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    Prestazione o competizione?


    Per un “agonismo responsabile”

    Luca Grion *

    (NPG 2021-04-21)
     

    Questa mia riflessione vorrebbe chiarire, innanzi tutto, l’essenzialità della componente agonistica rispetto alla pratica sportiva. A mio avviso, infatti, vi è (realmente) sport solo in presenza di una dimensione competitiva. Nel dire questo sono consapevole di come, non di rado, si parli anche di “sport non agonistico”; per lo più in risposta a una serie di patologie che affliggono la dimensione ludica, prima tra tutte l’idolatria della vittoria. Ritengo, però, che sport non agonistico sia una contraddizione in termini. A riprova di ciò basti pensare alle regole di una qualsivoglia disciplina sportiva: la prima spiega cosa bisogna fare per vincere (appunto); le altre cosa sia lecito e cosa sia invece proibito nel perseguimento di quel fine. Togliere allo sport la sua tensione agonistica significa quindi trasformarlo in qualcosa d’altro: spazio ricreativo, attività motoria, esercizio fisico. Tutte cose positive quanto preziose, sia chiaro, ma altre rispetto alla pratica sportiva.
    Resta il fatto, e su questo sono d’accordo, che l’agonismo sportivo non goda di ottima salute. Troppo spesso si afferma – coi fatti, se non a parole – che vincere non è solo una cosa importante, ma l’unica cosa che conta davvero. Data tale premessa, ciò che ne consegue non può che far inorridire chi pensa allo sport come a una palestra di vita (e di vita buona). Questo, però, non deve indurci a rigettare la dimensione agonistica. Si tratta, piuttosto, di riscoprirne l’autentico significato umano. Ciò, che suggerisco, quindi, è di tenere in equilibrio la dimensione agonistica con tutta una serie di ulteriori ingredienti ugualmente importanti, senza i quali lo sport perde il suo potenziale formativo[1]. Per chiarezza parlerò quindi di agonismo responsabile, volendo in tal modo riferirmi a un agonismo capace si contemperare i molti valori in gioco[2]. In particolare, proporrò un elogio della prestazione (di contro al mero accertamento del risultato) e dell’eccellenza personale (di contro alla logica del record assoluto).

    Perché non possiamo non dirci agonisti?

    Quando parliamo di attività sportiva ci riferiamo, propriamente, a una tipologia ludica nella quale, attraverso un confronto regolato, ci si misura rispetto a specifiche abilità fisiche, e lo si fa con l’obiettivo di determinare quale sia migliore tra i concorrenti[3]. Decidiamo, ad esempio, di percorrere una certa distanza nel minor tempo possibile per stabilire chi sia il più veloce oppure, divisi in squadre, ci contendiamo un pallone per vedere quale squadra sia più brava nel centrare un canestro, ecc. Ogni forma di sport definisce un obiettivo rispetto al quale i partecipanti si sfidano contendendosi la palma del vincitore. E lo fanno per il solo gusto di sentirsi capaci[4], godendo delle sensazioni positive che la sfida agonistica regala. Tale definizione, per quanto sommaria, non si limita a evidenziare la differenza tra gioco e lavoro, ricordando come lo sport appartenga originariamente al primo benché possa, a certe condizioni, diventare anche una professione. Questa definizione individua nel confronto, nella gara, nella competizione, l’essenza dello sport. E in questo, devo dire, non ci vedo nulla di male. Cooperazione e competizione, infatti, trovano nello sport una sintesi ideale: per vincere la gara devo infatti, prima di tutto, costruire e proteggere lo spazio del gioco. Spazio comune, all’interno del quale l’avversario non è il nemico da eliminare, ma il compagno senza il quale non potrei svolgere l’attività che amo. L’avversario, inoltre, è il pungolo che mi consente di esprimermi al meglio; alleato prezioso – gli piaccia o no – della mia miglior performance. Dare il meglio di sé, come sottolineava già Aristotele, nella sua Etica a Nicomaco, richiede buoni compagni di viaggio, i quali ci spronano a realizzare compiutamente il nostro potenziale[5].
    Voler primeggiare, si sa, è proprio della natura umana. Senza questo desiderio di autoaffermazione non si spiegherebbe il continuo progredire verso spazi di novità e di cambiamento. Del resto, mettere a frutto il proprio talento sportivo (ma non solo) significa impegnarsi per conseguire i migliori risultati che quel talento ­– con impegno, fatica e creatività – può produrre.  L’importante, però, è saper custodire un rapporto equilibrato tra competizione e cooperazione, ricordando che ciò che è comune promuove e protegge ciò che è mio. Originaria è la buona relazione con altri, senza la quale ci sono solo sconfitti[6].

