La formazione dei giovani catechisti


    Marcello Scarpa

    (NPG 2022-02-20)
     

    Il Motu proprio Antiquum ministerium con il quale papa Francesco ha istituito il ministero del catechista è un segno di stima e gratitudine verso quanti, uomini e donne, animati da un grande senso di corresponsabilità ecclesiale, «svolgono una missione insostituibile nella trasmissione e nell’approfondimento della fede».[1] In Italia, sono più di duecentomila i catechisti che dedicano tempo, risorse ed energie per «trasmettere in forma più organica, permanente e legato alle diverse circostanze della vita, l’insegnamento degli apostoli e degli evangelisti» (AM 2). Si tratta di un numero elevato, costituito per la maggior parte da donne, con un livello culturale e d’istruzione generalmente elevato e di età superiore ai 40 anni.[2] L’età avanzata dei catechisti «suscita non poche preoccupazioni in vista del futuro. Se, infatti, tale tendenza dovesse mantenersi, dovremmo aspettarci che tra qualche anno la differenza di età – e quindi anche la maggiore difficoltà di comunicare – tra catechisti e interlocutori della catechesi arrivi a costituire un problema per le comunità locali e una probabile causa di allontanamento delle giovani generazioni dalle parrocchie e dalla Chiesa in genere».[3]
    A ciò, bisogna aggiungere che la catechesi dei giovani è un ambito ancora poco sviluppato nella realtà ecclesiale; dai dati relativi all’ultima indagine sui catechisti in Italia «emerge che l’attività catechistica principale rimane quella della preparazione ai Sacramenti dell’iniziazione cristiana. La percentuale più alta di destinatari riguarda infatti i fanciulli della scuola primaria (il 41,2%), e i preadolescenti della scuola media (24,1%), cioè quei destinatari che si accostano alla vita sacramentale e si preparano alla prima comunione, confessione e cresima»;[4] solo il 2,7% dei destinatari, invece, sono giovani fra i 18 e 25 anni. Pochi catechisti giovani e poche attività catechistiche con i giovani: questa è la realtà delle nostre parrocchie; eppure, al numero 8 del Motu proprio Antiquum ministerium papa Francesco afferma la valenza vocazionale del ministero catechistico: non dovrebbero essere proprio i giovani a sentirsi interpellati da questa affermazione, visto che la giovinezza «è l’età delle scelte e proprio in questo consiste il suo fascino e il suo compito più grande»?[5] Come aiutare i giovani a scoprire che la catechesi non è solo una parola legata al ricordo, più o meno piacevole, della propria infanzia,[6] ma può essere un servizio appassionante, anzi, una vocazione a cui rispondere con gioia per realizzare il progetto di Dio sulla propria vita?

