STUDI
Salvatore Currò
(NPG 2022-06-68)
Introduzione
Il rinnovamento della prassi ecclesiale in senso sinodale passa necessariamente per il discernimento comunitario che ne è il cuore, e cioè la condizione e insieme l’espressione. È questa l’idea-guida della riflessione che segue. Tale riflessione non rimane nell’ambito della pastorale giovanile ma guarda a tutta la pastorale e alla missione ecclesiale in quanto tale. E tuttavia la pastorale giovanile, che solo in qualche momento sarà direttamente chiamata in causa, sarà sempre sullo sfondo. Alla base, infatti, c’è la convinzione che sono i giovani a sfidare particolarmente le comunità cristiane ad una mentalità sinodale e che la pastorale giovanile, dunque, può essere luogo privilegiato per imparare la sinodalità e per esercitarsi nel discernimento comunitario.
A conferma di ciò, valga l’esempio del Sinodo su “I giovani, la fede e il discernimento sinodale”. Sin dall’inizio del processo sinodale[1] si è avvertito, nella Chiesa, che misurarsi davvero con i giovani implicava passare dalla mentalità del per i giovani alla mentalità del con i giovani, e cioè a una mentalità sinodale. Nel corso del processo si è compreso che i giovani provocano, e aiutano allo stesso tempo, una autentica conversione ecclesiale, soprattutto quando la comunità cristiana si pone in ottica missionaria e vuole essere aperta, almeno intenzionalmente, a tutti i giovani.[2] Nell’Assemblea sinodale, momento culmine e insieme di rilancio del processo sinodale, è emerso in modo particolarmente forte che il rinnovamento ecclesiale doveva prendere la forma della sinodalità[3] e che il discernimento, avvertito in profonda connessione con la sinodalità, andava pensato più fortemente nelle sue implicazioni comunitarie[4]; si è avvertito, anche, che il frutto migliore del Sinodo poteva essere il prolungamento dei «processi di discernimento comunitari» vissuti nell’Assemblea.[5]
Il presente contributo vuole assumere la dimensione comunitaria del discernimento e vuole aiutare a coglierne lo spessore, il senso di conversione e gli atteggiamenti che vi sono implicati. La riflessione è articolata ed è un invito ad attraversare, in un progressivo approfondimento, tre livelli, connessi tra loro e che sono come l’uno nell’altro: 1) il livello più progettuale e dialogico, connesso prevalentemente con la dimensione del vedere e del comprendere insieme; 2) il livello più antropologico e relazionale, connesso con la dimensione sensibile e corporea dell’esistenza e delle relazioni; 3) il livello più ecclesiale e spirituale, connesso con le tracce della presenza di Dio (le chiamerò scritture), che attraversano l’esistenza personale e comune. In sintesi, il percorso si articola in un triplice e progressivo invito a: 1) imparare a vedere insieme; 2) arrendersi al con-sentire; 3) appoggiarsi sulla Scrittura.
Imparare a vedere insieme
Partiamo dalla pastorale giovanile. Sulla spinta del Sinodo sui giovani, essa avverte la sfida a realizzarsi nella logica della «sinodalità missionaria», e cioè come «pastorale sinodale».[6] Si aprono, sia pur tra alti e bassi, nuovi cammini e attenzioni: si cerca di praticare relazioni coi giovani non unilaterali ma segnate da reciprocità; si cerca di costruire corresponsabilità nella comunità educativa, nella comunità cristiana e nel territorio; si cerca, più in generale, di qualificare la pastorale giovanile perché sia all’altezza delle sensibilità attuali e della missione evangelizzatrice della Chiesa. Tutto ciò implica uno sforzo, umile e condiviso, di comprendere meglio i giovani, di cogliere le sfide della cultura attuale, di verificare ciò che può essere mantenuto e ciò che deve essere rinnovato nelle nostre prassi ecclesiali, di intravedere strade nuove.
