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    Cosa significa aver fede nell’imprevedibile?


    Violette Khoury e Luigina Mortari

    Dialogo a due voci condotto da Eva Crosetta

    (NPG 2022-06-9)



    Presentazione
    d. Michele Falabretti

    Questa volta l’apertura del convegno è abbastanza inedita. Intanto perché sarà un dialogo fra donne: presenza che effettivamente abbiamo un po’ trascurato in passato. Ma soprattutto perché esse vengono da due mondi molto distanti ai quali chiediamo di offrire un contributo di esperienza.

    Violette Khoury è una donna che viene da Nazareth. E già questa per noi cristiani di occidente è una nota suggestiva. È nata e cresciuta in un tempo difficile: quello che vedeva la fine della Seconda guerra mondiale e l’inizio in Palestina di un lungo tempo di travaglio che dura ancora oggi. Violette era una bambina piccola quando, nel 1948, l’esercito israeliano entrò a Nazareth iniziando il lungo conflitto a cui stiamo ancora assistendo. È riuscita a studiare farmacia a Roma e poi, tornata a Nazareth, ha tenuto aperta una farmacia in città. Il suo impegno è stato anzitutto questo: incontrare quotidianamente il bisogno di persone appartenenti al suo popolo. Si sa: la consegna di ogni scatola di farmaci coincide sempre con una speranza. Piccolo o grande che sia il dolore da lenire, tutti desiderano vivere senza dover portare il peso di un corpo che soffre. Questa esperienza l’ha portata a costruire giorno per giorno una grande rete di relazioni e amicizie.
    Quando il conflitto si è fatto più aspro, soprattutto con le più recenti Intifade, Violette ha deciso che avrebbe dovuto fare qualcosa. Ha pensato alle ragazze di Nazareth e con loro ha costruito una rete di solidarietà per sviluppare una cultura che costruisse la pace anche attraverso la preghiera. Noi diremmo che ha trovato una forma di pastorale giovanile. Più recentemente ha preso forma anche un’esperienza con le ragazze più mature, quelle che si dedicano ai lavori artigianali fatti di fili e di tessuti. Perché il lavoro quotidiano potesse trasformarsi in una tessitura di solidarietà che rendesse la vita quotidiana a Nazareth umanamente più sostenibile.
    Perché l’abbiamo chiamata? Perché da anni vive in una situazione che potrebbe apparire ai più come insostenibile, una situazione da maledire o alla quale rassegnarsi. Abbiamo bisogno di capire come si trova la forza di continuare a lavorare per il bene comune anche quando tutto sembrerebbe spingere a rinchiudersi solo nel proprio interesse personale.

    Luigina Mortari viene invece dal nostro mondo, dall’Italia. È la seconda volta che incontriamo una persona che fa filosofia: lei è quella che ha pensato più a fondo e con maggiore finezza interpretativa, il pensiero della cura nel panorama filosofico contemporaneo aiutando a capire come la cura del sé e la cura degli altri non sono due sfere distinte e separate, ma due emisferi intimamente congiunti che si inverano uno nell’altro. La trama dell’umano è sempre intimamente relazionale. Questo ha molto a che fare con il Vangelo e con ciò che ci prefiggiamo di fare in pastorale giovanile.
    Luigina Mortari è professore ordinario di pedagogia generale e sociale presso l’Università degli studi di Verona. Le sue ricerche si occupano, tra l’altro, del tema della cura come concetto filosofico e della sua definizione, nonché della pratica che la rende possibile. Numerosi sono i suoi testi pubblicati che trattano, in modo poliedrico, il tema della cura. Ha inoltre pubblicato un saggio dal titolo “Maria Zambrano” nel quale mette in evidenza come il pensiero della filosofa spagnola si offra come percorso di ricerca e sapere dell’anima.
    “Ciascuno sente il bisogno di esserci: poi accade di scoprire che per esserci, perché il proprio tempo sia un tempo vero, deve accadere quello scambio d'essere imprevedibile che avviene nelle relazioni gratuite perché il gratuito non è perdita di sé ma guadagno d'altro, quello che accade in modo imprevisto. Il donare si sottrae a ogni dimensione sacrificale, perché si sa che è donando che si realizza il senso dell'esserci e si riconosce nell'altro la fonte della misura del senso del proprio agire”. (Luigina Mortari, La pratica dell'aver cura, Bruno Mondadori).
    A far circolare il dialogo e quindi a dare parola, a tessere, perché anche quella è una tessitura la trama del dialogo, è venuta con noi Eva Crosetta, conduttrice di Sulla via di Damasco, la trasmissione settimanale su Rai 2 di approfondimento sui temi legati all’esperienza cristiana.

    Eva Crosetta
    È bello stare insieme adesso senza mascherine, senza il problema del distanziamento, ed è da qui che vogliamo ripartire, non dimenticando però quello che è successo, che è stato qualcosa veramente di imprevedibile.
    Inizio da una piccola digressione, il mio particolare “imprevedibile”, che avverto collegato a questo Convegno: la conduzione della rubrica Rai Sulla via di Damasco e che per me è stata una cosa imprevedibile, che sento come una missione. L’unico fil rouge comune che ritrovo sempre è il desiderio di amare e di essere amati. E questo mette in luce l’indispensabilità della relazione tra le persone: non ci si salva da soli, l’uomo è fatto per stare insieme, per essere comunità e questo molto spesso ce lo dimentichiamo.
    Oggi, in questa bella chiacchierata al femminile ho accanto a me queste due donne che ci porteranno la loro testimonianza molto diversa, ma molto ricca di significato e di sostanza,: capiremo insieme a loro che cosa voglia dire aver fede nell’imprevedibile.
    Inizio con Violette Khoury, chi meglio di lei può rispondere a questa domanda? Perché per noi l’imprevedibile possono essere stati questi ultimi due anni di pandemia, il contatto con un virus che l’umanità non si attendeva, la paura del contagio, la prossimità con la morte (cosa di cui non parliamo mai, anzi tentiamo sempre di esorcizzare). Invece chi nasce come te, in una terra come quella di Israele, della Palestina, ha un bagaglio di dolore, di sofferenza nel sentirsi straniera nella propria terra. Allora ti chiedo, tu che l’imprevedibile lo tocchi con mano da quando sei venuta al mondo, come si convive con questo imprevedibile?

