Andrea Nante *
(NPG 2022-04-27)
«L’arte è la forma più alta di speranza»[1], sosteneva l’artista tedesco Gerhard Richter. E l’invito a lasciarsi coinvolgere dall’arte non può che essere rivolto ai giovani che sono speranza e futuro. L’arte come opportunità delle giovani generazioni per conoscere se stessi e le proprie attese. Oggi coinvolgere questa fascia di età nelle proposte culturali, portarli nei luoghi culturali come i musei, risulta complesso e difficile. Per farlo è necessario intercettare le loro richieste e il loro sentire. In particolare i giovani chiedono una maggiore “accessibilità”, declinata in termini di contenuti, di spazi che offrano opportunità d’incontro, di nuove modalità di lettura e di strumenti che facilitino la comprensione delle opere. Agli aspetti tecnico-organizzativi vanno affiancate altre attenzioni che possano accompagnarli in un percorso di riconciliazione, anzi di “rivelazione” di sé.
È fondamentale prima di tutto mettersi in ascolto e intercettare la sensibilità dei giovani e i temi che maggiormente li coinvolgono. Solo così si potrà innescare una familiarità con i linguaggi dell’arte e addentrarsi in argomentazioni più implicanti. A interessare i giovani sono i temi che li riguardano direttamente, quelli con i quali si confrontano ogni giorno – l’amicizia, l’affettività, il corpo... – a cui si aggiungono i più attuali e urgenti che avvertono come questioni determinanti per il futuro loro e del pianeta: l’ambiente, la natura, il lavoro. È su questi fronti che chiedono alla società un impegno autentico e forte. Il recente Sinodo dei giovani che la Chiesa di Padova ha vissuto (2017-2018), ha portato alla luce le evidenze di una generazione che si sente dominata dalle scelte degli adulti e che contemporaneamente chiede di essere ascoltata e aiutata anche nella fede.
Per compiere un percorso di discernimento i giovani chiedono risposte chiare, insieme a percorsi formativi di accompagnamento. Domandano di «ripensare insieme proposte e cammini di gruppo, calibrati su tempi, modalità e percorsi nuovi»[2], che davvero incrocino le loro domande e interpellino le loro vite, supportati da adulti credibili e significativi.
In questo senso, il museo, che nelle sue potenzialità educative e sociali è esperienza formativa per le sue molteplici iniziative culturali, nonché spazio di cittadinanza nelle funzioni di rappresentatività, identità e diritti, può essere davvero luogo di incontro, di riflessione. L’arte, anche quella antica, parla e invita a un incontro, che può diventare esperienza di ascolto della vita, celebrazione dei suoi passaggi più significativi (nascita, amore, morte…), incarnazione di valori, soglia verso l’infinito. Le opere d’arte fanno emergere il nostro mondo interiore purché adottiamo uno sguardo autentico, privo di pregiudizi, che consenta di aprirci allo stupore di ciò che è bello, nuovo, sconosciuto, che interpella e provoca[3].
A questo proposito vorrei raccontare due esperienze con l’arte, diverse per modalità, ma entrambe interessanti per la relazione creatasi con l’interlocutore e il suo vissuto, che hanno aperto possibilità inattese. Entrambe dicono la necessità di fare esperienza “insieme”.
La prima si riferisce a un laboratorio realizzato già nel 2012 al Museo diocesano di Padova insieme a don Antonio Scattolini allora responsabile di Karis, il Servizio di pastorale con l’arte della Diocesi di Verona. La proposta coinvolse 15 universitari dello Studentato Canossiano scaligero. Si scelse di valorizzare codici di linguaggio multimediale (internet, foto digitali con smartphone, sms…) e di utilizzare uno stile comunicativo creativo e di condivisione di saperi con esperti in storia dell’arte e teologia. La presentazione del laboratorio prevedeva che i partecipanti ripensassero a tre esperienze relazionali: la gioia per la nascita di un bambino; il pianto per la perdita di un amico; l’intensità di un abbraccio. Esperienze che stavano all’origine di tre opere del percorso museale. Quindi si chiedeva di procedere alla ricerca in rete, grazie ad alcune postazioni multimediali, di voci relative all’Incarnazione di Gesù, al Compianto sul corpo morto di Gesù, alla Trinità, e ciascuno annotava le informazioni che più interessavano. Si proseguiva poi con la visita ai tre dipinti (la Madonna con il Bambino di Giusto de’ Menabuoi, il Compianto su Cristo morto di Jacopo da Montagnana; la Trinità di Nicoletto Semitecolo), e una presentazione a tre livelli: artistica, teologica, esperienziale. Successivamente si condividevano reazioni, commenti personali e foto alle proprie community social di amici e conoscenti (Facebook, Twitter…), sms ecc. La dinamica del laboratorio permise ai partecipanti di riesprimere un loro vissuto, lasciando parlare i sensi, le emozioni, la vita e anche la fede, in un confronto dialettico con le immagini e l’arte.
