Per lo sport di domani una conversione di senso


    Flavio Tranquillo *

    (NPG 2021-04-29)


    Intanto mi presento: mi chiamo Flavio Tranquillo, ho quasi 60 anni e da quasi 40 faccio il giornalista, soprattutto come commentatore sportivo, soprattutto in TV. Sono un cittadino, un padre, un laico e un laureato (in tarda età) in economia e commercio. Nessuna di queste note biografiche, men che mai la mia professione, mi intitola a salire su un pulpito, anzi. Ugualmente, ritengo che sia necessario dare all’espressione “parlare di sport” un senso diverso e maggiore rispetto a quello prevalente. Le chiacchiere sull’agonismo sono bellissime e stimolanti, e oltre a darmi da vivere mi appassionano. Ultimamente, però, mi affascinano alla stessa maniera (anzi, di più) quelle sullo sport come fenomeno filosofico, culturale e socio-economico. A quest’ultimo dibattito non posso portare un contributo di profilo superiore, ma solo quelli che negli USA si chiamano “i miei due centesimi”, per condividere dubbi e idee con i miliardi di persone (letteralmente) che nello sport vedono qualcosa. Interrogarsi su cosa sia questo “qualcosa” e su come si possa affinare e migliorare è un diritto-dovere, al quale ho rinunciato, colpevolmente, a lungo. Per questi motivi mi interrogo criticamente su come si possa realizzare la fusione di tutti gli aspetti di un fenomeno così ricco in un unicum, in cui ogni singola parte abbia il suo giusto spazio e concorra armonicamente alla definizione dell’intero. Ho provato a farlo con un libro (“Lo sport di domani”, ADD Editore), uno spazio comunque insufficiente per le ramificazioni e sfaccettature del fenomeno di cui sopra. Per chi, saggiamente, non voglia avventurarsi in una disquisizione di 140 pagine, proverò di seguito a sviluppare un paio di argomenti, che ritengo premesse di qualsiasi azione sul campo.

    Lo sport è per tutti

    “La necessità di esplicitare sempre i valori e di negare qualsiasi asepsi nel processo di trasmissione, vale soprattutto per lo sport, che necessita, come ogni pratica umana, non solo della chiarificazione e della consapevolezza dei fini che intende perseguire, ma anche della giustificazione dei mezzi e dei metodi che utilizza per conseguirli. I valori hanno come scopo quello di orientare questa pratica e di utilizzarla ai fini dell’umanizzazione dell’uomo” (Emanuele Isidori).

    Siamo d’accordo, no? Certo, lo sport deve essere per tutti e tutti deve coinvolgere. Peccato che, se osserviamo la realtà, non sia affatto così. Tra la mera pratica dello sport, non parliamo poi della sua comprensione a un livello più alto, e i cittadini aventi diritto si frappongono numerosi e ben documentati ostacoli. Barriere di carattere economico, infrastrutturale e culturale, che si traducono in discriminazioni per censo, sesso e territorio. Se quest’ultima asserzione è vera, e ci sono molteplici evidenze in tal senso, e se lo sport riguarda non già il singolo che lo pratica bensì la comunità, non possiamo essere soddisfatti della situazione. Il dibattito, però, è dominato da indifferenza (quella che ho lungamente praticato io), fatalismo e, in misura minore ma significativa, difesa di rendite di posizione. Si dice, in soldoni, che le cose stanno così, sempre sono state così e sempre così saranno. Non ci sto, o meglio, non ci sto più. Per agire servirebbero innanzitutto un chiarimento sul perché lo sport dovrebbe essere accessibile e distribuito a tutti, almeno in una fase educativo-formativa, e la definizione di quale sia lo sport di cui stiamo parlando. Non è infatti sufficiente avere un campo, una pista o un palazzetto, degli atleti, degli allenatori e degli arbitri per educare e formare. Da qualsiasi versante guardiate la questione (pedagogico, psicologico, fisico, cognitivo, ecc.) non è il mero fare sport a generare cultura, bensì il farlo bene. Quest’ultimo concetto è sfuggente, ma se fossimo capaci di dare maggior senso alla dizione “bene comune” saremmo anche più capaci di definirlo. Proprio per la sua notevole forza in termini di appeal, questa attività può rovinare le persone e le istituzioni per gli stessi motivi per cui può farne la fortuna. Lo sport genera già cultura, solo che non è quella che concorre al progresso della società (vedi articolo 4 della Costituzione). Dobbiamo smetterla di dire che fare sport in quanto tale ha una funzione sociale, perché è falso: è fare sport bene e per il bene comune che riveste questa funzione. Fare sport in un impianto degno di questo nome, con istitutori professionisti che si occupino della persona e non solo dell’atleta, o se preferite della mente e non solo del pur importante corpo, non è come farlo senza che queste condizioni si verifichino. A questo livello si situa la discussione su chi si debba occupare di questo delicato processo: volontari con lo spirito dei missionari dotati di un’ecumenica buona volontà ovvero professionisti responsabilizzati rispetto a un compito così delicato per il futuro della società? Non ho esitazioni a indicare la seconda soluzione, ben conscio di quanto essa sia lontana da uno status quo fatto di meritevole associazionismo, quando non di spontaneismo. La retorica dello sport “sano in quanto povero” (o viceversa) spadroneggia quasi incontrastata, identificando nel denaro il nemico da combattere, l’agente corruttivo che tutto rovina. Nessuno più di me è convinto che non sia certo il turbo-liberismo la soluzione a un problema sociale, come è quello del diritto allo sport, ma il diritto in oggetto è tale solo se si parla di uno sport nella sua accezione migliore. Oggi lo sport viene invece distribuito in maniera asimmetrica e rapsodica, facendo figli e figliastri. Domani, come cittadino, mi piacerebbe che questa distribuzione avvenisse a livello istituzionale, coinvolgendo quindi la scuola, e che il senso di comunità pervadesse tutta la filiera. Per fare questo servono risorse, che devono essere investite e non usate. Vi evito la pedanteria dell’elaborazione economica del concetto, ma chi ha chiara la parabola dei talenti capisce bene di cosa sto parlando. In sintesi, se siamo d’accordo che lo sport è per tutti, non possiamo accontentarci di auspici e parole. Dobbiamo fare leva sulla politica, sportiva e non, aiutandola/inducendola/costringendola a costruirne la versione migliore e a metterla a disposizione (davvero) dell’intera società, interpretando i costi come investimenti sul futuro. Qui, chi si accontenta non gode.