    Giovani, catechesi e scelte di vita

    Non può essere questa la sede per analizzare nei dettagli il rapporto fra giovani, catechesi e vocazione, tre argomenti di per sé ampi e complessi che, nel loro intrecciarsi, richiederebbero un contributo di riflessione più accurato di quanto faremo; piuttosto, ci limiteremo ad evidenziare alcuni elementi di contatto fra i tre temi, leggendoli in prospettiva di una ministerialità catechistica giovanile. A quali giovani stiamo pensando? Come li guardiamo? Vogliamo guardare i giovani riconoscendo in essi tante potenzialità da valorizzare; «non possiamo limitarci a dire», ha affermato papa Francesco, «che i giovani sono il futuro del mondo: sono il presente, lo stanno arricchendo con il loro contributo. Un giovane non è più un bambino, si trova in un momento della vita in cui comincia ad assumersi diverse responsabilità, partecipando insieme agli adulti allo sviluppo della famiglia, della società, della Chiesa» (CV 64); la giovinezza è un tempo marcato da ideali, «da sogni che vanno prendendo corpo, da relazioni che acquistano sempre più consistenza ed equilibrio, da tentativi e sperimentazioni, da scelte che costruiscono gradualmente un progetto di vita» (CV 137). In questa stagione della vita i giovani sono molto sensibili ai valori della solidarietà e alle esperienze di volontariato; infatti, diversi «gruppi di giovani di parrocchie, scuole, movimenti o gruppi universitari hanno l’abitudine di andare a fare compagnia agli anziani e agli ammalati, o di visitare quartieri poveri, oppure vanno insieme ad aiutare gli indigenti nelle cosiddette “notti della carità”. Spesso riconoscono che in queste attività quello che ricevono è più di quello che danno» (CV 171). Nonostante ciò, queste esperienze corrono il rischio di rimanere eventi superficiali che, se non vengono accompagnati adeguatamente, non riescono a sedimentarsi nel vissuto dei giovani, ad aprire maggiori orizzonti di comprensione su di sé e sul posto da occupare nel mondo, ovvero, sulla propria “vocazione”. È interessante notare come questo termine, nonostante sia spesso associato alla scelta definitiva di una vita religiosa o sacerdotale, in realtà non sia estraneo al background culturale dei giovani di oggi;[7] essi, infatti, sentendosi chiamati a prendere delle decisioni in ambito professionale, sociale, politico e affettivo, sono alla ricerca della direzione da assegnare alla propria vita.[8] Pertanto, compito della comunità ecclesiale è di accompagnare le nuove generazioni nella ricerca della loro vocazione, ovvero del modo di collocarsi nel mondo con l’originalità e la specificità della propria esistenza; su questo punto, invece, i giovani lamentano l’assenza di adulti “significativi” con cui entrare in dialogo per essere accompagnati lungo i sentieri della vita.[9]
    I giovani cercano adulti significativi: e se fossero i catechisti? Quanti giovani frequentano gli ambienti ecclesiali, i gruppi formativi, sportivi, liturgici, d’impegno caritativo e non incontrano mai dei catechisti che possono offrire la propria testimonianza di fede vissuta nel servizio catechistico! E se oltre al proprio tempo, impegno, generosità i giovani facessero anche dono della propria fede, del proprio rapporto con Gesù? Non è questa una bella proposta da fare ad un giovane? Oggi, invece, la decisione di diventare catechisti non intercetta il vissuto giovanile; al servizio della catechesi si approda «non in giovane età, ma dopo un cammino che sa di approfondimento, e fa riferimento alla maturazione alla propria storia di fede».[10] Si diventa catechisti dopo lunghi anni di formazione ecclesiale perché si sente la responsabilità del ruolo, il bisogno di prepararsi adeguatamente per rispondere con fede matura all’impegno dell’annuncio del Vangelo; ciò è bello e resta senz’altro vero, forse però sarebbe opportuno recuperare l’esperienza formativa «del tirocinio, poco presente nell’ambito ecclesiale. Anche quando si prevedono degli aspetti pratici, normalmente vengono “insegnati” teoricamente, ma non provati e messi in atto. […] Formazione fa rima con interazione, in uno scambio che “mette in gioco” il nuovo soggetto e chi lo accompagna, così che ognuno possa capire qual è il desiderio di bene che Dio ha su di lui, qual è la pista su cui correre meglio e dare il meglio di sé, e di conseguenza crescere insieme, in rete e nella comunità. Proprio a partire da ciò che anticamente avveniva per i monasteri e per la vita cristiana, crediamo che sia possibile attivare, anche per il servizio e la chiamata all’annuncio del Vangelo, un graduale percorso di inserimento con un primo tempo che può essere proprio di tirocinio pensato come tempo di prova, di probazione».[11] Intrecciare le vite dei giovani e dei catechisti può diventare occasione per far maturare nel giovane, per contatto, per attrazione, la vocazione catechistica, come dono della propria vita di fede.

