La mente del corpo che agisce


    Elisa Paterno *

    (NPG 2022-03-8)



    Mente e corpo: una interdipendenza da far emergere

    In un’epoca in cui la cura dell’esteriorità corporea è costantemente al centro dell’attenzione, ci si chiede quanto a questa cura esteriore corrispondano una cura interiore e una percezione della propria essenza. E ancora, nonostante gli studi ci dicano che il dualismo cartesiano mente vs corpo sia ormai superato, che il nostro corpo parli e la nostra mente sia guidata anche da influenze genetiche, in una interconnessione costante, abbiamo davvero la percezione che mente e corpo siano sempre in interdipendenza tra loro? Siamo consapevoli, quindi, di questa profonda connessione e che non possiamo riferirci all’una senza includere anche l’altro?
    Probabilmente non si tratta di una consapevolezza dichiarata, ma spesso agita, perché ci comportiamo come se fossimo consapevoli del nostro corpo, ma solo quando si tratta di una falsa coscienza del lato negativo di esso. Pensiamo, ad esempio, al dolore fisico che si sopporta per un tatuaggio o per un piercing, affinché diventino segno e simbolo di un’identità cercata; pensiamo ai selfie, alla cura dedicata a renderli “perfetti”, pensiamo alla costante condivisione pubblica del corpo che cambia durante la gravidanza, ma anche al corpo coperto e odiato perché non risponde ai canoni mediatici o sociali.
    Ecco che, improvvisamente, il corpo assume quel valore emotivo, relazionale e sociale, a cui forse non avevamo pensato in modo consapevole, ma che possiamo rilevare aprendo le pagine dei social più famosi, dei media e delle vite non più solo degli adolescenti e dei giovani, ma della maggior parte delle persone. Questi, in realtà, sono tutti esempi di “non consapevolezza”, di “agiti” in cui la dimensione corpo e la dimensione mente non sono veramente integrati e non c’è reale cura di sé.

    Il tempo centrale dell’adolescenza

    Per tutto l’arco della nostra vita, il nostro corpo ha una centralità, ma crescendo cambiano le rappresentazioni e le strutture socio-culturali che acquisiamo. Quando pensiamo ad un neonato, infatti, ci sembra evidente che corpo, emozione e intenzione siano mescolati in un tutt’uno delicato e misterioso: quando il neonato ha fame, sonno, fastidio, bisogno di attenzioni, piange e si agita fisicamente. Attirare l’attenzione attraverso il pianto è l’unica modalità che egli conosce per far sì che i propri bisogni fisici ed emotivi vengano soddisfatti, eppure non ci meravigliamo di come questi bisogni di nature diverse siano espressi attraverso una mescolanza di emozione e fisicità.
    Il bambino acquisisce la completa capacità di percepire il proprio corpo intorno ai 6 anni, ma è solo intorno ai 14 anni che gli esseri umani sono in grado di avere una completa rappresentazione mentale del corpo (il cosiddetto “corpo rappresentato”). È durante l’adolescenza, quindi, che la trasformazione del corpo porta ad una nuova consapevolezza, non solo della forma fisica, ma anche dell’importanza identitaria che il nostro corpo assume. Non a caso, questo è il periodo in cui impariamo anche a viverci come “oggetti”, come se riuscissimo a vederci e giudicarci dall’esterno. Questa nuova consapevolezza è alla base della rilevanza che gli adolescenti attribuiscono all’appartenenza al gruppo, poiché vedono loro stessi primariamente nel confronto con gli altri, come se da osservatori esterni facessero un paragone tra sé e l’altro. Appartenere ad un gruppo, come ci ricorda la teoria dell’identità sociale elaborata da Tajfel, può essere fonte di autostima, di senso di appartenenza, di orgoglio, tutti elementi che hanno una forte influenza sulla formazione del senso di sé e sull’identità del giovane.
    In adolescenza, il gruppo dei pari diventa il termine di confronto con cui paragonare sé stessi e al quale conformarsi per essere accettati e per poter declamare quel senso di appartenenza fondamentale per plasmare la propria identità. Il confronto all’interno del gruppo non avviene solo rispetto a ideali e atteggiamenti, ma anche rispetto ai propri corpi. Soprattutto in fase di conoscenza e di ingresso in un gruppo di persone, il corpo e la fisicità in senso più ampio sono i primi elementi di confronto e giudizio; questo non vuol dire necessariamente che giudichiamo un libro dalla sua copertina, ma sappiamo che nelle relazioni sono importanti alcune specificità che necessariamente passano attraverso il corpo. Ricerchiamo, infatti, una familiarità e un confronto che ci permettano di star bene con gli altri e poi con noi stessi, poiché attuiamo un confronto con chi sentiamo simile a noi, magari leggermente inferiore, ma difficilmente ci relazioniamo profondamente con qualcuno che sentiamo essere nettamente superiore, perché sappiamo che la nostra autostima ne risentirebbe e, di conseguenza, anche il nostro self-concept ne verrebbe scalfito, come ci ricorda il modello del mantenimento dell’autostima di Tesser.

