Gustavo Cavagnari *
(NPG 2022-03-18)
Il compito che dà il titolo alla nostra riflessione è preso da Amoris laetitia[1]. Esso riprende, in ogni modo, un invito fatto da Giovanni Paolo II molti anni prima[2]. Infatti è da tempo che si avverte come la cultura occidentale contemporanea si sia riappropriata del corpo e abbia dato ad esso un posto mai verificato nei secoli precedenti. Eppure, risulta evidente che tale riscoperta è stata accompagnata sia da aspetti positivi, ma non di meno da rilevanti risvolti critici che sollevano interrogativi antropologici ed etici di non poco conto (cf. ChV 82).
Le concezioni riduttive che si scoprono a monte di tale problematicità hanno spinto perciò la Chiesa a rinnovare la chiamata a imparare – e, quindi, ad insegnare – che cosa sia il corpo. Non già quindi apprendere a interpretare ed educare il solo “linguaggio del corpo” (AL 284), ma il suo stesso significato. Per gli educatori dei giovani, tale compito diventa urgente.
La domanda sul corpo
Sarebbe bello poter pensare il corpo in termini oggettivi e spassionati. Da un punto di vista antropologico cristiano, non è però possibile. Infatti, non parliamo di una cosa che contempliamo da lontano e non ci riguarda, di un oggetto che studiamo a tavolino con ponderata imparzialità, di un abito che si veste in modo offensivo o difensivo e si toglie di dosso secondo bisogno, di una suppellettile che si adopera con valore funzionale e si scarta con sostanziale indifferenza. Non è così, perché ogni ciascuna volta che parliamo del corpo parliamo di quello che siamo.
Noi siamo un corpo, appunto, tanto che più che chiederci che cos’è un corpo ci dovremmo domandarci chi è ciascun corpo. Riconosciamolo: la domanda solita è la prima. Molti se la sono fatta e numerose sono state le risposte date. E anche noi la teniamo per buona. La seconda domanda, sebbene suoni un po’ forzata, ha comunque il vantaggio di cogliere la questione in termini personali e responsabilizzanti, perché il corpo è assunto come espressione della propria identità, come modalità del proprio essere nel mondo, come condizione del proprio essere-con altri. In pocheat parole: io non ho un corpo, ma sono un corpo!
In modo molto bello, il Salmo 139 riconosce questa verità quando canta che nel seno di nostra madre noi — e non solo il mio corpo — siamo stati creati in modo stupendo e che in quella massa informe in gestazione gli occhi di Dio vedevano giorni e vicende personali. Altro che polvere di stelle! Molto più che organi e tessuti in comune con gli animali! Ben di più che pezzi assemblati e procedimenti di meccanica avanzata!
Purtroppo, anche in ambito cristiano, una interpretazione tendenzialmente dualista dei concetti di stampo greco “anima” e “corpo” ha introdotto una scissione che contesta una visione unificante della persona[3]. Di conseguenza, nel linguaggio comune, “corpo” ha finito per indicare solo la “parte” fisica della persona e “anima” la “parte” spirituale. Noi sappiamo che non è così[4], benché non sempre riusciamo a trovare i termini adeguati che aiutino ad evitare la confusione teorica né tantomeno ad evitare delle polarizzazioni materializzanti o spiritualizzanti[5]. La componente biologica non sarebbe mai un corpo se non ci fosse l’anima già là, animando tutto appunto. In questo senso, non c’è bisogno di studiare filosofia o teologia per capire che dopo la morte un corpo sprovvisto dall’anima non è più tale ma diventa “cadavere”, benché la sostanza materiale rimanga, ma in processo di corruzione[6].
Discernendo il corpo
Il corpo umano può essere “collocato” in due ordini diversi: quello dell’avere e quello dell’essere. Come detto sopra, o ho un corpo, o sono un corpo. Ciascuna interpretazione comporta due differenti modalità di esistenza, due diversi atteggiamenti nei confronti dell’alterità. Nei confronti del corpo che si ha, un inquadramento possessivo pone la persona in una prospettiva oggettivante e, cioè, di proprietà e arbitraria disponibilità. Nei confronti del corpo che si è, un inquadramento esistenziale pone la persona in una prospettiva soggettivante e, cioè, di comunicazione e vitale alterità[7].