    Giovani catechisti: tracce di un percorso formativo

    Un percorso formativo per aiutare i giovani a maturare la scelta di diventare catechisti può svilupparsi, coerentemente con i documenti del Magistero sulla catechesi, nei tre passi, distinti ma non separati, di annuncio della vocazione catechistica, di iniziazione alle attività di catechesi, di formazione delle competenze necessarie per svolgere il servizio catechistico.[12] Gli ambienti ecclesiali, come già accennato, sono frequentati da moltissimi giovani che offrono generosamente il loro tempo a servizio della comunità impegnandosi in attività sportive, culturali, di animazione, di ricerca spirituale, di impegno fattivo nel volontariato, di formazione cristiana. Il rischio, più volte paventato da papa Francesco, è quello dell’autoreferenzialità, di avere dei gruppi di giovani che sono “chiusi”, ripiegati su se stessi, isolati dal resto della comunità.
    Sarebbe bene, invece, che i giovani avessero occasione di venire a contatto con le altre realtà presenti nella comunità cristiana, ad esempio nella preparazione di eventi in cui tutti i gruppi possano interagire tra loro; pensiamo, seguendo lo svolgersi dell’anno pastorale, alla preparazione del mese missionario di ottobre, alla ricorrenza dei defunti, al tempo dell’Avvento (con l’allestimento del presepe), al tempo del Natale (con tante attività ricreative quali le tombolate per anziani e piccini, il brindisi di fine e inizio anno, i giochi e i regali per l’Epifania), alla Quaresima, con la via crucis, alla Pasqua, al mese mariano, alle attività estive (Grest, campi-scuola, etc.), nonché alle celebrazioni dei santi patroni della comunità (festeggiati con processioni, stand gastronomici, banda musicale, tornei sportivi, etc). Lavorare insieme, giovani e adulti, favorisce la conoscenza reciproca, mette in moto lo scambio di idee, fa crescere la stima reciproca fra persone che si riconoscono come testimoni di una fede concreta e operativa, indirizzata ad un bene comune che va al di là del proprio gruppo. Tutto ciò, diventa la base per fare ai giovani proposte che smuovono dal consolidato tran-tran quotidiano, per “annunci” più impegnativi, per richieste più esigenti, ma anche più arricchenti; da questo punto di vista, la forza dell’annuncio della vocazione catechistica trova terreno fertile nella qualità testimoniale dell’annunciatore.[13]
    Sulla base della conoscenza reciproca e del credito di fiducia che i giovani accordano a quanti vivono con impegno la propria vocazione cristiana a servizio della comunità, si possono invitare i catechisti a presentare la propria esperienza in qualche incontro di gruppo dei giovani. Non si tratta tanto di fare “annunci” teorici sulla vocazione o sul ministero del catechista, ma di narrare la possibilità che la catechesi offre di fare dono di sé, condividendo la propria fede, la propria amicizia con Gesù. Probabilmente qualche giovane rimarrà affascinato dalla testimonianza del catechista, sarà attratto dalla significatività della persona, interessato a prendere in considerazione la proposta della catechesi come dono gratuito di fede.
    È questo il momento di invitare il giovane ad affiancarsi ai catechisti per iniziare a vivere con loro un’esperienza concreta di catechesi; si tratta di dare forma all’idea esperienziale del tirocinio, dove non bisogna sapere tutto prima di muoversi, col rischio di rimanere fermi perché non si potrà mai avere una conoscenza esaustiva su ogni argomento, ma di iniziare a muoversi lasciandosi istruire dall’esperienza, esattamente come si inizia a nuotare prima ancora di conoscere le leggi della fisica, il principio di Archimede sulla spinta ricevuta da un corpo immerso in un liquido. Si tratta di un apprendimento per contatto, dove i giovani possono affiancarsi ai catechisti non tanto per essere un semplice supporto “tecnico”, perché più abili nell’utilizzo di strumenti audiovisivi (computer, proiettore, cavi elettrici, altoparlanti, etc..), quanto, piuttosto, come protagonisti attivi dell’incontro catechistico, ovvero con la possibilità concreta di intervenire, di offrire le proprie riflessioni, di esprimere la propria fede e ascoltare quella degli altri, di far interagire il gruppo, in pratica di donare tuttò ciò che si è e che si ha, talenti naturali e di grazia, sensibilità personali e intuizioni spirituali. Evidentemente, gli stessi giovani si renderanno conto che non è sufficiente aver iniziato a partecipare agli incontri di catechesi, ma che c’è bisogno di una formazione specifica per acquisire le competenze necessarie a svolgere efficacemente il nuovo servizio catechistico.

