Alberto Martelli *
(NPG 2023-03-35)
Un corpo da recuperare come cristiani
In una religione la cui storia della salvezza ha come due momenti portanti l’evento della incarnazione del Verbo e la resurrezione della carne, dovrebbe essere scontata la centralità del corpo. Ed in effetti il cristianesimo, fin dall’inizio ha lottato affinché il corpo assumesse un ruolo centrale nella fede e nell’antropologia.
A partire dal prologo del quarto vangelo, passando per i primi versetti della prima lettera di Giovanni, la rivelazione tiene fede al fatto che è attraverso il corpo stesso, fisico, di Cristo che passa la salvezza di tutti. Tertulliano nel terzo secolo, contro ogni eresia e fraintendimento, proclama nella sua opera sulla resurrezione dei morti che “la carne è il cardine della salvezza”. Non parliamo poi del culto diffuso della venerazione dei corpi dei santi, tramite le reliquie; culto a volte abusato, ma certamente sintomo popolare di quel centro della fede che dice che è nel corpo che ci si salva o ci si danna e che il corpo è al centro della nostra comunione nello Spirito col Figlio risorto.
Con questi presupposti, si direbbe che il cristianesimo nei secoli abbia mantenuto una tale attenzione al corpo e alla sua cura, da ritenere l’argomento del tutto scontato. In realtà occorre notare – come è stato ben evidenziato nei contributi precedenti, ma che è opportuno ribadire – che da un lato la tentazione ellenistica della disgiunzione di anima e corpo (con l’attribuzione a quest’ultimo della categoria di dis-valore, carcere dello spirito, materia, nel senso deteriore del termine), e che dall’altro lato la antropologia essenzialistica, (che considera l’uomo come insieme di facoltà, senza tenere conto di storia e libertà e sovrapponendo come piani distinti l’umano e la grazia), hanno nei secoli così rarefatto l’attenzione alla carne, da rendere la discussione sulla corporeità dell’uomo un fatto di second’ordine, o del tutto ridotta e relegata all’ambito sessuale procreativo. Non per niente forse, anche nella cultura popolare, proprio il legame col sesto comandamento appare ai più come unico riferimento cristiano al fatto che in effetti oltre ad essere anime spirituali, gli uomini hanno e sono anche dei corpi.
Un corpo da recuperare nell’educazione
A questa rarefazione teologica, corrisponde una dimenticanza anche antropologica ed educativa: dato per scontato come ciò che c’è da sempre e ridotto a strumento nelle mani di un io sempre più ipertrofico e narcisistico, il corpo fa la parte dell’ultimo anche nel campo dell’educazione. Non rendendo conto del crescere della persona e della coniugazione nativa e ontologica tra la costituzione del soggetto e il corpo, questo viene di fatto ignorato. Unica rilevanza viene da lui assunta quando e/o se appunto si configura come strumento di comportamenti morali da evitare o da incanalare in “valori” che restano però nominati a monte rispetto alla considerazione della sua verità in quanto costitutivo del soggetto umano.
Eppure il corpo sta lì. Esso riemerge dalle nebbie in cui lo abbiamo collocato per continuare ad essere ciò che prima di tutto è presente. Come il tatto è il primo dei sensi, così il corpo è prima di ogni altra cosa e la sua materialità lo pone inevitabilmente al centro della vita della persona e dei ragazzi/giovani come ciò che non può essere ignorato.
Esso, esposto come oggetto e censurato nella sua verità, fa la parte del leone nella crescita della persona, e nella formazione della sua personalità. Pensiamo solo, nell’ambito dei nostri ambienti oratoriani, lo spazio che ha ancora lo sport, la danza e il teatro. Poco considerato come se fosse materiale a nostra disposizione, si impone invece nella formazione dell’immagine di se stessi e nella costruzione dell’autostima. Con tutto il nostro balbettare, il corpo continua a parlare la sua lingua, per molti sconosciuta, ma non per questo priva di significato.
