Dinamiche oratoriane in una squadra professionistica
Stefano Pillastrini *
(NPG 2021-04-45)
Far giocare tutti anche a costo di perdere la partita o pensare solo al risultato? Quello che apparentemente sembra un problema solo delle squadre giovanili, soprattutto se fanno parte di una società dilettantistica, è in realtà un problema che si pone a tutti livelli anche a quelli più alti, perché chi non gioca non è contento ed è difficile allenare un gruppo dove un elemento non è soddisfatto di quello che sta facendo o di come viene trattato. Spesso chi si sente deluso è il primo a voler nascondere questo suo stato d’animo, ma nello sport il linguaggio del corpo supera il linguaggio delle parole più che in ogni altri ambito della vita, per cui è impossibile mascherare l’insoddisfazione. Inoltre sia la positività che la negatività sono atteggiamenti contagiosi che prevalgono l’uno sull’altro in base alle situazioni e non dipendono dal leader all’interno della squadra, ma dalle aspettative dei singoli giocatori. L’elemento più esperto, che spesso è anche quello che guida il gruppo nella sua crescita, può non essere contento di una brutta vittoria, perché in essa vi ha visto cose che sa non funzionare, ma può non riuscire a trasmettere i suoi rilievi ai compagni perché il loro orecchio è tappato dalla felicità per quel risultato; allo stesso modo può accadere il contrario, e cioè che quando si vede tutto nero si tende a perdere la fiducia in chi si sta allenando con te. Ecco perché è importante ridurre al minimo la negatività nello spogliatoio, e per farlo bisogna vi sono diverse strategie. Nella mia esperienza di allenatore di pallacanestro ne ho applicata una (nella teoria non è così rara, quella di mettere al centro quelli che sai ragionevolmente giocheranno di meno, ma come riuscirci non è altrettanto comune). Ognuno di noi porta con sé le sue esperienze, e le dinamiche che ho imparato e sperimentato all’Oratorio di Corticella sono state fondamentali per la mia carriera. Bologna è una città che ama la pallacanestro, e noi volevamo a tutti i costi fare una società per giocare noi e per far giocare i bambini. La comunità delle Figlie di Maria Ausiliatrice di allora ci appoggiarono mettendo subito in chiaro le regole da seguire, ed è grazie a quella schiettezza che oggi quella realtà opera ancora con successo sul territorio.
Onestà e rispetto
L’onestà è il primo atteggiamento da avere nei confronti di tutti i giocatori. Sia a livello dilettantistico che a livello professionistico le ultime scelte sono quelle destinate ad avere meno spazio durante la partita. Quando parli ad uno di loro devi spiegare che la squadra è già costruita e che tu hai già definito la maggior parte degli spazi all’interno della gara. Questo significa che i minuti per lui probabilmente saranno pochi perché non è una tua prima scelta, e allo stesso tempo se si creeranno le condizioni perché lui debba entrare tu lo farai entrare, per cui spetta a lui farsi trovare pronto e non sprecare l’occasione. A lui come a tutti gli altri va ricordato come la squadra non sia un semplice gruppo di amici, ma un gruppo di persone che devono convivere e che ha come obiettivo quello di esprimere il massimo per arrivare alla vittoria. A chi pensa che queste parole siano troppo dure, soprattutto ad un livello non professionistico, dico che è proprio in una squadra che i ragazzi incontrano i propri limiti, sia caratteriali che fisici, e devono fare i conti con essi; e che devono imparare a valutare le proprie aspettative (e anche quelle dei genitori). Hanno, però, anche tanta voglia, ed è per questo che cercano una realtà dove potersi allenare e provare a giocare al livello con cui tengono a confrontarsi. Ed è proprio il non nascondere niente che tiene viva quella voglia. Credo che in questo passaggio nell’accogliere un giocatore sia la traduzione “sportiva” del sistema preventivo di Don Bosco, mettendo subito in chiaro quale sia lo spirito del mettere in chiaro delle regole: quello di consentire al giocatore di allenarsi nel miglior modo possibile per essere pronto.
