La corresponsabilità educativa nella missione


    Francesco Vanotti

    (NPG 2022-02-31)



    Come nella comunità cristiana i giovani possono essere protagonisti e corresponsabili? Quali caratteristiche ci immaginiamo possa avere un catechista dei giovani che abbia a cuore non solo la fede dei giovani ma sia capace di vera passione educativa e abbia cura di tutto ciò che i giovani sono? Sono queste alcune delle domande dalle quali ci siamo lasciati stimolare.

    La catechesi come artigianato

    Papa Francesco, in occasione dell’incontro con l’Ufficio Catechistico Nazionale, ha invitato i catechisti ad essere «artigiani di comunità».[1] Con questa espressione si deduce come il Papa abbia desiderato, ancora una volta, richiamare i processi piuttosto che i programmi, i cammini differenziali invece dell’omologazione, la centralità di una comunità che si pone in un atteggiamento di ascolto reciproco e discernimento rispetto alla proposta di soluzioni preconfezionate. Ancora una volta si afferma il protagonismo della comunità, cioè delle persone, che si riuniscono sinodalmente e attraverso azioni di discernimento generano esperienze di catechesi che recepiscano realmente i vissuti delle persone. La metafora dell’artigianato è molto utile per il nostro tema: se la catechesi è azione comunitaria di tipo artigianale, questo significa che ogni trama che avviene all’interno del tessuto comunitario è chiamata a vivere le medesime dinamiche formative e, di conseguenza, catechistiche. Di questa urgenza, che si trasforma in tal senso in priorità, se ne avverte il bisogno oggi più che mai: il Covid-19 ha costituito un potente acceleratore di tante dinamiche che erano già presenti nelle nostre comunità. Anche nella catechesi il virus ha funzionato come un «trailer»: ha accelerato i tempi, ci ha offerto un anticipo del «futuro vicino» con cui la Chiesa e la catechesi dovranno confrontarsi, anche in Italia. Ha interrotto le consuetudini della catechesi parrocchiale e ha portato alla luce i pieni e i vuoti, le potenzialità e i limiti; ha fatto saltare gli automatismi e ha evidenziato i presupposti su cui erano costruite le proposte catechistiche e, in maniera più profonda, le nostre comunità cristiane. Molte sono le provocazioni che riguardano la catechesi, in particolare quelle che vanno a minare un’impostazione che appariva oramai consolidata nel tempo (ma, che presenta da diversi anni chiari segni di insostenibilità). Questo significa che è l’intero quadro di riferimento della catechesi a dover essere ripensato e, di conseguenza, le azioni a cui esso inerisce. Occorre, perciò, un rinnovato luogo di pensiero e di riflessione, di condivisione e di verifica costante, che sia capace di accogliere e di valutare nuove prospettive e rinnovati modelli di azione. Da un punto di vista delle prassi catechistiche, questo luogo è l’equipe dei catechisti.

    L’equipe dei catechisti come laboratorio formativo

    Provocate da questo rinnovato stile comunitario, anche le equipe dei catechisti sono chiamate a rimodularsi secondo questo nuovo paradigma di riferimento, rivedendo spazi, tempi, modalità di azione e progettazione catechistica.
    Per attuare tutto questo, servono essenzialmente due strumenti, che ancora una volta il Magistero di papa Francesco ci indica: il discernimento e lo stile sinodale. Equipe che si interrogano, si mettono alla prova, discernono insieme, danno forma a nuove prospettive. Accogliere la visione e la dinamica del laboratorio significa non dare nulla per scontato, avere il coraggio di rimettersi in discussione come comunità e soggetti che hanno ricevuto dalla Chiesa il mandato di essere evangelizzatori, accogliere la dinamica dei processi e non dei progetti. In tal senso, l’equipe dei catechisti si trasforma in un ottimo strumento ecclesiale di sinodalità, discernimento e autoapprendimento. Si tratta di assumere lo stile dell’esploratore che ha il coraggio di abbandonare strade conosciute e oramai spesso sterili per porsi le domande corrette e trovare vie inedite per l’evangelizzazione. Una caratteristica di questa figura di catechista che lavora in equipe è quella di mettersi in ascolto profondo ed empatico delle narrazioni pastorali che fanno riferimento ad altrettante prassi dalle quali è possibile dedurre un autentico apprendimento significativo in vista di un rinnovamento.[2]

