di trovare un equilibrio tra le istanze di rinnovamento e l’esigenza di conservare un nucleo di valori fondanti che consentano di pervenire anche a un discernimento vocazionale (Corradi-Roggia 2018). In questo quadro è possibile condividere alcuni aspetti su cui si deve fondare un compiuto processo di educazione alla fede.
    Il primo è l’aspetto individuale, che può essere coltivato con l‘accompagnamento personale utile già nell’età dell’adolescenza con tutte le sue domande, inquietudini, dubbi, e dopo i 20/30 anni, quando si tratta di affrontare fallimenti, delusioni e situazioni critiche ma anche nuove opportunità di vita. L’attenzione all’individuo richiede un’educazione alla cura della vita interiore e una conoscenza approfondita della figura di Cristo come persona vivente con la quale stabilire una relazione vera e duratura; introduzione alla vita di preghiera; iniziazione ad una relazione personale con la Parola di Dio.
    Con l’aspetto individuale è fondamentale curare l’aspetto comunitario che muove dalla constatazione della rilevanza del rapporto con gli altri e della frequentazione di spazi sociali dove sentirsi liberi di parlare di sé, dove uscire dall’anonimato, dove sentirsi capiti e dove sperimentare che la Chiesa stessa è “comunità”, ambiente familiare e fraterno. Insieme a una rinnovata attenzione per la formazione nei contenuti dottrinali della fede, può essere d’aiuto dialogare con testimoni privilegiati che portino racconti ed esperienze capaci di suscitare domande ed emozioni nei giovani. Quando i giovani incontrano persone veramente felici, che in Cristo hanno trovato la loro felicità, la risposta a tutte le loro domande, e la possibilità di vivere in modo pieno tutti gli aspetti della vita (studio, lavoro, famiglia, amicizie, affettività, ecc.), allora ne rimangono affascinati e desiderano quella stessa felicità e quella pienezza che vedono in tali “testimoni”. La dimensione sociale conduce poi alle attività di solidarietà sociale e di servizio soprattutto verso coloro che vivono in situazioni di disagio, superando l’ossessione per il proprio benessere (fisico, emotivo) che alla fine diventa una “gabbia” e non procura affatto felicità.

    8.2 Teoria e pratica del risveglio
    «Molti notano come i percorsi dell’iniziazione cristiana non sempre riescono a introdurre ragazzi, adolescenti e giovani alla bellezza dell’esperienza di fede. Quando la comunità si costituisce come luogo di comunione e come vera famiglia dei figli di Dio, esprime una forza generativa che trasmette la fede; dove invece essa cede alla logica della delega e prevale l’organizzazione burocratica, l’iniziazione cristiana è fraintesa come un corso di istruzione religiosa che di solito termina con il sacramento della Confermazione. È quindi urgente ripensare a fondo l’impostazione della catechesi e il legame tra trasmissione familiare e comunitaria della fede, facendo leva sui processi di accompagnamento personali».
    (Sinodo sui giovani, Documento finale, n. 19)

    Riflettere sui procedimenti e sulle esperienze più adatte a produrre il risultato di “risvegliare” la sfera religiosa nei giovani, favorendo un processo di maturazione sul piano dell’esperienza del credere e il graduale e positivo inserimento nella comunità ecclesiale, significa aprire un campo di sperimentazioni che richiedono impegno, applicazione, ma anche il coraggio della valutazione degli esiti. Di seguito sono presentati alcuni cantieri aperti nei quali potrebbe maturare una nuova e più solida disponibilità alla fede.