Quando il corpo è vissuto come un oggetto che possiedo, è chiaro che posso disporre di esso come mi piace, cercando inoltre di avere accesso ai corpi-oggetti altrui per servirmi anche di essi. Un gran numero di fenomeni odierni si collocano entro questa prospettiva. L’aborto provocato giustificato al grido di “il mio corpo, la mia scelta” (cf. AL 83; ChV 74), l’eutanasia e il suicidio assistito come espressioni del diritto a “disporre del proprio corpo” (AL 48; 83), la surrogazione di maternità come “mercato dell’affitto” uterino (cf. AL 54), la coltura e il commercio di embrioni a livello industriale in quanto “materiale biologico”, l’alterazione provocata delle caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie – l’erroneamente chiamato “intervento di cambio di sesso” – per motivi di auto-percezione (cf. AL 155), lo sfruttamento del “corpo” a scopi di guadagno (cf. AL 41), la possibilità di combinare parti organiche e meccaniche per motivi ricreazionali (cf. ChV 82), il consumo di sostanze tossiche (cf. ChV 74), l’ostentazione e il culto idolatrico del corpo giovane e scolpito (cf. ChV 182) e così di seguito possono solo intendersi in «una logica di dominio sul proprio corpo» (AL 285) o di manipolazione del corpo degli altri «come una cosa da tenere finché offre soddisfazione e da disprezzare quando perde attrattiva» (AL 153). Anzi, non di rado — continua papa Francesco in questo paragrafo — il rapporto coi corpi «si colma di patologie, in modo tale che diventa sempre più occasione e strumento di affermazione del proprio io e di soddisfazione egoistica dei propri desideri e istinti».
Al contrario, quando il corpo è vissuto come modalità espressiva del proprio essere, esso si presenta come l’epifania esterna dell’io. Il corpo è soggettività che comunica l’identità dell’essere[8]. Nella persona, la relazione tra le proprie dimensioni interiore ed esteriore non va compresa perciò come tra due realtà autonome o semplicemente giustapposte, ma tra due qualità che in reciproca inscindibilità si intrecciano corporalmente nell’essere umano. Chi non ha sentito parlare della somatizzazione degli affetti? Chi non ha esperimentato come i dolori fisici stravolgano il nostro animo? Infatti, non c’è niente che accada “dentro” di noi che non venga insinuato o rivelato “fuori” di noi, e viceversa. Come un “sacramento”, l’esterno del corpo nasconde e nello stesso tempo rivela l’intimo, vale a dire, ragioni, ricerche, attese, sogni, dubbi, traumi, problemi, storie, esperienze, difficoltà. Eludere questa interazione condurrebbe a una dissociazione innaturale, opposta all’integralità della persona, fino a pensare se stessi e le proprie dimensioni costitutive in termini disarmonici. Tanto la materia è invasa dall’anima/spirito – e, non, quindi, mera materialità – quanto l’anima/spirito si rende presente nella materia – e, non, quindi, mera pneumatologia.
In altre parole, la persona è un io che desidera, spera, ama, decide – insomma, esperimenta tutte le funzioni dell’anima/spirito – e vive tutto questo con sua la fisicità, e mai a prescindere da essa o addirittura senza. Sotto questo profilo, il corpo porta ed esprime nella sua materialità l’io-spirituale. Come insegna la Chiesa,
è soltanto nella linea della sua vera natura che la persona umana può realizzarsi come totalità unificata: ora questa natura è nello stesso tempo corporale e spirituale. In forza della sua unione sostanziale con un’anima spirituale, il corpo umano non può essere considerato solo come un complesso di tessuti, organi e funzioni, né può essere valutato alla stessa stregua del corpo degli animali, ma come un segno vivo dono del Creatore attraverso cui l’io spirituale si manifesta e si esprime[9].