    Equipe missionarie

    Tutto il magistero di papa Francesco, in riferimento alle comunità, verte su questo particolare punto: la conversione missionaria di tutte le comunità affinché tornino ad essere missionarie e non siano preoccupate di autopreservarsi.[3] Come può avvenire questo? Anzitutto, attraverso un cambio di sguardo nei confronti della vita. Riconoscere quel di più di umanità che è già presente nella nostra significa accogliere il fatto che Dio già è presente laddove presumiamo di essere noi i primi ad arrivare.[4] In altre parole, si tratta di traghettare da una preoccupazione organizzativa e di “spending review” ad una tensione missionaria, abbandonando una fissazione istituzionale dei ministeri in favore di una ministerialità diffusa laicale.[5] Pertanto possiamo anche parlare di comunità ministeriali che vivono veri e propri esercizi di discernimento e sinodalità ad intra e ad extra della comunità:

    «Con comunità ministeriali si intendono piccoli gruppi di servizio interne alle parrocchie o tra più parrocchie, formate da responsabili di settori pastorali; comunità perché condividono anzitutto la vita cristiana (preghiera e correzione fraterna); poi la responsabilità missionaria in un contesto e comunità: progetti e impegni di animazione, secondo una spiritualità diocesana ben precisa […]».[6]

    Applicando questa prospettiva alle equipe dei catechisti, è possibile affermare che esse si configurino come vere e proprie piccole comunità ministeriali, che si pongono domande a partire dalla realtà, condividono vissuti e prassi pastorali in atto, compiono un’azione di discernimento comunitario come emersione di rappresentazioni di modelli di Chiesa e di fede in vista di una scelta rinnovata e una riproposta pastorale.

    I giovani presente della missione

    In questo sfondo dipinto velocemente che ha cercato di mettere in evidenza come il rinnovamento della Chiesa e l’annuncio del Regno passino attraverso una chiara intenzionalità missionaria formativa ed educativa a tutti i livelli, ci chiediamo – a questo punto – come il mondo dei giovani possa essere realmente protagonista nel sostenere questo radicale cambio di prospettiva. Ci sembra utile ricordare come il Sinodo dei giovani del 2018 sia stato un’ottima occasione per rimettere al centro tale scommessa dei giovani protagonisti nel processo di evangelizzazione della Chiesa. Già nel Documento preparatorio si ricordava come la scelta preferenziale fosse quella di chiedere ai giovani di aiutare la Chiesa ad identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la buona notizia e di come la Chiesa stessa fosse bisognosa di imparare dai giovani.[7]

