Intervento finale di don Michele Falabretti
(NPG 2022-06-49)
Questo è il mio ultimo intervento a conclusione di un convegno nazionale di pastorale giovanile come responsabile del Servizio nazionale. Lo faccio con un grande senso di gratitudine: sono convito di aver ricevuto molto più di quello che sono riuscito a dare. Ho imparato a conoscere l’Italia: Goldoni fa dire ad Arlecchino (servitore bergamasco in trasferta a Venezia) che “il mondo è una gran Bergamo”. Strappa un sorriso, ma non è vero. L’Italia è davvero un paese meraviglioso e lo è non solo per il suo patrimonio naturale e artistico, ma soprattutto per le persone che lo abitano, per la storia che continuano ad incarnare, per il genio che ancora esprimono nell’invenzione continua di esperienze di vita, di cura, di accompagnamento della vita che cresce e si esprime nelle nuove generazioni.
Ho sempre considerato questo il più grande miracolo a cui abbiamo il privilegio di assistere ogni giorno: la vita che fiorisce nei piccoli produce quell’effetto magico per cui mentre mi rivolgo al piccolo, continuo a risignificare la mia vita, la ridisegno ogni giorno, la posso far crescere dentro di me. Come se la cura dell’altro (lo abbiamo sentito bene in questi giorni) fosse anche la cura continua di se stessi: finiamo per essere costretti a vivere non solo di necessità come le bestie, ma possiamo comprendere nel nostro orizzonte quotidiano il sogno, il futuro, il desiderio di bene che abita il cuore di tutti gli esseri umani.
1. Questo tempo e le esigenze della pastorale giovanile
Il Signore è qui e non me ne ero accorto
Viviamo un tempo di esseri umani che non sanno più a chi sono affidati e a chi affidarsi. Invochiamo soluzioni corte: che bisogna dare un fermo agli armamenti ed è assolutamente necessario fare la pace in Ucraina, lo possiamo sentire ogni giorno al bar mentre beviamo il caffè sfogliando le pagine della Gazzetta. Cosa possa significare, cosa chieda a ciascuno nell’impegno di onorare la vita, non si sa o forse lo si intuisce molto bene: compromettersi è difficile.
Non per la ricerca di un rifugio consolatorio, ma per la sapienza che l’esperienza biblica ci comunica, penso sia importante ritornare all’esperienza di Giacobbe che vede il cielo aprirsi e offrire questo movimento di salita e discesa degli angeli. Un sogno che Giacobbe fa mentre è in una situazione a metà tra la fuga e l’esilio, mentre è alla ricerca dell’amore della sua vita. E proprio mentre ancora non sa cosa lo attende, il Signore lo avvicina per farsi sentire vicino.
Questo è il tempo che abbiamo a disposizione ed è tempo di finirla di farsi schiacciare dalla nostalgia di ciò che forse non è mai esistito proprio perché frutto di un processo di mitizzazione. Vivere in mezzo ai giovani con il cuore aperto svela il gioco della vita che consiste nell’intercettare il dispositivo fondamentale del vivere: trovi la vita se la perdi. Si parte dalla possibilità di poter intercettare i semi di bene che ancora il Signore offre alla nostra storia quotidiana. In mezzo alle mille fragilità con cui fare i conti: ma la bellezza dell’avventura cristiana sta proprio nel conservare la speranza che una lotta quotidiana per il bene sia sempre possibile a tutti.
Riprendere le fila
Certo questo è stato un tempo strano: impareremo ad accettarlo non come un tempo di sosta, ma come un attraversamento (è il significato letterale della parola “pasqua”) che oggi offre l’opportunità di riprendere le fila di ciò che accogliamo come mandato e servizio. Dedicarsi alla pastorale giovanile è una passione personale, un fuoco interiore che per dare frutto deve offrirsi agli altri e mettersi al servizio di progetti comuni. È nella comunità che la vocazione viene riconosciuta, valorizzata e infine benedetta con il mandato pastorale. Ecco ciò che fa grande una passione: la capacità di mettersi al servizio del Vangelo, Vangelo che la Chiesa ha affidato a ciascuno secondo i propri talenti.
