Il pensiero critico con i vecchi e i nuovi mostri


    STUDI

    Sergio Tramma

    (NPG 2022-07-49)



    Scrive Antonio Gramsci nel terzo dei Quaderni del carcere:

    La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.[1]

    Una frase tanto sintetica quanto rivelatrice di alcune delle caratteristiche delle fasi di transizione sociale (ma, potrebbe dirsi, anche di quelle individuali) quando vi è la certezza che quel che è stato ha fatto il suo tempo, ma ostinatamente resiste, magari candidandosi quale fallace ancora di salvezza nei confronti delle paure generate da cambiamenti alcune volte non bene identificabili e definibili. Il passaggio diventa una terra di nessuno dove maturano incertezze, timori, mostri; dove vengono a crearsi degli spazi sociali-temporali che rischiano di essere più vuoti e deregolamentati che aperti e liberi, quindi fonte di inquietudine, più che di aspettative positive.
    Quella di Gramsci è una frase molte volte citata, recentemente anche dallo storico inglese Donald Sassoon che, oltre a porla in esergo di un suo recente libro che si intitola, appunto, “Sintomi morbosi” [2], la utilizza in altre parti del testo per interrogarsi sulla situazione economica e politica degli ultimi decenni, chiedendosi se quella frase sia ancora attuale. Nel fare ciò cita anche le parole che precedono la frase in questione e contribuiscono a meglio chiarirla e ad ampliare il piano della riflessione:

    L’aspetto della crisi moderna che viene lamentato come «ondata di materialismo» è collegato con ciò che si chiama «crisi di autorità». Se la classe dominante ha perduto il consenso, cioè non è più «dirigente», ma unicamente «dominante», detentrice della pura forza coercitiva, ciò significa appunto che le grandi masse si sono staccate dalle ideologie tradizionali, non credono più in ciò che prima credevano. [3]