    Il potenziale educativo dei giovani

    L’esortazione apostolica postsinodale Christus vivit esprime l’intenzione di aprire un dialogo diretto con i giovani, non separandoli dal resto della Chiesa, ma considerandoli parte integrante di essa e protagonisti e membra vive.[8] Un rilancio della dimensione missionaria della Chiesa passa anche attraverso il recupero del loro protagonismo che si trasforma in uno strumento prezioso di azione pastorale e missionaria, in quanto i giovani chiamano e desiderano incontrare altri giovani che testimonino che hanno già incontrato il Signore e che aiutino a comprendere il per chi della propria esistenza. La vocazione è, infatti, sempre una missione e non è mai la risposta alla domanda “Chi sono io?” ma un richiamo più radicale verso un “Per chi sono io?”. È proprio questa la domanda che accompagna e identifica un giovane che accoglie l’urgenza e la priorità di una Chiesa in uscita, che non ha paura di chiudersi dentro le strutture oramai desuete ma si apre al mondo, alla vita e agli altri. Ci rendiamo conto, così, perché non soltanto la pastorale giovanile ma la pastorale in generale abbia una chiara dimensione vocazionale e missionaria.[9]
    Riconoscere il protagonismo dei giovani e la loro corresponsabilità nell’annuncio significa accogliere e fare nostro il loro potenziale educativo in favore dell’annuncio missionario del Vangelo. In che cosa consiste questo potenziale? Nell’essere testimoni e nell’essere attratti dalla testimonianza. Papa Francesco ripete spesso che la Chiesa cresce per attrazione e non per proselitismo, cioè grazie alla testimonianza luminosa e vera di persone che credono e testimoniano il vangelo anzitutto con la vita e le loro scelte. Effettivamente, i giovani nelle nostre comunità sono sempre alla ricerca di esperienze vere, non costruite, di persone che sanno stare loro accanto non per interesse, ma con semplice gratuità. In questo senso, i giovani portano con sé un alto grado di potenziale educativo perché sono in grado di scegliere la via più diretta e senza filtri per contagiare altri e tramandare loro la ricchezza evangelica. Nelle nostre comunità e anche all’infuori di esse, che cosa chiedono generalmente i giovani alla Chiesa? Tra di loro si nutre molto interesse nei confronti di percorsi che portano in sé la centralità e l’essenzialità del kerygma: nelle Chiese locali laddove si propone una lettura e una condivisione del testo biblico a loro misura i giovani ci sono: i percorsi oramai avviati in diverse diocesi sullo stile de Le Dieci Parole, l’esperienza di Passi di vangelo, la proposta di Taizè, quella di Pietre vive e di Luci nella notte ce lo testimoniano.[10] Certamente non dobbiamo dimenticare tutte le iniziative legate al mondo francescano molto presenti nel territorio italiano. In molte di queste esperienze citate sono proprio i giovani ad incontrare altri giovani; sono loro a proporre iniziative di catechesi e di primo annuncio nelle comunità, sulla strada o sulle spiagge, ad animare esperienze di preghiera e di pellegrinaggi.
    I giovani che si interrogano sulle nuove potenzialità del vangelo sono formidabili perché le loro domande racchiudono al tempo stesso una forza evangelizzatrice per loro e per coloro che incontrano. I giovani che si rendono disponibili per essere terra feconda perché altri possano a loro volta incontrare la Buona Notizia sono persone anzitutto che si fanno domande, che non si accontentano e non si fermano al “si è sempre fatto così” in quanto opzione mortifera per ogni tentativo di annuncio evangelico. La loro competenza educativa e formativa si mostra proprio in questa tensione verso un ascolto creativo della realtà, permettendo ad essa di far sorgere nuove domande al fine di intuire nuove possibilità. Potremmo chiamare tale disposizione una competenza di comprensione e interpretazione dei segni dei tempi che è volta a trovare strade di evangelizzazione per il giovane di oggi. Questa competenza si traduce, di conseguenza, in scelte pratiche legate a nuovi luoghi, nuove modalità e nuovi approcci, come le esperienze sopra citate provano. Ma è soprattutto la competenza chiave, quella di testimonianza, che opera da regìa sostenendo tutto il processo di evangelizzazione e che racchiude il potenziale educativo e formativo. Infatti, i giovani che incontrano altri giovani per annunciare loro una Parola di Vangelo non si mettono in cattedra, non pontificano da alcun pulpito se non quello della vita e della loro esperienza.