Sarebbe importante riconoscere ciò che questo tempo ci sta proponendo. Mi pare che dovremmo sottolineare un aspetto fra i tanti possibili. Il percorso degli ultimi dieci anni attraverso gli orientamenti sull’educazione, il Convegno di Firenze e il Sinodo dei giovani, hanno offerto istanze che chiedevano di fare i conti con il cambiamento d’epoca e trovare nuove alleanze da stringere, nuove parole e gesti di comunione tra le generazioni. Per chi si occupa di pastorale giovanile, un’esigenza di profondo rinnovamento era avvertita da tempo, ma è stata la pandemia a precipitarci in una presa d’atto quasi improvvisa. C’è bisogno di non lasciarsi spaventare: non si tratta né di fare un salto, né di interrompere la tradizione pastorale; ma che sia necessario il coraggio di migliorare il passo e soprattutto la consapevolezza del nostro andare mi pare ormai un’evidenza.
Tutto può ripartire quando si riesce a condividere un atteggiamento di stupore e di gratitudine per ciò che si è ricevuto. È l’insegnamento che ci sta dando la riflessione sulla sinodalità: ciascuno è portatore di meraviglia e di saperi, di esperienze della presenza di Dio nella propria vicenda umana e nella comunità cristiana (ciascuno può indicare dove il Signore è presente e non lo sapeva, proprio come i discepoli di Emmaus). È nella partecipazione che il volto sinodale dell’essere Chiesa si esprime e si compie, sostenendo anche fatiche, lentezze, delusioni.
La scorsa estate è stato presentato il progetto “Seme divento” che ha finalmente acceso l’attenzione su un’età complessa e delicata come l’adolescenza. Sono i primi passi di una scelta decisiva: in questi anni continuiamo a confondere le età a seconda delle situazioni e, talvolta, delle convenienze. Distinguere gli adolescenti dai giovani significa anzitutto salvaguardare il principio della gradualità che ogni processo educativo richiede: le esigenze nei cammini dell’età evolutiva sono diverse. È questo un principio di servizio: se le persone non sono numeri da esporre (quante volte ce lo ripetiamo?), le nostre azioni devono accettare la fatica di definire meglio gli obiettivi cercando la giusta misura per le persone che incontriamo. Talvolta si ha l’impressione che una proposta non troppo definita sia più facile da organizzare (fa volume: dà più soddisfazione!), ma è sicuramente meno efficace in termini educativi e pastorali. Ed è proprio in una cura educativa dedicata, che invita a crescere scoprendo una promessa buona per la propria esistenza, che compie il mandato pastorale: farsi prossimi ai piccoli condividendo una strada comune che porta insieme a scoprire il Signore presente e presenza.
Mettere al centro gli adolescenti per la Chiesa significa assumere una responsabilità troppo spesso scansata dagli adulti di oggi: Matteo Lancini ce lo ha ricordato molto bene nel suo intervento. Per la comunità cristiana i ragazzi e le ragazze sono figli e figlie, fratelli e sorelle: qualcuno da incontrare, ascoltare, da amare. Troppo spesso sentiamo parlare di adolescenti solo per i problemi che hanno o che danno: dobbiamo rifiutare con forza questo atteggiamento che li colpevolizza e li ingabbia in un’età maledetta.
Certo gli adolescenti ci provocano perché sono recettori sensibilissimi di una cultura fluida e sfuggente, ma sono anche loro, come noi tutti, alla ricerca della perla preziosa per la loro esistenza, del tesoro per cui valga la pena affrontare l’avventura del vivere. Dobbiamo imparare a metterci al loro fianco e cercare insieme le pepite d’oro nel fiume: c’è lo scarto, ma solo un paziente lavoro di setaccio riesce a riconoscere il metallo prezioso. Capiamo bene quanto questo atteggiamento sia diametralmente opposto da quello ex cathedra, che fa piovere sulle loro teste dottrine ben ordinate, dove tutto scivola via senza efficacia. L’adolescenza è soprattutto messa alla prova che richiede uno scambio di fiducia, che dà motivo di stringere un’alleanza, possibile soltanto attraverso relazioni ed esperienze buone, significative per loro: quando questo incontro si svela, si concretizza, allora l’umanesimo cristiano si fa carne. E questo perché prima di essere fatto di parole, l’annuncio è vangelo che tocca con la vita, vibra nell’anima, si fa eco di nostalgie di Trascendenza. La narrazione dell’esperienza di Franco Nembrini di questi giorni, credo che sia stata particolarmente illuminante.