    La formazione delle competenze catechistiche

    Il gruppo dei catechisti che svolgono il loro servizio nella comunità è il luogo della formazione nel quale i giovani possono maturare le proprie competenze catechistiche.[14] Poiché la formazione di un catechista dipende molto dal modello di catechesi a cui si fa riferimento, seguendo il pensiero del catecheta A. Fossion, pensiamo a una catechesi intesa come un’attività dialogica, pedagogicamente progettata, che ha lo scopo di aiutare le persone e la comunità ad appropriarsi della fede e a viverla in tutte le sue dimensioni. In tal modo, la catechesi è al servizio della trasmissione della fede, del suo sorgere, della sua maturazione e del suo approfondimento.[15] Il compito della catechesi è di favorire le condizioni cognitive, relazionali, comunitarie e ambientali che rendono la fede possibile, comprensibile e desiderabile; l’attività catechistica così definita richiede da parte del catechista l’acquisizione di cinque grandi competenze: teologica, culturale, pedagogica, organizzativa, spirituale. Evidentemente, queste competenze sono la meta da raggiungere, il frutto di un cammino che dura tutta la vita, e non le condizioni previe che un giovane deve possedere prima di lanciarsi nell’avventura formativa.

    La competenza teologica

    Questa prima competenza è fondamentale, perché permette al catechista di presentare la fede cristiana in maniera comprensibile e desiderabile. Evitando il rischio di cadere nel semplicismo, essa consiste nella capacità di comunicare la fede con chiarezza e semplicità, in modo preciso e coerente, dinamico e significativo. La competenza teologica non richiede grandi abilità intellettuali, tuttavia è necessaria una conoscenza di base sia per poter distinguere gli elementi essenziali da quelli secondari, sia per mettere in relazione le affermazioni della fede con i diversi aspetti della vita cristiana. Infatti oggi, la fede deve rendere conto delle proprie ragioni per entrare in dialogo con la cultura attuale; da questo punto di vista, i giovani catechisti vanno accompagnati nel nutrire l’intelligenza della fede, ovvero la capacità di saper correlare i bisogni, le attese e i desideri delle persone con il messaggio evangelico. Nell’esprimere i contenuti della fede, il catechista dovrà tener conto di alcuni criteri, quali l’organicità (i contenuti della fede costituiscono un corpus unitario coerente, formato da elementi che si richiamano a vicenda), la sistematicità (vanno presentati in maniera programmata e ordinata, per tappe progressive), l’integrità (il mistero cristiano va presentato nella sua interezza), l’integralità (il messaggio di salvezza va riferito nella sua completezza) e l’essenzialità (bisogna saper distinguere tra elementi essenziali e secondari). L’acquisizione della competenza teologica richiede che i giovani che si stanno formando al ministero catechistico dedichino tempo alla frequentazione delle Sacre Scritture, siano accompagnati nell’esercizio dell’intelligenza della fede, maturino una forma di vita cristiana nelle sue diverse dimensioni, comunitaria, liturgica, sacramentale ed etica.

    La competenza culturale

    Un vecchio adagio afferma che per insegnare la matematica a Pierino, non bisogna conoscere solo la matematica, ma anche Pierino; così, nella formazione dei giovani catechisti non è sufficiente che essi acquisiscano la sola competenza teologica. Ad essa, si deve accompagnare anche la competenza culturale, ovvero la conoscenza del contesto nel quale si svolge la catechesi; il catechista deve conoscere i soggetti della catechesi, l’ambiente sociale in cui vivono, la loro storia, i loro riferimenti culturali, così come gli interrogativi, i desideri, le aspirazioni che attraversano le loro esistenze. Il catechista deve partecipare alla vita della città, conoscerne le vicende, avere a cuore tutto ciò che interessa i partecipanti agli incontri di catechesi, inserirsi nelle loro conversazioni, affiancarsi alle loro situazioni esistenziali, prestando attenzione e dando voce a ciò che hanno in cuore; il tutto, sull’esempio di Gesù che lungo la via di Emmaus si fece prossimo ai due discepoli che discutevano animatamente, chiedendo loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?» (Lc, 24,17). Il catechista è chiamato ad annunciare la fede, a farla scoprire non in maniera astratta e separata dalla vita, ma al contrario, in maniera attraente, con un linguaggio non distante dagli aspetti più comuni dell’esistenza quotidiana, facendo riferimenti a quegli episodi, a quei valori e a quelle risorse culturali che sono già presenti nel contesto ambientale. È una chiamata ad essere lievito evangelico che fa fermentare il vissuto quotidiano, è un invito a incarnare la fede in un preciso contesto storico-culturale, a ricorrere a tutte le risorse che sono presenti nella cultura; anche Gesù parlava del Regno di Dio riferendosi al contesto ebraico del suo tempo, ai proverbi popolari, alle tradizioni locali, alle immagini della campagna, della festa, del lavoro quotidiano; tutto ciò diventava la cornice all’interno del quale annunciava la novità del suo messaggio di salvezza.

