Direttori Uffici di PG lombardi
(NPG 2022-01-41)
Premessa
Come detto nell’introduzione, la ricerca compiuta nasce da due esigenze pastorali degli Oratori lombardi. Innanzitutto, l’evidente calo delle vocazioni sacerdotali che ha inevitabilmente posto la questione: “chi” d’ora in poi terrà la regia di esperienze come queste? E poi: “chi” continuerà a “coltivare” (e non solo a “custodire” - cfr. Genesi 2,15) il senso e la forma della proposta educativo-pastorale dell’Oratorio del futuro?
Nelle conclusioni, abbiamo tratteggiato alcune considerazioni che potrebbero aiutare la riflessione, ma anche suggerire alcune semplici azioni.
La storia recente
Verso la fine del secolo scorso per molti Oratori si è palesata la tentazione della cosiddetta “via corta”: venendo a mancare il prete giovane, si trovi un giovane educatore professionale che, adeguatamente formato e retribuito, può sostituirlo. In un tempo in cui anche le cooperative sociali erano in aumento, sembrava davvero una soluzione promettente. Già dopo breve tempo però, alcune esperienze ne mostravano i limiti: un conto è avere come “regista” dell’Oratorio un giovane prete, un altro è l’educatore professionale. Pur qualificato e disposto ad assumersi le sue responsabilità, proviene da una vocazione diversa e ad essa risponde con sensibilità particolari, di certo non immediatamente riconducibili a quelle del prete.
Appurata in tempi sufficientemente saggi l’inopportunità della “via corta”, negli ultimi anni ci si è avventurati per la “via lunga”, certamente più complessa, ma forse più promettente. Sono così nate diverse esperienze, riconducibili a modelli simili ma anche differenti tra loro e che il contributo pastorale di don Paolo Carrara ci ha aiutato a mettere in luce. Senza giudicare gli interpreti di queste esperienze, diciamo che poche sono rimaste legate alla tradizione da cui proveniamo; molte invece si sono mostrate particolarmente capaci di innovazione: responsabilizzando maggiormente i laici hanno dato vita ad esperienze inedite, capaci di essere l’anima e il motore dell’esperienza educativa ed evangelizzante dell’Oratorio.
Il cammino continua
Non è mai stata nostra intenzione identificare un modello univoco da applicare. Compiuta la ricognizione, approfondite le variabili, ci permettiamo di concludere con alcune tensioni[1] affinché la riflessione possa continuare. Sappiamo che oggi le polarizzazioni rischiano di essere all’ordine del giorno, ma che non corrispondono ad una logica evangelica ed ecclesiale. Noi auspichiamo che le differenze di impostazione e di sensibilità delle esperienze, al netto delle frizioni che possono generare, incanalino la loro energia positiva dentro una riflessione capace di dare forma a quella Chiesa sinodale cui tutti stiamo cercando di dare volto. Per questo la “tensione” ci pare l’immagine più capace di stimolare la riflessione e di non generare sterili arroccamenti.
Tra l’ansia del “prodotto” e la pazienza del “processo”
La ricerca ha fatto emergere come il tema della “forma di regia” dell’Oratorio si articola su livelli diversi e complessi. Non si può fare tutto e subito e soprattutto non tutti possono fare tutto: occorre andare per gradi, rispettando i ruoli e le responsabilità dei livelli implicati. Per il tempo in cui viviamo, questo non è scontato: tendiamo a volere “tutto e subito” e le autorità preposte, in ogni campo e in ogni dove, devono sempre avere pronta la miglior soluzione possibile. Da cristiani, ci pare più opportuno innescare processi virtuosi, piuttosto che pretendere prodotti risolutivi (cfr. EG 224): anche per le “forme di regia” dell’Oratorio, le parrocchie e le diocesi, più che cercare una ricetta pronta all’uso, avviino processi di cambiamento dentro co-progettazioni gentili[2].
→ A ciascun territorio, partendo dalla sua storia e dalle principali attitudini, di distinguere i suoi livelli e le rispettive variabili più importanti: rapporto tra diocesi e parrocchie, corresponsabilità tra presbiteri e laici, formazione condivisa, ingaggio di professionalità retribuite e quant’altro appare significativo.
Tra la forza dell’“istituito” e la fragilità promettente dell’“istituente”
Ogni esperienza pastorale ha sempre trovato le strade per essere istituzionalizzata: l’Oratorio e la sua tradizionale “forma di regia” sono fra queste. Dalla ricerca abbiamo compreso che non è operazione immediata individuarne di nuove e di definite: ciò chiede tempo e una flessibilità capace di dare spazio alle nuove esperienze che già ci sono o si stanno generando.