Comprendere, cogliere, verificare, intravedere: sono verbi che implicano il vedere (e il vedere insieme), che sottintendono la necessità di allargare a allungare lo sguardo. C’è, di fatto, nella comunità cristiana, necessità di imparare a vedere meglio, di più e più in profondità. A volte non vediamo, oltre la coltre apparente dell’indifferenza e della noia, domande importanti nei giovani: di essere amati e riconosciuti, di relazioni di fiducia, di essere accompagnati per costruire il futuro. A volte i fenomeni culturali ci sembrano ostili per la Chiesa o senza valori, ma forse non sappiamo vedere in essi i segni del nuovo e della speranza. A volte, nelle difficoltà pastorali, facciamo fatica a scorgere una domanda di rinnovamento e ci rifugiamo nel “si è sempre fatto così”. A volte, o forse spesso, non sappiamo vedere la presenza e la chiamata di Dio nelle persone, nei fenomeni culturali, negli stessi fallimenti pastorali, nel nuovo che si affaccia. È facile farsi prendere dal pessimismo.[7]
Le nostre comunità sono sfidate a vedere ciò che finora non è stato visto, se è vero che siamo in un tempo di cambi radicali, di rinnovamento, addirittura di svolta epocale.[8] Si tratta di vedere cose nuove nelle persone, nei fenomeni culturali, nel territorio in cui si lavora, anche in se stessi. Si tratta, inoltre, di vedere con sguardo di benevolenza, con sguardo educativo e davvero pastorale; si tratta di allenare lo sguardo di fede e di cogliere il kairos.[9] E ciò va fatto necessariamente insieme. È essenziale il punto di vista di tutti: qualcosa la vede meglio il giovane più che l’educatore, e viceversa; qualcosa si vede meglio dal centro, qualcosa dalla periferia; qualcosa la si vede meglio dal punto di vista laicale che religioso o clericale, e viceversa. Una paziente integrazione di sguardi è necessaria per cogliere meglio le situazioni che spesso sono complesse. Ciò rinvia al dialogo, alla pazienza dell’interazione, alla necessità di tenersi aperti e in cammino, alla necessità di resistere a chi vuol creare impasse perché niente cambi e a chi vuol correre in avanti, ma da solo o creando fratture.
Queste attenzioni relative al vedere insieme, mai scontate ma sempre da tener vive, non riguardano solo alcuni momenti (ad esempio quando si progetta la pastorale o quando bisogna prendere decisioni importanti), ma attraversano tutta l’azione e tutte le relazioni pastorali. È importante, pertanto, pensarle non funzionali alla pastorale ma nel cuore stesso della pastorale, e nel cuore stesso del suo rinnovamento in senso sinodale. È facile constatare, in tutte le esperienze pastorali, come le difficoltà maggiori riguardino la qualità delle relazioni, i processi, gli stili, e come la sfida più grande sia proprio quella di costruire la mentalità del con, del camminare-con.
Il camminare insieme implica il vedere insieme: se si vede insieme si può comprendere insieme e decidere insieme. Ma è proprio così? Non è pure vero il contrario? Certo è che il vedere insieme, e il semplice vedere, non è scontato; suppone una conversione. Può capitare il paradosso, che la Scrittura evoca, di vedere senza vedere, di credere di vedere ma senza vedere ciò che ci sarebbe da vedere (cf. Mt 13, 13-15). È come se dovessimo risalire al livello delle condizioni del vedere.