    Il corpo parla

    In una società in cui la rapidità e la frammentazione si impadroniscono delle nostre giornate, il corpo diventa, quindi, il biglietto da visita con cui ci presentiamo agli altri, il mezzo di comunicazione più veloce per portare tutti noi stessi velocemente e senza parlare. Se pensiamo alla natura delle nuove relazioni e interazioni, infatti, ci rendiamo conto di come esse siano veloci e di come la comunicazione sia ridotta ad immagini, frasi brevi e incisive, emoticon, sticker, gif, etc. Ecco, quindi, che anche all’interno della comunicazione cosiddetta verbale, che già rappresentava solo il 7% della comunicazione totale, si inseriscono parti “fisiche” di comunicazione, nuovamente interpretabili.
    L’ambito della comunicazione non verbale è un altro campo all’interno del quale il corpo assume un valore decisivo e imponente. Ebbene sì, il nostro corpo parla, ma lo fa in molteplici modi e, soprattutto, con livelli di consapevolezza diversi. In questa cornice, quindi, l’abitudine di rendere pressoché perfetta la nostra immagine da esporre come “immagine del profilo” o come “immagine della storia” sui social assume un significato nuovo. L’importanza dell’autopresentazione è oggi studiata in relazione alle nuove modalità che includono, appunto, la presentazione di sé attraverso le vetrine sociali dei social network. Secondo alcuni autori, nelle autopresentazioni, tendiamo a mettere in atto comportamenti che elicitino negli altri l’impressione che noi vogliamo dare di noi stessi, mettendo in risalto i nostri punti di forza.
    Nella società digitale, che trova nel social uno dei mezzi di comunicazione ed espressione più utilizzati, la prima modalità di autopresentazione diventa la pubblicazione della propria foto, con una descrizione di sé spesso molto sintetica e metaforica. Vuol dire che siamo diventati tutti troppo superficiali? Probabilmente, vuol dire che ci adattiamo alla nuova modalità di interazione, che rispecchia le caratteristiche della società: immediata, veloce e di poche parole. Il corpo, anche in questo caso, funge da ariete nel rompere il ghiaccio del primo impatto, perché attraverso l’immagine appositamente curata e filtrata possiamo dare di noi l’impressione che speriamo di suscitare nell’altro.

    Tatuare il nostro corpo

    Oltre ai social network, ci sono anche altri ambiti in cui il nostro corpo assume una funzione simbolica e, spesso, di mediazione tra il nostro ambiente interno e il mondo esterno. Quando scegliamo di tatuare un’immagine sul nostro corpo, ad esempio, qual è il nostro obiettivo? Consapevolmente, con molta probabilità, diremo che la nostra intenzione è quella di lasciare un segno indelebile sulla nostra pelle, che riguarda qualcosa a cui teniamo particolarmente.
    Eppure, diversi atteggiamenti e giudizi sono stati attribuiti ai tatuaggi a livello sia socio-culturale sia lavorativo-aziendale, nel corso degli anni, e alcuni studi hanno evidenziato due punti fondamentali che fanno da capo e coda rispetto alla scelta di modificare il proprio corpo attraverso un tatuaggio: il bisogno che ne sta alla base e il beneficio psicologico che si può trarre da queste pratiche.
    Dalle ricerche emerge, infatti, una maggiore prevalenza di sintomatologie ansioso-depressive nelle persone con tatuaggi o piercing, ma viene anche restituita una funzione benefica a queste attività, poiché sembra che costituiscano un modo in cui le persone tentano di affrontare il proprio disagio o di definire la propria identità, marcando un’espressione corporea di unicità che riflette un desiderio positivo di particolarità, che alla fine porta ad un maggiore benessere psicologico. Se da una parte, quindi, possono costituire un eventuale campanello d’allarme, soprattutto quando utilizzate in modo eccessivo, dall’altro rappresentano una modalità corporea di far fronte ad un malessere interiore, di contrastarlo cercando un maggiore benessere psicologico, quindi diventano la rappresentazione di quella interdipendenza tra mondo interiore e mondo esteriore che talvolta tendiamo a non considerare.
    Come in un processo parallelo, utilizziamo inconsapevolmente una pratica corporea per far parlare il nostro mondo interiore che fatica a trovare uno spazio di parola. Passando attraverso il corpo, non è necessario essere razionalmente consapevoli della problematica, ma lasciamo che il nostro corpo parli al posto nostro e diventi al tempo stesso sintomo e cura del nostro disagio.

