Come una madre: piangere di notte e sorridere di giorno


    Intervista al Cardinal José Ornelas Carvalho SCJ *

    Ricardo Freire

    (NPG 2022-08-22)



    D. Come si stanno preparando il Portogallo, nel suo insieme, e la Chiesa portoghese in particolare, per la GMG di Lisbona 2023?

    R. Il Portogallo ha ricevuto molto positivamente l’annuncio della celebrazione delle prossime Giornate Mondiali della Gioventù a Lisbona. Questo vale in particolare per la Chiesa, che ha proposto la candidatura a quest’evento, ma poi ne ha interessato anche i giovani. Come sappiamo, la preparazione ha avuto varie difficoltà di percorso, soprattutto con l’insorgere della pandemia che ha anche reso necessario posticiparne di un anno la realizzazione. Tutto era previsto per il 2022, è invece slittato al 2023. Dal punto di vista dell’organizzazione questo ha causato anche un’altra difficoltà, quella di capire in che modo tutto ciò potrebbe influire sul numero di partecipanti, cosa che rimane ancora da vedere.
    Però l’entusiasmo c’è, e l’impegno anche… L’impegno degli organismi statali è molto evidente, e si sta manifestando nella preparazione di adeguate strutture che eventi di questo genere comportano. Comunque, è visto come qualcosa di positivo che tanti giovani possano visitare il Paese: non soltanto ovviamente i cristiani, ma di certo particolarmente per i giovani cristiani. La Chiesa ha accolto con molto entusiasmo questa possibilità di permettere un’esperienza significativa per i nostri giovani, dando ragione alla tradizione di accoglienza del Paese, che adesso si concretizza nell’accoglienza ai giovani che arriveranno da tutto il mondo.
    Siamo preparati per questo? Stiamo lavorando sodo: i simboli della GMG stanno percorrendo il Paese, suscitando anche un più concreto coinvolgimento, che speriamo sia benedetto da Dio, e ci auguriamo che anche nelle questioni pratiche si possa trovare il modo di rendere possibile e gioioso questo incontro che tutti desideriamo.

    D. Passiamo adesso al Portogallo e ai giovani portoghesi. Qual è il rapporto di questi ultimi, oggi, con la fede? Si può fare una fotografia della situazione?

    R. Non sono forse la persona più adatta a fare questo. I giovani portoghesi, dal punto di vista della fede e dell’esperienza religiosa, non sono molto diversi dagli altri giovani europei. Oggi, in una società come la nostra, che non respira più l’aria di una cristianità che sottostava a tutto l’ordinamento sociale del passato, anche se ancora la maggioranza dei portoghesi è battezzata, non significa che essi siano cristiani praticanti. E tra i giovani questo è un fatto ancora più evidente, anche perché sono quelli che più direttamente soffrono l’influsso di questo mondo liquido in cui viviamo, dove le certezze del passato, della tradizione, non si trasmettono automaticamente alla nuova generazione. Questo è un punto di partenza che bisogna prendere sul serio.
    D’altra parte, si constata pure un certo numero di giovani che frequentano le chiese, che sono coinvolti in movimenti giovanili di matrice cristiana. Certo, per la maggior parte dei giovani questo non significa niente, però questa minoranza esiste, ed è pure significativa, perché quasi lottano controcorrente e hanno bisogno di convinzioni e motivazioni più profonde e personali per vivere da cristiani oggi. E alcuni giovani inoltre sono davvero molto impegnati nella Chiesa.