    - Passare dal pensiero “macro” al pensiero “micro” significa assegnare il giusto peso e valore ai piccoli momenti che scandiscono la settimana e che possono essere utilizzati per la preghiera, per crescere nella vita spirituale, con approfondimenti, studi, con un responsabile adulto o anche giovane. In questi termini il coinvolgimento di giovani che siano prossimi al matrimonio può essere d’aiuto a risvegliare il desiderio di aprirsi alla vita e al mondo che oggi corre il rischio di spegnersi. Inoltre tale accompagnamento, nel delicato passaggio dall’adolescenza alla giovinezza, può facilitare l’apertura e il dialogo che non sempre si riesce ad avere con i propri genitori.
    L’esigenza di coltivare dei piccoli gruppi tra i giovani è più volte emersa negli ultimi anni, in seguito alla presa di coscienza della contrazione dei grandi numeri che avevano caratterizzato le attività ecclesiali nel passato e della necessità di dotarsi di un nuovo approccio, meno massificante e più attento alle relazioni personali. Tale processo potrà contribuire a vivere la fede meno per tradizione o per trasmissione automatica e più per conversione.
    L’idea di lavorare con l’approccio per gruppi numericamente ristretti per farli germogliare “nel piccolo” ha una sua valenza se confrontata con la fase di cristallizzazione culturale che stiamo vivendo, che è sempre più segnata da un’oggettiva lontananza dalle forme della religiosità tradizionale. Il piccolo gruppo facilita i rapporti, rende immediata l’attenzione al singolo e consente di tenere alta la tensione spirituale. L’azione del piccolo gruppo può anche caratterizzarsi per l’adozione di pratiche e modalità di azioni innovative da ritrasmettere in cerchie ogni volta più ampie. Per potenziarne l’efficacia, il piccolo gruppo deve essere una realtà aperta e accogliente, disponibile allo scambio, e deve lavorare sulla valorizzazione delle proprie differenze interne, di carattere culturale, di provenienza socio-economica e di tratti caratteriali e psicologici. La presenza di persone con diversa età ed esperienza (compresi gli adulti) è un aspetto arricchente che va continuamente coltivato senza perdere di vista le specificità di ogni generazione e di ogni individuo.

    - Organizzare incontri e momenti di socializzazione e di condivisione che aiutino i giovani impegnati a sentirsi meno soli nella loro opera all’interno delle comunità territoriali rappresenta oggi una necessità improrogabile. Al contempo tali momenti diventano occasione per lo scambio di idee e di proposte che possono arricchire le attività dei diversi gruppi. È nota inoltre la capacità dei meeting ed eventi di grandi dimensioni di attirare anche giovani abitualmente lontani dai contesti ecclesiali. Si tratta di incontri che devono rafforzare il senso di appartenenza, ma anche mantenersi aperti per intercettare nuove forze che vanno incanalate per vivificare gli spazi ecclesiali.

    - Esplorare e vivere in modo nuovo il territorio e le attività in esso presenti è un’opportunità per riscoprire se stessi e per riscoprire la stessa fede. In questo percorso un supporto importante può venire da originali modi di vivere ed esplorare il territorio, oppure dall’immersione in attività artistiche. I giovani possiedono una naturale inclinazione alla bellezza, e questo ricorda che il bello e il bene si identificano nel soggetto, perché si fondano sulla medesima realtà, cioè sulla forma, e per questo ciò che è buono è lodato come bello. Ecco l’importanza di riscoprire il nesso tra “cercare il vero, praticare il bene, contemplare la bellezza”, ma anche vivere in modo nuovo esperienze di aggregazione. Un esempio può essere quello del recupero della dimensione educativa nei luoghi dello sport (piattaforme sportive polivalenti, il campo di calcetto, la piscina, la palestra, la pista di atletica, il percorso ciclabile) che intercettano speranze, paure, frustrazioni e desideri diventando ambiti di sperimentazione e di crescita personale. Frequentati continuativamente o saltuariamente, per svolgere attività in modo agonistico o amatoriale, in forma organizzata o occasionale, gli spazi dello sport possiedono una centralità nel tempo libero delle giovani generazioni, e sono tra i pochi ambiti sul territorio che catturano l’interesse dei ragazzi. Si tratta di luoghi “concreti” dove si mostra e si sperimenta una corporeità in cambiamento a fronte del “virtualismo” che spesso prevale nelle relazioni online o dell’intellettualismo spesso presente in altri ambiti educativi come la scuola.
    Mai come in questo periodo storico c’è l’opportunità e la necessità di riscoprire la dimensione educativa degli spazi sportivi e il loro contributo alla formazione delle giovani generazioni. Oggi, infatti, la pratica sportiva diventata di massa conosce una crescente differenziazione interna che ne rivela le diverse sfumature e potenzialità. Sembra necessario ripartire da una nuova consapevolezza del potenziale educativo dei contesti strutturati per lo sport, dove la pratica sportiva è promossa e gestita da associazioni sportive formalmente riconosciute, e dove è prevista la presenza di figure adulte competenti che svolgono la funzione di guida nei confronti dei giovani.
    Non si deve dare per scontato che lo sport sia sinonimo di valori positivi: infatti “come gli altri strumenti che l’uomo ha inventato, lo sport può essere utilizzato per scopi buoni o cattivi” (Aldous Huxley), per promuovere valori o disvalori a seconda che vi sia o meno una sensibilità pedagogica tendente al bene. Lo spazio dello sport può essere ambito di riproduzione delle disuguaglianze sociali, di esclusione, di esaltazione della competizione, di trasgressione delle regole (es. casi di doping), di chiusura narcisistica nel proprio Io. Dall’altro lato lo spazio sportivo può essere, in positivo, luogo d’inclusione, di condivisione, di auto-valutazione e di cooperazione nel quale il fare qualcosa per sé e per gli altri trova una propria sintesi attiva e originale.

