Metamorfosi della narrazione sportiva
Fausto Colombo *
(NPG 2021-04-16)
Il racconto degli eventi sportivi, la narrazione dello sport, ha segnato le epoche storiche da sempre. Ogni trasformazione storica ha cambiato il modo di raccontare lo sport. In questo tempo in cui la digitalizzazione sta cambiando anche i nostri rapporti interpersonali, lo sport si confronta con questa nuova narrazione. La digitalizzazione è certamente un tema molto complesso. Qui proverò a sintetizzarlo brevemente per poi approfondire soltanto una delle piste possibili di riflessione relative allo sport.
Una trasformazione a quattro dimensioni
La digitalizzazione del mondo contemporaneo avviene su quattro grandi dimensioni.
La prima è quella materiale/oggettuale: cavi, antenne, ripetitori e satelliti fanno parte del panorama urbano e non; il computer o lo smartspeaker sono insediati nella nostra casa, il tablet ci segue e si colloca negli spazi interni o esterni che via via abitiamo durante la giornata. La seconda dimensione è quella strumentale: le tecnologie oggi si offrono come strumenti di organizzazione della nostra esistenza, agendo sia come segretari, sia come mezzi per accedere ai contenuti o per relazionarsi con gli altri, e come tali riplasmano le forme stesse dell’agire sociale. La terza è quella propriamente di contesto, e riguarda le tecnologie in quanto capaci di ospitare la comunicazione e darle forma. Infine, la quarta riguarda i contenuti e la loro trasmissione e ha a che vedere con la più generale trasmissione della cultura, intesa come grande memoria collettiva.
Già solo affrontare queste dimensioni ci porterebbe, per quanto riguarda lo sport, molto lontano. È infatti evidente che nella pratica sportiva il digitale ha notevolmente ampliato la gamma degli oggetti che ci portiamo addosso nella nostra pratica, o che abitano gli spazi che utilizziamo per fare sport (dimensione materiale/oggettuale). Usiamo inoltre le tecnologie per esempio per misurare la performatività, sia essa o no competitiva (dimensione strumentale). Alcuni studiosi parlano a questo proposito di “datizzazione” della pratica sportiva, con un chiaro riferimento allo scambio di informazioni che avviene regolarmente fra communities di praticanti, o anche alla semplice memorizzazione dei nostri risultati riguardo a una corsa o una discesa sugli sci. La dimensione di contesto ci permetterebbe per esempio di valutare la peculiarità degli e-sports, ossia di quegli sport elettronici che richiedono un certo livello di preparazione fisica e mentale e che sono diventati nuovi “ambienti” di esercizio dello sport.
I contenuti e la loro trasmissione
Ma è sulla quarta dimensione, quella dei contenuti, della cultura e della loro trasmissione, che vorrei soffermarmi in particolare. Non vi è infatti dubbio sul fatto che i media esercitino un ruolo cruciale – e non da oggi – nella costruzione della spettacolarità dello sport, che è un aspetto saliente di questo fenomeno sociale.
Lo sport, infatti, ha in sé un aspetto strutturalmente spettacolare. Il pubblico è parte integrante, fin dalle loro antiche origini, degli sport competitivi (non a caso nell’antica Grecia alcuni di essi erano inseriti nel contesto delle festività religiose e dei riti ad esse collegate). Quando il pubblico non è presente, la competitività richiede almeno qualcuno che “ne faccia le veci”, magari in funzione di garante arbitrale. Possiamo dire che lo sport si dà naturalmente a vedere, e questo apre ad alcune considerazioni che ritengo importanti per valutare le trasformazioni in atto nella cultura e nella rappresentazione sportiva. Lo spettacolo dello sport, insomma, ha un interesse generale per comprendere lo sport tout-court, perché è proprio attraverso esso che si creano esempi, immaginari, abitudini, che contaminano e fecondano la pratica sportiva.
Proprio dal punto di vista della spettacolarità possiamo tratteggiare alcune fasi dello sport in età moderna, di cui quella che stiamo vivendo, caratterizzata dalla digitalizzazione, non è che la più recente attualizzazione.
Che in epoche diverse lo sport abbia funzioni spettacolari diverse è ben noto: tutti quanti per esempio ricordiamo il suo ruolo durante i totalitarismi, quando i media hanno esercitato una funzione fondamentale nel rendere i successi nelle varie discipline strumenti di propaganda. Basti pensare ai film di Leni Riefenstahl per il nazismo, o alle radiocronache delle partite della nazionale di calcio per il fascismo, o ancora alle pratiche dei regimi filosovietici prima della caduta del Muro di Berlino, per i quali far vincere i propri atleti davanti alle platee mondiali anche ricorrendo al doping era considerato uno strumento essenziale di comunicazione. Tuttavia io vorrei qui soffermarmi sulle stagioni post-belliche dello spettacolo sportivo, in cui mi sembra di riconoscere tre fasi distinte.
La prima stagione è stata quella simbolica. Gli esempi non mancano: pensiamo al ciclismo di Bartali e Coppi, o al Grande Torino. In quel periodo la vittoria (meglio: la sfida) sportiva faceva parte della ricostruzione del Paese, e l’atleta incarnava la volontà di ricostruire un Paese e una società. Lo sforzo, la fatica, l’allenamento degli atleti diventavano davvero la metafora di una grande spinta collettiva.