Il corpo parla e ci parla
Occorre in buona parte ringraziare nel novecento le neonate scienze umane se hanno permesso anche al cristianesimo di doversi confrontare con la verità della corporeità. La psicanalisi, in particolare, si è sempre occupata del corpo, fin dai suoi inizi; il sintomo radicato nel corpo che gli presentavano le isteriche, portò Freud a considerare il suo valore di verità. Al di là della discussione sulla sua teoria delle pulsioni, in ogni caso occorre riconoscere che Freud ha mantenuto al corpo l’attenzione che gli si doveva e che noi cristiani per primi avevamo rischiato di perdere. Dopo di lui la teoria lacaniana del “parlessere” rende ragione al fatto che il corpo sia contemporaneamente soggetto e oggetto, significante e significato, perché non soltanto materialità bruta, ma sempre attraversata e intrecciata con il linguaggio e dunque con il senso.
La psicanalisi insomma mette al centro la questione che per noi, in campo educativo e pastorale è di vitale importanza, ossia che il corpo non è semplicemente un grumo informe di materia da possedere e manipolare a nostro piacimento, ma significante, dato culturale, verità e senso che ci precede, da interpretare e a cui corrispondere.
Il corpo come dono e vocazione
Nella ricerca di una pedagogia che sappia rimettere al centro il corpo, ci pare che in primo luogo occorra definire che siamo di fronte allo scontro tra due antropologie fondamentali.
In primo luogo l’idea che il famoso slogan sessantottino ancora fa echeggiare nella nostra cultura: “Il corpo è mio e lo gestisco io”. Di fatto è l’epilogo del trionfo dell’io narcisistico della modernità, destinato a soccombere nel nulla del suo rispecchiamento. Il corpo mi appartiene, perché innanzitutto la persona sono “Io”. E come di ogni altra cosa, tocca a me decidere di me stesso, perché innanzitutto la mia libertà è autocoscienza, capacità di scegliere, indipendenza e autodeterminazione; allora anche sul corpo si deve espandere il mio regno. Io sono ciò che mi sento, perché fin da bambino mi hanno detto che nella vita posso essere quello che voglio: sono io che decido di me.
Anche l’educazione cristiana ha rischiato più volte di essere presa da questo vortice, nel nome della autorealizzazione e della presa di coscienza che soltanto chi ha potere di scelta allora può veramente considerarsi adulto.
Ma il corpo non può essere manipolato così facilmente; anche quando lo posso fare chirurgicamente, esso comunque pone le sue resistenze, e non solo biomediche, ma innanzitutto di senso e di linguaggio. Esso sta al di là e di fronte all’io, anzi, prima della costituzione della mia coscienza, e resiste anche quando gli voglio imporre una identità differente.
Anche la teologia sta facendo i conti con il dato così nativo e “naturale”, tanto da essere ignorato, che esiste un nesso fondamentale tra la morale, intesa come capacità di volere del soggetto, e in primo luogo di volere di sé, e il corpo nella sua realtà concreta e nei suoi gesti, fin da prima di nascere.
Un nuovo significato della accettazione di sé
Soltanto un’antropologia e una pastorale giovanile “vocazionale” possono rendere ragione della realtà del corpo e della sua dignità. È il tempo di coltivare nei giovani una nuova virtù: l’accettazione di sé[1]. Contro ogni pretesa di interpretazione stoica, intendiamo non proporre ai giovani l’accettazione di un dato di fatto, ma, cosa ben più stimolante, di un compito.
Vogliamo opporre ad una antropologia dello scontro (se va bene dell’incontro, ma nulla più) tra io e corpo, un’antropologia vocazionale in cui il corpo si propone al soggetto come appello e alleanza, come compito da svolgere per essere se stessi. Ciò di cui qui si discorre non ha nulla a che fare con l’accettazione di un destino immodificabile, ma con l’attuazione di una libertà che vede nell’appello ad essere in alleanza con altro da me la vera realtà di me. Questa virtù che proponiamo è la base della riscrittura di ogni approccio educativo, che estende quella antropologia vocazionale che il Sinodo dei giovani ha così bene rilanciato e che ora occorre far maturare fino al pieno sviluppo.
Se per ogni preadolescente e adolescente, compito fondamentale per l’equilibrio personale e la crescita è l’accettazione di sé, mentre per la modernità questa passa attraverso la scelta di essere "ciò che
voglio" libera e svincolata da legami, noi vorremmo proporre a questi ragazzi e giovani che essere se stessi vuol dire riconoscere la propria vocazione e rispondere ad essa. Il corpo, specie nel tempo della pubertà, è la prima vocazione che ci viene rivolta dal creatore per essere veramente io.