    - Riscoprire la preghiera cercando di soddisfare l’esigenza dei giovani di comunicare e di conversare con se stessi e con Dio. In questo può essere utile tornare a insegnare a un gruppo di giovani a fare orazione in maniera pratica, ad esempio riflettendo sui diversi passi del Vangelo e/o usando l’immaginazione e applicando i testi sacri alla propria vita. Venire a contatto con la ricchezza della tradizione cattolica sulla vita di preghiera è una grande scoperta per i giovani. Gli stessi esercizi spirituali per giovani possono essere un momento importante di approfondimento della fede, e interrogativo serio sul fine della propria esistenza e sulla vocazione specifica assegnataci da Dio.
    Le “preghiere” dei giovani esprimono un’esigenza di aprirsi all’altro da sé e a qualcosa di trascendente che interpella, ma può anche diventare forza propulsiva. Stupisce che quello della preghiera sia un tema poco affrontato con i giovani, ma da esso possono scaturire importanti conseguenze, come l’emergere di un sentimento di umiltà ma anche di una disciplina sui modi, tempi e luoghi del pregare. La preghiera è un viaggio dentro se stessi che porta all’incontro con Dio: per questo diventa un antidoto importante contro una visione unicamente esteriore della vita. La disponibilità all’apertura è volta a favorire l’incontro con le tante forme di spiritualità presenti nella Chiesa, da quelle di vita attiva, a quelle di vita contemplativa. L’ostilità di molti giovani è verso una Chiesa che viene di rado compresa come popolo di Dio e comunità in cammino, ma colta solo nella sua dimensione istituzionale e “vistosa”.

    - Il coinvolgimento dei giovani all’esperienza liturgica è una tappa importante che richiede una disponibilità in seno alla comunità ecclesiale di riscoprire questo momento comunitario nel suo carattere assembleare e conviviale. Valorizzazione la liturgia significa porre attenzione ai momenti liturgici ordinari (domeniche) e a quelli occasionali (Messe per i giovani, liturgie penitenziali, adorazioni) coltivando la bellezza della liturgia, i suoi simboli, il suo contesto (es. musica, canti). Assumono oggi un’inedita importanza i percorsi mariani, le celebrazioni comunitarie del Triduo Pasquale, della Vigilia di Natale e della Veglia di Pentecoste specificamente indirizzate ai giovani, i momenti di adorazione eucaristica con la riscoperta del silenzio davanti a Dio e la gioia di imparare ad ascoltare la voce di Dio.
    È pur vero che molte liturgie propongono spesso ai giovani contenuti e linguaggi che sono loro estranei, e trasmettono un senso di passività che li invoglia ad allontanarsi anziché aderirvi attivamente. La liturgia, radice e centro della vita cristiana, è un momento nel quale si è chiamati a uscire da se stessi e a percepire con mano che il credere non è mai un percorso solitario ma è il frutto di un incontro comunitario che spinge ad andare oltre se stessi, accettando e affidandosi a ritmi, gesti e immagini suscitati da altri. Ecco allora che una liturgia che voglia ottenere un coinvolgimento dei giovani deve trovare il giusto equilibrio interno tra quella che è la sua natura sacrificale e quella che è la sua natura conviviale che apre all’incontro e alla condivisione fraterna, fino a cogliere il processo di santificazione dell’uomo attraverso la sempre nuova vicinanza di Dio.