    La riflessione di Gramsci, come ricorda Sassoon, deve essere storicamente collocata nel tempo e nel luogo in cui è stata scritta, il riferimento è dunque al vecchio e al nuovo di quegli anni, ma è anche utilizzabile considerandola, per così dire, un universale, cioè per analizzare l’incertezza insita in quei passaggi nei quali le classi dirigenti (politiche, economiche, culturali) non sono più in grado di convincere le grandi masse della bontà delle proprie posizioni, nei quali le ideologie “tradizionali” che costituivano altrettanto punti di ancoraggio e visioni del mondo non sono più in grado di orientare gli individui e i gruppi sociali nello sviluppo dei loro corsi di vita. In una fase del genere possono dunque sorgere i “fenomeni morbosi più svariati”, non solo riconducibili ai fenomeni particolari propri di un passaggio di stato, ma collegabili anche, e questo è un aspetto essenziale che sarà ripreso più avanti, alla capacità-possibilità di individuare, utilizzare o costruire ex novo un pensiero in grado di comprendere e valutare la transizione nella quale, in quanto soggetti individuali e collettivi, si è immersi.
    In questi ultimi decenni, nel nostro Paese ma non solo, il passaggio dal vecchio al nuovo ha riguardato diversi settori della vita collettiva e delle esistenze individuali, e li ha riguardati e li riguarda non solo per le trasformazioni delle caratteristiche sociali, ma anche per la velocità dei cambiamenti che fanno diventare il nuovo vecchio in tempi brevissimi, quasi a rendere impossibile la sua metabolizzazione[4]. Infatti, uno dei problemi che si pongono nella situazione attuale consiste nella capacità di disegnare le caratteristiche strutturali del nuovo (se effettivamente di nuovo, in senso strutturale, trattasi) che si è contrapposto al vecchio della società fordista affermatasi definitivamente nei decenni successivi al secondo conflitto mondiale. In realtà, siamo immersi nell’incessante movimento del capitalismo, così ben sintetizzato da Marx ed Engels, che per sopravvivere e prosperare ha la necessità di superare ciò che produce, tanto in termini di beni di consumo che di sistemi di governo della società. Il capitalismo è per definizione il passaggio da qualche vecchio a qualche nuovo, sempre però all’interno di un saldo quadro generale che lo definisce e lo perpetua.
    Recentemente la senatrice a vita Liliana Segre ha detto che la situazione odierna fa pensare ai quattro cavalieri dell’apocalisse (pandemia, guerra, odio, morte). Ora, rifuggendo da qualsivoglia tentazione ermeneutica e dal tentativo di identificare con certezza le caratteristiche e il significato di ognuno dei cavalieri, e spostandosi dal piano del significato religioso a quello della rielaborazione diffusa dell’apocalisse, difficilmente si potrebbe dare torto alla senatrice. Pareva che in alcune tra le zone più sviluppate del mondo fossero spariti molti dei flagelli che hanno caratterizzato la storia dell’umanità, invece sono riemersi in modo virulento. Anzi, sembrava che negli assetti produttivi e culturali dominanti in tali zone si fossero generati (apparentemente) gli antidoti all’apocalisse: il consumismo, la pace post-guerra fredda, la possibilità di difendersi dalle epidemie, la ricerca dell’immortalità reale o virtuale, ecc. Eravamo tutti chini a individuare, contemplare, costruite, negare, esorcizzare i nuovi mostri e non ci siamo accorti della rivitalizzazione di quelli vecchi. La pandemia ha riproposto la malattia, e la morte, come conseguenza dell’aggressione di agenti esterni (l’infinitamente piccolo, l’inosservabile) quando si erano ormai persi gli schemi mentali con i quali inquadrare l’esperienza; infatti, il Covid-19 è paragonabile solo all’influenza “spagnola” degli anni successivi alla Grande guerra, ma non vi sono più coloro che hanno vissuto l’esperienza a testimoniarla e, da un punto di vista pedagogico, a dire quanto e come fosse stata un avvenimento malauguratamente formativo. In altri termini, la pandemia ci ha trovati impreparati non solo per quanto riguarda la diagnosi e la terapia, ma anche per quanto riguarda la capacità di collocarla all’interno di un quadro di senso. Inoltre, ha accentuato il divario tra bisogni e risorse in ambito sanitario, e soprattutto ha infranto molti miti frettolosamente generatisi attorno alla medicina privatizzata, iper-tecnicizzata, relegata in luoghi sempre più isolati e specializzati, dimostrando invece quanto sia essenziale, per esempio, la figura del medico di base e dei “semplici” presidi territoriali.
    Ancora non è stato del tutto addomesticato il mostro della pandemia che si è riproposto il vecchio mostro della guerra, quello che non può essere ricondotto al destino o alla malasorte individuale e collettiva, ma che si presenta come vero e proprio fenomeno morboso delle relazioni tra stati, gruppi di popolazione, religioni. La guerra non era certo un mostro sparito dal mondo, però dopo la fine della contrapposizione fredda tra i blocchi si mostrava frammentato, “post-moderno”, qualcosa che puniva soprattutto altri territori, lontani pur se geograficamente vicini, come nel caso della ex Jugoslavia. Certo, in questi anni, i territori sono stati coinvolti dal terrorismo, ma gli atti nei quali si manifestava venivano vissuti quasi alla stregua di calamità naturali, spiegabili ma non comprensibili, attribuibili, con una certa faciloneria consolatoria, alla follia individuale che trovava ospitalità nel fanatismo collettivo. La guerra che è tornata ad occupare le pagine dei giornali somiglia a quelle tradizionali: fanteria e carri armati, risorse antiche pur se innervate dalle nuove tecnologie, ecco allora il timore per l’invasione, la paura per il nucleare (dal nuovo mostro della centrale nucleare al vecchio della “bomba”, senza più la poesia di Gregory Corso a farla diventare paradossale esperienza umana).
    Sarebbe impossibile fare una rassegna completa dei nuovi e/o vecchi fenomeni che potrebbero essere definiti morbosi, oltre la pandemia e la guerra. Di conseguenza, il tentativo è quello di individuare mostri, fenomeni morbosi generali e globali in grado di generarne di specifici e locali. Ed è una identificazione che non riguarda qualcosa che albergherebbe nell’animo di donne e uomini, quasi fosse una caratteristica distintiva dell’umano, la quale emergerebbe in assenza di censure o di vincoli, o di particolari operazioni di neutralizzazione. Un qualcosa che, in relazione agli sguardi rivolti, è diversamente definita: cattiveria, malvagità, aggressività, istinto di conservazione, ecc. (caratteristiche alle quali si potrebbero contrapporre altrettanto anti-mostri: bontà, socialità innata, condivisione, ecc.). Non su questo si vuole invitare all’attenzione, sarebbe troppo indeterminato e, inoltre, il tentativo di affrontare una tale questione molto dovrebbe alle mutevolezze del clima culturale, agli approcci disciplinari, alle intenzioni e agli strumenti conoscitivi. I mostri che si propongono all’attenzione sono molto più prosaici, molto più trattabili anche se non sempre maneggiabili, fenomeni o caratteristiche della vita individuale e collettiva che, in determinate condizioni, possono diventare morbosi, e si pongono quale intreccio tra il vecchio che resiste e il nuovo che avanza, o forse sono la testimonianza che il vecchio è capace di costantemente rinnovarsi e attualizzarsi.