    Violette Khoury
    Sono contenta di essere in Italia, vale la pena fare il viaggio lungo, dalla città di Gesù e comunque Gesù ha fatto un viaggio molto più lungo per raggiungerci, dato che viene dal Cielo. L’Italia per me rappresenta anche la via di Damasco, perché qui ho scoperto di vivere nell’imprevedibile! Per me l’imprevedibile è la normalità di vita. Sono nata in un Paese che è stato toccato sempre dalle guerre; sono nata durante la guerra e non ho conosciuto altro che una serie di guerre, di massacri, di ingiustizie, e fino all’età di 20 anni ho pensato che questa fosse la normalità di vita, finché ho scoperto cosa vuol dire avere una vita stabile, una vita in cui si possono prevedere le cose. Quindi, vincere l’imprevedibile, oppure vivere nell’imprevedibile, è avere fiducia nella fede, avere fiducia in Dio. L’unica cosa che ci ha impedito di cadere nella disperazione è sapere che abbiamo un Signore, un Signore che è anche mio compatriota di Nazareth! e ogni volta che vedevo le cose difficili e inspiegabili, stando nelle strade di Nazareth potevo immaginare qualcuno dei miei antenati giocare con Gesù, e questo mi dava tanta fiducia e lucidità su come agire. Quindi la fede è una forza, la fede ci dà lucidità, la fede ci dà speranza perché sappiamo che quello che sperimentiamo, è che l’impossibile è possibile, se sappiamo come lavorare.

    Eva Crosetta
    Se una persona vive in un Paese in cui c’è pace, non sa che cosa significhi vivere senza. Tu quando sei arrivata a Roma per studiare farmacia, hai capito che cosa voleva dire trovarsi in un Paese in cui esiste la pace e prima mi hai detto che in un certo qual modo ti sei sentita disorientata, non riuscivi più a capire quale era il tuo posto, come ti dovevi sentire, in questa nuova situazione.

    Violette Khoury
    Vivere uno stato di guerra per me era la vita normale. Sentivo certo parlare di pace ma avevamo paura di tutto, di perdere noi stessi, il controllo di noi stessi, il controllo del pensiero, anche della fiducia verso gli altri e più in grande la perdita del Paese, la perdita della struttura sociale. È come una catastrofe. Entro nei particolari che possano spiegare quanto dico.
    Sono cresciuta avendo paura di me stessa, senza fiducia in me stessa, perché per sopravvivere o per vivere dovevo agire come “il più forte vorrebbe che sia”. E così ho fatto finché sono andata a studiare Farmacia all’università di Gerusalemme, e quando ho chiesto un permesso militare (necessario per spostarmi da Nazareth a Gerusalemme), mi hanno chiesto di fare la spia sui miei colleghi. Questo mi ha spinta a lasciare l’università e a trasferirmi a Roma e ormai sono trascorsi più di 60 anni. A Roma ero la stessa persona che non aveva conosciuto la pace, la stessa persona che voleva studiare, che aveva paura, era timorosa di tutte le cose, ma poi a un certo punto, dopo qualche mese, mi sono sentita estranea a me stessa e mi sono messa a cercare di capire cosa fosse successo. Dov’era andata la Violette che conoscevo? Non l’ho riconosciuta più, ma poi ho scoperto che era la prima volta nella mia vita che realizzavo che c’è qualcosa che si chiama Pace. È come un malato che è stato sempre malato e non ha mai sentito che cosa sia vivere in buona salute.

    Eva Crosetta
    Luigina Mortari ha lavorato soprattutto sul tema della cura, l’aver cura.
    Mi ha molto colpito quello che diceva Violette, che noi abbiamo la fortuna di vivere in un Paese in pace, però molto spesso quello che più manca, nelle nostre vite, è una vera e propria pace interiore. Abbiamo talmente tanto bisogno di trovare senso, un significato nelle nostre esistenze, che non riusciamo ad andare avanti, ad affrontare quasi il quotidiano. Vorrei chiederti, come si fa ad educare anche un giovane all’imprevedibile che può capitare nella vita, che sia una guerra, che sia una pandemia, un’emergenza (ora che abbiamo una guerra fuori dalla porta di casa, quella in Ucraina, che in qualche modo ci permette di percepire meglio quanto diceva Violette)?