    D. E quando diciamo “impegnato” stiamo parlando di impegnati nelle parrocchie…

    R. Nelle parrocchie, nei movimenti – anche di evangelizzazione –, e sono movimenti nati anche tra i giovani stessi. I movimenti giocano qui un ruolo interessante, un ruolo che è centrale anche in tutta l’Europa. Ma non vorrei adesso fare delle distinzioni, delle classificazioni di categorie. Queste diverse appartenenze dicono che molti giovani hanno nostalgia di una Chiesa che non hanno sperimentato; altri vorrebbero una chiesa di tipo diverso, che rispecchi la realtà che essi vivono. Ecco, questa realtà fa vedere, da una parte, una Chiesa che desidera entrare in dialogo con il mondo di oggi e trovare un linguaggio nuovo per comunicare, per dialogare e, dall’altra, una Chiesa che sa di poter offrire dal passato e dalla tradizione le colonne della sua identità come offerta e dono per le persone. I giovani esprimono queste medesime tensioni. E questo si aspettano dalla GMG.
    Tutto ciò ha un grande valore perché ci troviamo in un evento che colloca l’essere cristiano al centro, e questo noi abbiamo bisogno di dire: possiamo avere sensibilità diverse, però siamo prima di tutto membri di questa Chiesa e impegnati nell’annuncio del Vangelo.

    D. Quali allora le sfide e le opportunità che possiamo intravedere nel rapporto giovani-fede-Chiesa nel contesto della GMG?

    R. Questo è effettivamente lo scopo della GMG, a cui già accennavo. Ed è un messaggio che sta passando o che si cerca di passare tra i giovani: stare nella Chiesa non può essere semplicemente un’opzione di weekend, una devozione domenicale, ma deve essere un impegno di vita. E questo passa ed è trasversale anche a diverse concezioni di Chiesa, anche a diverse modalità di appartenenza, più forte o più tradizionale. Ed è normale, stiamo cercando una Chiesa del futuro, e bisogna dare ai giovani l’opportunità di partecipare attivamente. Vogliamo i giovani in chiesa, ma quando ci sono cosa offriamo loro?
    Dobbiamo offrire l’accoglienza, l’accompagnamento; la Chiesa deve far crescere come una madre che accompagna il cammino di un giovane e di una giovane da bambino e adolescente alla vita adulta; ciò significa accompagnare un processo di liberazione, in cui si deve prima di tutto accogliere lo sviluppo personale del giovane, le sue domande, le sue sfide. La Chiesa ha bisogno di “sentire” i giovani in un modo nuovo, ma non per dire “adesso comandano i giovani”, perché non si tratta di una questione di potere; si tratta di una questione di identificazione affettiva, nell’ambito della fede, con una Chiesa e con il Signore Gesù.

    D. I giovani si sentono accolti, e qui ci stanno delle vere opportunità. All’inizio si parlava anche di accogliere dei giovani che vengono da fuori, alla fine parleremo anche dei giovani italiani. E i giovani del Portogallo? Accogliere anche loro, pure questa è una sfida per la Chiesa nel suo insieme.

    R. A questo proposito vorrei sottolineare due cose.
    È a partire dalla giovinezza che una persona comincia a sentirsi più responsabile. Tante volte questo si esprime con una denuncia, anche con una rivolta, perché la cosa peggiore che può succedere ai giovani è che dicano: “Questo non mi riguarda affatto!” e andare oltre.
    Quando un giovane protesta, suggerisce, si vede che è interessato: questo è il principio di un cammino: ascoltare e far dialogare. Un dialogo fra la tradizione e la novità, con una Chiesa che vuol trovare risposte nuove per un mondo nuovo, e desidera farlo insieme. Sicuramente i giovani possono dare un contributo molto serio, nel linguaggio, nei modi di esprimersi. Alle volte a noi, già più maturi o meno tolleranti, questo può sembrare strano, queste forme di pregare, di dire, di fare… però bisogna prenderle sul serio e crescere insieme, in convergenza.
    Poi, un’altra cosa è importante: partecipare veramente, cioè prendere sul serio questi nuovi modi di fare anche dal punto di vista delle sfide concrete. È vero che i giovani devono essere accolti, ma la grande sfida di cui stiamo parlando è quella di dire ai giovani portoghesi: “Voi dovete accogliere gli altri giovani che arrivano, nelle diverse lingue e culture”. Noi dobbiamo accogliere, dobbiamo essere noi ad aiutare; prima faremo noi questa esperienza, ma la faremo accogliendo. Noi abbiamo l’opportunità di rendere testimonianza di una fede, di una Chiesa che accolgono. Ieri, proprio nella mia Diocesi, si stavano preparando i temi di quest’anno pastorale, in cui, veramente, quello dell’accoglienza è valido per i giovani, che saranno personalmente in prima linea dell’accoglienza, ma anche per le famiglie delle parrocchie.