    Lo sport è di tutti

    “Se guardiamo alla storia del talento, ci accorgiamo che tanta gente di talento si è perduta proprio a causa del disordine. Un cuore ordinato è un cuore felice, in stato di grazia, pronto alla sfida. Penso che se chiedessimo a qualche sportivo il segreto ultimo delle sue vittorie, più di qualcuno ci direbbe che vince perché è felice. La felicità, dunque, è la conseguenza di un cuore ordinato. Una felicità da condividere perché se la tengo per me resta un seme, se invece la condivido può diventare un fiore” (Papa Francesco).

    Anche in questo caso, non si registra nessuna obiezione di principio. Peccato però che, calando l’affermazione nella pratica, essa si traduca in un “lo sport è mio”, cui segue implicitamente un “e lo gestisco io”, come da cori delle femministe anni ’70. Solo un’idea davvero sociale di sport può far invece decollare le riforme necessarie. Sì, lo sport è di tutti, ma per portarlo davvero nella sfera sociale servono spirito di condivisione e organizzazione, leggi volontà e competenze. A qualsiasi livello: di base, dilettantistico o professionistico. Oggi questo processo, decisivo per il progresso civile, democratico e spirituale della nazione, è affidato ad organi come le Federazioni, che non fanno differenze tra i tre comparti summenzionati. Lo sport di base è delegato dallo Stato alle federazioni, e da queste a volontari che si auto-finanziano, mentre il mondo del dilettantismo e del professionismo convivono in una congerie di compromessi e opacità finanziarie che vengono incredibilmente rivendicate nel nome della solita funzione sociale dello sport. Quella cioè che viene disattesa perfino dal soggetto pubblico nel momento più importante, quello della crescita dei giovani. Se siamo intellettualmente onesti, le istituzioni, politiche e sportive, pensano al consenso di oggi, non ai cittadini di domani, e la colpa è di noi cittadini di oggi, che non siamo bravi a orientare le loro scelte. Ed è questo lo snodo decisivo: se è una questione di consenso “usa e getta”, la maniera migliore di conseguirlo è attaccarsi al carro del vincitore, che deve essere il più visibile possibile. Perciò le attenzioni delle istituzioni “ufficiali” si appuntano quasi esclusivamente sullo sport di vertice, con il paradossale effetto di generare un disprezzo pregiudiziale verso un’attività degna invece della massima considerazione. La descrizione di uno sport di base “puro”, di dilettanti “sani” e di professionisti corrotti, che fa parte del nostro immaginario collettivo, è una caricatura di bassa qualità, non una fotografia nitida. Come abbiamo visto, lo sport di base è quello più negletto, e quanto ai dilettanti (spesso di nome ma non di fatto) si potrebbe scrivere un libro (e io l’ho fatto…). Restano i professionisti, che in quell’immaginario fuorviante recitano (ben remunerati) la parte dei ricchi maleducati, coperti d’oro da altri ricchi, scemi secondo la definizione data di loro di un presidente CONI d’antan. Tutto questo per essere, a seconda dei casi, paganissimi idoli o sfogatoi di chi vive lo sport attraverso la luce riflessa del tifo e dell’appartenenza. Così la ricchezza diventa un peccato da espiare, in una prospettiva moralistica che nulla ha di morale. Parlo degli stessi professionisti che devono scusarsi con i tifosi (e lo fanno abbassando il capo) se “mancano di rispetto” alla maglia, magari solo per aver salutato un avversario. Un rito quasi tribale, che affonda le sue radici in una logica che non è poi così lontana da quella dell’appartenenza a certe associazioni segrete, criminali o meno. Esagero? Possibile, ma quando parliamo di un indirizzo culturale da dare a un ambiente ritengo doveroso parlare di fatti, e non di stereotipi o etichette. Lo sport, che deve essere di tutti e quindi non appartiene ad alcuno, sarà davvero per tutti solo quando cominceremo a costruire con fatica, passo dopo passo, il cammino verso una nuova era. Siamo in ritardo, e da umile uomo di sport credo che sia mio dovere stimolare la discussione, non mettere altre foglie di fico a copertura di nudità sempre più visibili.

    * Giornalista sportivo per Sky