Per questo è opportuno che ogni istituzione (parrocchiale, vicariale/zonale, diocesana) abbia a cuore che le sue strutture non soffochino le fresche e promettenti energie che provengono dalle nuove esperienze di regia ad oggi in essere. Come una tessitrice paziente, l’istituzione si preoccupi di far emergere le esperienze “istituenti”, quelle che non hanno ancora una forma definita, ma che nella prassi si stanno sforzando di tenere insieme le variabili e i livelli che la ricerca ha messo in luce. In modo particolare per le parrocchie che, nei loro Oratori, vedono accadere alcune sperimentazioni di cui non sempre comprendono il senso e l’orizzonte complessivo. Ma anche le diocesi, in relazione alle loro parrocchie.
→ Più il “potere” dell’istituzione sarà “a servizio” delle esperienze istituenti, più i segni dello Spirito appariranno evidenti dentro processi di discernimento comunitari ed ecclesiali. Anche la dis-Grazia della diminuzione dei preti, si potrà rivelare una Grazia, nella quale vedere Dio all’opera.
Tra una Diocesi “a servizio” e una Parrocchia “in comunione”
Un asse che merita particolare attenzione riguarda il rapporto tra la diocesi e le sue parrocchie. La tradizione tridentina poggia su articolazioni che da secoli custodiscono il servizio e la comunione ecclesiale: tra Vescovo e preti, tra preti e preti, tra preti e laici. La ricerca ha messo in luce come ad oggi queste articolazioni si stiano riposizionando. E in un tempo di forti “disintermediazioni”, occorre prestare particolare attenzione ai reali raccordi tra questi diversi livelli: affinché la Diocesi non imponga una direzione univoca in un tempo in cui il cammino si sta ancora definendo; e la parrocchia non percorra strade in solitaria che non le permettano di fare tesoro di acquisizioni già avvenute altrove e di cui la Diocesi è a conoscenza. A tal proposito, il contributo di carattere canonico di don Marco Nogara, ha abbondantemente illustrato gli snodi e le possibili vie da percorrere.
→ Vediamo bene che in ogni territorio ci sia una commissione che, composta dalle rappresentanze delle varie parti (preti e laici di alcune parrocchie o Unità/Comunità Pastorali, Uffici pastorali di Curia, associazioni ecclesiali) e con in capo l’Ufficio di Pastorale Giovanile, tenga monitorate le varie esperienze in divenire, sia dentro le singole parrocchie che nelle Unità o Comunità pastorali.
Tra la “trazione clericale” e la “compagine sinodale”
I contributi pastorale e canonico della ricerca hanno mostrato quale sia la reale questione in gioco: la forma di Chiesa e di governo della stessa. Il modello “sinodale” è certamente l’orizzonte entro cui occorre muoversi, perché si resti fedeli al Vangelo e si suscitino ministerialità educative. Solo grazie ad un respiro sinodale, disinnescheremo la logica di un potere isolato per costituire il tessuto delicatamente profetico della fraternità adulta e responsabile. Dalla ricerca appare chiaro un orientamento generale: la “forma di regia” dell’Oratorio è un ottimo laboratorio per dare concretezza al cambiamento. Un cantiere che preveda il passaggio dal prete quale singolo uomo al comando, al gruppo strutturato quale luogo capace di far convivere le diverse vocazioni perché tutte al servizio delle giovani generazioni.
→ Immaginiamo come promettenti percorsi formativi congiunti - preti, consacrati e laici insieme – che aiutino i territori a maturare con sempre maggiore precisione quell’approccio che la questione della “forma di regia” invoca ora come non più rimandabile: l’Oratorio non è mai stato solo faccenda del prete e non può che essere faccenda della comunità cristiana nel suo insieme.
Tra le certezze fragili della sola pastorale e i miraggi della mera pedagogia
L’istanza pastorale e pedagogica non possano essere eluse o tenute separate nei percorsi formativi. Per entrambe le discipline, rimane il compito (che è anche dono) di lasciarsi contaminare reciprocamente affinché le singole competenze non vengano semplicemente afferite ad altrettanti singoli incaricati. Ma si integrino affinché tutti possano godere di quella visione sintetica e unitaria di cui i processi in questione hanno effettivamente bisogno.