    Luigina Mortari
    Comincio intanto dalla sollecitazione che viene da Violette. Ho appuntato le sue parole: “agire come il più forte vorrebbe che sia”. Questa è un’enunciazione di un valore politico grandissimo. “Agire come il più forte vorrebbe che sia”, questo è evidente nella guerra, ma non pensiamo che noi, solo perché siamo in una realtà di pace, non ci troviamo nello stesso rischio: tutto questo ha a che fare col prevedibile e l’imprevedibile.
    Il più forte vorrebbe che l’altro agisse come lui vuole, e allora deve rendere tutto prevedibile, e quindi per il potere che si fa violenza, l’imprevedibile è un male.
    Per cui certe parole, che la retorica carica di un significato negativo, perché l’imprevedibile per la nostra cultura è qualcosa di negativo, da un punto di vista dello spirito diventano un qualcosa di assolutamente positivo. Ciò che è prevedibile è controllabile, ciò che è imprevedibile non è controllabile. Quindi, dal punto di vista della vita dello spirito, non è il controllabile il buono, ma l’incontrollabile, quello che non è prevedibile.
    E mentre Violette parlava, mi sono ricordata all’improvviso e spero che questa connessione possa tornarvi utile, di quello che succede nella tragedia di Antigone, la bellissima tragedia di Sofocle, che andrebbe riletta oggi. Ci sono due fratelli che muoiono in guerra, come gli Israeliani e i Palestinesi sono fratelli, però si combattono gli uni gli altri e Creonte (colui che ha il potere, che domina) decide che il fratello che non ha combattuto per la città non può essere sepolto e chi lo seppellirà verrà punito. Non essere sepolto, per gli antichi Greci significava vagare per sempre, non raggiungere l’Ade. Questi due fratelli hanno due sorelle, Antigone e Ismene. Antigone, quando sa che il fratello non verrà sepolto, chiama la sorella Ismene e le suggerisce di andare insieme a seppellirlo. Ismene decide di stare nella prevedibilità e dice: “La legge del più forte chiede di essere obbedita, e quindi io non andrò contro la legge del più forte”. Antigone non fa violenza sulla sorella, non pretende da lei un atto di cui non è capace, e quindi decide di andare a seppellire il fratello da sola. Creonte non vuole, e cerca di portare Antigone dalla parte delle leggi, che sono però le leggi sue, le leggi del potere che in questo caso diventano violenza, e le dice: “Tu devi obbedire alle mie leggi” e Antigone risponde: “Non ci sono solo le tue leggi, che sono le leggi dello Stato (ma in questo caso le leggi di uno che esprime la violenza, non leggi democratiche), ma ci sono leggi che vengono prima delle leggi degli uomini, e io decido di non stare alle tue leggi e di stare ad altro”.
    E allora lui si spaventa, perché tutti i cittadini sono prevedibili e accettano il suo potere, mentre lei, imprevedibile, disobbedisce. Allora lui tenta di convincerla e lei dice una cosa importantissima: “Io non sono nata per odiare, le guerre nascono dall’odio, sono nata per amare”, e decide di seppellire il fratello. Tutto questo è sconvolgente, perché dal momento in cui lei diventa imprevedibile, rompe questa chiusura del potere che si tramuta in violenza, e così attraverso la tragedia scritta, noi possiamo leggere a distanza di millenni che ci possiamo sottrarre al potere prevedibile, per fare ciò che la legge del cuore ci dice di fare. Quindi stare nell’imprevedibile è stare nell’ordine di ciò che deve essere fatto.
    Dove lo vediamo oggi, che l’imprevedibile è una categoria dello spirito non accettabile? Io lo vedo tutti i giorni in quanto docente universitaria. Spesso i miei studenti mi dicono come sarà l’esame di fine corso, con quale modalità lo si può effettuare e quando io rispondo di non saperlo, che è possibile “fare del corso un’avventura”, e vedere se senza fissare delle leggi in anticipo, si può poi fare una prova d’esame decisa insieme, non stando alle regole stabilite, e trovare lo spazio perché il pensiero di tutti possa avere un luogo, allora qualcuno entra in ansia (l’educazione è anche lasciare l’altro nell’ansia, che non fa male se non diventa angoscia), per poi scoprire che anche stando nell’avventura delle cose non decise ci può essere qualcosa di molto bello. Perché se io decido tutto prima, certamente lo studente o il cittadino si possono sentire pacificati, ma se decido tutto lo decido io, e tu stai nel luogo dell’oggetto, e tutto sembra tranquillo, ma lì non c’è il luogo dello Spirito.
    Prima, leggendo il brano del Vangelo, si è parlato di Spirito. Non c’è luogo dello Spirito, perché lo Spirito è come il vento e il vento fluisce nell’imprevedibile, non lo si controlla. Quando nel Vangelo si parla di Spirito, in realtà traduce la parola greca pneuma, e pneuma è il respiro, il respiro è ciò che fa vivere, e ciò che fa vivere sta sempre nella categoria dell’imprevedibile. Perché noi siamo e questo ce lo insegna Maria Zambrano dentro una dimensione dell’esistenza che è un mistero continuo. È questo che soprattutto abbiamo dimenticato, dato che viviamo in un’epoca dominata dal sapere della scienza, del controllo e dalla verificabilità. Ma la vita non sta alla verità della scienza, la vita sta a un’altra verità, che è la verità dell’esistere; sta alla verità dello Spirito, del pneuma, del respiro, che segue altri ordini, che segue l’ordine del mistero.
    E Maria Zambrano, una grande filosofa spagnola, che mette nell’ordine della filosofia (di un pensiero fino a quel momento logico, strettamente sistematico) tutto il sapere dei grandi mistici, dice che quello che abbiamo dimenticato in tutti i nostri discorsi: noi veniamo dal mistero e nel mistero siamo, e ogni volta che cerchiamo una parola che controlla tutto, entriamo in una finzione. Se invece stiamo un po’ in disparte e lasciamo che il mistero venga in evidenza, scopriamo tutta la nostra parzialità, tutta la nostra pochezza, il nostro “essere di bisogno”. Ma è così che siamo nella realtà, perché noi non siamo coloro che dominano il tempo, il reale, ma siamo quelli che apparteniamo all’ordine del reale, come lei dice: “Apparteniamo all’ordine, al fondo originario della vita, che è quel mistero che viene prima del nostro essere, e ci sarà anche dopo il nostro essere”. Il sapere contemporaneo l’ha dimenticato, e quando qualcuno riporta dentro l’ordine anche della filosofia questi discorsi, non viene considerato bene, perché esce da tutto ciò che è sistematico, da tutto ciò che è prevedibile, dal linguaggio logicizzante, ed entra dentro un altro ordine del discorso.
    Maria Zambrano scrive una frase che racconta quanto abbia senso il concetto dell’imprevedibile nel suo pensiero. In un testo bellissimo che è “Chiari del bosco”, suo primo libro tradotto in Italia, scrive: “Quando vai nel bosco (noi quando andiamo nel bosco se è troppo scuro cerchiamo qualche radura) non bisogna cercare il chiaro. Non bisogna cercare, è la lezione immediata del bosco. Non bisogna andare a cercarli i chiari, e nemmeno andare a cercare nulla di loro, nulla di determinato, di prefigurato e di già risaputo. E l’analogia del chiaro con il tempio svia l’attenzione”.
    E tutto il libro è questa lezione che lei ci dà: il bosco è la vita, è l’avventura. Lei dice che noi abbiamo bisogno della luce perché siamo nell’opaco e nell’enigmatico, ma non è qualcosa che sempre devi cercare nel senso, che devi affidare all’ordine del pensiero logico. A volte devi stare ad aspettare senza prefigurare nulla. Attendere che qualcosa arrivi, e l’attesa è la dimensione dello stare nell’ordine della grazia. Un’altra grande filosofa, Simone Weil, dice: “Cerca di fare tutto il bene che puoi, però arriva a un certo punto e fermati, perché più di tanto tu non puoi fare”. Quindi stare nell’imprevedibile vuol dire stare nella nostra pochezza, accettare quel poco che noi siamo senza pretendere di dominare la realtà, perché nella realtà ci sono anche gli altri, e questa cultura del controllabile ci ha insegnato che il nostro potere dipende da quanto noi dominiamo gli altri, quando invece è il contrario.

    Eva Crosetta
    Il passaggio che hai letto mi ricorda qualcosa che hai detto tu prima, Violette. Cercava la luce, lo spiraglio di luce nella radura, nel posto dove il bosco è meno fitto. Tu quella piccola luce, Violette, la cerchi nel cielo, nel buio fitto della sofferenza, dell’atrocità, che ha conosciuto il tuo popolo, il tuo territorio. Non hai mai perso la speranza, hai sempre guardato il cielo con la voglia di trovare quella luce.
    Come si fa a non perdere la speranza? Perché nella parte del mondo dove viviamo noi, molto spesso siamo molto sfiduciati, anche non avendo una situazione così drammatica come quella che vivi tu insieme alla tua gente.

    Violette Khoury
    Quello che ho scoperto a Roma, la mia “Via di Damasco”, è quali sono le cose essenziali nella vita. Per prima cosa la pace, perché la pace è come la salute, siamo fatti per vivere in pace, come la persona umana è fatta per vivere in buona salute e non malata.
    La seconda cosa è la libertà, la libertà dello spirito, la libertà di essere sé stessi. Noi che siamo stati sempre controllati non abbiamo conosciuto che cosa è essere liberi, e ho cercato questo nella Bibbia. Dio crea l’uomo a sua somiglianza, libero. Quindi ogni persona umana è libera, la libertà è un dono di Dio, è un diritto per ogni persona umana, non è un diritto che mi dà il governo. E quindi il diritto di Dio lo devo mantenere.
    La terza cosa è l’uguaglianza, la giustizia che ci fa arrivare alla pace, e soprattutto conoscere la verità. Noi viviamo in un mondo in cui la verità è sempre camuffata, sempre orientata verso le intenzioni del più forte, mentre la verità è una, la verità fa male, e sempre dobbiamo avere il coraggio di vedere la verità e di affrontarla. E questa è un’altra lezione che ho imparato anche a Roma, e che ho cercato nel Vangelo. “Conoscete la verità, e la verità vi libererà”. Non possiamo essere liberi se non vediamo la verità con coraggio, anche sapendo che questo ci può portare ad avere dei problemi. Cerchiamo certe volte di evitare i problemi, di camuffare oppure cambiare la verità. E quindi ci vuole il coraggio.
    Dunque sono questi quattro elementi su cui mi sono impegnata a lavorare, perché mi sono mancati nella mia gioventù, e mi sono prefissata di prenderli come leggi per me e per le generazioni del futuro. Finché lavoriamo per realizzare questo sogno di pace, di libertà, di verità, abbiamo sempre la speranza che questo si realizzerà, e non cadiamo nella disperazione.