    - Prendersi carico delle situazioni di disagio puntando sulla relazione porta a porre una certa attenzione al carattere “terapeutico” dei legami comunitari, ed è oggi giustificato dalla necessità di contrastare l’atomismo e i processi anomici di frammentazione sociale che interessano direttamente i giovani. Sono molti i giovani che vivono esperienze di disagio, marginalità e di devianza che sono accentuate dall’assenza di costruttivi legami interpersonali o dal loro carattere patologico. È oggi necessario ritornare alla funzione educativa dei contesti comunitari, che possono contribuire a costruire degli argini contro alcune tendenze anomiche, come la sindrome da debolezza identitaria degli adolescenti e di molti giovani, dovuta a una carenza nella trasmissione intergenerazionale dei valori, che spinge verso la ricerca di riscatto e di identità in forme di evasione; l’amplificazione, ad opera dei mezzi di comunicazione di massa, di stili di vita e di comportamenti di consumo alcolico a rischio; l’indebolimento dei fattori di protezione spontanea che la società italiana possedeva, e cioè del ruolo della famiglia, della scuola, del controllo sociale diffuso, dei modelli positivi di riferimento, della cultura della qualità del bere; il ruolo “deviante” dei gruppi amicali la cui pressione si fa molto sentire soprattutto in certe età e in certi momenti della settimana come ad es. nei weekend. A fronte di questi fenomeni è necessario ritrovare un ordine nella vita (Wolf 2013), un “ritmo” che consenta di riscoprire il valore dello stare con gli altri.

    - Coinvolgere i giovani in esperienze che forniscano “provocazioni di senso”, aprano all’altro e favoriscano la maturazione di una “coscienza religiosa” delle cose, costituisce oggi una via obbligata per rendere tangibili contenuti ed eventuali acquisizioni. La domanda sul senso della vita viene suscitata dall’incontro diretto con un’esperienza limite che afferisce la quotidianità di molte persone. Da qui l’impegno per la creazione di occasioni affinché i giovani possano misurarsi col mondo dell’associazionismo e del volontariato e possano essere accompagnati nel processo di rielaborazione di queste esperienze da adulti investiti di responsabilità educativa. Oggi è necessario saper smuovere con oculatezza i giovani e avviarli verso una partecipazione attiva alla vita sociale ed ecclesiale. La crisi di partecipazione non investe solo i contesti ecclesiali, ma emergono molti segnali che mostrano come alla riduzione del peso demografico dei giovani spesso corrisponda un declino del loro peso politico e sociale. È necessario creare delle chance in diversi contesti per un nuovo protagonismo dei giovani per evitare che la vita sociale perda energia.

    - Cambiare il linguaggio per parlare ai giovani di religiosità in maniera più efficace è indispensabile per promuovere un salto di scala che superi il rischio dell’incomunicabilità e dell’autoreferenzialità. Cambiare il linguaggio solitamente usato nei contesti ecclesiali non significa banalizzare o svilire il suo contenuto, ma piuttosto diffonderlo in modo autorevole anche in ambiti nuovi: si pensi agli spazi virtuali e ai social network assiduamente frequentati dai giovani e che si rivelano come inediti luoghi per l’evangelizzazione. Il messaggio cristiano non può essere in balia di immagini, umori e sensazioni del singolo individuo, riducendosi a un’idea e un sentimento vago, ma nemmeno può essere trattato come lettera morta.