    La competenza pedagogica

    Il giovane catechista deve maturare qualità pedagogiche; secondo le circostanze e gli obiettivi da conseguire, egli dovrà assumere diversi ruoli comunicativi. In certi momenti sarà un maestro che spiega dei contenuti, presentando in maniera autorevole un insieme di conoscenze sulla fede e sulla vita cristiana; il catechista parla, ma chi ascolta non resta passivo, perchéè può intervenire formulando domande e interagendo con le risposte altrui. Il catechista, però, deve, essere anche un buon animatore, capace di organizzare gli scambi nel gruppo in maniera tale che l’apprendimento avvenga grazie all’interazione fra tutti i partecipanti. Il catechista non è solo “colui che sa”, piuttosto colui che si sforza di far emergere tutte le conoscenze, esperienze o domande che sono già presenti nel gruppo, per condividerle e suscitare il dibattito. Ciascuno può apprendere dall’altro, il catechista-animatore è colui che valorizza le potenzialità di tutti, distribuendo la parola, conducendo il dibattito, assicurandosi che tutti siano ascoltati; inoltre, mette ordine in tutto quello che si è detto, sintetizza, aggiunge, eventualmente riformula alcune parole quando ciò si rende necessario. Altre volte il catechista sarà un facilitatore dell’apprendimento. In questo caso, non parte dalla sua conoscenza né da quella del gruppo a cui si rivolge, piuttosto metterà i partecipanti in una situazione in cui devono cercare e scoprire da soli gli elementi della fede. All’interno di questa configurazione pedagogica, il catechista non porta conoscenze preconfezionate, piuttosto documenti su cui lavorare, strumenti da utilizzare e metodi da seguire; qui, con l’aiuto del catechista, il gruppo è partecipe e attivo nella costruzione del sapere comune. Infine, il catechista iniziatore è colui che integra le tre precedenti caratteristiche di insegnamento, animatore e facilitatore, curando non solamente l’aspetto cognitivo, ma anche quello affettivo ed esperienziale della fede. Egli si preoccupa di costruire l’identità personale e di far crescere il senso di appartenenza alla comunità facendo vivere esperienze di preghiera, di fraternità, di celebrazione, d’impegno, su cui successivamente invita a riflettere per farne emergere tutti i significati. Il catechista-iniziatore è un compagno di viaggio, un mediatore che fa conoscere gli ambienti ecclesiali, un timoniere che orienta il cammino, che intesse legami fraterni tra le persone e tra le generazioni, consapevole che la comunità nei suoi diversi aspetti (liturgici, comunitari, di approfondimento della fede, d’impegno caritativo) è di per sé fonte vitale di catechesi.