Arrendersi al con-sentire
Il vedere, in effetti, non è primo e non è solo ordinato alla comprensione delle cose. Il vedere è connesso con l’ascolto, col tatto e con gli altri sensi. Il Sinodo sui giovani, nella fase della lettura (che ha a che fare col vedere e con l’interpretare) del mondo giovanile e delle problematiche attuali della pastorale giovanile, ha posto l’accento, in realtà, sull’ascolto[10] e, in definitiva, sul camminare con i giovani[11]. Come a dire: per leggere (cioè vedere e comprendere) ciò che capita nel mondo giovanile, dobbiamo ascoltare i giovani stessi; e, per ascoltarli, dobbiamo camminare con loro. C’è l’invito a una risalita dal vedere al camminare-con, che aiuta a vedere meglio e anche a vedere in modo più positivo.[12]
La risalita è verso tutti i sensi, ed è in definitiva risalita alla corporeità e all’azione. I sensi sono espressione di un corpo che si muove e agisce. Si vede meglio se si ascolta, si tocca, si odora, si assapora; se ci si de-posiziona e ci si ri-posiziona; se si tiene vivo il sentire. Camminare con l’altro significa sentire l’altro e sentire con l’altro. Ciò avviene, per empatia, e cioè attraverso una pratica che sa di paradossale: possiamo e dobbiamo entrare nel mondo dell’altro ma senza poterci (e doverci) davvero entrare, e quindi riconoscendo e rispettando, senza mai sostituirci all’altro.[13]
Un tale sentire è nel cuore dell’esperienza umana e va educato e allenato; e, come l’esperienza umana, ha una struttura profondamente relazionale: è un con-sentire.[14] Più che supporre una conoscenza (un comprendere insieme o un vedere in vista della comprensione), esso informa di sé la conoscenza; come se questa dovesse arrendersi al sentire. La coscienza ha una stratificazione sensibile, che la tiene viva, ma che rischia anche di essere tacitata. Non va per niente sottovalutato il richiamo di Francesco a tener viva la sensibilità, a non lasciarci anestetizzare la coscienza, a contrastare la globalizzazione dell’indifferenza.[15]
Fare spazio ai sensi e al richiamo iscritto in essi, e cioè rimanere sensibili, costituisce una grande sfida del nostro tempo, che si riflette anche in pastorale e nella comunità ecclesiale. La stratificazione sensibile dell’esistenza (che comprende l’affettività, le emozioni, le passioni), che va certamente educata, ha un costitutivo senso etico e religioso. In essa sono iscritti richiami, doni, inviti, appelli. È forse scritto lì il richiamo alla fraternità, e sono lì i segni della creaturalità (dell’essere a immagine e somiglianza di Dio), del passaggio di Dio, dell’azione dello Spirito, della chiamata alla comunione. Forse dovremmo riscoprire il sensus fidei ed evidenziarne tutta la portata sensibile.[16] In realtà, si può essere credenti perché si è sensibili.
La riconciliazione della comunità cristiana con la stratificazione sensibile (emotiva, affettiva, corporea) dell’esistenza, a pensarci bene, non dovrebbe essere difficile, dato il senso di incarnazione che attraversa l’esperienza di fede e data la struttura o l’orizzonte sacramentale della Chiesa e della sua pastorale. La Chiesa è il corpo di Cristo (1 Cor 12, 1ss.), vive dei sentimenti di Gesù Cristo,[17] vive dell’incontro con Cristo e opera per l’incontro con Cristo. E l’incontro ha un significato sensibile (corporeo, sacramentale); non è certo, nel fondo, l’incontro con un’idea o con una visione dottrinale o morale, ma è incontro con un evento, anzi con una Persona.[18]
La sfida per la pratica del discernimento comunitario è evidente. Essa ha un sostrato relazionale-sensibile, è pratica del con-sentire. Il dialogo, lo sforzo di capirsi e di progettare insieme, si attuano certo su un piano cognitivo: c’è confronto di idee e di punti di vista sui vari problemi; ma il piano cognitivo vive del piano sensibile. Si tratta di entrare in sintonia, di provare e riprovare ad accordarsi, come si accordano degli strumenti musicali. Tale pratica – è bene sottolinearlo – è un segno profetico nel cuore della nostra cultura. In tanti contesti (familiari, sociali, politici, culturali) ci si accanisce a cercare o a contestare relazioni su un piano che rimane in fondo sempre ideologico: è importante ciò che pensa e dice l’altro, non ciò che sente.