    Eva Crosetta
    E forse è proprio il fatto di mettersi in una posizione di verità con sé stessi e anche con gli altri che ti dà la possibilità di costruire dei dialoghi che non siano dialoghi soltanto di tolleranza, ma di riconciliazione.

    Violette Khoury
    La tolleranza non è quello che vogliamo. Quando si parla di tolleranza, è come se cercassimo un mezzo di vivere insieme, al minimo. Ma quello che cerchiamo è l’accettazione dell’altro. Nel mio Paese siamo cristiani, musulmani, ebrei e i cristiani appartengono a 13 differenti denominazioni (io sono melchita), che vive la propria autonomia. Noi cristiani siamo adesso l’1,6% della popolazione (non ho mai avuto il coraggio di dividere 1,6 per 13 per non vederci “sparire”), ma so che esistiamo, crediamo in noi stessi e crediamo alla nostra appartenenza al Paese, alla terra e al popolo. Questa è un’altra lezione che ho imparato a Roma, quando mi sono trovata, dopo qualche anno dal mio arrivo, lontana dalla diversità e dalla pluralità del mio Paese.
    Il mio cognome è Khoury, che vuol dire prete, è un cognome molto diffuso; esso sta a significare che nella mia famiglia c’è stato un prete. Noi cristiani originari, palestinesi, siamo i discendenti dei primi cristiani che hanno conosciuto gli apostoli, ed essere cristiano è diventato un’identità, un’appartenenza. Abbiamo conservato un grande rispetto per questa appartenenza, per questa identità, e quando c’era un prete ordinato in una famiglia questo diventava un onore, quindi la famiglia lasciava il cognome familiare e si chiamava “la famiglia del prete” in segno di rispetto. Ho avuto la curiosità di cercare il prete che ha dato il nome alla mia famiglia, è vissuto a Nazareth nel 1740, è stato sepolto nel 1771. Quindi la nostra appartenenza è molto profonda e quando un albero ha delle radici profonde, non cade: noi sosteniamo le nostre radici e così il frutto non ha nulla da temere.

    Eva Crosetta
    Hai lavorato per 47 anni a Nazareth, dietro il bancone della farmacia e certamente avrai incontrato tanti dei suoi quasi 90.000 abitanti, hai incontrato il loro bisogno nel quotidiano. Qual era, secondo te, il bisogno più forte che hai riscontrato in loro, umanamente parlando?

    Violette Khoury
    Nazareth era il capoluogo e la capitale di tutta la popolazione palestinese e dei cittadini israeliani, e quindi venivano a Nazareth per tutto. Posso dire che ho incontrato tutti! Tutti avevano un bisogno unico, cercare la pace e la giustizia e la nostra identità, perché l’imprevedibile ha creato una identità perduta. La mia generazione ne ha conosciuto la vera storia, ma alla generazione dei nostri figli, anche a livello di sistema educativo, questo è stato negato, non hanno neanche potuto menzionare chi siamo, perché bisognava cancellare la presenza palestinese nel mondo.
    Ricordo a questo proposito un fatto increscioso, che mi ha fatto piangere. Mia figlia di 7 anni torna un giorno da scuola molto turbata, e mi dice: “Mamma, tu ci hai insegnato a dire la verità e ho scoperto oggi che ci hai detto delle bugie”. Quando le ho chiesto perché? mi ha risposto, “Perché tu ci hai raccontato che avevi dei cugini, delle zie a Haifa”. Mio padre è originario di Haifa e tutta la mia famiglia di Haifa è profuga nei campi di profughi in Libano. Andavamo a Haifa e le mostravo dove erano le case della mia famiglia e lei mi credeva. Ma quel giorno a scuola le hanno detto che Haifa è stata costruita dopo il 1948, quindi non esisteva prima e per lei, una bambina di sette anni, è la maestra che dice la verità, non la mamma.
    Come mai mamma ci dice che aveva dei familiari a Haifa? A lei importava poco se Haifa esistesse prima o no, le importava che io le raccontassi delle bugie, e questo la sconvolgeva. Ho capito che la guerra non è solamente una guerra fisica, è anche una guerra interna, una guerra che ci tocca nel fondo della nostra esistenza, della relazione tra madre e figlia. A scuola hanno rifiutato di spiegare la verità perché il programma prevedeva che quello andava insegnato. E le mamme, quando ho chiesto ad alcune di aiutarmi perché potessimo trasmettere la nostra storia, la nostra memoria ai nostri figli, hanno avuto paura di parlare di questo, perché farlo avrebbe causato dei problemi ai figli nel futuro. La paura ha permesso di accettare che fossero sottomessi a una non verità, a non accettare sé stessi.

    Eva Crosetta
    Chiedo a Luigina, c’è una parola bella, “pesante”, che usavano spesso i filosofi: “etica, un comportamento etico, un’esistenza etica”. Noi, in questa società, siamo così presi a rivendicare la libertà ad ogni costo forse che abbiamo ormai un’accezione di libertà molto compromessa, la tecnologia ci ha portato a essere estremamente liberi, ma forse abbiamo devitalizzato tale concetto, svuotato di significato, perché abbiamo una comprensione della vita come fosse soltanto nostra, dimenticandoci che la vita è un dono e ha senso in relazione sempre con la vita degli altri. Che rapporto abbiamo con la responsabilità, e come è possibile educare all’etica in una società in cui prevale il “furbetto”?