Avvicinarsi al corpo di una persona è avvicinarsi quindi anche al suo spirito, con i suoi vissuti, le sue attese, i sui bisogni, il suo progetto di vita. Come esemplifica Francesco parlando delle coppie, purché ci si senta attrazione per l’aspetto fisico «ci si innamora di una persona intera con una identità propria, non solo di un corpo [cioè, della mera fisicità], sebbene tale corpo, al di là del logorio del tempo, non finisca mai di esprimere in qualche modo quell’identità personale che ha conquistato il cuore» (AL 164). Chi capisce il corpo in questo modo sarà in grado perciò di esprimere l’esperienza vitale di un io che si manifesta e richiama la comunicazione con un altro orientato da un atteggiamento altruista anziché di possesso.
TESTI PER L’APPROFONDIMENTO
Oltre ai libri citati, si possono consultare:
- Lacroix X., Il corpo di carne. La dimensione etica, estetica e spirituale dell’amore, Bologna, EDB, 2016;
- Manicardi L., Il corpo. Via di Dio verso l’uomo, via dell’uomo verso Dio, Magnano, Qiqajon, 2005;
- Rocchetta, C. Per una teologia della corporeità, Torino, Camilliane, 1993.
Qual è il significato del mio corpo?
Se io non posso essere che corpo – tutta la mia vita, tutte le mie esperienze, tutte i miei vincoli… sono mediate corporeamente –, domandarmi su “cosa è il corpo?” significa per me, in ultima istanza, chiedermi “chi sono io?”. E, come persona di fede, ricercando l’origine della mia identità personale finirò per pervenire a Dio come principio e fondamento che rende possibile anzitutto la mia esistenza. Di più, dalla domanda su “chi sono?” emergerà subito un secondo interrogativo: “qual è il significato della mia vita?”. E nella risposta a questa domanda – riposta, tra l’altro, che solo potrà essere offerta nei confronti di Colui che primo ho scoperto come origine e orizzonte della mia esistenza[10] – verrà fuori la risposta all’interrogativo sul significato del corpo.
Lo sguardo verso l’Alto solleva la persona umana al di sopra di sé e la proietta verso Qualcuno nel quale si racchiude il senso pieno dell’essere-persona e dell’essere-nel-mondo. Assumendo in sé la dimensione spirituale, il corpo rientra a pieno titolo in questa esperienza vocazionale. In questo senso, l’apostolo Paolo può dire che «il corpo è per il Signore e il Signore è per il corpo» (1Cor 6,13) e che Cristo deve essere «glorificato nel mio corpo» (Fil 1,20), il che significa molto di più che muscoli e ossa sono per il Signore!
Per abitare sanamente la propria corporalità condizione iniziale è perciò riconoscere la gratuità della propria esistenza. In altre parole, se il mio essere, la mia vita, la mia presenza nel mondo, sono riconosciuti e vissuti come un dono, come un regalo sopraggiunto a mia insaputa, come un qualcosa di ricevuto che mi trascende e di cui non sono padrone ma di fronte a cui ho un compito e una missione (cf. ChV 254), allora anche il mio corpo potrà essere riconosciuto entro le stesse coordinate. Insiste Francesco: «Non cadiamo nel peccato di pretendere di sostituirci al Creatore. Siamo creature, non siamo onnipotenti. Il creato ci precede e dev’essere ricevuto come dono. Al tempo stesso, siamo chiamati a custodire la nostra umanità, e ciò significa anzitutto accettarla e rispettarla come è stata creata» (AL 56; cf. ChV 82). Questo include, ovviamente, «accettare il proprio corpo così come è stato creato» (AL 285) e accogliere «il corpo con i significati che Dio ha voluto infondere in esso creandolo» (AL 213).