    D. Adesso pensiamo al tema della GMG: “Maria si alzò e andò in fretta”. Questo tema della GMG, il Santuario di Fatima come cuore pulsante del Portogallo, della Chiesa in Portogallo, come possono “mettersi” insieme, cioè come possono sposarsi il messaggio di Fatima e il tema della GMG?

    R. Fatima sarà sicuramente uno dei punti forti di questo pellegrinaggio delle Giornate Mondiali, perché è un santuario che è relativamente vicino alla città (sono poco più di 100 km), e un luogo che possiede una grande rilevanza, non solo religiosa ma anche sociale, non solo in Portogallo ma anche nel mondo. Questo tema si rivela anche nella storia, nella narrativa di Fatima: Fatima è la manifestazione della Vergine Maria a dei bambini, a dei piccoli non ancora adolescenti. Due di loro moriranno durante l’influenza spagnola all’inizio di un secolo fa. Questo è nel cuore di Fatima: una madre che si prende cura dei suoi figli, e non solo i bambini, non solo i giovani e gli adolescenti; ma tutti quelli che sono fragili nella salute, nella vita psicologica, trovano a Fatima un luogo dove ricostruire la propria vita a partire dal messaggio materno di Maria.

    D. Allora possiamo dire che anche Maria si è alzata ed è andata in fretta a Fatima. E ancora oggi a Fatima si sperimenta questo: Maria che si alza e va incontro alla gente, a ciascuno nella sua vita.

    R. Sì, ma Maria non soltanto come madre di Gesù e Madre della Chiesa, ma come icona fondamentale dell’essere Chiesa. Una Chiesa che si prende cura, particolarmente dei più fragili. È per questo che non solo i giovani e i bambini hanno un pellegrinaggio nel mese di giugno, precisamente consacrato ai bambini, ma in tutte le celebrazioni delle apparizioni di Fatima hanno sempre un posto molto speciale, ed è vero: i bambini delle apparizioni sono stati dichiarati santi, morti ancora prima di arrivare alla giovinezza. Il loro cammino è stato fortificato da questa presenza della signora luminosa; erano bambini poveri, bambini che non sapevano nemmeno leggere, ai quali la Vergine Maria dice: “Dovete andare a scuola”, in un Portogallo che per i piccoli era, a quel tempo, un luogo non facile; erano bambini che stavano lavorando nel pascolare le greggi di famiglia… dunque, è tutto questo che ci dice cosa deve essere la Chiesa, e questo per i giovani è molto importante. “Voi dovete alzarvi”, perché a tutta la Chiesa il messaggio di Fatima dice: “Voi dovete curare i vostri giovani, i vostri bambini, dovete farli crescere con tutto quello che costituisce la dignità di una persona”. E poi bisogna indirizzarli anche verso un cammino diverso, perché i veggenti di Fatima sono passati anche attraverso la malattia, la morte, con una fortezza, una maturità, che sono venute proprio da questo contatto. La Chiesa questo deve essere.
    A Fatima si dice che la Chiesa deve avere sempre questo rapporto con i suoi bambini, con i suoi giovani. Questo mi sembra molto adeguato, precisamente, alla celebrazione a Fatima della GMG.

    D. L’Europa è segnata oggi dalla guerra, dalle ferite. Ci sembrava che la guerra fosse una realtà superata, e invece siamo proprio alle prese con questa realtà. E Fatima si presenta come un santuario di pace, da sempre conosciuto per i suoi messaggi di riconciliazione, di conversione… Quale messaggio arriva oggi per questa Europa affaticata, ferita, in cui stiamo vivendo?