La chiamata ad essere quello che voglio (come nella teoria del gender), anche contro gli ostacoli che mi vengono proposti, compreso l’ostacolo del mio corpo, è semplicemente una illusione della libertà. La prima strada per riuscire a contrastare tutto questo in un dialogo costruttivo non può che essere la riscoperta di una verità della persona che abbia alla radice la vocazione: io sono chiamato da altro ad essere me stesso in alleanza e obbedienza ad altro da me, corpo compreso.
Offerta eucaristica e prossimità
Un’antropologia vocazionale, radicalmente eucaristica, pone allora il corpo all’interno di un primo significante fondamentale: il corpo è offerta.
Esso mi precede e mi chiama a sé per poter essere me stesso. Come il corpo di Cristo nell’eucaristia, come il corpo dell’amante verso l’amato, il corpo è innanzitutto offerta che mi viene fatta e che svela non soltanto l’offerente, ma soprattutto il ricevente. Colui che viene interpellato dall’amante come l’amato è innanzitutto chiamato a corrispondere. Allora il desiderio che abita la mia vita scopre di essere in qualche modo esaudito non nella pretesa di auto-costruirmi un corrispondente secondo la mia volontà, ma dalla possibilità di accettare il diverso da me che mi si propone, ossia quel prossimo che costituisce in alleanza con me la mia verità.
Così il corpo resiste ad essermi “uguale”, a essere un possesso, perché insiste ad essere “prossimo”, ossia ad essere quel dono che appella il desiderio e che soltanto se non afferrato, ma accettato con gratitudine, può rendermi persona adulta.
Diventiamo così esseri veramente spirituali, non perché disgiunti dalla materia per essere ciò che vogliamo prescindendo da essa, ma perché grazie al corpo che ci è offerto, e che a nostra volta siamo chiamati a sacrificare come offerta per altri, instauriamo quei veri legami che ci fanno essere, di cui appunto lo Spirito è autore e perfezionatore.
In questa chiave eucaristica, allora la persona, unità e alleanza di anima e corpo, consegue la sua dignità finale, ossia dell’essere comunione. Qui trova tutta la sua ricchezza la sessualità umana, ormai sdoganata dalla semplice “operatività” corporea per diventare la realizzazione di quei legami che sono la base dell’essere personale.
UNA PASTORALE CHE FACCIA SPORCARE LE MANI
Non solo incontri di formazione in stile “conferenza”, più o meno animati, con tecniche più o meno belle, ma impegni concreti per mettere le mani in pasta. Vogliamo riscoprire la fatica e il lavoro manuale come espressione di dono di sé e realizzazione delle proprie capacità. Non solo percorsi per animatori, ma anche percorsi di formazione ad un mestiere e di servizio concreto e “faticoso” per chi ha più bisogno. Servizio concreto, fatto di fatica e sudore, che solleciti il nostro corpo.
Sessualità: dono e offerta corporea di sé
La sessualità non è meccanica o istinto, ma
qualcosa che si conquista, dal momento che ogni essere umano deve con perseveranza e coerenza imparare che cosa è il significato del corpo. La sessualità non è una risorsa per gratificare o intrattenere, dal momento che è un linguaggio interpersonale dove l’altro è preso sul serio, con il suo sacro e inviolabile valore. […] In questo contesto, l’erotismo appare come manifestazione specificamente umana della sessualità. In esso si può ritrovare il significato sponsale del corpo e l’autentica dignità del dono. […] La corporeità sessuata è non soltanto sorgente di fecondità e di procreazione, ma possiede la capacità di esprimere l’amore: quell’amore appunto nel quale l’uomo-persona diventa dono (AL 151).
Il corpo offerto e donato apre la coscienza al vero significato del desiderio che la abita: la messa a disposizione di sé, nell’offerta di tutta la propria vita per un destinatario da cui attendiamo in totale purezza, la corrispondenza a tale dono. Ma ancora di più: l’io si ritrova come destinatario di un dono che non ha chiesto, ma che esattamente corrisponde a ciò che da sempre è chiamato ad essere: relazione sponsale col diverso da sé.
Da un punto di vista pedagogico, occorre con forza ribadire ciò che la teoria psicanalitica del desiderio indica come la regola dell’incesto: l’io non può pretendere per sé ciò che vuole e non può possedere se stesso e l’amato come ciò che semplicemente mi appartiene. Devo attendere, accogliere, rispettare, nella speranza e nel compito di una corrispondenza che non potendo attuare da solo non di meno mi renderà veramente me stesso.
