Gustavo Cavagnari *
(NPG 2021-03-30)
Se il centro dell’azione educativa è la persona, l’educazione è essenzialmente relazione tra persone, ognuna delle quali deve prendersi cura di sé e dell’altra. Spersonalizzare l’educazione significa snaturarla, cosificarla, trasformarla in azione tecnica o strumentale, chiusa all’apertura generativa nei confronti dell’altro e della realtà tutta.
La relazione educativa non isola le persone coinvolte, poiché si colloca in un determinato contesto di tempo e di spazio; essa si svolge all’interno di una rete di relazioni significative che danno forma a luoghi e ambienti e a sua volta ne risente. Essa ha come fine la fraternità, alla quale l’educazione si apre e conduce, fino a contemplare la relazione con l’Altro, l’Assoluto, il Trascendente, sempre presente come confine delle esperienze umane e al tempo stesso condizione della piena e autentica realizzazione della persona.
La persona è relazione
«Il centro dell’azione educativa è la persona». Così inizia il punto 5 del Decalogo. E l’affermazione è giustissima. Se educare è accompagnare e curare la maturazione psicologica, affettiva, spirituale, simbolica e culturale di chi è già stato generato biologicamente, dandole significato e direzione, per educare è necessaria una visione antropologica ed essenziale del fatto educativo che abbia il suo principio e il suo sviluppo in una concezione della persona e della esperienza umana[1].
L’uso della parola “persona” non nasconde tuttavia il fatto che i consensi sulla sua idea non possono darsi per scontati. Dal gergo teatrale greco prósōpon alla “persona non-umana” odierna, i significati del termine sono stati sottomessi a una complessa evoluzione. Purtroppo, le diverse nozioni non sono oggetto di discussioni meramente teoriche: tutt’altro! Nella sua tipicità, oltre ad essere personale, la relazione educativa è personalizzante o, con le parole del pezzo che illustriamo, orientata alla «piena e autentica realizzazione della persona», di cui l’intelligenza su che cosa essa sia non è indifferente.
Nel processo di sviluppo del concetto, il cristianesimo ha agito da giocatore decisivo e creativo[2]. Infatti, la matrice teologica dell’antropologia cristiana ha pensato l’idea di persona umana a partire dalla nozione di Persona divina. E nella Trinità, “persona” connota l’individualità sussistente nella relazione. La prima Persona è Padre in quanto legata al Figlio, la seconda Persona è Figlio in relazione al Padre, e la terza Persona è in riferimento all’Uno e all’Altro. Per quanto ciascuna Persona sia in sé, la relazione non è accidentale, ma essenziale, giacché Uno è in quanto ama, l’Altro in quanto è amato, e il Terzo in quanto è l’amore mutuo. In Dio, “persona” indica perciò non un Essere solipsisticamente sussistente, ma un Essere in relazione.
Il modo di essere persona in Dio si rispecchia nell’uomo creato a sua immagine. Una persona è un individuo della specie umana, il che dice che tutte le persone ne condividono la natura. L’humanitas è la forma che connota l’uomo come persona umana, appunto. Gli individui, però, non sono mere copie di una essenza. Ogni persona è distinta da un’altra da tratti peculiari, concreti e incomunicabili. Ebbene, il proprium identitario della persona unica ed irripetibile è messo in rilievo nella relazione. Di solito si parla di questa persona, o di quell’altra, in quanto riconoscibili e distinguibili in base a delle proprietà caratteristiche. Le relazioni umane scoprono perciò che ogni persona, per quanto sia uguale ad un’altra nella comune umanità, è distinta da quella nella sua particolarità. In più, soltanto nella relazione ciascuno può dirsi definitivamente se stesso, poiché io non sono io, questo io, se non nella misura in cui sono riconosciuto come diverso da un altro.
Di recente, il personalismo ha riaffermato l’idea della persona come individuo-in-relazione. Autori come Mounier, Maritain, Blondel, Berdjaev, Buber, Lévinas, Ricœur… ci ricorderanno, ciascuno con le proprie sfumature, l’assoluto bisogno di altri per essere. Infatti, ogni persona, con lo stato di indigenza con cui si presenta nel mondo, evidenzia sin dalla concezione che non esiste un io isolato che agisce con altri io autosufficienti, ma esiste un io mendicante che nella sua incompletezza solo riesce ad essere nella misura in cui trova un tu con cui relazionarsi. La persona umana si rivela, quindi, come un individuo, ma in ogni caso allacciato-a, intrecciato-con, cesellato dagli sguardi, dalle parole, dagli atteggiamenti, dalle condotte e dagli affetti altrui. Dalla prospettiva cristiana, come uno anche amato indefettibilmente da Dio nella sua singolarità[3].
La relazione educativa è personale
«L’educazione è essenzialmente relazione tra persone», continua il Decalogo. A partire dal momento in cui la coscienza nasce come un “rendersi conto” di essere-con altri, di avere bisogno di accoglienza e di affidamento, e di crescere grazie alla cura e al riconoscimento, il numero e il tipo di rapporti tra le persone aumentano senza cessare. Analizzare le relazioni implica quindi studiare l’intera vita di una persona. Quale tipo di relazione inter-personale è la relazione educativa? Una gratuita, dialogica, fondata sull’amore, creativa, contrassegnata dalla presenza.