    La complessa relazione col cibo

    Un ambito molto delicato in cui il corpo si espone per diventare segnale di un problema, spesso non riconosciuto, è quello dei disturbi del comportamento alimentare, frequentemente associati ad altre patologie psichiche importanti, quali ad esempio depressione, ansia, disturbi di personalità, abuso di sostanze e tentativi di suicidio. Almeno tre elementi risultano importanti in questa tipologia di disturbi: la percezione del proprio corpo, il corpo come tramite di espressione sintomatologica e il corpo come veicolo e rinforzo sociale.
    Nei disturbi del comportamento alimentare, il corpo diventa un pericolo da cui difendersi, un oggetto da punire e un mezzo attraverso il quale si comunica. Questi disturbi, talvolta, si insinuano a partire dal periodo adolescenziale, che vede la presenza imponente del cambiamento del proprio corpo, certamente fisiologico, ma non sempre vissuto come tale. Il disturbo alimentare, in questo caso, può avere la funzione di copertura e sfogo del disagio derivante dalla non accettazione di un corpo nuovo, spesso vissuto come troppo formoso da parte dell’universo femminile. Il “troppo” in questione riguarda sempre un corpo messo in relazione anche con il mondo sociale, rappresentato dagli standard di bellezza del momento e dal rapporto con i propri pari, che fanno da specchio al corpo in primis e poi all’identità. Per quanto riguarda i maschi, invece, lo sviluppo puberale porta verso una definizione del corpo che aumenta la massa muscolare, e li mette a confronto con i canoni maschili di bellezza, potenza e virilità.
    Probabilmente anche a causa di questo squilibrio di percezione corporea, uno dei disturbi del comportamento alimentare più conosciuto, l’anoressia, si insinua principalmente nell’universo femminile, sottolineando nuovamente come il confronto sociale con i “canoni di bellezza” possa avere un riscontro importante nelle vite e nell’identità dei ragazzi che, in una fase di sviluppo così delicata, sono molto suscettibili e plasmabili. Anche per i maschi, comunque, questo confronto risulta essere una componente importante nell’insorgenza del nuovo disturbo dell’immagine corporea che li riguarda maggiormente, la “vigoressia”, che li vede impegnati nella costante attenzione alla definizione muscolare, all’allenamento, alla massa magra e alla dieta ipocalorica.

    Corpo, autostima ed emozioni

    Come già ricordato in precedenza, sappiamo che la nostra autostima è importante per avere un senso completo di identità e per mantenere integrato il nostro self-concept, che ci dà struttura e stabilità. La percezione che abbiamo della nostra immagine corporea, quindi, influisce sul livello di autostima e questa influenza può avere direzione positiva o negativa. Nel caso in cui la concezione della nostra immagine corporea sia negativa, come nel caso dei disturbi del comportamento alimentare, questo influenza negativamente l’autostima e crea un circolo vizioso per il quale la scarsa considerazione per il proprio corpo abbassa l’autostima e la bassa autostima rende ancora inferiore la concezione del proprio corpo, fino a provocare vere e proprie condotte autolesioniste che portino a modificarlo.
    Una caratteristica importante di molti giovani con disturbi del comportamento alimentare è quella di non riuscire a collegare l’esperienza fisiologica delle emozioni percepite con l’esperienza sentimentale soggettiva che queste evocano, andando incontro all’impossibilità di definizione delle emozioni, nota con il termine di “alessitimia”. Questa mancanza di collegamento tra dimensione fisiologica e dimensione di riconoscimento sentimentale e comportamentale evidenzia nuovamente una mancanza di contatto con il proprio corpo che, in questo caso, sembra derivare da relazioni primarie deficitarie.
    Ecco quindi, una ulteriore esemplificazione di come il corpo diventi soggetto e oggetto nell’esibizione del disagio psichico che può derivare anche dagli effetti di una socializzazione difficoltosa, con gli amici o con le figure primarie significative, quali i genitori.