    9. Tornare a camminare con i giovani

    «La passione per cercare la verità, lo stupore di fronte alla bellezza del Signore, la capacità di condividere e la gioia dell’annuncio vivono anche oggi nel cuore di tanti giovani che sono membra vive della Chiesa. Non si tratta dunque di fare soltanto qualcosa “per loro”, ma di vivere in comunione “con loro”, crescendo insieme nella comprensione del Vangelo e nella ricerca delle forme più autentiche per viverlo e testimoniarlo. La partecipazione responsabile dei giovani alla vita della Chiesa non è opzionale, ma un’esigenza della vita battesimale e un elemento indispensabile per la vita di ogni comunità. Le fatiche e fragilità dei giovani ci aiutano a essere migliori, le loro domande ci sfidano, i loro dubbi ci interpellano sulla qualità della nostra fede. Anche le loro critiche ci sono necessarie, perché non di rado attraverso di esse ascoltiamo la voce del Signore che ci chiede conversione del cuore e rinnovamento delle strutture».
    (Sinodo sui giovani, Documento finale, n. 116)

    Gli appunti esposti in questo dossier sono dei tentativi di riflessione sul “cambiamento d’epoca” che stiamo vivendo e che possiamo osservare nel nuovo rapporto che i giovani intrattengono con la sfera religiosa e con le comunità ecclesiali.
    Quella giovanile appare una religiosità in movimento nella quale sono presenti orientamenti che, anche in base all’età, si allontanano o si riavvicinano al solco della tradizione, ma molto diffusi sono anche gli atteggiamenti a-religiosi e manifestamente anti-religiosi.
    Ad un’analisi più approfondita emerge che il credere o il non credere è sempre più una questione privata relativa solo al proprio “Io” che non riconosce “mediatori” tra sé e la dimensione trascendente. Questo atteggiamento definibile “monoteismo del sé” (Sequeri 2017) è basato su un culto ossessivo dell’identità personale con l’assolutizzazione della libertà, dei diritti e dei desideri dell’individuo.
    Questa religiosità informe, è comunque portatrice di domande profonde e forse di un disagio latente dovuto allo smarrimento alimentato nei giovani da una società postmoderna che non offre punti di riferimento, ed è sempre più segnata da un senso di precarietà e da incertezze che esigono il ritorno a una visione della vita più ampia, condivisa e totalizzante.
    Ben sapendo della crescente mole di contributi che cercano di affrontare questo tema, sono stati esplorati alcuni itinerari che aiutano a riavviare la speranza e a prendere familiarità col recupero del senso religioso che si esprime all’interno di campi emergenti dell’impegno giovanile (ambiente, politica, cooperazione). Oggi siamo chiamati a ripartire da un cristianesimo giovane, e a ritrovare un fiducioso orientamento verso il futuro che non è generico ottimismo, ma è la certezza della vicinanza di Dio e della sua grande misericordia che non lascia inascoltato l’uomo e veglia sempre su di lui. Del resto, trasformare l’angoscia e la paura in pace e gioia è una delle sfide della vita cristiana

    * Ph.D. in Sociologia, insegna all'Università Cattolica del Sacro Cuore e all'Università Pontificia Salesiana. Svolge attività di ricerca sui temi della religiosità giovanile, collabora con quotidiani e periodici e dal 2014 con la rivista “Note di Pastorale giovanile”. Tra gli altri, ha pubblicato Segni di speranza. Religiosità giovanile e rinnovamento ecclesiale (Todi, 2021); La ricerca della santità nella vita quotidiana: tra ordinarietà e straordinarietà, in «Religiosi in Italia», 3/2019; Giovani e senso della vita. Vademecum per l’accompagnamento vocazionale (con G.M. Roggia, Roma 2018).