    Dalla collaborazione al protagonismo dei giovani

    Accade spesso che nelle nostre realtà comunitarie i giovani vengano invitati per vivere un servizio di supporto nei percorsi di iniziazione cristiana e nelle varie proposte di animazione legate alla vita degli oratori e dei centri estivi. Vi è anche il caso in cui si affida ai giovani un gruppo di bambini o ragazzi a causa della mancanza di catechisti. Queste occasioni possono nascondere l’idea che, a volte, piuttosto che credere fattivamente nel potenziale educativo e catechistico dei giovani, si ricorra a loro come la ruota di scorta, cioè quando le risorse comunitarie sono esaurite. In realtà, stante la riflessione precedente, il movente che dovrebbe incoraggiare alla presenza dei giovani per vivere alcuni servizi e ministeri in comunità non è quello della mancanza di altro, bensì quello della stima e il riconoscimento di potenzialità presenti in loro affinché possano vivere un reale protagonismo nell’annuncio del Vangelo.
    A partire da queste riflessioni generali, appare necessario transitare da un’idea di collaborazione (quella spesso attuata nelle nostre comunità) a quella di protagonismo. Se certamente l’affiancamento ai catechisti più esperti e navigati può essere un primo step di questo percorso, ci sentiamo di affermare che la realtà ci dice che, sempre più spesso, i giovani vengono affiancati a catechisti con maggiore esperienza soprattutto nel tempo dell’iniziazione cristiana, al cui termine non accade spesso nulla se non l’abbandono del giovane insieme a quello di molti ragazzi. In queste esperienze di semplice affiancamento, il giovane viene troppo poco coinvolto nella progettazione del percorso e nella programmazione delle esperienze, mentre viene “valorizzato” per la sua più o meno comprovata capacità, in quanto giovane, di tenere a bada il gruppo e di sollevare il catechista (chiamato ancora “titolare” in tante comunità, come era un tempo la maestra) dall’incombenza di tenere la disciplina e di poter svolgere il programma prestabilito. È scontato che un coinvolgimento di questo tipo, con il passare del tempo, lascia al giovane una certa amarezza e lo penalizza nel suo desiderio di dare il suo personale contributo e, alla fine dell’esperienza – se non ancora prima –, abbandona la ciurma.
    La proposta è di avviare i giovani a una collaborazione con chi è più esperto, arricchita da un reale accompagnamento di tutoring e di verifica da parte di qualche catechista preparato, permettendo loro di vivere in prima persona l’esperienza di equipe. Infatti, il contesto formativo ed educativo che meglio si addice a tale lavoro di supporto è proprio quello dell’équipe dei catechisti nella forma della comunità di pratica: i catechisti, partendo da un compito e obiettivo comune, interagiscono per apprendere insieme.[11] Questo accompagnamento è naturalmente in vista di un reale protagonismo dei giovani catechisti che sono messi, così, nelle condizioni di non iniziare alcuna esperienza allo sbaraglio ma neppure con il rischio di essere strumentalizzati per questioni legati alla disciplina del gruppo. Questo che cosa può significare? Debitamente iniziato e accompagnato a vivere la ministerialità del catechista, il giovane può mettere a disposizione i suoi talenti e rileggerli in uno spirito partecipativo e collaborativo con i catechisti della sua équipe, dando il suo personale contributo non solo nella progettazione e programmazione delle esperienze, ma anche della loro animazione e guida.

    Giovani catechisti che evangelizzano altri giovani

    Il capitolo IV della Christus vivit incoraggia i giovani a non cedere ai propri sogni e ideali, ad alimentarli con il continuo confronto con la vita reale, a maturare scelte di fraternità e di impegno a vari livelli. È chiesto a tutti i giovani di mettersi in gioco in prima persona, senza farsi influenzare dalla paura di sbagliare. Quel protagonismo che i giovani mostrano di desiderare diventa, così, uno strumento di azione pastorale e missionaria, in quanto nessuno è così capace di annunciare il Vangelo ai giovani di oggi se non i loro coetanei che hanno già fatto esperienza del Regno.[12]