Il corpo come compito
Il corpo quindi è un compito, non un dato intangibile. La sua qualità di dono impone alla persona di prendersene cura. La cura della salute, dell’aspetto, dell’esercizio fisico, della qualità del cibo, assumono il loro pieno significato. Essi non sono lo strumento dell’adulto eterno adolescente che ancora cerca di modificarsi e di dipingersi secondo una identità che non esiste, alla ricerca di un corpo perfetto che non ci sarà mai perché proiezione di un desiderio e di una immagine di sé quantomeno astratta, se non patologica. Essi sono lo strumento di cura del “prossimo”, di ciò che mi rende me stesso, se soltanto realizza una qualità di vita degna di questo nome.
La cura della salute non diventa ossessiva paura del dolore e della morte, ma semplicemente doverosa cura dell’offerta ricevuta, come quel buon amministratore che pur non essendo padrone della casa, tuttavia sa che deve prendersene cura, perché soltanto così ne avrà ricompensa eterna. Occorrono adulti che esprimano con leggerezza e con sincerità il loro apprezzamento per un corpo mai perfetto, sempre curabile e migliorabile, eppure ormai mio, luogo in cui mi ci ritrovo come a casa e che fa sentire casa anche il mondo che mi sta attorno.
Abbellisco il mio corpo (o lo correggo, a volte mortificandolo) non per sfuggire alla dura realtà che mi impedisce di essere me, ma semplicemente perché, come un’opera d’arte, esso è sempre migliorabile, degno di cura, ma allo stesso tempo di una bellezza tutta da interpretare e da vivere secondo senso e verità.
CURARE LA BELLEZZA DEL CORPO
Perché abbandonare ad altri il campo della bellezza, anche del corpo. Vestirsi, truccarsi, prendersi cura di sé, “farsi belli” anche esteriormente, può essere campo fecondo di educazione, in campo femminile, ma forse non solo. Si potrebbero studiare anche nei nostri oratori o centri educativi dei corsi di estetica, di trucco, di moda: se è vero che il bello è educativo possiamo strappare tutto questo al consumismo e riportarlo nel capo dell’educazione integrale.
Educare il gesto
A completamento della rivalutazione educativa del corpo, occorre forse recuperare un aspetto da curare che lasciamo spesso per scontato: il senso del tatto.
Esso è il senso più primigenio. Precede la nascita del bambino e ci colloca nel mondo. Esso è primo strumento di relazione, è sempre un con-tatto; è al cuore della sensibilità umana, tanto da definire proverbialmente la persona che ci sa fare con le relazioni come persona “che ha tatto”.
Allora è da recuperare la cura dell’uso delle mani, in tutte le fasi della vita e in tutte le loro sfaccettature. La mano rappresenta l’interezza di noi stessi come capaci di toccare e manipolare, è il protendersi della nostra intenzionalità corporea, è atto conoscitivo e di riconoscimento.
Gesù stesso nel vangelo utilizza il tatto per veicolare vicinanza e comunione, affetto e realtà del prendersi cura. Accarezzare vuol dire andare ben oltre il semplice contatto epidermico. Anche per questo un contatto indesiderato è così disumano, anti relazionale, reificante e abusante.
Occorre insegnare ad accarezzare, a toccare gli altri con delicatezza e lasciarsi toccare in sicurezza. Occorrono adulti che sappiano testimoniare contatti senza malizia e doppi sensi, evitando ogni tipo di eccesso.
Riscoprire la purezza
Si inserisce qui la cura della purezza e il dono della castità. Virtù oggi pochissimo frequentata eppure essenziale per la crescita di ogni ragazzo/a. La purezza è la custodia del pieno significato delle relazioni nella consapevolezza che in un mondo peccatore la menzogna che si insinua nel corpo è ancora più radicale e dannosa di quella che si ferma alla parola.
La purezza va costruita e custodita con la ritiratezza, con una azione preventiva sullo sguardo e sui discorsi. È una sorta di digiuno e come ogni digiuno chiede fatica e costanza. Chiede mortificazione dei sensi, tenuta a freno degli occhi e della gola, fuga dall’ozio e dagli eccessi. Infine, ma non ultimo, è frutto di una alleanza con Dio che vede la nostra vita come piena della sua presenza, che custodisce e previene la tentazione.