    Luigina Mortari
    Domanda molto impegnativa… che riporta a una parola bellissima, etica, che abbiamo dimenticato. Sentendo la domanda ho subito pensato a Kant, filosofo da cui è nata l’etica moderna. Ora Kant opera una distinzione poco conosciuta fra il dovere del diritto, la giurisprudenza, e il dovere di virtù che è l’etica. Secondo Kant l’etica è là dove stanno le virtù. Invece dove sta il diritto è un’altra cosa, una cosa necessaria certamente ma non è l’etica. E continua affermando che i doveri di diritto sono doveri perfetti, mentre i doveri di virtù sono doveri imperfetti perché la virtù non obbliga, mentre il diritto obbliga.
    Ora noi nasciamo da questo tipo di concezione kantiana, ma per il momento la accantoniamo perché riprendo il concetto citato da Eva, il concetto di cura: la cura ha a che fare con la virtù e anche col fatto che noi non siamo nati per vivere da soli. Vivere è convivere, è vivere con gli altri, e spesso ce ne dimentichiamo. Perché questo ha a che fare con la cura? Perché quando noi veniamo al mondo non veniamo al mondo leggeri come il vento, dice Emmanuel Lévinas, ma veniamo al mondo subito appesantiti da un compito, che è il compito di dare forma all’esistenza. E questo è il compito del vivere. Però in questo sentire il peso di dare forma all’esistenza, noi siamo mossi da qualcosa. Gli Stoici dicevano da una tensione, da una pulsione, Plotino invece dice che siamo mossi da un desiderio, dal desiderio del bene. Quindi l’essere umano nasce incompiuto con un compito grande, che è il compito di dar forma all’esistenza, e questo dar forma all’esistenza è guidato da un desiderio che è il desiderio del bene.
    Ma il bene è qualcosa di facile da raggiungere? No, ci dice Platone. Perché se possedessimo la scienza del bene noi possederemmo la massima scienza, ma il bene è un concetto che solo Dio conosce. Questo dice la filosofia antica, e questo dovremmo riprendere per riportarci all’umiltà. Noi desideriamo il bene, tutti e Simone Weil dice: “Tutti desiderano il bene e cercano di evitare il dolore, e questo è quello che mi guida nella vita”.
    Già è difficile fare questo lavoro perché non abbiamo un concetto del bene, e al massimo, dice Platone nel Filebo, un bellissimo dialogo sull’amore, noi possiamo arrivare nei vestiboli del bene, perché la pienezza di esso è inafferrabile (mentre invece per santa Teresa D’Avila e i mistici si arriva al contatto col trascendente, dopo aver attraversato tutte le stanze del famoso castello dell’anima). Ma quello che la filosofia antica non sempre dice, sarà poi la filosofia contemporanea a farlo, dopo la tragica esperienza della Seconda Guerra Mondiale, da cui nasce tutto il problema dello Stato Palestinese: scopriamo che vivere è convivere, cioè che non riusciamo a vivere il senso della nostra vita se non con l’aiuto dell’altro, e questo aiuto che ci viene dall’altro è il lavoro della cura. Il “mestiere del vivere” (un’espressione di Pavese) io lo definisco come il “lavoro della cura”. Questo concetto che solo da qualche decennio si comincia a nominare, è un’espressione molto frequente nel Vangelo, ma per molto tempo lo si è accantonato. Uno dei passaggi più belli del Vangelo è la parabola del buon Samaritano, che dice appunto del rapporto con l’altro, e un altro passaggio è la parabola dei corvi, quando nel Vangelo di Matteo Gesù dice: “Non preoccupatevi troppo delle cose del mondo, fate come i corvi, oppure fate come i gigli, che hanno degli abiti più belli del re”. Quando, in greco, Gesù dice: “non preoccupatevi troppo”, la parola usata significa CURA, allora noi nasciamo obbligati dal preoccuparci della vita, perché senza preoccupazione non diventiamo quello che noi possiamo essere, però Gesù dice: “State attenti, che se vi preoccupate troppo delle cose del mondo, l’anima appassisce, non c’è più il respiro, il respiro dell’anima, perché vi riempite troppo delle cose del mondo”. Quindi la cura è la preoccupazione. Tutti noi siamo preoccupati e se ci aiutiamo l’un l’altro ci aiutiamo nella vita, però senza riempirci troppo delle cose del mondo.
    In greco c’erano tante parole per dire la parola cura, mentre in italiano ne abbiamo una sola. C’è anche la parola epimeleia, e questa la troviamo nella parabola del buon Samaritano. In questo brano bellissimo del Vangelo si dice che c’era una persona bisognosa sul bordo della strada, e di persone bisognose sul bordo della strada noi ne abbiamo tantissime oggi, dobbiamo saperle vedere, e sono le persone ammalate che non sono aiutate; gli anziani che non hanno spesso le risorse economiche per portare avanti la loro esistenza e non riescono neanche ad accedere ai servizi; sono i ragazzi adolescenti che hanno perso la speranza; sono i giovani adulti che hanno perso il lavoro e si ritrovano alle cene della Caritas e a volte vanno con molta vergogna; sono le giovani madri che spesso non hanno i servizi, in certe regioni d’Italia, come i servizi educativi per l’infanzia, e tutti questi hanno bisogno di aiuto. Quindi bisogna saper vedere quello che c’è là, sulla strada. Il Vangelo dice che arriva uno, “vide e andò oltre”, arriva un altro “vide e andò oltre”, quindi non vide, perché c’è un vedere che non è un vedere, bisogna saper vedere chi ha bisogno. Poi ne arriva un altro e il Vangelo dice “Vide e ne ebbe compassione”. Poi aggiunge “ebbe cura”. Questo fonda l’etica: l’etica è saper vedere il bisogno dell’altro, chiunque esso sia, e assumere su di sé l’appello dell’altro, farsi responsabili a rispondere. Però bisogna saper vedere, avere un’attenzione sensibile e poi avere la capacità di rispondere, perché a volte è anche un coraggio grandissimo, quello di saper rispondere.

    Eva Crosetta
    A quante cose nella vita quotidiana facciamo attenzione, per evitare rischi e ostacoli! Se riuscissimo invece soprattutto a “fare attenzione” all’altro, ne potrebbe più facilmente seguire il prestare ascolto. Oggigiorno siamo tutti pronti a parlare, ci piace sentire parlare ma non dovremmo invece avere la voglia, il desiderio di conoscere l’altro, di prestargli ascolto?
    Volevo anche chiedere, sulla base di quanto diceva Violette, come possiamo fare a recuperare un’identità, un senso di appartenenza, di collettività, di comunità? E facendo affidamento sulla memoria che viene spesso calpestata, e tenendo conto della presenza massiccia della terza età, gli anziani, a cui non si presta più ascolto, come ricuperare la nostra identità, la nostra memoria? Come creare un interscambio di cultura e non solo, una autentica comunicazione attiva, tra giovani e anziani?