    Il primo mostro è quello del profitto, di un certo tipo di concezione e pratica del profitto. E potrebbe sembrare una affermazione retrò, quasi il tentativo di resuscitare una categoria d’altri tempi rimanendo aggrappati a ideologie ottocentesche e non avendo ancora capito quanto di positivo la ricerca del massimo profitto abbia contribuito e ancora contribuisca al benessere dell’umanità tutta e non solo di coloro che ne ricavano dei vantaggi immediati. Una affermazione che nasce dal non avere ancora capito che il regime di concorrenza tra i soggetti individuali o le aziende è il piano che consente lo sviluppo della ricerca scientifica, il miglioramento dell’offerta dei prodotti materiali e immateriali: da quelli che si utilizzano nelle occasioni minute e ripetitive della vita quotidiana a quelli eccezionali e delicati quali, per esempio, i presidi cui si ricorre per affrontare le patologie. Il profitto potrebbe dunque essere considerato un mostro, per quanto retrò, e agire di conseguenza nei suoi confronti collocandosi in una posizione di rifiuto aprioristico, ma sarebbe una, pur legittima, dichiarazione di principio che impedirebbe qualsiasi ulteriore sviluppo della riflessione. La ricerca del profitto è, di fatto e a prescindere dalle valutazioni, una variabile presente a ogni latitudine, che si manifesta, seppure in modo diverso, immutabile nella sua essenza, a prescindere dal tipo di capitalismo che lo produce, alle ideologie che lo giustificano, dalle prassi che lo sostanziano. Lo schierarsi contro, in termini netti e assoluti, indipendentemente dalle sue effettive configurazioni, sarebbe quindi tutt’al più una manifestazione di innocuo dissenso, che lascerebbe la situazione pressoché inalterata.
    Nei decenni attuali, il problema è piuttosto che il diffondersi dell’ideologia neoliberista pare non trovare contenimento e freno alcuno, anche in paesi, come l’Italia, dove il combinato disposto tra una parte del cattolicesimo e una parte della cultura d’ispirazione marxista, per motivi diversi, alle volte anche antagonisti, considerava il profitto vuoi l’altro nome dello “sterco del diavolo”, vuoi come l’indicatore principe dello sfruttamento, quindi come qualcosa da contenere, regolare, combattere. Al di là delle intenzioni, al di là delle critiche, al di là degli abbellimenti, la ricerca del massimo profitto (senza se e senza ma) rimane un mostro del quale non va dimenticata la mostruosità, con il quale è però necessario fare i conti senza timore di essere collocati nel “vecchio” che illusoriamente tenta di resistere alle magnificenze del “nuovo” che irresistibilmente avanza. Tuttavia, in riferimento alla frase di Antonio Gramsci, il profitto non può essere considerato una novità inattesa, un mostro inventato dalla contemporaneità, anzi costituisce un elemento di continuità nella storia, non solo degli ultimi decenni. La morbosità di una qualsiasi cosa, quindi anche del profitto, non è ricavabile dalla cosa in sé, bensì da come essa entra in relazione con altre componenti presenti nello scenario sociale. La mostruosità, quindi, non sta tanto nel profitto in sé: i panettieri della “villanella” della Nuova Compagnia di Canto Popolare non vanno in galera perché vogliono guadagnare, ma solo quando, per arricchirsi, affamano la popolazione[5].
    La mostruosità si erge dunque sulla base del tipo di rapporto che la ricerca del profitto instaura con altri fattori presenti nello scenario sociale. In particolare, con la capacità delle forze che vi si oppongono di essere un effettivo contrappeso contenitivo; la quantità e le sfumature della legittimità sociale di cui gode; la diffusa e/o élitaria comprensione delle sue dinamiche; e, in particolare per quanto riguarda l’ambito di riflessione pedagogico, le implicazioni educative (quali apprendimenti genera, come cambia le persone) che da ogni suo aspetto sono prodotte e ogni aspetto intersecano. In altri termini, il profitto attualmente “mostruoso” è quello che non solo non ha paletti, ma rispetto al quale si ritiene convintamente e diffusamente che non debba averne, giustificando ciò non con il vantaggio di pochi ma per il bene dell’umanità tutta: il profitto che si fa ideologia intendendo con ciò un insieme di discorsi attorno alla natura dei rapporti tra gli esseri umani e tra questi e gli animali non umani e l’ambiente che, pur essendo di parte, si presentano ammantati di neutralità e associati a una presunta “natura” umana. Da questo vertice, si può osservare il «processo tramite il quale la vita sociale viene trasformata in realtà naturale»[6], la cultura del profitto si fa idea generale “neutra”, criterio regolatore, coordinate interpretative per analizzare tanto i fenomeni generali, quanto la vita quotidiana e individuale. In questa logica, il profitto può essere quindi considerato un obiettivo-prassi legittimo, indissolubilmente legato alla natura umana, rispetto al quale non devono essere posti vincoli, che premia i migliori e i meritevoli, motiva il fare virtuoso dei gruppi e delle collettività, seleziona funzionalmente gli esseri umani premiando i capaci e avventurosi (anche gli avventurieri) e penalizzando chi non ha una mentalità e un comportamento da “vincente”. Al più, le sue dinamiche e i suoi effetti potrebbero essere tenuti a bada da interventi di vago controllo. Davanti a una tale concezione diventerebbe difficile pensare a possibilità di intervento, tanto è autolegittimante e tronfiamente sicura di sé. In questo caso, i mostri non si percepiscono essi stessi e non sono percepiti come tali, al più generano qualche macerante-rigenerante senso di colpa, ma anche questa sorta di purificazione diventa difficile quando chi opera alla ricerca del massimo profitto sono sempre meno persone legate ad altre persone, territori, storie comuni e diventano sempre più multinazionali “senza radici”, fondi di investimento, ecc. In altri termini, sempre meno Agnelli e Pirelli (per non dire Olivetti) e sempre più Stellantis e Blackrock.
    Forse i fenomeni morbosi che potrebbero emergere nel passaggio dal vecchio al nuovo maturano anche grazie al fatto che nel caso della cultura, della politica, delle ideologie il vuoto non può esistere. I territori della vita, esattamente come quelli urbanistici, i quali hanno maggiori probabilità di generare cattivi comportamenti, soprattutto quando i buoni non sono più prodotti o si sono spostati in altri luoghi, lasciano spazio ai fenomeni morbosi quando non riescono a produrre nulla di virtuoso, di sufficientemente solido, duraturo e condiviso. In altri termini, il vuoto favorisce l’emergere o il riemergere di quello che era stato tenuto sotto totale o parziale, seppur contraddittorio, controllo da culture e volontà politiche. Ciò che, essendo espulso dallo scenario sociale, ha consentito alla concezione “mostruosa” del profitto di riemergere ed occupare gli spazi economici e mentali, non sono stati il pauperismo estremo o il comunismo, bensì, molto più “banalmente”, le idee e le prassi di un welfare vero, cioè universale, diffuso, efficace e, soprattutto, sufficientemente credibile, creduto e valorizzato, e ciò in associazione con il ridimensionamento di alcuni soggetti, quali le organizzazioni sindacali, che della ridistribuzione del reddito facevano, e ne fanno, uno dei loro principali tratti identitari.