Il rispetto è il secondo passaggio. Non è facile far capire che il decimo ragazzo ha un ruolo fondamentale quanto il primo, perché i frutti della qualità di un buon allenamento si vedono dopo e non prima. Una squadra che fa facilmente canestro durante la settimana non mi ha mai lasciato tranquillo, perché significa che la difesa non funziona e quindi rischi di subire quella dell’avversario in partita. Devi allora fin da subito costruire un sistema per cui sia premiato chi impedisce al titolare di fare canestro. Senza entrare nei tecnicismi non è così difficile creare degli esercizi dove la prima scelta sia messa in difficoltà e chi fa parte del secondo quintetto sia avvantaggiata. Quello che succede è che una volta che si toglie questo vantaggio, il giocatore meno dotato ha preso fiducia nei suoi mezzi e, quindi, riesce a contenere meglio il suo compagno anche in una situazione normale, e questa aumentata confidenza gli consente di essere più preciso nel fare canestro. Questo crea un aumento di considerazione da parte del gruppo senza sminuire i suoi leader, anzi spesso si crea un rapporto stretto tra il primo e l’ultimo e una sintonia che spesso si riflette anche fuori dal campo. Pure in questo caso l’esempio mi è arrivato dall’oratorio dove le suore, prima di farci fossilizzare su un servizio, ci chiedevano di sperimentarli un po’ tutti, non solo per capire quelli che ci piacevano di più, ma anche per comprendere le fatiche dei nostri amici che svolgevano volontariato in un altro ambito.
Mettere in campo l’ultimo
Siamo arrivati al momento più delicato, mettere in campo l’ultimo. In uno sport come la pallacanestro i continui cambi danno all’allenatore una vasta gamma di possibilità sull’utilizzo dei giocatori. Io mi muovo così: inizio la partita con il quintetto più forte, poi nel secondo quarto inizio a dare spazio a chi potenzialmente non dovrebbe giocare nemmeno un minuto. Questo mi consente di avere i giocatori migliori riposati nel secondo tempo, quando si decidono le sorti di una partita, di far vedere loro dalla panchina che cosa succede in campo, e di dimostrare a tutti che anche nel gruppo l’impegno personale viene premiato. In questa fase, infatti, se il settimo e ottavo uomo in settimana si sono allenati peggio del nono e del decimo, stanno a guardare, mentre gli altri due vanno in campo. Se le fasi precedenti hanno funzionato, succede una cosa strana e questo accade nelle squadre giovanili. I più esperti danno indicazioni ai meno navigati su dove lavorare per migliorarsi. È un po’ come quando il grande aiuta il piccolo nella famosa scuola di Don Milani. I più deboli, per non dire i più scarsi, non sono più tali, ma sono diventati i meno forti e questo è già una bella metamorfosi perché lentamente gli ultimi sono sempre più al centro delle attenzioni del gruppo. Per questo passaggio non bisogna avere fretta, ma è necessario non abbandonare l’intento se nelle prime tre gare la cosa fatica a carburare.
Siamo arrivati all’ultima tappa che è la più bella, ma alla fine anche la più triste. Ogni gruppo che ha un compito è destinato a sciogliersi quando non esistono più le ragioni che lo hanno formato. Il ciclo normalmente si conclude con la fine del campionato, ed è lì il momento in cui si devono fare dei bilanci. Non è detto che se la squadra non ha raggiunto il suo obiettivo le cose siano necessariamente andate male, perché il traguardo poteva essere troppo alto vista la forza degli avversari. La crescita tecnica e umana dei giocatori è l’unico parametro che dovrebbe realmente interessare un allenatore. In carriera ho lanciato giovani, ho rilanciato atleti che venivano dati per persi portandoli dalla serie B alla serie A, seguendo i principi che ho cercato brevemente di illustrare. Questo è avvenuto senza privilegiare nessuno, ma cercando di privilegiare il gruppo, e un gruppo non può funzionare se al suo interno non tiene in grande considerazione gli elementi che all’esterno appaiono inutili. Nell’arco di una stagione può succedere che anche le prime punte si trovino in difficoltà per mille ragioni, dalla forma fisica ad un infortunio o per questioni familiare, e un gruppo che è già abituato a prendersi cura di chi è in difficoltà troverà il modo per aiutarlo e per aiutare chi eventualmente lo deve sostituire. Ecco perché è vincente anche dal punto di vista sportivo, e ha prestazioni che alla fine superano la somma delle doti dei singoli. Questa è anche la forza della solidarietà, uno dei cardini non solo della fede cristiana, ma anche di quella civile che regola la nostra convivenza.
* Allenatore professionista di pallacanestro. Ha fondato la PGS Corticella. La sua carriera si è distinta per aver recuperato diversi ragazzi che erano finiti ai margini. Sostiene che il suo modello è sempre stato l’oratorio.















































