Narrazioni di ripartenza /2
Gigi Cotichella *
(NPG 2022-03-55)
“E che cavolo!”.
È una delle espressioni più educate per reagire ad un imprevisto, a un incidente. Ovviamente l’ortaggio non c’entra niente se non per motivi fonetici che nascondono espressioni più colorite! In realtà l’antenato diretto è “E che diamine”. Diamine è una parola particolare è l’unione di “diavolo” e di “domine”… Un’espressione forte che la dice lunga sul rapporto con ciò che non va come la vediamo noi. Il diavolo è il signore degli incidenti, degli ostacoli che ci separano da Dio e dato che Dio lo troviamo solo qui e ora, tutto ciò che non ci fa amare il tempo che viviamo è qualche cosa che ci è di ostacolo. Per questo è giusto dire “E che diamine”, solo che a forza di dirlo, di ripetere che “l’ostacolo è il nostro signore”, cominciamo a credere che esistano dei tempi meno benvoluti da Dio.
I greci, per non cadere in questa trappola, avevano due termini per indicare il tempo: usavano cronos per indicare il tempo che scorre, da misurare, e kairos il tempo opportuno, l’opportunità che vedo anche quando il tempo mi sembra avverso. Ed erano entrambi due divinità: la prima tremenda, tanto da divorare i suoi figli, la seconda è simile a un angelo con un grande ciuffo e la nuca rasata, perché sia da prendere al volo quando c’è, visto che da dietro, quando è passato, è impossibile.
Così la narrazione di questa puntata verte proprio su queste due espressioni: “Che cavolo” e “Kairos”. Dall’unione ne nasce una terza, una possibilità meravigliosa: “Che Kairos”, una storia vera e anche uno stile che potremmo imparare.
Quando inizia la quarantena inizia un cronos decisamente avverso: la paura, l’incapacità a usare strumenti online. Lo sa bene anche Anna Desanso, professoressa di Religione in un liceo e istituto tecnico di Torino.
“Questa pandemia non ci voleva!” Lo pensano i professori, lo pensano i ragazzi, lo pensano i genitori. Anna prova a pensare che forse si può pensare diversamente.
I suoi ragazzi sono un po’ persi e allora lei dà un compito originale: il mito del filo di Arianna, per aiutare i suoi allievi nel labirinto dove sono finiti rinchiusi: le mura di casa. Raccontare quel mito ora, ma attraverso un’arte, una qualsiasi. Sboccia un miracolo: arrivano lavori intensi, forti. Anna è rincuorata, ma non stupita. Sa che i suoi allievi possono dare tanto. Lo sa per il laboratorio di teatro che conduce, lo sa per un archivio di articoli dei suoi ragazzi che ha e a cui pensa spesso come fare, lo sa perché ha creato un gruppo trasversale tra allievi ed ex-allievi.
Ci va un contenitore per questo materiale di vita e di speranza! E ci va un nome per questo contenitore. Il contenitore è un sito, un blog di articoli, video, canzoni, interviste, tutto fatto dai giovani che ritrovano un tempo opportuno in un tempo che appare sbagliato. E così arriva il nome: “Che Kairos!”. Come a dire: “Non ci voleva, ma siccome mi fido che ogni tempo ha sempre qualcosa di buono allora provo a inventarmi qualcosa!”.
“Che kairos!” è un’espressione meravigliosa che dice tutta la mia umanità e tutta la creatività di Dio, che mette insieme le parole di Gesù nel Getsemani: “Allontana da me questo calice” e la fine del noto aforisma del rabbino Hillel "E se non ora, quando?".
“Non mi va Dio, non ci voleva… ma so anche che io vivo ora, che tu ci sei anche ora”.
Un’affermazione forte, che fa scappare un sorriso, ma che richiede impegno serio, appena pronunciata. E lo sanno bene Gemma, Vincenzo, Rebecca, Federico, rappresentanti che incontro degli oltre 40 giovani raccolti tra staff, supporto tecnico, gruppo artistico e intervistatori. Tutti riuniti nel sito www.chekairos.it e nel progetto dell’Officina del sociale, un laboratorio di educazione civica che è una vera e propria “Bottega del Bene Comune”. Al centro un impegno sociale concreto raccontato proprio sul sito: “la scelta ogni mese di una giornata internazionale, secondo le tematiche più attuali e urgenti, in cui organizziamo dei contenuti che veicoliamo attraverso la scrittura, il teatro e la musica pubblicandoli sui nostri profili social”.