    La competenza organizzativa

    Il catechista deve essere anche un buon organizzatore; la catechesi, infatti, è un’opera della Chiesa che s’inscrive nell’ambiente ecclesiale con i suoi luoghi, i suoi tempi, le sue riunioni, le sue attività. La catechesi non può essere opera di una sola persona o di un solo gruppo di catechisti, ma è una responsabilità di tutta la comunità, rivolta a diverse persone o gruppi. Da qui, l’importanza di organizzare la catechesi in modo chiaro, flessibile, vario; i giovani catechisti devono inserirsi in un progetto comunitario che assicuri il servizio della fede nella sua globalità, dal suo annuncio fino alla sua maturità. La competenza del catechista sarà di animare la fede di tutta la comunità in vari modi (bollettini parrocchiali, cicli di conferenze, campagne di solidarietà, valorizzazioni dei tempi forti della comunità, incontri festivi, siti Internet). Inoltre, per rispondere alle domande specifiche delle persone e dei gruppi, il catechista deve saper diversificare la proposta in funzione dei bisogni e delle attese delle persone; le catechesi possono variare in base al loro scopo (annuncio, iniziazione o maturazione della fede) o alle sensibilità specifiche (lettura della Bibbia, intelligenza del messaggio cristiano, celebrazione della fede, spiritualità, condivisione comunitaria, espressione artistica, impegno nel mondo). Evidentemente, poiché non si potrà fare tutto, la competenza del catechista sarà di discernere la forma più appropriata di catechesi in una data situazione. Inoltre, il catechista deve saper accompagnare nel percorso di fede chi non ha mai ascoltato il messaggio cristiano o chi, pur essendo battezzato e allontanatosi dalla vita ecclesiale, vuole riscoprire la fede cristiana; infine, bisogna aggiungere l’accompagnamento ai sacramenti dell’iniziazione cristiana, in particolare il percorso per la cresima e il post-cresima. In conclusione, il catechista deve saper rispondere alle sfide della comunità e organizzare le attività all’interno di un progetto condiviso con l’intera comunità.

    La competenza spirituale

    Questa quinta competenza riguarda la capacità di svolgere l’attività catechistica secondo lo spirito del Vangelo. Nessuna catechesi, infatti, è possibile senza carità, accoglienza, rispetto dell’altro; la fede, e la trasmissione della fede, sono inseparabili dall’esercizio dei valori evangelici. Senza la pretesa d’essere esaustivi, proponiamo cinque atteggiamenti spirituali propri dell’attività catechistica.
    - Lasciarsi evangelizzare da coloro che ci si sforza di evangelizzare. Il catechista non è colui che porta il Vangelo a chi ne è totalmente all’oscuro; infatti, uno stesso Spirito è all’opera sia nel cuore dell’evangelizzatore che dell’evangelizzato. Pertanto, l’arte del catechista è di discernere la presenza dello Spirito che lo precede nelle persone e nelle situazioni che incontra, di avvicinarsi all’altro con il desiderio di riconoscere già la presenza del Risorto; catechizzare è sempre prepararsi a ricevere da coloro che si catechizza la testimonianza dell’opera di Dio già presente in essi.
    - L’accoglienza reciproca. Il Vangelo invita ad andare verso l’altro, a farsi prossimi all’altro, come Gesù che si rivolse a Zaccheo dicendo: «oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5). La catechesi cambia radicalmente quando è concepita come uno spazio di ospitalità reciproca nella quale, come per i discepoli di Emmaus, si fa presente Gesù, primo e unico evangelizzatore.[16]
    - Unire precisione e gioia. Possiamo aspettarci dal catechista che sia rigoroso nel preparare gli incontri di catechesi dal punto di vista dei contenuti, dei metodi e dell’organizzazione. Questa precisione è una qualità spirituale, di fedeltà alla Parola di Dio e di rispetto delle persone a cui si rivolge, che bisogna vivere come spirito di servizio. Il catechista non ha il potere di trasmettere la fede o di farla crescere, egli è chiamato a seminare con gioia, perché sa di essere collaboratore di Dio, è consapevole che “dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa” (Mc 4, 27).
    - Distinguere tra proporre e imporre. Una delle tentazioni del catechista è di volere che i partecipanti agli incontri di catechesi crescano come lui; il suo ideale, in questo caso, è che imitino la sua fede. Il rischio è di cercare d’imporre la propria maniera di intendere la fede; il catechista, invece, deve avere la capacità propriamente spirituale di aprire alla fede senza imporre la sua personale maniera di viverla.
    - Essere compagni di viaggio. La compagnia implica una qualità di relazione interpersonale tra il catechista e i catechizzandi.[17] Le pagine più belle del Vangelo sono quelle dei dialoghi personali di Gesù: l’incontro con la samaritana, con Simone, Nicodemo, il giovane ricco, etc.; il catechista deve saper intessere legami personali con i partecipanti agli incontri di catechesi, accompagnarli individualmente, senza che venga meno sia il senso della comunità che il suo ruolo d’animatore del gruppo. Il tutto, in una prospettiva di gradualità, che richiede pazienza nell’accettare, con speranza, le resistenze, i dubbi, le debolezze di chi è in cammino. Questi sono alcuni atteggiamenti spirituali inseparabili dall’atto catechistico. La sfida è che la catechesi si sviluppi in modo evangelico e che essa stessa divenga un luogo d’esperienza di vita evangelica.