    Luigina Mortari
    Vorrei incrociare le tue sollecitazioni partendo dalla fine, mettere insieme i giovani con gli anziani. C’è un bel passaggio della Retorica di Aristotele che dice: “Agli anziani dobbiamo riconoscenza”. Questa ormai la società lo ha dimenticato, perché vuole nascondere la non prestazione, il dolore, la morte, collocando gli anziani nelle case di riposo. Ma allora cosa perdono i bambini, i ragazzi, dal mancato contatto con gli anziani? Perdono la tradizione, perdono la memoria, perdono una relazione diversa da quella con gli adulti che lavorano, perché l’anziano, proprio perché è colui che è uscito dal mondo del lavoro, ha un ritmo dell’anima differente, e i bambini trovano pace soprattutto con gli anziani, perché hanno un respiro differente. Allora, recuperare il rapporto giovani e anziani significa recuperare degli spazi di comunione e avere la capacità, noi, di far ritrovare agli anziani il senso che loro possono essere ancora utili, perché noi abbiamo il senso del nostro valore se siamo utili agli altri; quando gli altri ci confinano in un posto dove noi percepiamo che non siamo più utili perdiamo il senso del contare.
    Tutti abbiamo bisogno di contare e noi sappiamo di contare se l’altro ci dice: “Vieni con me e facciamo qualcosa insieme”. Invece la nostra cultura è una cultura di isolamento, ogni tempo della vita è distinto dagli altri, i piccoli, gli adolescenti stanno in alcuni luoghi, e gli anziani li mettiamo in altri luoghi e in altri tempi. Invece proprio gli anziani ci possono aiutare a coltivare il senso dell’identità. Quale identità? Non quella del “gruppo”, dove l’appartenenza è differenza ed esclusione, ma l’appartenere all’essere umano, come essere umano. Solo così è possibile empatia.
    È difficile comunicare se sento l’altro appartenere ad un altro gruppo, ma quando penso l’altro nella sua essenza umana, che è profondamente uguale alla mia, scopro cosa ciascuno ha bisogno lì dove si trova, e reciprocamente. Bisogno che alla fine è il bene, l’amore come agape, l’amore spirituale, quello che connette due anime, ed esiste davvero. Ritessiamo allora i fili ricollegandoci alla parola “etica”: noi riusciamo a stare in una comunione dove la mia identità è qualcosa di abbastanza largo e liquido da poter far posto anche alla tua, se siamo capaci di etica, e l’etica è la capacità di ascoltare, è capacità di attenzione, è capacità di rispettarti profondamente per quello che sei, non per essere tollerante e lasciarti dove sei, ma per il rispetto capace di interpretare profondamente il tuo desiderio (non il tuo diritto) facendolo incrociare con il mio per trovare la strada che ci fa andare insieme, trovando il sentiero in cui camminare tutti insieme. È una cosa difficilissima, perché significa trovare il ritmo e stabilire insieme una meta anche se veniamo da posti lontani.

    Eva Crosetta
    Parlando sempre di giovani, Violette, prima dicevi che per decenni i vostri giovani sono stati sottomessi da uno stato e da un regime di paura, ma hai notato che negli ultimi tempi qualcosa in loro è cambiato? Vuoi esplicitare?

    Violette Khoury
    Ritorno agli anni’50-’60. Ero all’università a Gerusalemme e un professore disse a noi studenti palestinesi, arabi: “Il vostro problema sarà risolto col tempo”, e ci spiegò, Voi siete nati in Palestina, ma non avete conosciuto la Palestina (eravamo nati prima del 1948). I vostri parenti vi hanno trasmesso una memoria, ma voi non l’avete sperimentata, non la potete consegnare ai vostri figli, loro non sapranno niente, e così i vostri nipoti, si dimenticheranno e così si cancellerà il problema”.
    L’hanno ripetuto più volte per farcelo credere, ma io non ci ho mai creduto perché vedevo che non si può seppellire la verità, in qualche modo e a un certo punto essa si manifesterà. Ma c’era la paura, sapevano come “cancellare” la memoria, le persone della mia età che hanno conosciuto e vissuto la guerra, l’umiliazione e lo shock, adesso sperimentano quasi un blocco, non vogliono più ricordare quei tempi.
    Avendo lasciato la mia terra ho scoperto altre cose, mi sono liberata, ma molti non si sono liberati, e quindi c’è una perdita della memoria; la storia non è stata scritta e neanche insegnata. Ricordo il tempo in cui le mie figlie erano bambine, e non potevamo, perché era proibito menzionare la Palestina. Era proibito mettere insieme su una qualsiasi cosa i quattro colori della bandiera palestinese. Bisognava fare tabula rasa. La generazione che è cresciuta sotto questo regime di controllo dell’idea, della paura, ha cercato non tanto di cancellare, ma di assumere un altro atteggiamento, di credere a un’altra storia. Ecco non possiamo fare niente, bisogna dimenticare e andare avanti. Molti sono emigrati, soprattutto negli Stati Uniti, e tutti quelli che sono emigrati, anche se hanno avuto buone condizioni di lavoro, si sentono in esilio, perché nessuno ha fatto un’emigrazione di scelta. L’emigrazione era scappare da loro stessi, ma non hanno trovato loro stessi lì dove sono andati, non hanno trovato un altro io. Il loro sé li ha seguiti e tutti dicono: “Abbiamo lasciato il Paese, ma il Paese vive in noi”. Hanno trasmesso questo ai loro figli e alle nuove generazioni, ha vinto la paura. Ma è arrivata adesso una generazione che ha visto che l’emigrazione è stata sbagliata, perdere la propria identità non ha dato soddisfazione; fare i soldi, lavorare e non sapere chi sei, sei sempre schiavo del più forte. Dunque, la nuova generazione, di quelli che sono nati alla fine del secolo scorso e all’inizio di questo secolo, ha scoperto che bisogna trovare le radici, l’identità, non avere paura della verità, cercarla, dirla, e chiedere giustizia e uguaglianza, essere accettati. Adesso vedo che tra la nuova generazione c’è una chiamata a ritrovare le radici, la libertà, e la verità.
    È una sfida, la nostra vita è fatta di imprevedibile; è la sfida di concretizzare, di realizzare qualche cosa, quello che vogliamo. Nel Vangelo Gesù dice: “Che abbiano la vita e la vita in abbondanza”, ma ogni volta mi chiedo dove sta la vita? Non la conosciamo, tutta la nostra vita è stata una sfida per sopravvivere, per continuare a non morire, accettando tutte le umiliazioni, e insieme non essendo riconosciuti, perché il mondo intero si è messo dalla parte del più forte. Abbiamo tenuto sotto controllo il pensiero e anche il cuore, cercando la strada più facile per sopravvivere. Ma adesso i giovani hanno il coraggio di agire diversamente, Gesù ha indicato la strada dell’affrontare la verità e di sostenere il più debole e l’uomo come uomo, l’uguaglianza e non la superiorità e la semplice tolleranza.

    Eva Crosetta
    Luigina, ti insegnano, in certi casi, come raccontava Violette, a cogliere l’altro come un nemico, come se fosse insito nella condizione dell’uomo percepire l’altro come una persona diversa da noi, che può essere ostile?

