Sport e inclusione sociale: a che punto siamo?


    Caterina Gozzoli *

    (NPG 2021-04-26)


    Da tempo si sente molto parlare di Sport e inclusione sociale e più recentemente anche di Sport e sviluppo sociale. La sensazione è che si porti avanti un presunto automatismo che nella realtà non c’è. È curioso notare che laddove molto altro fallisce, essendo l’inclusione sociale sfida complessa, venga attribuito un potere idealizzante allo sport. È vero che lo sport ha delle caratteristiche specifiche; mette in gioco tutto di noi: la mente, la corporeità, la relazione, l’emozione, il limite, il superamento del limite, il sogno, il mezzo tecnico che media… il successo e la caduta… tutto in un intreccio indissolubile. Ma se lo sport è vita e se la sua pratica può togliere momentaneamente le differenze socioeconomiche culturali, allo stesso tempo si ritrova ad enfatizzarle un attimo dopo... (il modello di jeans indossato, le preferenze, i pregiudizi...). lo sport non solo non è detto che includa ma se non viene posta l’adeguata attenzione… produce in realtà esclusione.
    Può essere allora di aiuto esplicitare una domanda: quali sono gli elementi che possono mettere lo sport nelle concrete condizioni di favorire e supportare i processi di inclusione e sviluppo sociale?
    Innanzitutto, fare chiarezza. Spesso si confonde l’inclusione allo Sport (nel senso dell’accessibilità ad uno sport) e una inclusione sociale sviluppata attraverso lo Sport.
    Nel primo caso, lo scopo verso cui tendere è l’inclusione sportiva, aumentando la partecipazione alla pratica sportiva e riducendo le barriere di accesso ad essa (prevalentemente di tipo economico), fornendo l’opportunità di progredire nelle abilità sportive anche a livello agonistico. Cosa buona ma non è inclusione.
    Nella seconda accezione di utilizzo dello sport come strumento per attivare processi di inclusione sociale, lo sguardo viene allargato ai risultati di tipo sociale oltre che a quelli sportivi. L’attenzione è posta a come il coinvolgimento in ambito sportivo di alcune fasce di popolazione a rischio di esclusione sociale possa generare a diversi livelli, forme di capitale sociale (relazione con i compagni; relazione con l’allenatore; reti tra società, servizi-sociali, scuola e famiglie, con aziende...). In questo caso le azioni sono variegate e interconnesse. Non basta lavorare su chi va incluso ma è necessario lavorare con tutti gli interlocutori in gioco nel processo di inclusione e di convivenza sociale.
    In secondo luogo. Non immaginare una inclusione a basso costo e data una volta per tutte. Molte Fondazioni ed Enti locali chiedono allo sport di contribuire a questa sfida ma ancor oggi spesso si stanziano investimenti non adeguati, quasi ignorando e banalizzando le competenze che sono necessarie in chi ci lavora. Non ci si preoccupa della formazione necessaria per poter, come in tutti lavori, lavorare bene. E qui siamo in uno di quegli ambiti di lavoro caratterizzato da interconnessioni professionali (allenatori, educatori, psicologi, insegnanti, assistenti sociali, medici, operatori penitenziari…) e organizzative /istituzionali (pubblico -privato; profit-no-profit) che non sono affatto semplici. Le diverse culture professionali e istituzionali non sono abituate a dialogare e a confrontarsi e a mettere in atto processi di cura sinergici.
    E l’inclusione è un processo lento e delicato: raggiunta per alcuni aspetti può non esserlo per altri e si snoda tra avanzamenti e regressioni... ecco perché va monitorata e accompagnata nel suo farsi e disfarsi. Ecco perché il turnover degli operatori dovrebbe essere evitato contrastando precarietà e bassi stipendi a fronte di fare numeri di utenti sempre più ampi.
    La tentazione che vediamo ripetersi è di produrre una sorta di “pacchetti di sport inclusivo” da esportare facilmente su larga scala quando va da sé che, senza la stretta collaborazione dei contesti e degli attori specifici di quel contesto, non può generarsi inclusione e convivenza generativa. Una chiara proposta metodologica di processo certamente può essere utile ma va poi ricontestualizzarla ogni volta.
    Ancora: evitare il rischio di mettere a tema i valori inclusivi (collaborazione, valorizzazione della differenza…) stratificandoli sopra o attorno allo sport e non nello sport in quanto sport: lo sport deve partire da sé. È dalla pratica nel campo che parte tutto: il miglioramento in quello sport, il raggiungimento di traguardi insieme ai compagni e agli allenatori... ed è il campo il pezzo di mondo in cui i valori prendono corpo. Altre attività poi possono essere immaginate a corollario ma senza soffocare la possibilità del fare sport bene. Ecco perché la figura centrale su cui investire è quella dell’allenatore perché sappia insegnare lo sport (a qualsiasi livello venga praticato) e sappia dialogare con figure con altri linguaggi.
    Un ulteriore aspetto: utilizzare lo sport per l’inclusione non per far adattare o assimilare a modelli dati ma per valorizzare aspetti di scambio innovativo.
    Includere, come primo passo per una convivenza più equa, è un processo squisitamente relazionale, tra parti che si valorizzano reciprocamente; anche chi è fragile ha idee e sguardi di valore. Diversamente è solo un adattamento di una parte all’altra che perpetua una pericolosa omologazione e diventa un utilizzo, seppur non consapevole, strumentale.
    Ed ora due considerazioni conclusive in merito a questioni che vanno emergendo negli ultimi tempi.
    La prima riguarda la legacy: cosa rimane alla fine del progetto? cosa ne rende sostenibile la continuazione? È importante porsi questa questione sin dall’inizio per evitare che al termine degli investimenti dei donors tutto svanisca non avendo lavorato sulla sostenibilità e presa in carico locale della sfida. Il rischio è che al termine dei progetti, come dimostrato dalla ricerca più recente, si abbiano addirittura effetti peggiorativi sui territori e nei beneficiari che rischiano di aumentare la loro fragilità.
    E infine la necessità di valorizzare a livello istituzionale lo sport come strumento sociale.
    Esso è ancor oggi poco pensato ed utilizzato da parte di molte istituzioni che a diverso titolo lavorano per il sostegno all’inclusione sociale (si pensi, per esempio, ai diversi assessorati...). In realtà, tenendo in considerazioni le attenzioni sopra esposte, potrebbe realmente contribuire alla sfida urgente della nostra società di attivare reti sinergiche (istituzionali, organizzative, gruppali, e interpersonali) e processi sociali partecipati, elementi centrali per una società generativa.

    * Direttore Alta Scuola Agostino Gemelli ASAG; Coordinatore scientifico “CattolicaperloSport"; Professore Facoltà di psicologia Università cattolica di Milano.