RUBRICA
Giovani e vescovi. Un dialogo sinodale che porta frutto /3
Dialogo tra Mons. Busca, Luca e Marco
A cura di Letizia Gualdoni
(NPG 2022-07-6)
L’essere umano in ogni epoca ha generato simboli con cui esprimere se stesso: i riti sono più diffusi di quanto si avverta. La fede cristiana, espressa nella sua liturgia, per avvicinare i giovani dovrebbe essere in grado di farli sentire accolti e coinvolti, accompagnando a decifrare il potenziale simbolico del rito, in una comprensione più profonda. Per vivere i riti è fondamentale la comunità: è stato sottolineato più volte nelle riflessioni ai tavoli del 6 novembre 2021, in quella giornata in Duomo a Milano che ha visto “Giovani e Vescovi” (lombardi) confrontarsi sui sentieri più significativi della vita e della fede. Un cammino che continua, nelle commissioni regionali, e che qui approfondiamo, con le parole di mons. Gianmarco Busca, Vescovo di Mantova, sulle tracce di un senso di appartenenza, nel desiderio di una maggiore partecipazione, attraverso la voce di due giovani.
I giovani al Vescovo
Luca Paesetti, 33 anni, nato a Crema, lavora come avvocato a Milano. Prende parte a diverse realtà associative civiche e socio-culturali e collabora con gruppi musicali per l’animazione liturgica, a livello strumentale e canoro, in ambito parrocchiale e diocesano.
D. È spesso difficile sentirsi in vera comunione nella compartecipazione al rito: perché e come recuperare un senso di fraterna condivisione?
R. Ogni rito liturgico e, in particolare, quello dell’Eucaristia, è costellato di riferimenti alla comunione e alla comunità. Eppure, nonostante vengano evocate e invocate, appaiono lungi dall’essere percepite e sperimentate. Soprattutto dai più giovani che, nel confronto con le “ordinarie” celebrazioni parrocchiali, ricordano spesso con nostalgia il calore delle Messe vissute al campo estivo o durante i pellegrinaggi.
Tuttavia, sono convinto che la soluzione non stia nell’immaginare aggiunte, modifiche o stravolgimenti dell’ordinamento ma, piuttosto, nel vivere in pienezza il rito stesso. Con semplicità, lasciandovisi avvincere e coinvolgere. La liturgia, infatti, è già in se stessa e per se stessa “generatrice di comunione”. Questa non deriva dallo sforzo dell’uomo, ma dalla sua disponibilità.
D. I riti come momento all’interno dei quali l’individuale personalità dei singoli rischia di essere trascurata, con il rischio di un senso di spersonalizzazione: come facilitare affinché ciascuno si senta, come singolo e persona, importante e valorizzato?
R. La vera comunione non è qualcosa di vago e indistinto, non è una fusione spersonalizzante. Per fare ed essere in comunione bisogna esserci con tutto se stessi, con la propria specifica, unica e originale individualità. E anche in questa dinamica il rito appare prezioso, in quanto esso non parla genericamente “ai cristiani” o “ai fedeli”, ma si rivolge a ognuno chiamandolo per nome, raggiungendolo in maniera personale. Tutti e ciascuno. Ognuno con il proprio nome e la propria storia, così come faceva Gesù incontrando gli uomini e le donne sulle strade della Palestina.
D. Il ruolo dei laici nella preparazione dei riti: tra inconsapevole appropriazione dei pochi e disinteresse dei molti. Come far sentire coinvolta la comunità, senza che il ruolo diventi appannaggio di pochi?
R. Credo sia fondamentale comprendere che la dimensione comunionale del rito non è legata solo al momento celebrativo in senso stretto, ma lo precede e lo prolunga nella vita ordinaria. Se l’Eucaristia è esperienza di comunione, allora la comunità deve esservi coinvolta, non solo nel suo svolgersi “dal segno della croce all’ite missa est”, ma anche nella sua preparazione e nel suo dipanarsi nella concretezza della quotidianità. È per questo che, come già avviene in molte parrocchie, è importante che la preparazione dei riti liturgici sia affidata ai laici, in collaborazione con i presbiteri. E questo vale per gli aspetti all’apparenza più pratici, come la cura della sagrestia, dei fiori, dei paramenti e delle pulizie, così come per quelli più direttamente legati alla dinamica rituale, come l’animazione musicale, i turni dei lettori, la preparazione delle preghiere dei fedeli e via dicendo.
Marco Cattazzo, 23 anni, studia Matematica all’Università statale di Milano. Fin da piccolo attratto dal linguaggio antico e simbolico della liturgia, presta servizio nella sua Comunità pastorale prima come chierichetto e poi come cerimoniere ed educatore, appassionandosi sempre di più al significato e alla storia dei riti.