Quando il corpo ricevuto è assunto come dono, allora, in ottica oblativa, può anche aprirsi all’altro come dono. È quanto sacramentalmente si vive in modo sublime nel matrimonio, spazio in cui l’uomo e la donna che si sposano manifestano il loro mutuo consenso e lo esprimono «nel reciproco dono corporale» (AL 75; cf. 151, 156, 215). Ma è quanto è chiamato a vivere ciascun battezzato nel proprio stato di vita. Il battezzato è reso partecipe del mistero del Verbo del Padre incarnatosi per opera e grazia dello Spirito (cf. Gv 1,14; Rm 8,3). Assumendo il corpo che gli era stato preparato (cf. Eb 10,5) e donato (cf. 1Cor 15,38), Cristo si è donato per la salvezza del mondo. La nuova alleanza si è sigillata perciò nel suo corpo dato per noi (cf. Lc 22,19; 1Cor 11,24). Questo è il nucleo centrale che fonda l’èthos del discepolo. È donandosi «con il corpo e l’anima» (ChV 261) che il cristiano condivide la logica della donazione pasquale e attesta la verità della sequela.
La teologia del corpo di Giovanni Paolo II
Un accostamento al tema del corpo da una prospettiva antropologico-teologica si trova nelle così chiamate “catechesi sull’amore umano” di Giovanni Paolo II (settembre 1979 – novembre 1984) menzionate in AL 153. Il Papa si avvicina al tema dalla consapevolezza che il “corpo” non è una parte della persona ma segno visibile della sua uni-totalità. Infatti, dalle prime catechesi egli si preoccupò di mettere in parallelo la teologia del corpo con quella dell’uomo, ritenendo la sua riflessione come “teologia dell’uomo-corpo”: Giovanni Paolo II, Uomo e donna lo creò, Roma, Città Nuova, 20078, 42.
In italiano, il tema è stato poi ripreso e sviluppato, ad esempio, in:
- Giovanni Paolo II, Compendio della teologia del corpo, ed. Y. Semen, Milano, Ares, 2017;
- Merecki J., Corpo e trascendenza. L’antropologia filosofica nella teologia del corpo di Giovanni Paolo II, Siena, Cantagalli, 2015;
- Barrajón P. (ed.), La teologia del corpo di Giovanni Paolo II. Atti del Convegno internazionale (Roma, 9-10 novembre 2011), Roma, - APRA, 2012; - Marchesini R., Amore e sessualità. La teologia del corpo di Giovanni Paolo II, Milano, Istituto di Apologetica, 2011;
- Anderson C., Chiamati all’amore. La teologia del corpo di Giovanni Paolo II, Milano, Piemme, 2010.
L’accettazione della corporeità
Teoricamente, “essere un corpo” dovrebbe diventare motivo di lode, gratitudine, gioia. Infatti, se siamo stati incorporati in questo mondo, questo significa che siamo vivi! Dobbiamo riconoscere, però, che non sempre è così. Così come la vita ci è stata data, anche la corporeità ci è stata – se lo si vuole – imposta. Anzi, noi siamo stati intrecciati con un punto di tessitura (cf. Sal 139,13) che forse non è quello più gradito. Eppure, è quello! E “quello” siamo noi! Nei suoi confronti si esperimenta perciò una certa passività, in quanto ne subiamo gli effetti.
Dal momento stesso della concezione, la corporeità si può solo ricevere con riconoscenza e assumere con pazienza. Eppure, forse a causa di quello “spirito ribelle” che ci accompagna sin dalle origini, non poche volte l’uomo ha tentato di sbarazzarsi del corpo reale andando in cerca di un corpo sognato, anelato, oppure “prodotto”. Una tentazione antica eppure sempre nuova in cui inciampa sia il giovane che tenta di rigenerarsi con ormoni e interventi esterni, sia l’adulto che immagina di arrestare il proprio degenerarsi con pillole e trattamenti cosmetici; tanto l’influencer che vive di body ceiling e immagini photoshoppate, quanto lo scienziato che promette di sconfiggere la temporalità finita.
La corporalità, purtroppo, è in se stessa segnata dal limite e anche ci limita. Ogni persona fa ordinaria esperienza della finitezza del corpo e a partire dal corpo, e ne soffre le conseguenze. Gli anni, le vicende e le esperienze lo segnano in modo ineluttabile, e la sua costituzione condiziona pesantemente quello che possiamo fare o no. Non c’è modo di svincolarsi! Pur tuttavia, questa connaturale imperfezione può risignificarsi e vivere persino con dolcezza a partire da un’attiva accettazione della configurazione originaria del corpo, anche del suo fardello e della sua irriducibile limitatezza, e inoltre delle sue potenzialità.