    R. In questi giorni, arrivando a Fatima, ho visto giungere anche gruppi di mamme che venivano dall’Ucraina, con i loro figli e con i figli di altre madri e padri che o erano morti o erano rimasti in Ucraina. Una di loro mi diceva: “Noi piangiamo di notte e sorridiamo di giorno per incoraggiare i nostri figli e le nostre figlie”. Questa è l’immagine che deve dare Fatima, ed è il messaggio che dà a tutti. Queste madri sono la continuazione di quello che ha fatto Maria a Fatima e del messaggio che esso traduce. Le apparizioni a Fatima sono avvenute fra gli orrori della Prima Guerra Mondiale, fra milioni di morti, con bambini trucidati, con scuole che non c’erano: e questo troviamo ancora oggi. Nel suo linguaggio semplice per bambini, Maria lancia la possibilità di una speranza, cioè invita a non farci prendere semplicemente dalla paura davanti alla sofferenza della guerra, della malattia, della pandemia; i pastorelli di Fatima hanno avuto in quest’immagine di Maria la manifestazione della tenerezza di Dio per loro, e questo ha dato loro forza e speranza. Poi ha mostrato un cammino.
    La forza e la speranza non sono semplicemente nelle armi, ma nella conversione del cuore. E Fatima ci dice: “Voi dovete pregare” e pregare significa mettersi nella logica di Dio. “Entrate nel mondo di Dio”, perché il mondo di Dio è un mondo che non è semplicemente in balia dello scontro di poteri, delle armi, dei generali; Dio è un Dio potente con la forza dell’amore. E questo è quello che i piccoli di Fatima hanno capito. E, ancora, Fatima ci dice: “Noi vogliamo essere dentro questo programma di Dio e non nel programma delle guerre”.
    Il messaggio di Fatima viene da questo: la pace è qualcosa che nasce dentro il cuore delle persone, altrimenti saremmo tutti portati ad avere un mondo in cui la maggioranza delle persone cerca di essere più grande, più forte… più capace di imporre la propria volontà sugli altri, ma questo altro non è che la distruzione, la guerra, la morte dei bambini che muoiono in tenera età come quelli trucidati da Erode, le centinaia e centinaia di bambini morti fisicamente, morti senza scuola, morti senza dignità: a questi si dirige il messaggio di Fatima, e a tutti noi deve dire molto.

    D. Per concludere La invitiamo a rivolgere un augurio per i pellegrini italiani che si preparano per partire per Lisbona.

    R. Io penso che qui, per un italiano, come per me portoghese in Italia, è sempre stato molto facile ambientarsi. Siamo popoli molto simili, non solo nella vicinanza linguistica, ma anche culturalmente ed ecclesialmente. Non è difficile sentirsi bene per un portoghese in Italia o viceversa, ma che queste giornate siano colorate dai colori della cultura portoghese e dell’essere cristiano in Portogallo è anch’essa cosa buona. Il Portogallo è un piccolo Paese, con molta emigrazione come in Italia, ma è un Paese con una tradizione cristiana che ha poi penetrato il tessuto sociale. Questo lo condividiamo con molte altre nazioni e giovani europei, e lo vivremo insieme. Certo, insieme, però nella distinzione di ciò che siamo e della nostra storia, delle nostre peculiarità, che sarà bello condividere e raccontare, e sperimentare appunto negli incontri.
    Questa è certamente la festa dell’universalità della Chiesa, nel mondo dei giovani: i giovani sono molto più capaci degli adulti di varcare le mura che molte volte si costruiscono, e oggi, purtroppo, quello che pensavamo fosse finito (l’era delle barriere), lo stiamo ricostruendo.
    Vogliamo affermare che Dio è buono, ci fa crescere tutti, ci guarda tutti con tenerezza, con amore, e ci dà forza, la forza di trasformare questo mondo. È questa l’immagine di Maria che si alza, che non rimane semplicemente nell’adorazione, nella considerazione del suo privilegio, ma che parte precisamente a condividere questa grazia.
    Questo è l’atteggiamento che tutti dobbiamo avere: alzarsi da dove ci troviamo, dalle nostre comodità, per creare un mondo confortevole e umano, fraterno e gioioso per tutti, particolarmente per i nostri giovani.

    * Arcivescovo di Fatima e presidente della Conferenza Episcopale Portoghese

    L’intervista è stata realizzata da padre Ricardo Freire SCJ il 3 ottobre 2022