La seconda esperienza è legata a un format – I colori del Sacro – che da anni il Museo propone: una rassegna internazionale di illustrazione, a taglio interculturale. Sui temi specifici delle diverse edizioni – gli elementi naturali, il viaggio, la tavola, il corpo – sono stati pensati percorsi di visita e laboratori per diverse età.
Nel 2018, in occasione della mostra “Il Corpo”, l’artista Anna Piratti progettò un laboratorio per i giovani dai 18 ai 25 anni: “Impronta digitale”. Le impronte digitali si formano definitivamente nell’ottavo mese di gravidanza e restano immutate nonostante le trasformazioni che il corpo subisce con l’età, l’ambiente e le vicende personali. Sono segni di unicità. Con le mani e quindi con i polpastrelli tutti noi interagiamo oggi con i mezzi tecnologici e comunichiamo con altre persone. Perciò, a una generazione di nativi digitali, si è voluto rivolgere un progetto che mirava principalmente a riflettere sul corpo come espressione della propria esteriorità e interiorità, di cui la dimensione spirituale è sintesi. Attraverso la parte laboratoriale si desiderava stimolare l’incontro con l’altro e far risaltare la ricchezza della collaborazione reciproca e valorizzare l’identità promuovendo l’autostima.
Dopo aver presentato il progetto e l’esito finale, una silhouette umana a terra con l’utilizzo di centinaia di impronte digitali, incluse quelle dei partecipanti, i ragazzi decidevano insieme quale forma assegnare al corpo, la sua posizione a terra, le emozioni o lo stato d’animo che lo caratterizzavano. Ognuno doveva poi personalizzare l’ingrandimento di un’impronta digitale stampata su un foglio, ne dava “corpo” definendo un volume. Progressivamente i ragazzi, utilizzando anche altre impronte, le collocavano sul pavimento al centro del Salone dei Vescovi, cuore del Museo diocesano, formando il corpo stabilito inizialmente e posizionando la propria impronta nella porzione concordata insieme. L’installazione finale, opera a cui tutti avevano contribuito, era il risultato di un processo individuale e collettivo con cui era possibile comprendere la bellezza dell’unicità nella pluralità.
L’artista stessa registrò alcune reazioni rivelatrici delle potenzialità espressive del laboratorio. I ragazzi dichiararono di non avere avuto in precedenza esperienze di arte contemporanea in un contesto storico in cui il focus dell’azione artistica fosse far emergere le loro peculiarità. Riferendosi all’esperienza, uno studente, rapito dalla monumentalità e dalla preziosità decorativa del Salone dei Vescovi, commentò con le parole di Pirandello: «A quanti uomini, presi nel gorgo d’una passione, oppure oppressi, schiacciati dalla tristezza, dalla miseria, farebbe bene pensare che c’è sopra il soffitto il cielo, e che nel cielo ci sono le stelle» (Luigi Pirandello, da I Quaderni di Serafino Gubbio operatore, 1916).
Un’altra ragazza rispetto alla richiesta di riflettere e manifestare al gruppo la propria specificità/unicità, dichiarò apertamente, con voce lieve e ferma: «La mia qualità più grande è la timidezza». L’emozione dei presenti era palpabile, così come il coraggio della giovane.
Due evidenze di come i linguaggi artistici e i luoghi dell’arte siano importanti in una fase di crescita e nell’espressione di sé; occasioni che non fanno rumore e spesso vanno cercate nei silenzi e nella condivisione. Richiedono però la nostra piena fiducia progettuale.
Un ambito fertile è, come abbiamo visto, quello universitario, ma non solo; l’uso di un linguaggio culturale alternativo e attrattivo come quello artistico può diventare occasione di dialogo, discernimento e rielaborazione, e quindi via privilegiata anche di prima evangelizzazione, superando posizioni di indifferenza o pregiudizio nei confronti della fede. Altrettanto importanti sono le possibilità che offrono le nuove tecnologie e la dimensione digitale, non solo sul piano dell’approfondimento dei contenuti, ma anche sul piano relazionale e comunicativo[4]. Infine l’arte contemporanea, che con le sue diverse forme, apre dialoghi inediti.
* Storico dell’arte e direttore del Museo Diocesano di Padova
NOTE
[1] Presseberichte zu Gerhard Richter (18. Oktober 1977), Walther König, Köln, 1989, p. 57. In altri passaggi Richter ebbe modo di dire addirittura che «L’arte è l’ultima forma della speranza», cfr. G. Richter, Text. Writings, Interviews and Letters 1961-2007, Thames and Hudson, London, 2009, p. 121.
[2] Sinodo dei giovani, Lettera dei giovani alla Chiesa di Padova, 2018.
[3] A. Scattolini, E. Brunet, Gustate e vedete. Per un annuncio del Vangelo con arte, Elledici, Torino, 2020, pp. 30-31.
[4] Cfr. I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Documento preparatorio, Sinodo dei vescovi XV Assemblea Generale ordinaria, Paoline, Milano, 2017, pp. 31-39, 56-57.