Pensiamo all’esperienza dell’invecchiamento. Per quanto una delle nostre aspirazioni più forti sia quella di avere una mens sana in corpore sano – oltre a giovane, tonificato, attraente –, il declino s’impone irreversibilmente e inevitabilmente. Accettare questo processo può diventare possibilità di una maturazione personale che porta con sé il potenziamento del realismo, l’irrobustimento della consapevolezza, l’assestamento della saggezza. Al contrario, non accettarlo può diventare anche fonte di melanconia, di pessimismo e di stagnazione di sé.
Pensiamo anche alla prova della malattia. L’infermità e il dolore, oltre che essere solo una perturbazione organica, aliena la persona dal ritmo normale della vita, mette in crisi i progetti e le sue possibilità di realizzazione, smarrisce l’animo, nuoce alle relazioni e ai ruoli, colpisce l’unità vitale della persona e il senso positivo dell’esserci. Accettare questa condizione può diventare occasione per assumere i propri limiti, riconoscersi non autosufficiente, chiedere aiuto, ammettere la propria dipendenza. All’opposto, non accettarla può divenire fonte di disperazione, di rassegnazione, di smarrimento, di regressione, di violenza.
Ma pensiamo anche all’essere naturalmente maschi e femmine, dato biologico da cui la persona umana deriva le caratteristiche psicologiche e spirituali che la fanno uomo o donna e che, sempre di più, è contestato. Anche se l’identità umana può parzialmente riconfigurarsi nel tempo, ignorare la differenza biologica come costituente dell’io diventa inquietante. Una cosa è comprendere la complessità dei percorsi personali, un’altra è pensare che le dimensioni dell’umano siano realtà componibili e scomponibili a seconda dei desideri. Ancora una volta, accettare la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna comporta rispettarla così come è stata data. Non accettarla conduce invece a promuovere un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dal sesso biologico e a svuotare la base antropologica della famiglia e della società (cf. AL 56)[11].
L’autocoscienza e l’accettazione del corpo dato – e non quindi desiderato – è il punto di partenza dell’auto-coscienza e dell’accettazione sia del sé reale – e non invece ideale – sia dell’alterità. Un rapporto negativo con la propria corporeità conduce quasi sempre a un rapporto negativo con se stesso e gli altri. Ciò può arrivare sino al rifiuto di sé e della relazione con gli altri. Ogni itinerario di sviluppo corporale – e quindi personale – suppone perciò molto di più di interventi esteriori, fisicisti o chirurgici; invece, esige un processo di progressiva integrazione dei diversi “strati” del proprio essere: biologico, psicoaffettivo, sociale e spirituale[12]. Livelli da non separare, ma da armonizzare in una profonda unità sinergetica.
Per finire, come riflette Daniel Ange,
il corpo non costituisce affatto, come vorrebbe il platonismo, una sorta di carcere in cui la malcapitata anima si dibatte cercando di svignarsela al più presto. Se così fosse, valeva proprio la pena che Dio prendesse un corpo? Il corpo non è affatto, come vorrebbero le filosofie dell’estremo Oriente, una specie d’involucro intercambiabile che porterebbe ad avere decine, per non dire centinaia, di forme corporee, con l’anima in perenne trasmigrazione dall’una all’altra, da una vita individuale all’altra. Anche in questo caso il corpo è concretamente disinserito dall’anima, senza un profondo reciproco legame. Ne consegue che Dio non avrebbe avuto bisogno d’un corpo. Il corpo, infine, non è affatto un oggetto, uno strumento di lavoro o di godimento, come vorrebbero le nostre diverse filosofie occidentali, meglio, il pragmatismo dell’occidentale medio. Ma allora, che cos’è il mio corpo? Il corpo sono io. […] Io non abito affatto il mio corpo; io sono il mio corpo. Il corpo non è una cosa ma qualcuno. È me stesso, in quanto dato agli altri e in relazione col mondo[13].