→ Vediamo promettenti i Corsi di Alta Formazione per educatori professionali di oratorio come quello promosso dall’Università Cattolica di Milano in collaborazione con Oratori Diocesi Lombarde. Così come nelle singole Diocesi possano avviarsi percorsi formativi anche per preti e laici, insieme: gli Istituti Superiori di Scienze Religiose, in collaborazione con le rispettive Facoltà universitarie di Scienze pedagogiche, potrebbero ipotizzare percorsi formativi che mettano a tema le due istanze.
Tra il sogno della gratuità a tutti i costi e l’utopia risolutiva della professionalità
Un’ulteriore tensione si pone soprattutto per le realtà più strutturate, quelle in cui c’è già, o a breve ci sarà, un educatore professionale. La ricerca ha mostrato chiaramente che la sola retribuzione economica non è sufficiente a motivare una persona “pastoralmente” e a giustificarne il costo agli occhi di una comunità adulta. La competenza data dagli studi specifici o maturata con l’esperienza lavorativa dovrà sempre essere accompagnata da una sensibilità e da motivazioni convergenti con quelle della comunità stessa.
→ Ci pare opportuno che la professionalità retribuita risponda sempre alle forme di governance gratuite a capo della comunità cristiana o almeno cammini di pari passo con esse. Perché entrambe si possano reciprocamente provocare e venga custodita la gratuità che connota ogni Oratorio. Allo stesso tempo, non rinunciamo a provocare le Istituzioni civili perché nuove forme legislative possano garantire la presenza lecita di adeguate professionalità retribuite.
Tra dispositivi parrocchiali e strumenti associativi
Il territorio lombardo conosce la presenza di esperienze associative finalizzate soprattutto alla gestione amministrativa degli Oratori, NOI e ANSPI in particolare. Negli anni, esse hanno elaborato anche progettazioni formative e pastorali. Le interviste hanno confermato la loro opportunità, non solo per i servizi che possono fornire, ma anche per la capacità che hanno di tenere insieme le persone coinvolte negli oratori. Sapere di appartenere alla propria comunità cristiana, ma allo stesso tempo ad una realtà più ampia, favorisce le motivazioni al servizio, oltre che la formazione e la contaminazione di esperienze virtuose. Le associazioni citate rimangono un valido spunto per le dinamiche virtuose che sono state capaci di innescare in questi anni: vanno perciò tenute presenti.
Il rapporto tra struttura ecclesiastica e realtà associativa resta però delicato perché emerge ancora una volta il tema della materia mista che non è possibile abitare con letture unilaterali o rigide, soprattutto in mancanza di strumenti legislativi in grado di interpretare realtà così complesse.
→ La commissione diocesana potrebbe farsi carico anche della riflessione e della collaborazione con queste dimensioni, già assodate in alcune diocesi o possibili da avviare in altre, al fine di sostenere le nuove “forme di regia” degli Oratori.
Conclusioni
Il percorso fin qui compiuto diventa ora una possibilità per tutti: per verificare le proprie esperienze di regia in atto o per avviarne di nuove. I primi a doversi lasciar coinvolgere sono sicuramente gli Uffici di Pastorale Giovanile. A cascata, le zone pastorali, i decanati e i vicariati. Per tutti saranno necessarie “audacia e creatività” (EG 33) per fare in modo che qualsiasi scelta pastorale sia sempre innervata di pensiero pedagogico e pastorale, coerente con il modello di Chiesa che vogliamo promuovere.
Una particolare attenzione andrà certamente riservata alle realtà più piccole e a quelle con meno tradizione ed esperienza oratoriana: non sarà facile parlare di “gruppi di regia” se la loro storia di partenza non è particolarmente ricca e avvincente. Tuttavia, dai più longevi ai più recenti, dai più vivaci ai meno, vi sia la possibilità di provocarsi reciprocamente. Senza dimenticare che la forma concreta di regia non potrà mai ridursi al semplice livello organizzativo e gestionale ma, in accordo con la comunità cristiana e i suoi organismi pastorali (in particolare il Consiglio Pastorale Parrocchiale), dovrà discernere sul senso e sull’opportunità pastorale che ancora oggi può essere l’Oratorio per la crescita, l’educazione e l’evangelizzazione delle giovani generazioni. Un progetto educativo, ma soprattutto un metodo, fatto più di processi relazionali che di iniziative, a sostegno della cura educativa che la Chiesa, in nome della Fede, desidera avere per i più piccoli.
NOTE
[1] R. Guardini, L’opposizione polare, 1925.
[2] U. Morelli, Co-progettazione mite e gentile nella complessità comunitaria, in Animazione sociale 8/2020.