    Ma forse, in una tale situazione, emerge un ulteriore fenomeno morboso, forse il vero, se la prospettiva d’analisi è di tipo pedagogico: quello della semplificazione, della banalizzazione, del manicheismo, della teorizzazione dell’ignoranza come virtù, della a-criticità, dell’eccesso di fretta descrittiva e interpretativa, della mancanza del brechtiano lodevole dubbio e dell’altrettanto brechtiano dubbio da cui scaturisce l’azione. E forse quello che esprime meglio di ogni altro una tale immateriale “mostruosità” è la frase del Vangelo di Giovanni “e gli uomini preferirono le tenebre alla luce”, non a caso collocata da Giacomo Leopardi in epigrafe a La ginestra, quasi a coronamento della sua radicale e continuativa critica alle illusioni di un’epoca e al non voler vedere ciò che può e deve essere visto. È questa cecità un fenomeno che non può dirsi certo originale, si ripresenta in forma nuova adeguata ai tempi, ma ha oggi delle particolarità. Prima il non sapere, il non vedere poteva essere un oggetto (prassi, comportamenti, atteggiamenti) ritenuto negativo in sé, che generava rivendicazioni di affrancamento anche attraverso la richiesta di accesso, tanto per le nuove generazioni quanto per gli adulti, a livelli di formazione superiore, e ciò per acquisire strumenti culturali e conoscitivi finalizzati, oltre a meglio muoversi nelle dinamiche professionali, anche per meglio comprendere il mondo e i suoi prodotti culturali, senza fini operativi e obiettivi immediati, un’acquisizione - direbbe Gramsci - disinteressata. L’emancipazione passava anche attraverso il superamento di quella semplificazione composita che era una delle cause ed espressione della subalternità. Oggi, il contesto è completamente diverso: per scomodare ancora Gramsci, si potrebbe affermare che si assiste all’esaltazione del folklore, del senso comune inteso non come base per la crescita ma come sapere sufficiente (e per non scomodare Gramsci basterebbe riferirsi ad alcuni programmo televisivi, all’uno vale uno, alle neo-superstizioni).