D. Quale consiglio si sente di darci affinché possiamo continuare a custodire e rispettare i simboli, i riti e la corporeità, per non impoverire il linguaggio prezioso di accesso a Dio e all’altro che essi costituiscono per noi?
R. Il filosofo afferma: «Il simbolo fa pensare». Il credente ribatte: «Sì, ma solo in quanto fa vivere!». I simboli non vanno opposti ai concetti. Gli uni evocativi, mitici e irrazionali; gli altri chiari e distinti, precisi, oggettivi. Il simbolo si compone di una pluralità di livelli: la sapienza della Chiesa li custodisce e insegna l’arte di contemplare, cioè “di vivere in profondità”. Il rito rappresenta un “corpo a corpo” con Dio, con l’altro, con la comunità e con il cosmo. Senza il recupero del simbolico sarà impresa ardua riscoprire il sacramento come incontro con l’infinito in un frammento di pane. Custodire i simboli significa imparare a celebrare una liturgia “prima e dopo” la liturgia, tenendo uniti il tempio e il tempo, il culto e la cultura, l’altare della chiesa e quello del cuore, il sacro della materia e il divino dello spirito.
D. Quale può essere un criterio utile per scegliere con saggezza tra queste proposte, anche perché il rito diventi sempre più un’esperienza in cui possano rispecchiarsi persone di diverse culture, età e sensibilità?
R. La liturgia cristiana è fatta di antichità, ripetitività, simbolismo e, in qualche misura, di comprensibilità velata. Non sorprende, quindi, una certa insofferenza moderna per il rito liturgico che, proprio a causa della sua oggettività, urta con la cultura attuale centrata sul soggetto e la sua espressività. Alcune sperimentazioni vorrebbero aggiornare i riti ai gusti attuali, ma dimenticano che l’anima del comportamento rituale è la ripetizione e troppe novità non facilitano la partecipazione alle celebrazioni, ma quasi la appesantiscono. Certo, la ritualità è viva e sottoposta a cambiamenti (come la lingua di un popolo), ma questo deve avvenire in maniera naturale e non traumatica, per piccoli spostamenti dinamici e costanti, piuttosto che con brusche rotture stabilite a tavolino. Una cultura viva e organica conserva ciò che è antico e valido, e lo integra con il nuovo che percepisce come genuina manifestazione dello Spirito.
D. Quali sono i passi imprescindibili per compiere un’efficace iniziazione al simbolo e accompagnare chi si approccia da neofita al rito? In che modo possiamo essere testimoni convincenti ed efficaci della nostra esperienza liturgica?
R. Ogni esperienza di Dio è riflessiva, ma occorre qualcuno che introduca a cogliere in una cosa reale (il rito) una ancora più reale (la comunione con Dio). L’iniziazione al simbolo passa, dunque, attraverso alcune tappe. Anzitutto, l’esperienza del rito precede la riflessione e il giudizio. Chi vi partecipa può unicamente aprirsi al simbolo e ricevere il dono, senza produrlo o conquistarlo. Quindi, nella tappa successiva, il dono ricevuto va compreso e assimilato personalmente, affinché il “neofita” rielabori il contenuto della conoscenza (di sé, di Dio, della realtà) che è al cuore del simbolo e da esso promana. Qui interviene la comunità con quelle figure di mediazione che sono i “formatori alla fede”, uomini e donne iniziati alla vita nuova, esploratori del rito, capaci di divenire iniziatori per altri, “facilitatori” dell’esperienza liturgica per i più giovani.
Il Vescovo ai giovani
Sul sentiero che dovrebbe rendere presente e celebrare i gesti e le parole di Gesù, toccando l’“oggi” della vita (ma che i giovani a volte percepiscono come distante), presentiamo le domande che il Vescovo Busca ha rivolto ai giovani.
D. Quali sono, secondo voi, le accortezze che un presidente e una comunità potrebbero adottare per “far parlare” la comunione dell’assemblea? Quale contributo potreste dare voi giovani alla “regia” delle celebrazioni?
L. Mi pare possa essere proficuo un generale avvicinamento nei confronti dei giovani e un loro coinvolgimento in una dimensione non esclusivamente liturgica. La messa a loro disposizione di spazi dedicati, l’organizzazione di iniziative cui gli stessi possano ritenersi interessati, la disponibilità a parlare loro senza pregiudizi e con franchezza, potrebbe invogliare sia una presenza ai riti, sia una loro partecipazione ‘parlante’. Con più stretto riferimento alla liturgia e, in primis, alla Messa, potrebbe aiutare un’omelia pensata in senso maggiormente dialogante, con l’intera assemblea o suoi rappresentanti. Il contributo che noi giovani possiamo offrire può realizzarsi in due forme: da un lato, prendendosi responsabilità nella preparazione e realizzazione del rito, dall’altro, proponendo il ricorso a linguaggi più innovativi, anche sollecitando un ricorso alla tecnologia.