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    BOX 1

    Peter L. Berger
    RIFLESSIONI SULLA RELIGIONE
    A cura di Michele Lucivero
    Armando Editore 2020, pp. 96, E 8,00

    copertina
    https://www.ibs.it/riflessioni-sulla-religione-libro-peter-l-berger/e/9788869926884

    In questa intervista Berger argomenta sulle molteplici forme di modernità che oggi possono coesistere una accanto all'altra all'interno di un inedito pluralismo senza necessariamente giungere ad uno scontro.
    La figura di Peter Berger si staglia in maniera indelebile tra i classici della sociologia della religione, ma non solo.
    E non soltanto per la sua "fondazione" di essa in termini fenomenologici (in dialogo con i classici della sociologia, Marx, Durkheim, Weber...) ma per lo studio della religione nella sua forma contemporanea, uno dei primi a studiare il fenomeno della secolarizzazione e la risorgenza delle religioni stesse, e non solo quelle fondamentalistiche.
    Tra i suoi libri sul tema ricordiamo "La sacra volta: elementi per una teoria sociologica della religione, "L'imperativo eretico", "I molti altari della modernità. Le religioni al tempo del pluralismo", "
    Questioni di fede. Una professione scettica del cristianesimo", "Il brusio delgi angeli"...
    E' un autore imprescindibile per chi vuole conoscere passato, presente e anceh probabilmnee il futuro del fenomeno religioso.

    Giovanni Dalpiaz
    «VOLETE ANDARVENE ANNCHE VOI?»
    La fede dei giovani e la vita religiosa
    EDB 2017, pp. 208, E 20,00

    Il libro raccoglie alcuni contributi dell'autore sull’atteggiamento dei giovani nei confronti della fede e sulle problematiche vocazionali che ne derivano. Sono due ambiti critici ed emblematici su cui si gioca il futuro della Chiesa in Europa, qui esaminati nel quadro della società attuale, studiati a partire da ricerche condotte sul campo e discussi in una prospettiva di fede che non nasconde la realtà, ma si propone di dare nuove ragioni alla speranza. Un libro che sollecita la riflessione sia per i religiosi, sia per chi si occupa di catechesi giovanile o di pastorale vocazionale.

    Valerio Corradi
    SEGNI DI SPERANZA
    Religiosità giovanile e rinnovamento ecclesiale
    Tau editrice 2021, pp. 138 - E 13,00

    La crisi delle vocazioni religiose, la caduta della frequenza ai riti, il distacco dai contesti ecclesiali, sono segnali di un cambiamento nel rapporto tra i giovani e la sfera religiosa che, secondo molti, condurrebbe a una generazione incredula. Il testo offre una lettura della religiosità giovanile che va oltre la rassegnazione e l’apprensione per i numeri, e che si traduce in interventi pastorali concreti, che aiutano a rimettersi in cammino con i giovani.

    Franco Garelli
    PICCOLI ATEI CRESCONO
    Davvero una generazione senza Dio?
    Mulino 2016, pp. 232, E 16,00

    Atei, non credenti, increduli: è la rappresentazione che sempre più spesso viene data delle nuove generazioni. In effetti la negazione di Dio e l’indifferenza religiosa tra i giovani sta crescendo sensibilmente, anche per il diffondersi di un «ateismo pratico» tra quanti mantengono un legame labile con il cattolicesimo. Tuttavia, la domanda di senso è vivace. Per molti il sentimento religioso si esprime nella propria interiorità personale, passando da una dimensione verticale (lo sguardo alla trascendenza) ad una orizzontale (la ricerca dell’armonia personale). Tenendo presente questo profondo mutamento, il volume mette in luce il «nuovo che avanza» a livello religioso.