    Il catechista degli adolescenti e dei giovani: una scelta preferenziale

    A fondamento del ministero dei giovani catechisti sta certamente il riconoscimento del valore e delle potenzialità educative e catechistiche in loro presenti. L’Instrumentum laboris in preparazione al Sinodo dei Giovani li definisce come «sismografi di ogni epoca»[13] e il relativo Documento finale come «uno dei “luoghi teologici” in cui il Signore ci fa conoscere alcune delle sue attese e sfide per costruire il domani».[14] Questi rimandi al Magistero pontificio ci ricordano quanto san Benedetto scriveva nella sua Regola a proposito dei più giovani arrivati nei suoi monasteri: «Spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore».[15]
    Proprio su questa visione nei confronti dei giovani poggia la fiducia verso la loro corresponsabilità nella missione evangelizzatrice della Chiesa. Questo aspetto si esplicita, anzitutto, in una responsabilità della propria vita e in una responsorialità nei confronti di Dio. Ciò significa che la corresponsabilità indica un essere responsabili insieme ad altri anzitutto della vita e, di conseguenza, della sua comunicazione, della fede. Considerare i giovani secondo il loro potenziale catechistico significa mettere a fuoco anzitutto la vita nella sua dimensione responsoriale, cioè chiamata a riconoscere la fede cristiana come evento di donazione che si comunica solo attraverso una pratica comune di vita e un coinvolgimento personale e corresponsabile. Questo aspetto ci pare essenziale nella finalità del nostro tema, in quanto tale corresponsabilità non significa anzitutto, come purtroppo spesso avviene, una collaborazione nell’organizzazione e promozione di iniziative, bensì una risposta alla chiamata battesimale di ciascuno a svolgere la propria missione nella comunità.[16]
    Definito che i migliori catechisti dei giovani sono altri giovani a partire da alcune suggestioni magisteriali e dalla lettura di alcune esperienze attinenti al carisma salesiano, quali motivazioni di natura catechetica è possibile rinvenire a conforto di tale posizione? A partire dall’aggiornamento della teoria degli stadi di sviluppo individuati da E. Erikson, il passaggio dall’età dell’adolescenza a quella giovanile è caratterizzato da due processi fondamentali: l’esplorazione – da intendersi come la ricerca attiva delle possibili alternative identitarie e la loro valutazione – e l’assunzione di impegni – che coinvolge la decisione di aderire a – e di fare proprio – un certo insieme di obiettivi, valori e credenze a partire da un contesto e, quindi, da relazioni e legami.[17] Differenti autori, che hanno approfondito questo tipo di approccio, hanno fatto emergere orientamenti secondo i quali lo sviluppo dell’identità è il risultato di continue interazioni e transizioni fra la persona e il suo contesto di vita. Esplorazione e assunzione di impegno si intrecciano continuamente nelle differenti esperienze di vita, in un’ottica ciclica e iterativa di definizione e ridefinizione dell’identità nel corso del tempo. [18] Questi dati ci sono di conforto nel tentare di delineare due caratteristiche, tipiche dei giovani, che sostengono la figura del giovane catechista.
    Anzitutto, il processo dell’esplorazione. Il giovane catechista si trova ad abitare il cuore del processo della ricerca identitaria e, di conseguenza, vive questa tappa della sua esistenza come niente di ancora totalmente definito e assume il carattere dell’esplorazione e della ricerca come cifra fondamentale di tutto ciò che vive e fa. A livello identitario, questo fatto assume un’importanza fondamentale per il giovane catechista che si trova a vestire gli abiti del compagno di viaggio: ne assume la postura, i caratteri, la visione. Tale prospettiva è molto lontana da quella dell’insegnante che è preoccupato di comunicare il proprio sapere agli alunni ed è portato a valersi delle sue competenze. Il giovane catechista, al contrario, assume la cifra della ricerca comune e della non direttività come caratteristiche peculiari del proprio ministero e fa propria l’esplorazione come stile e, soprattutto, come sguardo e metodo con cui affrontare la propria missione. Accompagnare nasce dal desiderio di coinvolgersi con il gruppo, senza sentirsi degli arrivati e senza la tentazione di alcun giudizio per le possibili differenze che si incontreranno. Il compagno di viaggio è colui che è disponibile ad imparare insieme ai suoi ragazzi, che progetta e propone esperienze di tipo collaborativo e che possano incontrare gli interessi dei ragazzi, che lui conosce e condivide. Inoltre, il giovane catechista diventa in realtà il primo discepolo: avviene quindi un vero e proprio ribaltamento del rapporto e comprende tutta la ricchezza di una relazione che si nutre vicendevolmente.[19]
    L’assunzione di impegni a partire da un contesto comunitario e relazionale. Questo secondo processo indica come l’identità del giovane si costruisca operando precise scelte a livello di obiettivi e compiti che contribuiscono a definire, a mano a mano, il proprio stato identitario. Naturalmente, la scelta di tali obiettivi e compiti, stante la natura complessa dell’istanza identitaria, avviene a partire da contesti relazionali e comunitari precisi ma variegati, a causa delle molteplici occasioni di relazioni vissute in contesti formali e informali (partner, amici, famiglia d’origine, ambiente di studio o lavorativo…). La dimensione relazionale, nella sua complessità di cui è costituita, diventa l’altra cifra caratterizzante il giovane catechista che ha compreso come le relazioni diventano la conditio sine qua non per costruirsi come persone e terreno fertile per comunicare e vivere esperienze qualificanti di vita cristiana. Qui basti appena ricordare come alcune ricerche sulle comunità cristiane nel Nord America testimoniano come sia proprio a partire da una forte relazione e senso di appartenenza che possa nascere una significativa e valoriale esperienza di fede e non il contrario.[20]