    Quindi, quale conformazione specifica può assumere l’intreccio tra il mostro del profitto senza se e senza ma e quello, per sintetizzare un fenomeno complesso in un unico termine, della semplificazione? Il rischio di questo intreccio è quello dell’essere considerati e trattati tout court come clienti, cioè esserlo non solo all’interno di specifiche transazioni commerciali, ma anche in alcuni momenti particolari e delicati dell’esistenza, quando, per esempio, in gioco entra la salute fisica e/o psichica oppure si vivono quei momenti fisiologici di rottura, transizione, crescita, discontinuità, consolidamento ecc. La percezione di sé e dell’altro come clienti, cioè l’essere le persone collocate in un mercato nel quale si fronteggiano domande e offerte, viene coperta dalla falsificazione insita nel ritenere che i soggetti siano sufficientemente liberi da potersi comportare razionalmente trovando, alla fine, un vantaggio generale quale sommatoria di quelli individuali[7]. Diventare clienti in assoluto, collocati nel ruolo di consumatori di beni materiali e immateriali (a prescindere dalla loro effettiva necessità) ha delle implicazioni educative non indifferenti che trovano la sintesi in una usuale ma comunque rivelatrice battuta, “il cliente ha sempre ragione”, significando questo accettare una logica educativa per la quale la priorità è rispondere alle domande (individuali, familiari, sociali) che i soggetti pongono, e non situarsi in un’ottica di analisi e intervento rispetto al gioco tra i problemi, i bisogni e le domande che riguardano ogni soggetto individuale e collettivo. In altri termini, accettare l’idea, e attrezzarsi per conseguirla, che le persone debbano armonicamente inserirsi all’interno della cultura prevalente al fine di diventarne componente funzionale e riprodurla innovandola ma non rigettandola. È, invece, insito nell’educare, soprattutto se inteso come processo di socializzazione (e l’educazione non può non essere anche tale) e di apprendimento, e al di là delle visioni idilliache ed edulcorate, agire delle limitazioni, dei contenimenti, delle forzature che, nei concreti contesti sociali, troveranno le loro specifiche forme e intensità costrittive e /o persuasive.
    Sorge spontanea una domanda - anche in relazione al pubblico del periodico che ospita il presente contributo: in tutto questo, come si collocano i giovani e le giovani, sono intravedibili dei compiti nei loro confronti, è necessario e/o possibile attribuirgliene alcuni? Il primo tentativo di rispondere a una tale domanda è un commento su di essa: ha senso porla? La gioventù senza altre specificazioni diventa una mera, oltretutto incerta, categoria anagrafica che identifica le persone che stanno, grosso modo, all’interno di un (variabile) intervallo di anni. Non ha senso parlare di giovani senza altre precisazioni, così come non lo avrebbe parlare di adulti o anziani senza ulteriori distinzioni. Detto questo, la domanda può porsi, con la consapevolezza della sua strutturale indeterminatezza. In questa situazione di ricerca del profitto senza se e senza ma, di semplificazione, di clientelizzazione, che fare? Sono ipotizzabili delle azioni tendenti a limitare la cultura del profitto più o meno bonificata da sensi di colpa, da dichiarazioni di sostenibilità e invenzioni di “bene comune” a ogni piè sospinto, così come sono ipotizzabili azioni tendenti a disvelare la realtà in tutta la sua complessità e a stimolare quella dose sufficiente di pensiero critico che, tra l’altro, abbia anche la funzione di restituire alle persone tutta la loro complessità? E tutto ciò, da parte di chi? Sono queste le domande che devono porsi, domande alle quali non è facile rispondere, forse anche del tutto impossibile, ma che devono essere poste poiché attivano una ricerca per individuare, in generale e nei concreti contesti territoriali, quali sono quei gruppi sociali, quelle dimensioni d’esperienza, quelle organizzazioni che esprimono, o potrebbero esprimere, delle forme di insoddisfazione nei confronti del presente, o che del presente vivono “sulla pelle” tutte le contraddizioni. Si tratta, nei fatti, di quelle che oggi potrebbero essere considerate delle minoranze virtuose, più o meno narcisisticamente soddisfatte di essere tali, oppure che aspirino a esercitare una maggiore influenza nello scenario sociale e/o in quello locale. All’interno di questa area sono collocabili anche gli oratori[8], intesi quali luoghi dove le contraddizioni della contemporaneità (i processi migratori, la crisi delle idee generali, le trasformazioni dei territori, i cambiamenti della famiglie, ecc.) assumono significati e sfumature specifiche e che possono essere considerati, anche a ragione del loro retroterra culturale-religioso, dei luoghi di possibile resistenza e critica ai vecchi e nuovi fenomeni morbosi, alla ideologia del profitto senza se e senza ma, e alla semplificazione delle intenzioni e delle procedure riflessive.