Il discernimento comunitario, in quanto con-sentire, rinvia, in realtà, più che a uno sforzo costruttivo, ad una resa. È come se dovessimo arrenderci a ciò che è già scritto sul piano sensibile e corporeo della nostra esistenza, della nostra co-appartenenza alla comunità umana e, all’interno di essa, alla comunità cristiana. Gli inviti di Papa Francesco (soprattutto in LS e FT) alla cura della casa comune, alla costruzione della fratellanza umana, all’essere operatori di pace, e che devono entrare sempre più nella nostra pastorale, si fondano, prima che sulla consapevolezza delle nostre coscienze credenti o non credenti, sulle scritture pre-coscienti che ci segnano radicalmente e che ci invitano a una resa sensibile (alla cura, alla fraternità, alla pace).[19] La stessa comunione da costruire come comunità cristiana, in quanto co-credenti, si radica sulla grazia che ci precede (che precede la nostra attività di coscienza e la nostra scelta), sui doni ricevuti (a cominciare dal dono dello Spirito nel battesimo), sulle risorse ecclesiali che ci consentono di vivere da cristiani (la Parola di Dio, l’Eucaristia).
Tali risorse segnano radicalmente il discernimento comunitario. Questo non è la pratica di coscienze autofondate, ma di coscienze responsabili (che rispondono e corrispondono), che si lasciano illuminare dalla presenza di Cristo e dalla sua Parola. Perché sia così è necessario riscoprire le risorse ecclesiali come mediazioni pratiche (come punti di appoggio) e, possiamo dire, come scritture: in fondo sono la traccia (la scrittura) di un Dio intervenuto nella storia e nelle nostre esistenze. Tra i punti di appoggio dobbiamo sostare particolarmente sulla Sacra Scrittura. Essa, per la sua apertura sulla Parola di Dio e per il suo carattere quasi-sacramentale, ha un ruolo imprescindibile nel discernimento comunitario.
Appoggiarsi sulla Scrittura
La pratica del discernimento comunitario, in ambito ecclesiale, si fa nella luce della Parola di Dio, che significa anche nell’attesa della Parola di Dio. Ciò implica appoggiarsi sulla Scrittura, e tale appoggio va inteso in modo concreto, quasi fisico. La Scrittura permette alla comunità che fa discernimento di liberarsi dal rischio dell’autofondazione (del neopelagianesimo, come ama ricordare Francesco)[20] o di rimanere impigliata su un piano ideologico; essa apre l’orizzonte dell’evento, della grazia, dell’iniziativa di Dio. Già per il fatto di essere scrittura, essa offre ai soggetti del discernimento una prospettiva di decentramento o di alterità, che, in ultima analisi, deve diventare decentramento sulla Parola di Dio.
Appoggiandosi alla Scrittura, la pratica del vedere insieme rimane decentrata sulla sfida (sulla questione da affrontare, sul fenomeno da comprendere, sulla scelta pastorale da maturare) e si apre al vedere secondo la Parola di Dio. Il discernimento comunitario si fa circolarità ermeneutica: si leggono le sfide alla luce della Parola e si comprende la Parola in modo attuale. Le nostre comunità, in questo senso, devono caratterizzarsi come comunità ermeneutiche. Ma bisogna fare attenzione a non rimanere al livello della visione (e della comprensione), e nemmeno sul piano della Parola già detta e, in fondo, solo da comprendere e applicare. Dio ci sorprende sempre. La Parola di Dio è sempre attuale e ci viene incontro anche dal futuro.
D’altra parte, abbiamo la sensazione che le situazioni (pastorali, ecclesiali, sociali, culturali) ci sfidano radicalmente, come se contenessero un appello di Dio, e che la Scrittura è davvero un tesoro da cui trarre, allo stesso tempo, «cose nuove e cose antiche» (Mt 13, 52). Per salvaguardare l’antichità e la novità della Scrittura, e cioè, in fondo il suo sottrarsi al già detto o al facilmente prevedibile, bisogna tener vivo il senso della Scrittura in quanto tale. La Scrittura si accosta, prima che per comprenderla (come se custodisse dei significati statici che valgono per sempre), per abitarla: per ritrovare se stessi in essa, per dare forma alla comunità del discernimento. E ciò avviene, in realtà, sul piano sensibile e corporeo.