    Luigina Mortari
    Allora non siamo più nell’ordine dell’educazione e neppure dell’indottrinamento, ma della violenza. Quando si insegna che l’altro è nemico, si sta violando la libertà delle persone che abbiamo davanti, perché le si mette già dentro l’ordine del terrore, dell’ingiustizia, della violenza. Per fortuna viviamo nella democrazia (che pure è sempre a rischio), e questi insegnamenti non possono avere luogo, e almeno non ne siamo a conoscenza. C’è però ancora prima il pericolo dell’indottrinamento, cioè mettere nell’altro talmente tanti pregiudizi da impedirgli di vedere la realtà così come essa è. E allora c’è una formula che bisognerebbe ricordare a tutti coloro che insegnano e anche a tutti gli studenti non appena sono in grado di capire, che il compito dell’insegnamento non è di insegnare a pensare “che cosa”, cioè pensieri già fatti, ma insegnare a pensare “come”, cioè pensare liberamente. Questo è il compito dell’educazione. Le tirannie sono quelle che non insegnano mai a pensare liberamente, hanno paura dell’educare a pensare. Ascoltando il resoconto doloroso degli anni che ha vissuto Violette, pensavo a tutti i contesti in cui, quando siamo davanti ai giovani si decide già in anticipo che cosa è bene che loro pensino.
    Ma allora e lo afferma anche la scienza, non si riesce a cogliere che la realtà è sempre imprevedibile, e per coglierla bisogna avere un pensiero capace di vedere il nuovo. E questo vale anche rispetto al male, la capacità di coglierlo là dove esso nasce, dove avviene, occorre un pensiero libero e sufficientemente profondo. Come esempio storico vorrei citare la situazione della Germania prima della Seconda Guerra Mondiale. In Europa c’erano i sistemi educativi più efficaci al mondo, e in Germania forse ancora meglio strutturati. In una intervista al New Yorker, Hannah Arendt, fuggita dalla Germania nazista, confessa di non aver avuto una buona educazione, un’educazione al pensare. E spiega: “Non mi hanno insegnato a vedere la realtà così come si stava formando. Il male si stava radicando e noi non lo vedevamo”. Non lo vedevano al punto che il suo maestro di pensiero aderisce al Nazismo.
    Quando poi negli anni ‘50 viene reinvitata in Europa per tenere una conferenza, lei riprende la lezione di Lessing, che quello che dobbiamo imparare è insegnare a pensare da sé, in modo che quando ci sarà qualcosa di nuovo di cui nessuno ha conoscenza, tutti sappiano vedere se c’è del buono e se c’è del male.
    Ma questo non basta, e lo dico da un’esperienza personale. Certo, è già una cosa importante avere il coraggio di dire come stanno le cose e non nascondersi, perché la realtà ha bisogno che venga detta; ma poi occorre anche prendere posizione contro le cose che non vanno, perché se lasciamo che le cose non siano compiute secondo l’ordine giusto diventiamo corresponsabili del male quando poi si radica nella realtà. Ecco perché la scuola, la famiglia, tutti i contesti hanno bisogno e l’etica è l’educazione a prendere coraggio, il coraggio di dire le cose come stanno e di fare quello che va fatto ogni volta che si vede qualcuno che soffre, che un’ingiustizia viene perpetrata. Il coraggio di andare anche contro l’ordine che si impone, perché poi a soffrire sono sempre i più deboli. E se noi siamo cristiani fino in fondo, dobbiamo riconoscere che la verità è qualcosa che si fa, non solo qualcosa che si dice; e se la verità la devo fare, questa verità è la verità del bene, la verità di fare il bene e di evitare il male, tutti i momenti, in ogni azione possibile. E questo lo si deve insegnare fin da subito.
    Mi sovviene il pensiero di un bambino quando, lavorando con loro sui temi dell’etica, una volta ho chiesto: “Che cos’è la generosità?”. I bambini hanno capito subito: dare qualcosa all’altro. Allora abbiamo chiesto un esempio concreto, e un bambino ha detto: “È quando ad esempio io do la mia merendina a un compagno”. E la sua compagna l’ha corretto: “No, questa non è generosità, perché tu ne hai sempre due, e allora fai presto a darne una all’altro. Questa non è la generosità”. Questa bambina ci ha richiamato a leggere in profondità i concetti etici più profondi, la generosità che è l’agape del Vangelo è dare all’altro ciò che è essenziale per noi; finché non ne siamo capaci rimaniamo dentro la prigione dell’io. Questo è il male contemporaneo, stare dentro la prigione dell’io che ci impedisce di fare spazio anche piccolo al desiderio dell’altro.

    Eva Crosetta
    Dalle varie argomentazioni è emerso varie volte il potere del più forte sul più debole, mi viene allora da chiederti, Violette, come riusciamo a superare questa propensione di dare sempre più sfogo al nostro io, e arrivare invece a capire che il bene comune è la cosa più importante?

    Violette Khoury
    Vorrei prima di tutto riprendere un pensiero precedente, sull’amico che diventa nemico. Io conosco anche dei casi in cui il nemico è diventato amico quando ha scoperto la verità. È un’altra risposta, questa. Ci sono stati casi in cui il nemico che ha vissuto sempre nel giudizio, nell’indottrinamento ricevuto, appena ha scoperto e vissuto la verità è diventato un grande amico. Quindi l’essere umano davanti alla verità e alla scoperta della verità può cambiare immediatamente.
    Quanto alla domanda di adesso, noi l’abbiamo sperimentato, proprio in quello che abbiamo sofferto durante le guerre, nessuno ha potuto trovare la stabilità né la felicità da sé stesso, ma solamente avendo una correlazione sociale, una comunità rinsaldata, una comunità che collabora e aiuta. Bisogna lavorare per il bene comune perché il mio bene non può arrivare se non ho una comunità che vive in pace.
    Ho cercato di fare questo anch’io, da una decina di anni, dopo la fine del mio lavoro da farmacista, per rendere viva la scoperta del valore della pace, il valore della libertà, della giustizia e della verità, l’ho sentito un obbligo per me. Allora ho fatto parte dell’associazione “Sabeel”, che è un’organizzazione cristiana basata sulla teologia di liberazione palestinese. Ma poi ho capito che non era sufficiente, che bisognava lavorare per tutta la comunità, perché siamo una cosa sola, e ho fondato una organizzazione che si chiama Nasijona-Nazareth (Nasijona significa “il nostro tessuto”), e in questo contesto vediamo proprio concretamente la felicità che riusciamo a dare alla gente, vengono nel centro a fare dei lavori artigianali, tipici del patrimonio palestinese, perché il patrimonio è un legame, un fattore comune per ciascuno, e quindi tutti si incontrano come persone umane e tutte le differenze cadono e ritrovano solamente le loro radici, la loro appartenenza e così vivere in una comunità sana, coesa, consapevole della sua esistenza. È una comunità in cui ci si vuole aiutare gli uni gli altri ed è una grande felicità.
    Ultimamente mi è capitato di leggere una ricerca condotta ad Harvard durata 75 anni, la più lunga indagine nella storia accademica del mondo. Per 75 anni, cominciando nel 1938 hanno studiato la vita di 747 persone (adesso ce ne sono una novantina ancora vive) anno dopo anno, per sapere come si andava avanti negli anni dopo gli studi. All’inizio, quando hanno domandato qual è il criterio della felicità, l’80% ha detto “essere ricchi”, il 50% “essere famosi”, nessuno ha detto “avere relazioni personali con gli altri”. Alla fine, quelle 90 persone che sono ancora vive dicono tutte che la felicità risiede nella interrelazione della comunità e della società. Insomma, la relazione sociale, la relazione umana è la base della felicità. E quando l’ho letto ho detto: “Ma è quello che stiamo facendo noi!”.