    NOTE

    [1] A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino, 2014 (1930), V. I, p. 311.
    [2] D. Sassoon, Sintomi morbosi. Nella nostra storia di ieri i segnali della crisi di oggi, Garzanti, Milano, 2019.
    [3] Ibidem.
    [4] D. Harvey, La crisi della modernità, il Saggiatore, 1990; R. Sala, L’umano possibile. Esplorazioni in uscita dalla modernità, Libreria Ateneo Salesiano, Roma, 2012.
    [5] «In galera li panettieri / mò ca s'erano arreccuti /tutti s'erano resoluti / deventare cavalieri /in galera li panettieri. […] In galera li panettieri / se credevano già baroni / d'affamà la pupulazione / nun se devano penzieri/ in galera li panettieri». Rielaborazione della Nuova Compagna di Canto Popolare (1974) di una canzone popolare napoletana della fine del Cinquecento che si riferiva a una rivolta contro i fornai accusati di speculare sul prezzo del pane.
    [6] T. Eagleton, Ideologia. Storia e critica di un’idea pericolosa. Fazi Editore, 2007.
    [7] In generale, si potrebbe affermare che l’estensione del concetto di cliente ad alcune condizioni dell’esistenza (dalla malattia alle scelte fondamentali per il futuro) nelle quali le persone, indipendentemente dalla loro età, sono in condizioni di debolezza, dovrebbe vedere coinvolte politiche e organizzazioni che non hanno come propria missione quella di creare profitto per chi opera (altro è la giusta mercede) ma aumentare il benessere e/o ridurre il malessere di chi ne fruisce.
    [8] P. Triani (a cura di), Oratorio. Una profezia che si rinnova, Centro Ambrosiano, Milano, 2022; F. Cattoni, S. Giacalone, C. Passerini, “Oratori e territori”, Note di Pastorale Giovanile, 2 febbraio 2021, pp.45-62; C. Acerbi, M. Rizzo, Pedagogia dell’oratorio, FrancoAngeli, Milano, 2016.