Abbiamo toccato con mano con l’esperienza dell’incontro a Roma del 18 aprile 2022 che una generazione ci attende: un numero così alto di ragazzi, ma ancor più il loro entusiasmo e la loro adesione trascinante, rivelano quanto bisogno abbiano di luoghi ed esperienze significative dedicate a loro, di essere al centro dei pensieri e delle azioni di qualcuno. Non si tratta di dimenticare i giovani, ma di cogliere l’esigenza di far crescere per gradi una nuova generazione che, anche per l’esperienza vissuta nella pandemia, è profondamente diversa dalla precedente.
Non dimenticherei il fatto che un’attenzione seria agli adolescenti e una progettazione di esperienze sul campo sono l’unica medicina a quell’insana e molto diffusa idea che la cresima a dieci/tredici anni possa dichiarare completato e chiuso il cammino di vita cristiana. Non è facile sovvertire idee così radicate, è proprio nel sostenere una progettazione pastorale in adolescenza che segua l’itinerario di iniziazione cristiana, che si pone un segno di prossimità e di cura, ma altresì di prospettiva ecclesiale: la ricerca di Dio non è mai finita, è la forma stessa della fede personale e comunitaria.
Questo ci rimanda a una trasformazione che stiamo vivendo nella Chiesa: il cammino sinodale, più o meno convinto che sia, sta facendo emergere istanze forti di una partecipazione più attiva e convinta, una richiesta di coinvolgimento attraverso relazioni nuove fra il clero e i laici, tra uomini e donne. Forse ci siamo illusi per molto tempo che rinascere di nuovo, rinascere dall’alto fosse un’operazione indolore da compiere a tavolino. Non è così e non lo potrà mai essere. Per i cristiani rinascere significa attraversare la morte nella fede in Gesù Signore, bisogna lasciare ciò che è vecchio affinché ogni cosa sia fatta nuova. Tale passaggio richiede anche un dialogo aperto, sincero, rispettoso e coraggioso con la società, della quale i cristiani sono parte e chiamati a essere sale e luce.
Il lavoro di cura e di servizio alla società delle parrocchie e degli oratori, dalle esperienze estive a quelle più ordinarie come gli spazi compiti, è arrivato all’attenzione delle amministrazioni pubbliche che ne riconoscono non solo il valore, ma anche il bisogno di definirlo meglio, affinché possa essere una risorsa preziosa per tutti all’interno delle reti territoriali. Il dialogo con le istituzioni e le varie agenzie educative oltre che una necessità, si sta rivelando un laboratorio interessante per portare la visione cristiana sull’esistenza nel cuore del dialogo educativo di tutti.
Ma questo ci chiede di entrare in una logica di comunione e sussidiarietà più ampia, soprattutto nel saper ridisegnare la nostra azione educativa a partire da una progettazione pastorale capace di comporre gli sguardi e le speranze di molti.
2. La storia di questi anni
Mi interessa spendere un po’ di tempo a ripercorrere il cammino di questi anni. Non per un senso autocelebrativo, ma per mostrare che i passi fatti, soprattutto attraverso la riflessione dei convegni nazionali, avevano un filo logico che non è stato pensato a monte, ma si è svelato poco alla volta attraverso l’ascolto della storia e soprattutto il dialogo e il confronto di verifica che sono nati dopo ogni passo.
I convegni di Genova e di Brindisi (2014-2015) erano stati pensati a partire dagli orientamenti pastorali sul decennio che però mostravano un’incongruenza. Nati dalla famosa espressione di Benedetto XVI che parlò di “emergenza educativa”, risentivano molto dell’illusione diffusa che all’annuncio del vangelo mancava una spinta talvolta immaginata come un restyling cosmetico: si è seriamente pensato che fosse sufficiente una declinazione più ammiccante della dottrina o della devozione per diffondere efficacemente l’annuncio. L’esito è ancora presente: è interessante notare come siano esplose le memorie mariane (facoltative) eludendo spesso quelle più cristologiche. La memoria del Nome di Maria rischia di prevalere sull’Annunciazione o sulla Visitazione. Anche l’iconografia non riesce a fare passi in avanti e i santini sempre più patinati spopolano, per non parlare della deriva sul web: una miscellanea di vuoti simulacri trash negano ogni bellezza e poesia all’esperienza della fede. I social in questo si mostrano come uno strumento tra i più ambigui e lontani da un cammino comunitario autentico.