La purezza va di pari passo col pudore. Esso è il contrario della vergogna. La vergogna tende a non mostrare ciò che riteniamo di noi negativo, e che appunto non vogliamo far vedere a nessuno. Il pudore invece tiene nascosto proprio ciò che di noi riteniamo positivo, di troppo grande valore per essere sprecato.
Chiediamo che ci siano adulti che sappiano essere casti, col giusto pudore. Non tutto va per forza visto, anche se è bello; non tutto va mostrato anche se è vero. Ci sono tesori che si possono svelare solo con qualcuno e solo a caro prezzo: il prezzo di un amore puro e sincero, di uno sguardo non reificante e di una carezza non abusiva.
A PROPOSITO DI MORTIFICAZIONE E PUREZZA
Due temi deboli sono certamente la mortificazione e la purezza. Su questi occorre provare a riportare in vita la pratica concreta.
Come già espresso nelle pagine precedenti: la mortificazione è concreta, predilige il digiuno ad altre pratiche e deve far sentir nei “morsi della fame”. Occorre ridare motivazioni ai “fioretti” di un tempo, ma in un percorso non solo di penitenza, ma anche di formazione proattiva alla volontà, alla cura di sé, al controllo; magari anche in una chiave più “ecologista” che recuperi il senso de creato, del non sprecare, del valore della salute.
La purezza: proviamo la sfida di un nuovo linguaggio, non basato sull’astenersi, ma basato sulla cura e la promozione. La purezza è anzitutto crescita del bello e non solo e in modo preponderante, difesa e chiusura.
Il corpo, educatore alla buona morte
Da ultimo, il corpo è anche evidentemente il nostro principale legame con il fatto della morte. In questa chiave, dal punto di vista educativo, occorre con urgenza riscoprire un modo equilibrato per insegare anche oggi la giusta mortificazione.
Essa non è una persecuzione contro la negatività della corporeità che quindi deve essere sconfessata, combattuta, fatta soffrire. Ma la costruzione concreta di una robustezza che tende a vincere la morte in vista della vita eterna.
Sull’onda della pedagogia salesiana e degli esempi di don Bosco, proponiamo qui la mortificazione nel suo senso forse più profondo di esatto adempimento dei propri doveri per amore del Signore. Mortificazioni e penitenze, rinunce e sacrifici non sono da lodare come fini e se stessi, ma per la loro funzione strumentale e ascetica: essi servono a tenere a bada le passioni, a correggere i difetti, a crescere nelle virtù, ad alimentare l’amor di Dio. La mortificazione è innanzitutto strumento ascetico e pedagogico per il dominio di sé, il controllo dei sensi, la correzione dei difetti e la costruzione delle virtù, nella prospettiva di una capacità di amare Dio e gli altri sempre più intenso.
Anche qui sia l’adulto a dimostrare ad ogni adolescente che la concretezza del vissuto quotidiano non va solo accettata, ma abbracciata con gioia, secondo il proprio stato di vita. È la mortificazione “positiva”, che non ha radici in un astratto imperativo etico, ma nell’orizzonte di trascendenza propria di coloro che, vivendo la fede in Gesù Cristo, a lui si vogliono conformare in libera obbedienza d’amore.
Digiuni e rigidezze, seppur necessari per irrobustire carattere e volontà, sono però meno importanti della diligenza nello studio, l’attenzione nella scuola, l’ubbidire ai superiori, il sopportare gli incomodi della vita quali sono caldo, freddo, vento, fame, sete, superando il loro imporsi come “necessità” esterne di forza maggiore e accogliendoli serenamente per amor di Dio e del prossimo.
Così il corpo viene fatto a poco a poco morire dal suo voler essere immortale, per acquisire la sua forma trasfigurata dalla risurrezione.
Belfiore C. (ed.), A tutto campo. Lo sport educativo, Torino, Elledici, 2015.
Chapman G., I cinque linguaggi dell’amore con gli adolescenti, Torino, Elledici, 2013.
Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, “Dare il meglio di sé”. Documento sulla visione cristiana dello sport e della persona, Torino, Elledici, 2018.
Facchini F., Sessualità e genere. Si può scegliere?, Torino, Elledici, 2016.