    Il valore al di là del risultato

    Lo sport non è solo sfida con altri. È anche, e forse soprattutto, sfida con se stessi. L’eccellenza che si rincorre, infatti, non è solo quella di chi taglia per primo il traguardo. Se così fosse non si capirebbe l’agonismo di quanti, fin dall’inizio, sanno di non concorrere per la vittoria. Pensiamo a una maratona: al via vi sono migliaia di persone, ma pochissime gareggiano davvero per il podio. La stragrande maggioranza sa che taglierà il traguardo quando i primi avranno da tempo concluso la loro gara. Significa forse che non stanno (davvero) gareggiando? O che non sono dei veri agonisti? No di certo! Anzi. Significa solo che può dirsi vincitore non soltanto chi primeggia. La vittoria che lo sportivo rincorre può avere molti volti. Lo ha spiegato bene proprio un maratoneta, Meb Keflezighi, quando ha affermato che lui correva per vincere, «ma che vincere non significa sempre arrivare primi: significava dare il meglio di te stesso»[7].
    Vincente, dunque, è colui che si dimostra capace di accettare la sfida, senza lasciarsi abbattere dalle difficoltà e dagli insuccessi che inevitabilmente costellano l’avventura sportiva. Questa è una delle lezioni più belle che l’agonismo sportivo può regalarci. Bisogna però essere avvertiti del fatto che tale lezione non è scontata. Per essere positivamente formativa – ovvero per concorrere alla fioritura della persona nella sua integralità – la pratica sportiva deve essere guidata da una chiara finalità pedagogica[8]. Deve, in altre parole, essere al servizio di una ben precisa idea di uomo e di comunità. Non solo. Tale attenzione pedagogica deve attuarsi attraverso scelte conseguenti, in primis privilegiando la prestazione rispetto al semplice risultato. Quest’ultimo, infatti, può dipendere da tanti fattori, molti dei quali sfuggono al nostro controllo. La prestazione, invece, dipende da noi. E possiamo essere soddisfatti di come ce la siamo giocata anche se non tagliamo per primi il traguardo[9]. Questo accade quando sappiamo di aver dato tutto; quando godiamo dei progressi fatti; quando siamo stati capaci di resistere nonostante le difficoltà. E questo, in fondo, è quello che un buon allenatore dovrebbe saper valorizzare; soprattutto coi più piccoli.
    Questo accade anche nella vita. Noi non siamo la somma dei risultati che siamo stati capaci di conseguire. Non siamo dei vincenti grazie ai nostri successi, né dei perdenti in virtù delle nostre sconfitte. La nostra fatica non è vana solo perché non raggiunge il risultato sperato. Il nostro impegno non ha meno valore perché le condizioni in cui siamo stati chiamati a operare non ci hanno permesso di realizzare ciò che avevamo a cuore. Se contasse solo la vittoria saremmo sempre in balia di ciò che ci sfugge. Al contrario, se restiamo focalizzati sul nostro percorso di crescita, se sfidiamo i nostri limiti e le nostre fragilità mentre ci confrontiamo con altri, allora impareremo ad apprezzare il gusto del risultato anche quando non comporta l’onore del podio. Tempo fa Mario Endrizzi ha raccolto in un libro la storia dell’Excelsior, la quadra di calcio più perdente d’Italia[10]. Raccoglieva calciatori che nelle altre squadre non trovavano spazio (perché non abbastanza bravi, non abbastanza competitivi, non abbastanza in salute) e perdeva, quasi sempre. In dieci anni una sola vittoria. Eppure, Lele, un giocatore dell’Excelsior, afferma che la sua sconfitta non sarà mai nel risultato, ma nell’eventuale resa. Giocarsela al meglio, sempre. Questo è il vero agonismo sportivo.
    Nel mondo dello sport va di gran moda il termine goat. Non parliamo di simpatici quadrupedi con la barbetta e un carattere bizzoso, ma di super atleti che ambiscono ad essere greatest of all time, i migliori di sempre. Atleti da record che non battono solo i diretti concorrenti, ma vogliono incarnare il limite estremo raggiunto, sino a quel momento, nella loro disciplina. In alcuni sport stabilire chi è il migliore è difficile; in altri, soprattutto dove il risultato è misurabile e quantificabile in modo preciso, l’operazione sembra più agevole: è colui che corre una certa distanza nel tempo più veloce, oppure che salta più lontano o più in alto di chiunque altro prima di lui. In generale alla precisione del numero affidiamo la misura del valore. Mito moderno per antonomasia. Non sempre, infatti, lo sport ha rincorso l’ideale del record assoluto. Nella Grecia classica, ad esempio, si tenevano registri precisi dei vincitori, ma non delle misure delle singole prestazioni. E non era tanto una questione di mezzi di misura inadeguati. La vera ragione era legata al fatto che ciò che contava era la capacità di primeggiare nella gara. Si celebrava, per così dire, una eccellenza relativa, consapevole che ogni gara fa storia a sé, regalando ogni volta l’emozione del concorrere per l’alloro.
    Oggi, invece, può capitare che la vittoria appaia mutilata dal record sfumato; quasi che neppure vincere sia più sufficiente. Quasi che la ricerca di ciò che è stra-ordinario finisca per togliere gusto e valore alle cose ordinarie, anche alle vittorie, se non sono abbastanza eclatanti. Lo sport d’élite, spingendo all’estremo la ricerca della massima prestazione, diviene così uno evento spettacolare che cattura il proprio pubblico promettendo imprese fuori standard. Forse anche per questo lo sport d’élite è così esposto al rischio di ricorrere agli… effetti speciali[11]. Inseguendo il mito del record assoluto l’atleta non si accontenta quindi di essere la miglior versione possibile di se stesso, nella speranza che ciò possa permettergli di uscire vincitore dal confronto con altri. Vorrebbe essere migliore di tutti, inseguendo un ideale di perfezione che rischia di far smarrire il senso (umano) della pratica sportiva. L’agonismo sano, infatti, non è tanto una questione di frontiere da superare o di record da battere. Ha a che fare, piuttosto, con l’avventura di un confine da esplorare: quello che circoscrive il nostro essere e disegna lo spazio delle nostre possibilità.
    Parlare di agonismo responsabile significa proprio questo: accettare la sfida di capire chi sì è davvero, sperando di scoprirsi migliori di quanto noi stessi pensavamo d’essere[12]. E questa, in fondo, è la vittoria più bella.