È come se le scritture dell’esistenza (della stratificazione sensibile e corporea dell’esistenza e della co-esistenza) fossero già in alleanza con le Sacre Scritture. Le scritture dell’esistenza, che sono state già evocate (il richiamo di fraternità iscritto nei volti, la cura della terra iscritta nel nostro essere di terra, la corresponsabilità iscritta nei legami intercorporei che ci costituiscono…), sono, infatti, come le tessere di quello stampo (di quella scrittura) che è il nostro essere a immagine e somiglianza di Dio (da pensare, anche questo, in modo sensibile e concreto). È questa segreta alleanza delle scritture con le Sacre Scritture che lega coloro che decidono di appoggiarsi alla Scrittura, e che ci mette in comunione. È da questa segreta sintonia, che è come un dono che precede la riflessione, che prende forza la pratica comunitaria del discernimento; ed è per questo che ci si può mettere sulla lunghezza d’onda della Parola di Dio: del Dio che ha parlato e che parla ancora e in modo sempre nuovo.
Si può ascoltare Dio se lo si lascia parlare, se si mettono le condizioni perché Lui possa parlare. Molto spesso, in ambito ecclesiale, “Parola di Dio” non evoca più l’evento sempre antico e sempre nuovo di una comunità che, appoggiandosi a una pagina della Scrittura, viene rigenerata da Dio, ma si riduce, come per un appiattimento, a una semplice attribuzione (di conferma) al significato di una pagina della Scrittura. Non si tratta, certo, di legittimare letture soggettive della Scritture o di svalutare le mediazioni oggettive; bisogna, al contrario, valorizzare l’esegesi, attuare una sana ermeneutica, interpretare la Scrittura nella tradizione ecclesiale, interpretare ogni testo in rapporto al contesto e al messaggio unitario della Scrittura stessa e in definitiva in rapporto a Gesù Cristo compimento delle Scritture.[21] Con una serena adesione a tutte le mediazioni ecclesiali, bisogna però che si produca l’evento della Parola.
La Scrittura di per sé è fragile, è lettera morta o quasi morta, perché è come l’ultimo anello di una catena, l’ultimo residuo di un evento e di un processo originato dall’iniziativa di Dio (Rivelazione); ma, proprio per questo, essa è in grado di riprodurre l’evento del Dio che parla, nel contesto di una comunità orante, in ascolto, desiderosa di mettersi sulla lunghezza d’onda della Parola. Si produce, così, un evento di carattere sacramentale, perché la Parola (non la Scrittura da sola) ha carattere sacramentale.[22] Mentre la Scrittura rimane Scrittura, senza cioè appiattirsi sul significato ma rimanendo aperta all’evento, e mentre la comunità si sintonizza con il Cristo, Parola fatta carne, Dio parla. La sintonia della comunità si realizza attraverso una pratica sensibile, corporea, rituale; con gesti e parole che assomigliano a quelli di Gesù o che li prolungano (Gesù compiva le Scritture).
Si capisce perché l’evento della Parola si realizza in particolare nella celebrazione liturgica (dove si legge e ascolta la Scrittura) e nella connessione col Sacramento. In realtà, il discernimento comunitario, nella comunità cristiana, trova il suo senso più pieno nella celebrazione liturgica sacramentale, in particolare nell’Eucaristia. Questa è il contesto più proprio, la sorgente e il culmine, di ogni discernimento comunitario, come anche di ogni processo sinodale e di ogni conversione ecclesiale. In questo senso l’appoggio del discernimento comunitario è sulla Scrittura e insieme sulla liturgia, o, in definitiva, sulla Scrittura nel contesto liturgico.[23]
Conclusione
I tre livelli del discernimento comunitario, sopra evidenziati, sono implicati l’uno nell’altro; essi dicono un percorso di progressivo approfondimento o di inveramento della pratica del discernimento. Ci incontriamo, a un primo livello, col desiderio di vedere insieme (cioè di leggere e interpretare insieme le situazioni per riorientarle); ma ci incontriamo anche, e in modo più approfondito, aprendoci alle istanze sensibili e corporee delle vere relazioni e arrendendoci alle scritture delle nostre esistenze o dell’intercorporeità; ci incontriamo, infine, nella corresponsabilità di permettere a Dio di raggiungerci, di parlarci e anche di parlare attraverso di noi.