    Giovani catechisti per la comunità

    Il giovane catechista che vive la sua ministerialità a partire dai due processi sopra descritti si trova ad essere a servizio dell’intera comunità, come avviene per ogni catechista.[21] Lo scenario comunitario, nelle sue svariate sfaccettature, risulta di particolare rilevanza per quanto concerne la sua capacità autoformativa nei confronti dei catechisti, anche se non sempre viene recepito come tale per quanto riguarda la catechesi.[22]
    Come, in particolare il giovane catechista, si trova a vivere il proprio ministero a servizio della comunità? Ricordando, come caratteristica generale, la sua prossimità ai ragazzi a cui si rivolge, egli si dimostra capace di intercettare il loro bisogno di vivere esperienze che li mettano nelle condizioni di vivere da protagonisti e di arricchirsi nella personale esperienza di fede e di comunità. Quali esperienze possono facilitare questo desiderio?
    Vengono in mente alcune esperienze di iniziazione alla preghiera: iniziare i giovani alla preghiera è qualcosa di differente rispetto all’istruirli sulla preghiera. L’esperienza di preghiera vissuta a Taizè e, alle volte, riproposta con uno stile simile nelle nostre comunità ci testimonia come sia importante considerare il giovane nella sua interezza, facendogli vivere un’esperienza di tipo affettivo, del corpo e dello spirito, insieme a quella della parola e del silenzio, delle immagini e dei canti. Queste esperienze, come altre, certamente sono difficilmente riproducibili in toto nelle nostre comunità, tuttavia ne possiamo trattenere il senso e anche alcuni spunti interessanti che vanno a sostenere la nostra proposta di una giovane ministerialità dei catechisti. La prima caratteristica deriva dai linguaggi utilizzati: è possibile parlare di linguaggi realmente immersivi, perché permettono di vivere una reale esperienza in cui nulla è lasciato al caso e i cinque sensi sono generalmente coinvolti. Questo desiderio di vivere incontri immersivi è chiaramente una prerogativa giovanile: i giovani, infatti, per primi desiderano avvicinare esperienze che li coinvolgano anzitutto a livello delle emozioni e dei sentimenti e li portino a sentirsi parte della proposta. Un’altra potenzialità che possiamo far emergere da tali esperienze è l’approccio di tipo narrativo. Le scienze pedagogiche ci confermano come dopo l’adolescenza e nel periodo della transizione all’età adulta nasce il desiderio di conoscenza del sé che può essere meglio approfondito attraverso le narrazioni autobiografiche e le storie di vita. Ecco spiegato il motivo dell’impiego delle narrazioni autobiografiche ascoltate ma anche generate durante queste esperienze, in particolare per ciò che riguarda le Dieci Parole.
    Inoltre, per progettare esperienze di catechesi simili a quelle da noi presentate, occorre la disponibilità a dotare le proposte catechistiche di un forte sfondo comunitario, fatto di ricerca di relazioni e di lavoro collaborativo che si sostiene a partire da un desiderio di scoperta e di apertura al nuovo di cui abbiamo bisogno nelle nostre comunità. Trattandosi di esperienze che coinvolgono i giovani nella loro interezza, anche le “maestranze” dovranno necessariamente essere differenti. Ci rendiamo tutti conto di come l’aula e il singolo gruppo siano adatti per vivere esperienze di confronto, annuncio, ascolto; tutto il resto del parterre delle esperienze chiede la presenza di una pluralità di figure che siano espressione del reale vissuto della comunità nelle sue altre dimensioni: celebrativo, caritativo, testimoniale.
    Questa missione ad intra, da parte dei giovani catechisti, certamente va di pari passo con la missione ad extra: la tensione missionaria dell’evangelizzazione, come spesso richiama papa Francesco, è ciò che sostiene e motiva la missione stessa dell’intera Chiesa. A partire dagli stimoli offerti in questo nostro contributo, ogni comunità cristiana e ogni equipe di catechisti ed educatori avrà il compito di accogliere questa fondamentale e mai esaurita dimensione dell’evangelizzazione attraverso una forte esperienza di discernimento comunitario e il vissuto di una Chiesa che evangelizza secondo un ben preciso stile sinodale.