Sul piano educativo questa illusione ha viaggiato fino ad oggi come un fiume carsico attraverso una semplificazione della pastorale che non accetta la fatica di pensare e progettare azioni ed esperienze e preferisce affidarsi a qualche pratica di pietà (rivolta a chi? Quali giovani/adolescenti vi aderiscono?), bollando tutto il resto come destinato ai “capaci” o agli “addetti ai lavori”. Evidentemente questo è un freno molto forte rispetto al proposito di sostenere una comunità educante…
Per questo sembrò importante ripartire dalla cura educativa come passione da ricuperare e da coltivare, come desiderio che mette in gioco una disponibilità personale al servizio e alla capacità di costruire insieme, imparando il metodo della progettazione pastorale non tanto come tecnica, ma come stile di essere Chiesa e di agire comunitariamente.
Questo portò alla scelta di Bologna (2017) che accese i fari sulla comunità e sugli educatori come soggetti decisivi di pastorale giovanile.
Le due grandi esperienze dell’anno precedente (il Giubileo dei ragazzi e la GMG di Cracovia), misero in evidenza l’importanza di costruire percorsi di accompagnamento. Nella misura in cui i percorsi furono preparati e sostenuti, il lavoro successivo mostrò una qualità diversa.
Talvolta l’ingaggio dei nostri educatori è debole: presi alla sprovvista, offrono la loro disponibilità. Non importa questa debolezza, purché venga sostenuta da uno spazio di lavoro affinché gli educatori crescano in consapevolezza e svolgano il loro compito in modo più competente. Facendo maturare il proprio modo di essere e di stare coi ragazzi.
C’è bisogno di fare alleanza, di fare squadra: fra educatori di uno stesso contesto, fra educatori che appartengono allo stesso territorio ma anche alle diverse istituzioni e agenzie educative; fra educatori, famiglie e il resto della comunità.
A proposito della capacità di declinare progetti attenti alle persone e non centrate sugli educatori, Vittorino Andreoli, intervenendo a Bologna, disse: “Perché parlo della cultura della fragilità? Perché voglio che voi consideriate che le persone fragili possono essere non solo straordinariamente umane, ma (come diceva un grande Papa) una volta diventate umane possono anche diventare divine.
Non voglio che, di fronte alla fragilità degli adolescenti, si risponda cercando di curarli, mandandoli dallo psicologo. Se necessario mandateli, ma non abbiate troppi psicologi, o peggio ancora psichiatri, dentro le vostre realtà: fate piuttosto in modo che la loro fragilità non sia qualche cosa che li faccia sentire in colpa rispetto ad un progetto che voi proponete loro. Fate progetti che siano prima di tutto compatibili con la fragilità. Cominciate a guardare la fragilità non come difetto, ma come cultura.
Altrimenti, c’è il rischio che voi tutti vi riteniate troppo forti; in tal caso sarebbero allora da invertire i ruoli tra educatori ed educandi.”
All’inizio di ottobre del 2016, Papa Francesco annunciò l’esperienza del Sinodo dei giovani. Un lavoro lungo, un cammino di due anni abbondanti, dove con il pretesto di mettere al centro i giovani, gli adulti finirono per interrogarsi su di sé e crebbe il bisogno per la Chiesa di darsi una forma significativa, parlante in questo tempo affascinante, seppur complesso. Il cammino del Sinodo ha fornito una bibliografia abbondante: dal Documento preparatorio alla Christus Vivit, passando per il Documento finale. Significa avere a disposizione ampie riflessioni che non sono frutto di una linea teorica di qualche specialista, ma arrivano da un discernimento comunitario molto largo.
Non è un caso che padre Giacomo Costa abbia ricordato durante l’ultimo convegno di Lignano che il cammino sinodale della Chiesa universale e italiana, può essere considerato il frutto del Sinodo dei giovani. L’istanza della consegna del Vangelo alle nuove generazioni ha mostrato che la comunione e la fraternità sono la forma più autentica e credibile alla quale i cristiani devono affidarsi per poter sostenere la loro testimonianza evangelica. Soprattutto quando viene dato ascolto alla voce fuori dal coro, quando si accoglie veramente l’istanza dell’altro e la si riconosce portatrice di verità e salvezza. Un atteggiamento diametralmente opposto a quello che preferiva espellere e censurare i dissenzienti, perché la dissonanza veniva percepita come segno di debolezza e di mancanza di autorità.