QUALCHE RISORSA ALLA PORTATA DEI GIOVANI
- Lodi T. - G. Cavicchi, Il cielo nel tuo corpo. Teologia del corpo di lui e del corpo di lei, Todi, Tau, 2021. Degli stessi autori, alcune altre risorse online in https://teologiadelcorpo.it/
- West C., Teologia del corpo per principianti, Assisi, Porziuncola, 2016.
* Professore di teologia pastorale, UPS – Roma
NOTE
[1] Cf. Francesco, Amoris laetitia. Esortazione apostolica post-sinodale sull’amore nella famiglia (19 marzo 2016), n. 151. In breve: AL. Posteriormente, l’idea è stata ripresa nella Catechesi all’Udienza generale del 24 ottobre 2018.
[2] Cf. Giovanni Paolo II, Catechesi all’Udienza generale (12 novembre 1980), n. 4.
[3] Oltre alla filosofia, il complesso rapporto anima-corpo è stato riformulato anche all’interno del pensiero neuroscientifico con termini quali mente-corpo o, più recentemente, mente-cervello. In altre epoche come nella nostra, quindi, lo studio di questa problematica è rilevante perché ha a che fare con l’indagine sulla natura stessa dell’essere umano. Cf. G. Quinzi, Mente, corpo, coscienza e filosofia: una breve ricognizione, in G. Baggio - G. Quinzi (edd.), Pensare l’affettività, Torino, Rosenberg & Sellier, 2021, 17-44: specie 20.
[4] Secondo la filosofia naturale elaborata da Aristotele e rivisitata e fatta propria da Tommaso d’Aquino, il corpo è un sinolo unitario composto di materia prima organica e di un principio attuale e determinatore razionale e spirituale oltre a sensitivo e vegetativo: l’anima, appunto. Non c’è quindi un corpo e un’anima, ma c’è un corpo perché c’è un’anima. Cf. B. Mondin, Manuale di filosofia sistematica, vol. 5: Antropologia filosofica, Bologna, ESD, 2000, 207-236.
[5] L’antropologia che emerge dalla Scrittura è priva della dissociazione anima-corpo tipica del mondo greco. Proprio per questo, il parallelismo spirito-carne non deve essere letto alla luce del rapporto anima-corpo. Secondo la concezione della corporeità di san Paolo, ad esempio, carne (σάρξ) e spirito (πνεῦμα) appaiono come due modalità del corpo (σῶμα), cioè, dell’essere umano. Più che della carne contro lo spirito, si deve parlare quindi di un corpo/uomo carnale che si rivolta contro Dio (cf. Rm 8,7) e un di corpo/uomo spirituale che si volta verso di Lui (cf. Gal 5,25).
[6] Tanti secoli fa, l’autore biblico rifletteva questa esperienza dicendo che l’essere vivente non è che polvere soffiato da un alito di vita (cf. Gen 2,7) e che, espirato questo fiato, né l’essere è più vivente né il corpo rimane tale ma ritorna nella terra da cui è stato tratto (cf. Gen 3,19).
[7] Per queste idee seguo C. Rocchetta, Lo stupore della corporeità. Storia e teologia, Assisi, Porziuncola, 2019.
[8] Cf. Giovanni Paolo II, Veritatis splendor. Lettera enciclica circa alcune questioni fondamentali dell’insegnamento morale della Chiesa (6 agosto 1993), nn. 48-50.
[9] Congregazione per la Dottrina della Fede, Donum vitae. Istruzione sul rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione (22 febbraio 1987), n. 3.
[10] Cf. Benedetto XVI, Deus caritas est. Lettera enciclica sull’amore cristiano (25 dicembre 2005), n. 1.
[11] Cf. Congregazione per l’Educazione Cattolica, Maschio e femmina li creò. Riflessioni sulla questione del gender nell’educazione (2 febbraio 2019).
[12] Cf. Congregazione per l’Educazione Cattolica, Orientamenti educativi sull’amore umano. Lineamenti di educazione sessuale (1 novembre 1983), n. 35.
[13] D. Ange, Il tuo corpo fatto per amore, pro manuscripto, Roma, 1996, 10.