    Una pratica di consapevolezza corporea

    Alla centralità della consapevolezza corporea, non solo in adolescenza ma anche in età adulta, si rivolge da anni la pratica della mindfulness, che ha origine nella cultura e nella disciplina orientali ma è stata studiata in occidente anche rispetto al processo psicologico che ne sta alla base ed è inclusa in alcuni approcci psicoterapeutici e programmi di intervento.
    La pratica della mindfulness, infatti, consente di acquisire consapevolezza di sé, del proprio corpo, delle proprie azioni, permettendo agli individui di andare oltre il vortice del pensiero. Essere autoconsapevoli, nel qui e ora, non vuol dire - o almeno non solo - essere capaci di pensare a sé stessi, ma sentire e integrare il pensiero su di sé con la conoscenza e percezione della propria corporeità, con la conoscenza delle proprie emozioni e del proprio funzionamento comportamentale. Questo avviene, attraverso la mindfulness, sdoganando la razionalità del pensiero e raggiungendo una consapevolezza più intuitiva attraverso un’attenzione intenzionalmente direzionata verso ciò che accade nel presente, che può dischiudere la strada all’apertura e all’accettazione di sé e del momento che si sta vivendo, in una modalità non giudicante. Alcune ricerche hanno evidenziato un incremento sia delle competenze socio-emotive, sia delle funzioni esecutive e dell’attenzione per i bambini/ragazzi partecipanti ai programmi di intervento di mindfulness, a conferma del fatto che sia importante prendersi cura di tutti gli aspetti quali la percezione della corporeità, l’emozione e il pensiero e che quindi gli interventi mirati all’incremento del benessere psicologico possano passare anche attraverso il corpo, per ottenere risultati più efficaci
    Ci sono due caratteristiche importanti della mindfulness che mettono l’accento su altrettante problematiche qui precedentemente riportate: in primis la rapidità e frenesia della società odierna, che richiede alle nuove generazioni velocità e prestazione, e in secondo luogo la difficoltà degli adolescenti a connettersi positivamente con il proprio corpo. Per entrambe queste criticità, la pratica della mindfulness sembra costituire una utile strategia che potrebbe essere sempre più sfruttabile e arricchente. Attraverso le modalità proprie di questa disciplina, infatti, è possibile trasmettere ai più giovani la sensazione e l’importanza dell’essere consapevoli e presenti a sé stessi prima che agli altri, dedicando tempo e lentezza alla scoperta di questa consapevolezza, da cui tutte le sfere della persona possono trarre vantaggio.
    Tra le varie pratiche della mindfulness, ve ne sono alcune in particolare che utilizzano l’esplorazione consapevole delle sensazioni corporee, definita body scan, per aiutare la persona a ritrovare una sensazione di presenza e unicità fisico-emotiva e di ricreare quella connessione tra mente e corpo, qualora l’attenzione verso questa dimensione si sia attenuata nel proprio cammino.

    A PROPOSITO DI MINDFULLNESS
    Nessuno dubita che la pratica di mindfulness stia riscuotendo molto successo negli ultimi anni. Imprenditori, star, medici, insegnanti e persino religiosi e membri del clero la stanno abbracciando avidamente. Questa pratica, assunta dai psicologi per aiutare le persone che soffrono di problemi molto frequenti quali stress, ansietà o depressione, fu introdotta nella medicina occidentale dal biologo molecolare e buddhista Jon Kabat-Zinn (1944-). Non a caso, la “consapevolezza” è uno degli otto passi del Nobile Ottuplice Sentiero di Buddha. Fino ad oggi, molti terapeuti ed educatori che propongono questo programma insistono sul fatto che esso non è una pratica “spirituale” e quindi che può essere staccato dalle sue radici buddiste. Ma è proprio così? Nonostante goda di “buona stampa”, è efficace come si dice? Sono stati abbastanza studiati i suoi effetti collaterali? Per chi vuole approfondire, si consiglia il seguente testo: S. BRINKMANN, A Catholic Guide to Mindfulness, Bessemer, Avila Institute for Spiritual Formation, 2017.

    Il corpo sintomo e mezzo per il benessere della persona

    Prendendoci cura anche del corpo, oltre che della mente, possiamo ottenere benefici importanti nella promozione e considerazione del benessere psicologico, in una accezione sempre più spesso utilizzata, come quella che rientra nella definizione di benessere psicofisico. Con uno sguardo ai più giovani, si potrebbe delineare una via di promozione del benessere che passi anche per l’incremento della propria consapevolezza corporea, affinché il corpo diventi non solo sintomo, ma mezzo attraverso cui diventare consapevoli di sé stessi, della propria totalità e del proprio essere nel presente.
    L’obiettivo finale di questo rapido excursus è proprio quello di mettere in risalto la centralità del corpo e della sua percezione da parte delle ragazze e dei ragazzi e di ipotizzare che si possa trarre un beneficio individuale e sociale dal ridimensionare l’importanza del corpo.
    Ricordandoci che è possibile trarre un beneficio individuale e sociale dal sentire, ridimensionare, contestualizzare e attualizzare l’importanza del corpo, quindi, diventa positivo per tutti – e in particolare per gli adolescenti – tornare a dare valore al proprio corpo non solo attraverso la ricerca dell’aderenza al canone esterno o attraverso la ricerca del dolore per sentire e per esprimere il disagio. Si dovrebbe, invece, rallentare la corsa all’essere per tornare ad esserci, soprattutto per noi stessi, sintonizzandoci nuovamente sulle frequenze che il nostro corpo diffonde, ma che troppo spesso non cogliamo se siamo impegnati a modificarlo per sentire qualcosa, senza accorgerci che, forse, quel “qualcosa” che dovremmo ascoltare, dovrebbe essere proprio lui.

    * Psicologa, IUSTO – Torino