Nella educazione, infatti, non c’è anzitutto una prestazione che richiede una controprestazione. C’è, invece, un vincolo reciproco fondato sulla presenza di un altro, diverso da me, che mi sta davanti. Da un lato, c’è la presenza donante dell’educatore, chiunque sia, che offre se stesso, la sua esperienza, la sua esemplarità e la sua mediazione in modo di scuotere l’educando con stimoli diversi e aiutarlo a far emergere e modellare il suo potenziale latente; una presenza testimoniante, propositiva, in grado di trasmettere i valori fondanti dell’esistenza. Dall’altro, c’è la presenza promettente dell’educando, piena di possibilità, interpellante, che invita chi educa ad offrire dei mezzi e delle occasioni per far spuntare le risorse altrui; in quello che la persona potrebbe arrivare ad essere, essa è una presenza intuita, indovinata, profetata.
La relazione educativa chiede quindi all’educatore autenticità, coerenza e fedeltà nei confronti di se stesso, e rispetto e fiducia nei confronti di chi è educato e del suo potenziale come persona in crescita. Proprio per ciò, la relazione educativa è una delle più delicate e impegnative. Essa ricapitola tutte le modalità della donazione e della carità. L’educatore è uno che cura e coltiva, difende e promuove, perdona e libera, accompagna e sostiene. Al contrario, ogni adulterazione nei modi e nelle intenzioni strumentalizza l’educazione e la travisa, caricaturizzandola.
L’educazione è segnata dalla persona
È stato già accennato che, dal momento in cui l’educazione si svolge tra persone, essa è personale, o meglio, inter-personale. A causa però della forte invadenza della tecnica, ossia da riferimenti che si presentano anzitutto in chiave funzionale, il pericolo della spersonalizzazione è sempre più insidiante. Con le parole del Decalogo, l’educazione corre il rischio di essere oggi snaturata, cosificata. È doveroso chiarire quindi che, se i mezzi vanno usufruiti e la praticità va valorizzata, la persona va riaffermata nel suo valore e nella sua irriducibilità a una cosa, a una password, a un avatar. Ridurre la mediazione educativa allo strumento finisce per “sterilizzare” la fecondità che solo dà il confronto con l’altro.
La relazione educativa è poi personalizzata, nel senso di individualizzata. Se ciascuno è unico, unica dovrebbe anche essere la proposta e la guida dell’educando in rapporto alle proprie tipicità, affinché esso maturi, perfezioni la capacità di governare la propria vita, disponga effettivamente della sua libertà per riconoscere e attuare il bene, e partecipi con le sue caratteristiche peculiari alla vita comunitaria. In altre parole, formuli e realizzi il suo progetto di vita[4].
Infine, ricuperando e chiudendo questo contributo con l’idea formulata all’inizio, ribadiamo che la relazione educativa è personalizzante, coltiva cioè tutte le dimensioni che qualificano l’essere umano come persona. In questo senso, distinguere, senza separare, tra individuo e persona, tra individualità e personalità, e quindi tra educazione personalizzata e personalizzante, è «una tra le verità di cui il pensiero contemporaneo ha particolarmente bisogno»[5]. Una cosa è, infatti, riconoscere, rispettare e accompagnare un individuo nei tratti unici e irripetibili che lo distinguono, e un’altra è garantire che quest’individuo possa orientarsi verso quelle perfezioni che le sono proprie in quanto imago Dei.
* Docente di pastorale giovanile presso l’Università Pontifica Salesiana
NOTE
[1] Cfr. Per un’idea di educazione, in Comitato per il Progetto Culturale della CEI (ed.), La sfida educativa, Laterza, Roma-Bari 2009, 3-24.
[2] Cfr. G. Mari, La relazione educativa, La Scuola, Brescia 2009; Id., Educare la persona, La Scuola, Brescia 2013.
[3] La società attuale, enfatizzando l’autonomia dell’io, istituzionalizzando l’indole quasi assoluta delle singole decisioni, e indebolendo lo sviluppo e la stabilità dei legami, ha favorito un individualismo centrato su di sé tanto radicale quanto ingannevole, oltre a manipolabile, e degli esiti nefasti. Di fatto, la depressione, l’autoreferenzialità morbosa, la fragilità emotiva e la difesa contraddittoria di una intimità poi pubblicizzata, accusano che dalla presunzione di snaturare il nostro essere non se ne esce indenni. Da qui nasce l’urgenza di ricuperare, ordinare e riconfigurare la dimensione relazionale della vita. In un mondo vincolare malato e dominato dai mezzi massivi di distrazione, impiegare del tempo nei rapporti è un investimento “terapeutico” in termini di realizzazione della persona e di costruzione di un percorso di vita sostenibile.
[4] Cfr. V. García Hoz, L’educazione personalizzata (1970), La Scuola, Brescia 2005.
[5] J. Maritain, La persona e il bene comune (1946), Morcelliana, Brescia 1998, 7.