    Giovani e fede
    Identità, appartenenza e pratica religiosa dei 20-30enni
    Gli sguardi di ODL
    https://www.chiesadimilano.it/pgfom/files/2017/05/Giovaniefede__1.80974.pdf

    Franco Garelli
    GENTE DI POCA FEDE
    Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio,
    Il Mulino 2020, pp. 256, E 16,00

    Lo scenario religioso è in grande movimento in un paese in cui crescono l’ateismo e l’agnosticismo tra i giovani, i seguaci di altre fedi e culture, nuove domande/percorsi spirituali. A fronte di ciò, il legame cattolico si fa più esile, il Dio cristiano sembra più sperato che creduto, la pratica religiosa manifesta tutta la sua stanchezza. Tuttavia il sentimento religioso resta vivace nella nazione, pur in un’epoca in cui molti si rifugiano in un cattolicesimo «culturale» a difesa dei valori della tradizione. La perdita di centralità della chiesa cattolica nelle vite di tutti i giorni convive di fatto con una nuova religiosità al plurale: una fede impersonata da credenti sempre più deboli o «soli» dinanzi alle questioni dell’esistenza, che per la prima volta si confrontano con spiritualità diverse, giunte a noi attraverso la rete o le migrazioni. Basato su una recente grande indagine nazionale, il volume restituisce l’immagine di un Paese incerto su Dio ma ricco di sentimenti religiosi, disorientato e ondivago nelle sue valutazioni etiche e morali.

    Armando Matteo
    PASTORALE 4.0
    Eclissi dell'adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni
    Ancora 2020, pp. 118, E. 13,00

    Il saggio indica la rotta di un entusiasmante e concreto viaggio di rivoluzione evangelizzatrice delle comunità parrocchiali, alimentando il coraggio necessario per andare oltre l'attuale "follia pastorale" di chi crede di riuscire ad ottenere risultati diversi, facendo sempre le stesse cose.
    Oggi l'adulto non rappresenta più il polo di compimento e di maggiore splendore dell'esistenza umana: si è letteralmente eclissato, compromettendo in modo radicale la trasmissione della fede tra le generazioni. Al suo posto, è la forma giovane dell'umano ad assurgere a stella polare del desiderio di tutti. Non cedere sulla tua giovinezza: questo è il nuovo e più importante dei comandamenti dell'uomo comune. Siamo così nell'epoca dell'"adorazione della giovinezza", per utilizzare un'espressione di papa Francesco. Non possiamo più non dirci giovani. Ma, allora, dove e come poter ancora diventare cristiani, sotto queste condizioni? Il saggio fornisce una risposta a quest'interrogativo, indicando la rotta di un entusiasmante e concreto viaggio di rivoluzione evangelizzatrice delle comunità parrocchiali, e alimentando il coraggio necessario per andare oltre l'attuale "follia pastorale" di chi crede di riuscire ad ottenere risultati diversi, facendo sempre le stesse cose.

    Charles Taylor
    L’ETÀ SECOLARE
    Feltrinelli 2009, pp. 1072, E 60,00

    Che cosa significa vivere in un’età secolare? Nel giro di pochi secoli il posto occupato dalla religione è profondamente cambiato. In questo libro Charles Taylor si chiede che cosa ciò abbia voluto dire nella vita delle persone o, più precisamente, che cosa accade quando una società in cui era praticamente impossibile non credere in Dio diventa una società in cui la fede, anche per il più convinto dei credenti, è solo un’opzione fra tante. Taylor assume una prospettiva storica e segue lo svilupparsi nel mondo cristiano di quegli aspetti della modernità che chiamiamo secolari. Ciò che descrive di fatto non è un’unica trasformazione continua, ma una serie di nuove partenze in cui le vecchie forme di vita religiosa si sono dissolte o sono venute destabilizzandosi e ne sono state create di nuove. Oggi noi viviamo in un mondo caratterizzato non tanto dall’assenza di religione quanto dal moltiplicarsi di nuove opzioni religiose e di nuove forme di spiritualità e irreligiosità cui i singoli gruppi o individui si aggrappano per dare senso alle proprie vite e forma alle proprie aspirazioni. In questo senso, secolarizzazione diventa sinonimo più di frammentazione delle identità che non di nascita di una singola e coesa identità secolare. In questa cornice è possibile comprendere i paradossi, le contraddizioni, le incertezze del periodo che stiamo vivendo.



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