Il percorso non è per niente scontato. Implica cammino, allenamento, prove e riprove, senza mai scoraggiarsi. È cammino di conversione e di conversione a tutto campo: pastorale, ecclesiale, spirituale; della mente, dei cuori, delle azioni. È cammino in vista della missione, ma è in realtà già missione in atto. È già esercizio di una profezia nel cuore del mondo attuale, già costruzione di cultura dell’incontro.
A chi spetta animare un tale cammino? Abbiamo posto l’accento sulla comunità in quanto tale, ma è evidente che tali processi vanno accompagnati. In questo senso i pastori, gli educatori, i formatori, ciascuno al suo livello, hanno una grande responsabilità di animazione. È, in fondo, la loro funzione. La stessa responsabilità di governo non può non realizzarsi oggi in uno stile sinodale, passando per il discernimento comunitario. Un equivoco va chiarito. La scelta della sinodalità e del discernimento comunitario non sminuisce la responsabilità di chi governa, anzi la esige e insieme la qualifica. Oggi, paradossalmente, chi governa scavalcando le dinamiche sinodali e del discernimento comunitario, non governa; perlomeno, non esercita quel governo, oggi necessario, che vuol promuovere processi buoni, sintonizzati col Regno di Dio.[24]
Chi è chiamato ad animare i processi del discernimento comunitario lo può fare se lui stesso innanzitutto li ha respirati e li vive; a questa condizione li potrà animare. È come un circolo. Certo è che la sfida è grande: solo se si entra in una mentalità di discernimento e di sinodalità i contesti ecclesiali e pastorali, e in essi tutti coloro che hanno la responsabilità della guida, possono ritrovare credibilità. Tra tali contesti, quelli dell’educazione e della pastorale dei giovani possono fungere da palestra privilegiata, e fare come da avanguardia nel cammino.
NOTE
[1] Ricordo i momenti più significativi di tale processo: la pubblicazione del Documento preparatorio, accompagnato da una Lettera del Papa ai giovani, nel gennaio 2017; la Riunione pre-sinodale dei giovani nel marzo 2018 col relativo Documento; la pubblicazione dell’Instrumentum laboris nel maggio del 2018; l’Assemblea sinodale nell’ottobre 2018, conclusasi con un Documento finale [DF]; la pubblicazione, da parte di Papa Francesco, di Christus Vivit [CV], l’Esortazione apostolica postsinodale, con la data del 25 marzo 2019.
[2] Su questa interpretazione del processo sinodale rinvio al mio libro Giovani, Chiesa e comune umanità. Percorsi di teologia pratica sulla conversione pastorale, pref. di E. Falque, Elledici, Torino, 2021, 49-73 (è il capitolo su «Sinodalità e apertura a tutti i giovani: sul terreno comune»). Rinvierò altre volte a questo libro che tratta questioni che incrociano direttamente la problematica di questo articolo.
[3] V. DF nn. 121-122.
[4] V. ibid. nn. 105, 120 e 124.
[5] V. ibid. n. 120 (su «Il processo sinodale continua»).
[6] Queste due espressioni-chiave danno la prospettiva agli orientamenti pastorali maturati nel processo sinodale: la prima, «sinodalità missionaria», è del DF e dà la prospettiva a tutta la terza parte del Documento («Partirono senza indugio»), relativa appunto agli orientamenti pastorali; la seconda, «pastorale sinodale», è di CV e dà il senso alle linee operative indicate nel capitolo VII («La pastorale dei giovani»).
[7] Cf. l’invito di Papa Francesco a dire «No al pessimismo sterile» (EG nn. 84-86).