Questo sport, ad altissimo tasso simbolico, arrivava alla cittadinanza attraverso la narrazione giornalistica, che era insieme cronaca e letteratura e che aveva una dimensione propriamente epica (“C’è un uomo solo al comando…”).
Gli ultimi lampi di questa stagione si sono vissuti probabilmente nel 1982, l’anno della vittoria della nostra nazionale ai Mondiali di calcio (la prima in epoca democratica), quando l’Italia cercava una via d’uscita dalla crisi economica, dal terrorismo degli anni di piombo, da un prolungato senso di paura, rabbia e rassegnazione. Non a caso, in quell’occasione, l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, proclamò dopo aver assistito dallo stadio alla finale con la Germania che quella vittoria era la domenica del nostro Paese dopo una lunga settimana di difficoltà.
La seconda stagione è stata quella della democratizzazione dello sport, che ha coinciso con la fase forse più egualitaria della vita del nostro Paese, compresa fra gli anni Sessanta e Ottanta. In questa stagione intere generazioni di giovani praticavano sport amatoriale, spesso da autodidatti. L’Italia si era popolata di tennisti, sciatori, atleti che trovavano nei media continui esempi di eccellenza (dalla valanga azzurra alla nazionale di tennis che conquistò la coppa Davis) in pratiche tuttavia diffuse, agìte da milioni di persone.
Il mezzo centrale in questa fase è stata la televisione, e la dimensione narrativa quella dell’avventura. Tutte le narrazioni dei grandi gesti spettacolari dello sport sembravano accreditare l’idea che quest’ultimo fosse una grande avventura collettiva, un movimento nazionale.
Infine, eccoci alla terza stagione, in cui siamo ancora immersi: quella della professionalizzazione (degli atleti e degli intermediari). Per capire la distanza fra essa e le altre basta confrontare una telecronaca (per esempio calcistica, ma non solo) di oggi con quelle della stagione precedente. Il o i telecronisti sono ormai completamente assorbiti dalla macchina spettacolare. Il loro linguaggio, le loro conoscenze, i dati che hanno a disposizione fanno di loro i protagonisti insieme agli atleti dello spettacolo che viene proposto al pubblico. Sono, per dirla con il linguaggio del teatro ma anche del sociologo Goffman, pienamente sul palcoscenico. Lo spettatore è sempre meno un potenziale praticante, perché lo spettacolo è diventato ormai tutto interno ai media che lo trasmettono. E questo spettacolo è sempre più finanziato dalla pubblicità che costruisce divi, soggetti dotati di particolare carisma, proposti come individui a individui spettatori. In perfetta congruenza con questo regime di discorso le piattaforme social utilizzano i divi-sportivi come celebrities, assegnando loro un posto nella macchina globale della visibilità. Non sono più simboli predisposti come esempi da seguire, la cui distanza dal comune spettatore è in qualche modo colmabile attraverso la pratica, la fatica e l’impegno. Non avvicinano il pubblico, ma lo relegano a un ruolo di osservatore permanente, in cui l’atto del guardare e quello del praticare lo sport sono del tutto separati.
Vorrei far riflettere sul fatto che durante la crisi pandemica si è data l’impressione a un certo punto che i tamponi ai grandi sportivi fossero prioritari persino rispetto a quelli riservati agli operatori sanitari, per non parlare dei semplici cittadini. Che fosse essenziale insomma sostenere il grande sport spettacolo anche davanti all’ineluttabilità di sospendere la pratica sportiva delle persone comuni, pur legata com’è al loro benessere e alla loro salute.
Potremmo dire che l’aspetto divistico dello sport e della sua dimensione spettacolare è stato accentuato – nelle sue forme più clamorose – dall’epidemia. La sua estraneità alla vita quotidiana si è accentuata e ha rischiato di travolgere tutto lo sport, da quello assai meno contaminato dalle ragioni economiche delle discipline minori o dei giovani, o degli amatori, alla semplice e cruciale necessità di una educazione del corpo che duri tutta la vita.
Due osservazioni per rilanciare
La prima: esiste nello sport praticato un equilibrio fra la dimensione della cura di sé e quella della cura dell’altro, che è diverso da me ma insieme mia misura e mio specchio, e che devo rispettare per questo. Non a caso la dimensione puramente spettatoriale dello sport rimuove questo aspetto: produce il tifo, ossia l’identificazione soltanto con il mio clan, la mia tribù, i miei “amici” (un po’ come le piattaforme generano filter bubbles e echo chambers in cui ci incontriamo soltanto con chi la pensa come noi).
Secondo: non bisogna dimenticare di curare la narrazione dello sport. Con questo intendo anche la narrazione dello sport minore, per cui esistono meno spazi, meno narratori, meno attenzione pubblica. Raccontare lo sport minore (l’industria cinematografica americana lo fa infinitamente meglio di noi) significa valorizzarlo di nuovo, recuperare quella dimensione epica, d’avventura, che l’ultima stagione sta progressivamente rimuovendo, ridurre l’altrimenti incolmabile divario con lo sport-spettacolo.
Non è troppo tardi, per fortuna, ma è tardi, di sicuro.
* Professore ordinario di “Teoria e tecniche dei media” presso la Facoltà di scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica di Milano.