Alle spalle c’è una didattica alternativa: condividere e socializzare tutto ciò che il loro laboratorio produce per renderlo patrimonio comune, certi della sua efficacia e immediatezza.
E così i ragazzi “annunciano” un modo diverso di vivere e così si salvano, dal grigiore di un cronos che non capiscono e così vengono notati. Perché le loro storie sono diventate anche un libro: “Storie di quarantena” – Volume 2, nato da un concorso dell’editrice LesFleurs che i ragazzi vincono.
Tuttavia, non è questa la vera vittoria. Lo sa Anna che fin dall’inizio ha fatto tutto questo perché i ragazzi trovassero la loro strada. Perché kairos è il tempo della risposta vocazionale. Così alcuni ragazzi scoprono che cosa vogliono fare nella loro vita e lo scoprono proprio perché hanno risposto a un tempo sfavorevole che per loro è diventato favorevolissimo.
Non si tratta di trasformare una tragedia in una favoletta, ma di reagire, impegnandosi di più e affidandosi, sapendo che il famoso motto “Andrà tutto bene” ha senso solo se andiamo oltre l’umano. La frase più gettonata nei primi giorni della pandemia e ben presto diventata un meme ironico, nasce in realtà da una mistica, Giuliana di Norwich, che nel 1373 ebbe una visione in punto di morte, dove Gesù la consolava dicendole la famosa frase. Che ha senso solo se c’è qualcosa di più grande, solo se esiste un Kairos, solo se ci ricordiamo con s. Paolo che “tutto concorre al bene per coloro che amano Dio” (Rm 8,28).
Trovo che “Che Kairos” sia altrettanto mistico e forse molto più giovanile. Una frase da ridire spesso, quando non vediamo subito le possibilità che ci sono dentro un momento difficile, dentro un lutto, un abbandono o anche un nostro tradimento.
“Che Kairos” è accettare che nel tempo del male posso seminare del bene, perché il Venerdì Santo ha senso pieno solo alla luce della più bella Domenica di sempre. Perché quando qualcuno ha chiesto giustamente: “Dov’era a Dio ad Auschwitz?”, noi possiamo rispondere che almeno era in san Massimiliano Kolbe, il francescano che scambiò la sua vita con quella del detenuto Gajowniczek. Ma non solo. Rinchiuso nel blocco 11 senza bere, né mangiare, dopo due settimane era ancora vivo con quattro compagni, con cui pregava e cantava. Dovettero ucciderlo con l’acido fenico. Quando porse il braccio per l’iniezione fatale disse: «Lei non ha capito nulla della vita, l'odio non serve a niente... Solo l'amore crea!».
“Che kairos” è allora credere che l’amore crea, anche quando facciamo fatica. Perché non dobbiamo aspettare di star bene per camminare, annunciare, aiutare gli altri. Forse non l’abbiamo capito subito e non l’abbiamo capito tutti nei primi tempi della pandemia, ma possiamo farlo ora. E non perché la pandemia continui, ma perché ogni giorno c’è sempre un buon motivo per dire “E che kairos!”.
Penso a tutte queste cose mentre saluto i ragazzi di Chekairos.it. Adesso devono vivere un’altra sfida: decidere che cosa fare di questa esperienza biennale. Anna ha deciso di lasciare il ruolo di guida per quelli che oramai sono suoi ex allievi. Ci sarà sempre a dare una mano, ma devono decidere che cosa vogliono fare. Perché anche scegliere dove andare, fuori dalle urgenze, dai richiami vari che riceviamo, è un tempo mica facile. Per fortuna adesso c’è una frase che aiuta a sorridere dei propri limiti, attiva la creatività e stimola la fede. Perché ci vuole fede a credere che ogni tempo abbia una sua opportunità.
* Agoformazione.it