    Eva Crosetta
    Nella nostra cultura cristiana la donna di Nazareth è Maria. Per te, Violette, che cosa significa essere una donna di Nazareth? E che futuro vedi per il tuo Paese, pensando alle nuove generazioni?

    Violette Khoury
    Essere una donna di Nazareth non è un’abitudine, ogni giorno c’è qualche cosa che si rinnova in me: la mattina, quando apro le finestre, sento i canti degli uccelli e non posso non pensare che Gesù e Maria hanno sentito gli stessi uccelli cantare (ce n’è uno che si chiama l’uccello palestinese, che vive ancora, coi colori verde, blu e nero e nell’associazione abbiamo fatto dei lavori con questi colori), che hanno visto lo stesso cielo. Quando avevo un problema, dato che la mia farmacia era sotto la basilica a Nazareth, mi prendevo dieci minuti per fare una visita alla mia “vicina”. Raccontavo tutto a Maria: avevamo dei problemi a non finire, tanti imprevisti, l’imprevedibile, e mi affidavo a lei e sapevo che prendevo forza e “vedevo” come camminare.
    Mi è capitato diverse volte di preparare degli eventi, e poi scoppiava una guerra. Io ho vissuto almeno una ventina di guerre, e tutto si fermava; allora andavo nella grotta, cercavo Maria, sempre ricordavo che Gesù giocava in queste strade di Nazareth, parlavo a Lui, e dico che se la fede in Dio non esistesse, la dovrebbero inventare, perché è una grande forza.
    E poi a Nazareth vedevo la pluralità nella quale viviamo. Gesù ci ha detto di essere venuto per tutti, e san Paolo ci dice che non c’è più ebreo né greco, ma siamo tutti figli di Dio. Anche questo vedo a Nazareth, la comunità è una, e puoi vivere felice, in pace quando hai una comunità, una società sana, una società che sa comunicare. Abbiamo delle fondamenta solide, perché le discriminazioni che viviamo, il sistema di apartheid che viviamo, non ci offrono nessuna protezione, quindi questa è la base.
    Certo, se uso la mia logica umana rispetto a ciò che sta succedendo (la legge, il fanatismo, il sistema di apartheid) non posso che piangere per il futuro. Ma non possiamo usare quella, c’è il Signore, c’è la fede, e la fede è un grande dono, è una verità; la fede è la speranza e la speranza ci dà la forza di lavorare, ci fa aspettare l’impossibile dall’imprevisto, perché quanto è impossibile per noi è possibile a Dio. Quindi non cerchiamo di vedere cosa possiamo realizzare, ma continuiamo a camminare e a lavorare perché sappiamo che siamo sulla strada giusta. La ricerca della verità, la ricerca della giustizia non ha un tempo limitato, è un modo di vivere e lo trasmettiamo alla generazione a venire. E ho visto che adesso c’è nelle nuove generazioni un risveglio e una volontà di camminare e di cominciare a ricercare e a esistere, e questo mi dà molta speranza.

    Eva Crosetta
    Chiedo a Luigina di concludere, agganciandomi alla voglia di esistere di cui parlava Violette, in relazione ai nostri giovani, in Italia, dove le cose vanno meglio, per certi aspetti. Qui con noi ci sono tante persone che si relazionano e lavorano con i giovani, giovani che sono smarriti, spaventati, allo sbando, che a volte non sanno più come far vedere la loro esistenza. Come riusciamo ad educarli, a traghettarli nel futuro con consapevolezza?

    Luigina Mortari
    Questa domanda va al cuore della questione educativa. Quando si lavora nella formazione con i medici o con gli infermieri, uno dei punti emersi dalle ricerche mostra che determinante è quello che viene definito modeling, cioè il modello che si ha davanti. Un medico diventa capace di care, di cura, quando ha il suo mentore capace di cura. Le parole dicono le cose, ma sono i fatti che poi testimoniano qualche cosa.
    Allora il primo modo di aver cura dei giovani è di cercare la coerenza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo. Non possiamo chiedere a loro responsabilità, coraggio, generosità, se non mettiamo in pratica queste cose, perché altrimenti sono parole vuote. Quello che dobbiamo imparare a distinguere sono le idee inerti dalle idee vitali, come dice un grande matematico inglese, le idee inerti sono quelle che non producono nulla, le idee vitali sono quelle che mettono in movimento l’essere, però le idee vitali sono incarnate nelle nostre pratiche.
    Prima Violette parlava dell’esperienza di mettere le persone a lavorare con le mani. Gesù lava i piedi, e ci son delle cose pratiche che ciascuno di noi disdegna ormai: ci dimentichiamo che la cura dell’altro è fatta anche di piccoli gesti, di cose semplici e giuste che mostrano all’altro che noi siamo capaci di cura. Questo è il modo essenziale.
    E poi c’è la questione della felicità, del modo di essere e di sentire, come accennava Violette. Noi possiamo aiutare i nostri giovani a trovare la strada del cuore se sappiamo coltivare anche la loro dimensione affettiva. Noi siamo certamente i nostri pensieri, ma siamo anche i sentimenti che sentiamo, e dunque la nostra prima responsabilità è quella di coltivare qualche cosa nell’altro che sia un sentire positivo. Quante volte si stanno a pensare cose complicate, elaborate, e invece nel semplice sta l’essenziale. Il sapere comune ci dice che ci sono sentimenti negativi e sentimenti positivi. Il risentimento, l’invidia sono dei sentimenti negativi che corrompono le relazioni; e ci sono invece sentimenti positivi che sono l’ammirazione per l’altro, la speranza, la fiducia, perché tengono alte la forza e l’energia del cuore. Allora il compito nostro è quello di creare dei contesti di vita per i nostri ragazzi dove facciano esperienza di questi buoni sentimenti, e però ci riusciamo se elaboriamo i nostri e se siamo capaci di non mettere in circolo, noi adulti, dei sentimenti che corrodono l’anima, ma siamo capaci di lavorare su di noi per coltivare quelli che Plutarco chiamava i pensieri salutari. I sentimenti che aiutano a vivere bene vengono dai pensieri buoni, salutari, sani. Prendendo dal Vangelo, povertà di spirito e purezza di cuore, cioè pensieri semplici ed essenziali che vanno al cuore delle cose, e purezza del cuore che vuol dire “tirar via”, togliere tutti quei sentimenti che inquinano le relazioni con gli altri, perché solo nella gioia, dice Simone Weil si può apprendere. Nel Vangelo di Giovanni Gesù dice: “perché abbiano in sé stessi la pienezza della mia gioia”, il Vangelo è la scrittura della gioia, karis, parola che vuol dire anche ringraziare. Se c’è una cosa che mi piacerebbe che imparassimo di più è saper ringraziare. Dove tu sai ringraziare, l’altro riceve un riconoscimento; dove c’è un riconoscimento c’è quanto è importante della vita, il seme della gioia.



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