A Terrasini (2019) vivemmo la straordinaria esperienza di poter raccogliere i frutti del cammino sinodale consegnando le Linee progettuali. L’intuizione nacque al termine dell’esperienza del Sinodo, mentre veniva pubblicata l’Esortazione apostolica: era forte la percezione che il Sinodo avesse toccato alcuni punti nevralgici, avesse persino offerto alcune parole coraggiose. Attraverso un lavoro ancora corale, si è fatto il tentativo di riconoscere queste parole (anche attraverso i numeri delle votazioni del Documento finale, riconoscendo in quelle più contrastate uno snodo critico, ma anche un’opportunità di una rinnovata incarnazione del Vangelo in questa nostra storia).
Ne è uscito un testo originale che abbiamo intitolato “Dare casa al futuro – linee progettuali per la pastorale giovanile italiana”. Due le convinzioni di fondo: la prima è che non sarebbe stato opportuno pubblicare un direttorio, cioè un documento in qualche modo normativo, perché le esperienze in Italia sono poliedriche e trovano la loro ragione nella storia diversa delle nostre chiese. La seconda convinzione è stata quella di mettere la progettazione pastorale (saper fare, non solo fare!) a fondamento di tutta la riflessione, dove la progettazione trova il suo fuoco nella capacità di pensare insieme. Con le altre nove parole si sono accese le attenzioni alle persone, alla comunità, alle esperienze fondamentali che non possono mancare nei percorsi di pastorale giovanile. Oggi possiamo affermare senza timore che una proposta del genere si inserisca perfettamente nel cammino sinodale e in qualche modo fu profetica: lavorare insieme mettendo al centro le persone più che le attività è l’obiettivo fondamentale per questo tempo.
Il tempo che si è aperto all’inizio del 2020, lo conosciamo. Un momento davvero inedito, nel quale era impossibile capire in tempo reale cosa stesse accadendo. Il problema sta nel fatto che avevamo il desiderio di verificare come quelle famose dieci parole avrebbero potuto ispirare il nostro agire e ci siamo ritrovati nel distanziamento, nell’isolamento, con l’unica possibilità di rimanere connessi e sperimentando il limite che la connessione può avere quando non riesce a trasformarsi in esperienza di incontro e relazione. Anche perché tutto era vissuto come transitorio, come se tutti si fosse in una grande, eterna sala d’attesa. Aggiungiamo la fatica del ritorno. Molte energie se ne sono andate nel tentativo di tornare semplicemente da dove si era partiti, illudendosi che non fosse successo nulla. Abbiamo oscillato tra il senso di colpa di dover lasciar scorrere il tempo senza riuscire a fare cose e la tentazione di abbandonarsi all’inedia portata anche dalla tristezza di vedere ogni cosa ferma o non più praticabile. Sono emerse istanze che invocano parole grosse: fragilità, malattia, morte, autolesionismi, dipendenze, solitudini, depressioni…
3. Cosa si vede e cosa ci aspetta
Anzitutto l’impegno a riprendersi: lo stiamo già facendo, ma pur avendo messo i piedi fuori di casa, la testa ancora gira per la stanchezza, gli occhi scrutano il punto dove tornare e la mente ripensa alla fatica. Le persone attorno a noi non sembrano più le stesse, le cose che facciamo paiono non avere lo stesso gusto. A mano a mano che si cammina, però, ci si riprende e forse la stanchezza ci sta dicendo che potrebbe non essere stato tutto inutile; già si percepisce che la mente si è liberata, la circolazione del sangue si è riattivata, i muscoli promettono di essere più tonici.
Il 18 aprile scorso siamo stati raggiunti dal dono (davvero sono loro che hanno colmato il nostro cuore di gioia!) di migliaia di adolescenti che hanno colorato una Piazza che era piombata nel buio, siamo stati investiti dal loro entusiasmo e dal loro affetto. È stata una bellissima iniezione di fiducia e, riconosciamolo, anche una lezione di vita che i ragazzi ci hanno dato: non ricordo un’esperienza così grande dove gli adulti sono stati trascinati dai ragazzi!
Il Convegno di Lignano che abbiamo vissuto risente di tutte le fatiche di questo tempo e ha provato ad affrontarle. Non è tempo per organizzare ordinatamente un discorso e riconsegnarlo in una forma organica. Però i pensieri importanti vanno raccolti e trattenuti: uscire dal tunnel significa anche sentirsi ri-generati a un tempo nuovo nel quale nuove responsabilità ci attendono.