    In conclusione, abbiamo presentato brevemente alcuni orientamenti per un percorso di formazione con i giovani catechisti; dall’annuncio rivolto ai giovani di essere catechisti, alla proposta di iniziare a vivere delle prime esperienze di catechesi, fino all’acquisizione-formazione delle competenze catechistiche. Questi sono i primi passi di un cammino formativo che non può esaurirsi all’interno delle mura ecclesiali; i giovani catechisti, infatti, sono dei discepoli-missionari,[18] chiamati a essere protagonisti attivi nella comunità per discernere, con stile sinodale, come seminare il Vangelo «in quella terra fertile che è il cuore di un altro giovane» (CV 210).


    NOTE

    [1] Papa Francesco, Antiquum ministerium (=AM). Lettera apostolica in forma di «Motu proprio» con la quale si istituisce il ministero di catechista, Roma, 10 maggio 2021, n. 3.
    [2] Cfr. T. Doni, I risultati dell’indagine quantitativa, in: Istituto di Catechetica – Università Pontificia Salesiana, Catechisti oggi in Italia, Indagine Mixed Mode a 50 anni dal “Documento Base”, LAS, Roma 2021, 76-79.
    [3] Ibidem, 77.
    [4] Ibidem, 82.
    [5] Papa Francesco, Christus vivit (=CV). Esortazione apostolica post-sinodale, Loreto, 25 marzo 2019, n 140.
    [6] Cfr. P. Triani, Il rapporto con la Chiesa, in: R. Bichi – P. Bignardi (edd.), Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia, Vita e Pensiero, Milano 2015, 94-95.
    [7] Cfr. F. Garelli (ed.), Chiamati a scegliere. I giovani italiani di fronte alla vocazione, San Paolo, Milano 2006, 52.
    [8] «I momenti cruciali per lo sviluppo della nostra identità comprendono: decidere il corso di studi, scegliere la professione, decidere in che cosa credere, scoprire la nostra sessualità e assumere impegni che cambiano il corso dell’esistenza»: Sinodo dei vescovi - XV Assemblea Generale Ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Instrumentum Laboris, Città del Vaticano, 8 maggio 2018, n. 16.
    [9] Cfr. A. Matteo, Pastorale 4.0. Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni, Àncora, Milano 2020.
    [10] R. Paganelli, I catechisti italiani: identità e autopercezione, in: Istituto di Catechetica – Università Pontificia Salesiana, Catechisti oggi in Italia, 193.
    [11] G. Barbon, Competenze, metodo, pratiche, in: Istituto di Catechetica – Università Pontificia Salesiana, Catechisti oggi in Italia, 235-236.
    [12] Cfr. Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, Direttorio per la catechesi, LEV, Città del Vaticano 2020, n. 56.
    [13] «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni»: Paolo VI, Discorso ai Membri del «Consilium de Laicis», Città del Vaticano, 2 ottobre 1974.
    [14] Cfr. G. Barbon – R. Paganelli, Modelli formativi, in: R. Paganelli (ed.), Diventare cristiani. I passaggi della fede, EDB, Bologna 2007, 22-23.
    [15] Per le competenze catechistiche riportate nei prossimi paragrafi, cfr. A. Fossion, La compétence catéchétique. Perspectives pour la formation, in: H. Derroitte – D. Palmyre (edd.), Les nouveaux catéchistes. Leur formation, leurs compétences, leur mission, Lumen Vitae, Bruxelles 2008, 15-32.
    [16] Cfr. Papa Francesco, Evangelii gaudium. Esortazione apostolica sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, Città del Vaticano, 24 novembre 2013, n. 12.
    [17] Cfr. E. Biemmi, Compagni di viaggio. Laboratorio di formazione per animatori catechisti di adulti e operatori pastorali, EDB, Bologna 2018.
    [18] Cfr. Papa Francesco, Evangelii gaudium, nn. 121-123.