    * Professore Associato di Filosofia Morale presso l’Università degli Studi di Udine.
     

    NOTE

    [1] Cfr. Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, Dare il meglio di sé. Sulla prospettiva cristiana dello sport e della persona umana (1 giugno 2018), cfr. https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2018/06/01/0401/00856.html).
    [2] A questo è dedicato il volume collettaneo dal titolo L’arte dell’equilibrista. La pratica sportiva come allenamento del corpo e formazione del carattere (Edizioni Meudon, Trieste 2015); libro nel quale autori con diverse competenze disciplinari riflettono sul valore educativo della pratica sportiva. Sulla stessa linea anche il testo curato da P. Crepaz dal titolo All you need is sport. Agonismo sociale e felicità inclusiva (Erickson, Trento 2019).
    [3] Per una introduzione alla filosofia dello sport si può vedere utilmente: Isidori e L. R. Heather, Filosofia dello sport, Bruno Mondadori, Milano 2001. Per quanto riguarda, più specificatamente, l’etica dello sport rimando a L. Grion, Etica dello sport, in A. Fabris (ed.), Etiche applicate. Una guida pratica, Carocci Editore, Roma 2018, 71-85.
    [4] Cfr. A. Bandura, Autoefficacia. Teoria e applicazioni, Erickson, Trento 2000.
    [5] Penso soprattutto all’VIII e IX libro, dedicati al valore dell’amicizia.
    [6] Cfr. L. Grion, Quando vincere non è tutto. Il potenziale educativo dello sport, in «Aggiornamenti Sociali» 11 (2016) 757-765.
    [7] Citato da: N. Pfund, Allenare il corpo, allenare la mente. Gli sport di resistenza come palestra di vita, Giunti Editore, Prato 2015, 94-95.
    [8] Cfr. R. Farnè, Per una pedagogia dello sport, in Id. (ed.), Sport e formazione, Guerini e Associati, Milano 2008, 15-78.
    [9] È quanto gli psicologi sottolineano distinguendo tra “orientamento al sé” e “orientamento al compito”; cfr. A. Cei, Psicologia dello sport, il Mulino, Bologna 1998, 30-32.
    [10] Cfr. M. Endrizzi, Siamo tutti titolari. Storia della squadra più perdente d’Italia, Edizioni Buk, Bolzano 2013.
    [11] Cfr. S. Donati, Lo sport del doping. Chi lo subisce, chi lo combatte, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2012.
    [12] Cfr. L. Grion, Filosofia del running spiegata a passo di corsa, Mimesis, Milano-Udine, 2019.



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