    NOTE

    [1] Cfr. Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dall’Ufficio Catechistico Nazionale della CEI, in Conferenza Episcopale Italiana, Artigiani di comunità. Linee guida per la catechesi per l’anno 2021-2022, Roma, Conferenza Episcopale Italiana, 2021, 10.
    [2] Cfr. F. Zaccaria, Il discernimento comunitario, in Conferenza Episcopale Italiana, Artigiani di comunità. Linee guida per la catechesi per l’anno 2021-2022, 48-52.
    [3] Cfr. Papa Francesco, Evangelii gaudium n. 27.
    [4] Cfr. S. Currò, Percorsi di teologia pratica sulla conversione pastorale, Torino, Elledici, 2021, 194.
    [5] Su questo tema è interessante la pubblicazione dei motu proprio di papa Francesco Spiritus Domini e Antiquum ministerium, circa l’accesso ai ministeri del lettorato e dell’accolitato alle donne e l’istituzione del ministero del catechista.
    [6] Cfr. L. Meddi, Un mosaico di voci. Esercizi di sinodalità. Webinar tenuto per la diocesi di Melfi – Rapolla – Venosa il 23 giugno 2021.
    [7] Cfr. Sinodo dei Vescovi - XV Assemblea generale ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Instrumentum laboris, Torino, Elledici, 2018, introduzione; n. 2.
    [8] Cfr. Papa Francesco, Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit, nn. 192-201.
    [9] Cfr. R. Sala, L’Esortazione Apostolica postsinodale “Christus vivit”, in Id., Pastorale giovanile 2. Intorno al fuoco vivo del Sinodo. Educare ancora alla vita buona del Vangelo, Torino, Elledici, 2020, 272.
    [10] Cfr. M. Scarpa, Il Primo annuncio ai giovani. Arte e turismo: l’esperienza di “Pietre vive”, in «Note di pastorale Giovanile» 53 (2019) 8, 58-61; Id., L’esperienza di “luci nella notte”, in «Note di pastorale Giovanile» 54 (2020) 3, 64-67; Id., Iniziare i giovani alla preghiera. L’esperienza di Taizè, in «Note di pastorale Giovanile» 54 (2020) 8, 50-53; Id., Il percorso formativo dei “Dieci comandamenti”, in «Note di pastorale Giovanile» 55 (2021) 2, 64-67.
    [11] Cfr. G. Alessandrini, Apprendere nelle organizzazioni: la «Comunità di pratica», in P. Zuppa (Ed.), Apprendere nella comunità. Come dare «ecclesialità» alla catechesi, Leumann (To), Elledici, 2012, 65-77. Per la riflessione prettamente formativa rimandiamo al contributo precedente di M. Scarpa.
    [12] Cfr. R. Sala, L’Esortazione Apostolica postsinodale “Christus vivit”, in Id., Pastorale giovanile 2. Intorno al fuoco vivo del Sinodo, 271.
    [13] Cfr. Sinodo dei Vescovi - XV Assemblea generale ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Instrumentum laboris, n. 51.
    [14] Cfr. Sinodo dei Vescovi - XV Assemblea generale ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Documento finale, Torino, Elledici, 2018, n. 64.
    [15] Cfr. Benedetto, Regola, III, 3; citata da Papa Francesco nella Lettera ai giovani in occasione della presentazione del Documento preparatorio della XV assemblea generale del Sinodo dei Vescovi (13 gennaio 2017), in AAS CIX, n. 2 (2017), 117-119, qui 118.
    [16] Cfr. Papa Francesco, Antiquum ministerium, n. 5.
    [17] Cfr. L. Aleni Sestito – L. S. Sica, Dopo l’infanzia e l’adolescenza… Lo sviluppo psicologico negli anni della transizione verso l’età adulta, Parma, Edizioni Junior, 2016, 46-57.
    [18] Cfr. E. Crocetti – M. Rubini – W. Meeus, Capturing the dynamics of identity formation in various ethnic groups: development and validation of a three-dimensional model, in «Journal of Adolescence», 31 (2008) 207-222.
    [19] Tali caratteristiche che abbiamo individuate possono essere facilmente ricondotte alla figura a all’esperienza del coach.
    [20] Cfr. A. L. Winseman, Growing an engaged church: How to Stop "Doing Church" and Start Being the Church Again, Washington, Gallup Press, 2007.
    [21] Cfr. Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, Direttorio per la catechesi, Città del Vaticano, LEV, 2020, n. 133.
    [22] Cfr. F. Vanotti, I mille volti della comunità educante, in Istituto di Catechetica, Catechisti oggi in Italia. Indagine Mixed Mode a 50 anni dal “Documento Base”, Roma, LAS, 2021, 220-231.