Ci siamo affidati ad un’immagine presa dalla riflessione di Maria Zambrano, filosofa spagnola del secolo scorso: “aver fede nell’imprevedibile”. Sono molti i segni di fatica che questo tempo ha portato con sé, ma sono altrettanti i segnali positivi e le opportunità che ci vengono offerte.
Le testimonianze di apertura, dalla riflessione di mons. Gervasoni vescovo di Vigevano sul “rinascere dall’alto” di Gesù a Nicodemo, al dialogo fra le tre donne, Violette Khoury e Luigina Mortari, provocate da Eva Crosetta ci hanno offerto degli squarci di luce che hanno messo insieme la sapienza della vita con la concretezza dei ragionamenti.
La stessa possibilità di ritrovarsi ed essere vicini fisicamente credo sia stata percepita da tutti come un dono. Raccontarsi guardandosi negli occhi (a tavola, nei momenti informali, nei laboratori, nelle uscite a Venezia, ad Aquileia, nel bellissimo momento di preghiera sul confine e di festa a Gorizia) ha generato uno stupore quasi adolescenziale, quando si torna a casa dopo serate di confidenze con gli amici sentendo di poter custodire il dono dell’incontro. Le storie non sono mai fine a se stesse, ma anche questa volta hanno mostrato una passione che non si è spenta: i pensieri corrono non solo a ciò che si è fatto, ma anche a tutto ciò che ci attende.
La pandemia ha costretto a cercarci e ad aprire collaborazioni nuove: direi che anche questo è un guadagno da non perdere. Si inizia a uscire dal tempo delle fatiche con un senso di liberazione rispetto a un passato dove era d’obbligo (anche se non scritto) raggiungere degli standard. Ripartire significa essere preoccupati di riconoscere il vicino, prima di correre alla calcolatrice per fare la conta delle presenze. Ripartire significa sentire che è tutt’altro che debolezza il bisogno di prendersi per mano e lavorare insieme. Ripartire significa tornare allo spirito di servizio per i giovani che ispira il nostro mandato: strano, è una specie di punto di ritorno se penso al primo convegno di nove anni fa quando ci si disse del bisogno di ricuperare il senso della cura.
Prima di chiudere mi permetto una parola sul tema dell’ascolto. È in assoluto la parola che è tornata di più durante il Sinodo dei giovani e sta risuonando anche tra gli adulti nel cammino sinodale in atto. È una parola delicata, non va trattata male e dobbiamo stare attenti a non svuotarla. Perché tutti stiamo dicendo di essere disposti all’ascolto soprattutto degli adolescenti e dei giovani, ma quando si tratta di aprire effettivamente la disponibilità della mente e del cuore, suonano le sirene di allarme e molti sono già preoccupati di iniziare a dire loro le “cose giuste”. Non abbiamo ancora capito la necessità imprescindibile di creare uno spazio di fiducia che sospenda il giudizio, che lasci all’altro la possibilità di aprirsi e di sentirsi accolto. E non per indulgenza verso i più giovani, come se per noi adulti fosse un optional, ma perché è in questo luogo, nel luogo dell’ascolto e della partecipazione, che il Signore si fa presente, vicino a ciascuno. È qui che si è un po’ più fratelli e sorelle, è qui che si è un po’ più Chiesa.
Non è niente di nuovo, in fondo. Gesù è stato definito da Bobin “l’uomo che cammina”: il suo attraversare le strade e le case degli uomini del suo tempo è diventato il palcoscenico dell’annuncio del Vangelo che non si sarebbe mai realizzato se non intrecciandosi al vissuto di chi gli apriva la porta.
L’imprevedibile di questo tempo ci aiuta ad affrontare con più coraggio il futuro. Con un atteggiamento di fiducia: che non è la fine del mondo (la Pasqua ci insegna a non temere; niente più della paura rende la Chiesa traditrice del proprio mandato, diceva Carlo Carretto), che l’imprevedibile porterà sguardi ed esperienze nuove, che il nuovo va atteso e desiderato, ma anche preparato e accolto affinché venga l’umanità di Gesù.
Riprendersi per mano, tornare a fare alleanza, rinvigorire lo spirito di servizio che il Vangelo mostra come forza per il mondo, è l’obiettivo che questi giorni hanno cercato di offrire a ciascuno e alle comunità che qui rappresentate. Sia l’augurio per il futuro che ci attende.