[8] V. Francesco, Il nuovo umanesimo in Cristo Gesù, Incontro con i rappresentanti della Chiesa italiana, Firenze, Cattedrale di Santa Maria del Fiore, 10 novembre 2015.
[9] V. il mio Giovani, Chiesa e comune umanità, cit., 21-47 (il capitolo su «Conversione dello sguardo e sentire di fede»).
[10] Si veda, in particolare, il capitolo I del DF su «Una Chiesa in ascolto».
[11] Il titolo della prima parte del DF, relativa a una lettura della condizione giovanile nel mondo contemporaneo, è «Camminava con loro»: l’espressione è presa dalla pagina evangelica di Emmaus (Lc 24, 15), che ha fatto da riferimento a tutto il lavoro sinodale.
[12] Va notato, in questo senso, che questa operazione del vedere o del leggere è indicata, sin dall’inizio del processo sinodale, col verbo «riconoscere» (si veda l’Instrumentum Laboris, al n. 3), che porta con sé un invito implicito a guardare alle risorse prima che ai problemi e a guardare anche con un senso di gratitudine; c’è una parentela tra il riconoscere e la riconoscenza.
[13] C’è stata in questi anni un’attenzione sempre più grande ai temi dell’empatia e del sentire l’altro; si veda ad es.: L. Boella, Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia, Cortina, Milano, 2006; Id., Empatie. L’esperienza empatica nella società del conflitto, Cortina, Milano, 2018. Sull’empatia rimane un punto di riferimento fondamentale il lavoro di E. Stein, Il problema dell’empatia, a cura di E. Costanini e E. Schulze Costantini, pref. di A. Ales Bello, Studium, Roma, 2012.
[14] A questo proposito, cf. le interessanti riflessioni teologiche di Lucia Vantini in dialogo con le neuroscienze e soprattutto con la scoperta dei neuroni specchio (Il sé esposto. Teologia e neuroscienze in chiave fenomenologica, Cittadella, Assisi, 2017, 89-97).
[15] Papa Francesco ritorna spesso su questi temi; v. ad es.: EG nn. 53-54 e FT n. 275.
[16] Francesco parla così, in EG n. 119, del sensus fidei: «Come parte del suo mistero d’amore verso l’umanità, Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto della fede – il sensus fidei – che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio. La presenza dello Spirito concede ai cristiani una certa connaturalità con le realtà divine e una saggezza che permette loro di coglierle intuitivamente, benché non dispongano degli strumenti adeguati per esprimerle con precisione».
[17] Cf. Fil 2,5: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». Il discorso di Papa Francesco alla Chiesa italiana, radunata a Firenze, ha preso avvio da questo testo di Paolo ed è stato, in fondo, un invito, più che alla costruzione di una visione cristiana dell’uomo, a una testimonianza sintonizzata sui sentimenti di Gesù (Francesco, Il nuovo umanesimo in Cristo Gesù, cit.).
[18] V. EG n. 7 e CV n. 129.
[19] È su questa base che Papa Francesco, con la LS e la FT, ha potuto rivolgersi a tutti (non solo ai cristiani, ma anche ai non credenti e agli appartenenti alle diverse esperienze religiose). Ed è su questa base che ha potuto invitare tutti a un patto educativo globale (v. Messaggio per il lancio del patto educativo, 12 settembre 2019).
[20] EG n. 94.
[21] Si veda l’Esortazione apostolica di Benedetto XVI sulla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, Verbum Domini, nella sezione su «L’ermeneutica della Sacra Scrittura nella Chiesa» (nn. 29ss.).
[22] Cf. A. Bozzolo – M. Pavan, La sacramentalità della Parola, Queriniana, Brescia, 2020, 322.
[23] Per un approfondimento in questa direzione, rinvio di nuovo a Giovani, Chiesa e comune umanità, cit., 321-358 (è il capitolo su «Traslocazione e trasfigurazione di sé: una risalita fenomenologica con appoggio sulla liturgia»).
[24] Cf EG nn. 222-225 su «Il tempo è superiore allo spazio».