Lasconi T., Adolescenza. Quando la vita si mette a cantare, Torino, Elledici, 2009.
Mosca M., Corpo e simboli nella liturgia. Guida per una didattica della liturgia nella scuola secondaria di secondo grado, Torino, Elledici, 2017.
Orlandi A., Adolescente, i tuoi problemi sessuali. Risposte di un medico cristiano alle domande inquiete dei ragazzi e ragazze di oggi, Torino, Elledici, 2006.
Russo G., Il testamento biologico, Torino, Elledici, 2009.
Zof E. - C. Belfiore, L’alfabeto dello sportivo, Torino, Elledici, 2012.
Conclusione
Il corpo ci interessa. Questa è la prima consapevolezza che vogliamo ribadire al termine di questo Dossier. Vogliamo sdoganare infatti l’attenzione alla corporeità dalla marginalità in cui è in parte reclusa, o dal suo semplicistico accoppiamento alle sole questioni affettivo-sessuali o di carattere moralistico.
Una pastorale giovanile che vede nell’incarnazione e nell’eucaristia i propri cardini ispiratori, non può infatti non rendere conto del suo dialogo col corpo in quanto “parlante”, come sintomo, ma anche in quanto luogo/strumento/mezzo/obiettivo di una azione educativa che mira alla formazione integrale della persona. Questo è ancora più evidente quando ci si prende cura di un periodo della vita, come quello della preadolescenza e adolescenza, in cui la crescita fisica diventa non solo preponderante, ma anche in qualche modo sconvolgente per l’intera persona, eppure determinante per la sua identità e vocazione.
Ci interessa essere esperti del corpo e del suo linguaggio, dei suoi valori, della sua crescita e della sua vocazione perché ci interessa l’intera persona del giovane e non può esserci educazione ed evangelizzazione se essa non è anche e sempre promozione integrale della persona nella concretezza e nella urgenza della molteplicità delle situazioni concrete di vita.
Anche nella prospettiva di affrontare la questione di una certa sterilità o superficialità dei nostri processi formativi, che troppo volte ci paiono non incidere abbastanza nella vita dei giovani, così da diventare effettivamente “forma” per le loro scelte e i loro progetti, la riflessione sul corpo fa emergere con forza l’intellettualismo e l’essenzialismo della nostra forma mentis. Lavorare con i giovani vuol dire invece dover andare in profondità, far loro “toccare con mano” la verità per essere poi tradotta in vita concreta.
Che “il Verbo si è fatto carne” è ancora e sempre la forma in cui la verità si deve mostrare agli uomini, nell’intreccio drammatico di libertà responsabile e concretezza della vita umana. La forza della carne, nella sua storicità effettiva, è la misura della efficacia della nostra comunicazione e luogo della presa di coscienza di sé e del proprio io, realtà non bypassabili anche nella crescita e cura della fede.
Se concordiamo con l’analisi di Papa Francesco nell’individuare nello “gnosticismo” (una mente senza Dio e senza carne) e nel neo “pelagianesimo” (una volontà senza umiltà) i mali odierni della Chiesa e della pastorale[2], sarà proprio il rispetto per la realtà del corpo ad evitare di farci cadere in tentazione. Soltanto il corpo infatti resiste alle fantasie sulla persona, con la sua ruvida e insormontabile concretezza e finitezza; così solo il corpo ci dà il limite concreto e reale di ciò che siamo.
Il corpo è antidoto alle false fantasie, alle speculazioni rinchiuse in un io del tutto staccato dal reale, che si avvita su se stesso per trovare autogiustificazione; il corpo è apertura, chiamata, compito, reale e concreto, che impedisce l’isolamento e rende effettiva la relazione. Il corpo è luogo della rivelazione, di Dio e dell’uomo, e ancora testimoniamo con forza la convinzione della Chiesa di ogni tempo: Caro salutis cardo. Il corpo è e rimane il cardine della salvezza portata da Gesù.
* CNOS-FAP Regione Piemonte – Torino
NOTE
[1] Su questo si veda: G. Angelini, “L’accettazione di sé. Una nuova virtù”, in La Rivista del Clero Italiano CII (2021) 9, 590-604.
[2] Cf. Francesco, Gaudete et exsultate. Esortazione apostolica sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo (19 marzo 2018), nn. 36-62.