M. Penso che sia fondamentale per il presidente e per la comunità investire del tempo “nei pressi” del rito per stare insieme, per far sentire accolto chi partecipa alla celebrazione. Grazia particolare concessa al celebrante e a chi è figura di riferimento per la vita della comunità è quella del poter promuovere attivamente le relazioni, aiutare le persone a conoscersi tra di loro, vigilare e custodire questi legami nuovi; la custodia di questi legami è fondamentale a maggior ragione per i giovani, perché si sentano accolti dalla comunità tutta intera, e non relegati nell’angolo a loro riservato. Mi sembra che un modo semplice ma efficace per scovare e contemporaneamente raggruppare i contributi significativi che i giovani possono dare alle celebrazioni sia quello di fare il parallelo con i compiti che generalmente sono loro affidati nella ordinarietà delle famiglie.
D. Che cosa, nelle nostre celebrazioni rituali, ostacola o impedisce di assaporare “con gusto” l’incontro con Dio e con i fratelli e le sorelle della comunità, di arrivare al cuore dell’esperienza liturgica?
L. Credo che la ripetitività, intrinseca, dei riti, in certe loro parti possa talvolta disincentivare, soprattutto tra i giovani, una partecipazione intima e sincera agli stessi. A incrinare la capacità di immedesimazione, credo contribuisca anche la non piena consapevolezza, in alcuni casi, del significato dei momenti che si compiono durante le celebrazioni. Allo stesso modo, penso che vi sia, in generale, un gran bisogno di ‘sentirsi accolti’ come parte di una comunità: di essere riconosciuti, nella propria identità e personalità; di sentirsi ben voluti, per ciò che si è e valorizzati nelle proprie peculiarità; di trovare corrispondenze con chi, durante i riti, siede al proprio fianco.
M. A mio parere, una delle componenti più significative che determina la qualità di una celebrazione, è il modo in cui viene pronunciata (ma anche recitata, cantata, proclamata, dialogata) la Parola. Mi sembra che la cura attenta della Parola chiami in causa tutti, ciascuno col suo ministero e compito specifico: celebrante, assemblea, coro, lettori… Se pronunciata in modo sbrigativo, frettoloso, freddo, inespressivo, meccanico, distante, dà più l’impressione di una pratica noiosa o imbarazzante da evadere alla svelta che un incontro in cui sono atteso, accolto e amato.
D. Come si sposa (o non si sposa) il bisogno di ritualità dei giovani con l’esperienza liturgica della Chiesa?
L. L’impressione è che noi giovani d’oggi abbiamo un particolare disinteresse verso ciò che è ripetitivo - animati, viceversa, da un continuo desiderio di novità o di esperienze innovative, che ci distinguano e ci facciano sentire ‘unici’. La predisposizione alla ritualità, viceversa, in generale credo raccolga interesse e sia apprezzata laddove la stessa sia alimentata dal fine, o comunque dal desiderio, di creare e/o assicurare un senso di appartenenza, con o all’interno di un gruppo di persone. Le forme attuali della liturgia della Chiesa poco offrono sotto il profilo della novità. Forse, riti che, da un lato, sappiano meglio intercettare le modalità con cui i giovani vivono e si approcciano ai riti e dall’altro, di conseguenza, sappiano rivolgersi loro in maniera più diretta e personalizzata, sarebbero più apprezzati dagli stessi giovani, permettendo loro di sentirsi più vicini alla Chiesa.
M. Molti giovani sono cresciuti lontani dalla fede e la loro ritualità si è sviluppata di conseguenza. Come molte altre dimensioni della nostra vita, mi sembra che particolarmente diffusa sia una sorta di ritualità definibile “a consumo”: i gesti simbolici dei giovani pretendono un effetto immediato, che dia sicurezza. Opporrei invece a questo tipo di ritualità la liturgia delle ore, che contemporaneamente propone, esige e aiuta a mantenere un ordine, in modo simile a ciò che fa un allenamento, che, perché porti frutto, a volte addirittura inaspettato, va scelto e praticato con costanza. Capita anche che la ritualità “laica” dei giovani tenti di incanalare il bisogno di esprimere in modo intenso e istantaneo un “per sempre”, che però spesso non si ha la pazienza attendere o che non si ha cura di rinnovare. Opporrei a questo tipo di ritualità il ritmo, forse meno visibile esteriormente ma estremamente cadenzato, dell’anno liturgico, che non manca di rinnovare lo sguardo sugli aspetti del mio vivere individuale e comunitario, in modo mai scontato.

