L’età in cui tutto e niente è prevedibile: l'adolescenza


    Intervista a Matteo Lancini

    A cura di Michele Falabretti

    (NPG 2022-06-26)

     

    Matteo Lancini è uno psicologo e psicoterapeuta di formazione psicoanalitica. Presidente della Fondazione Minotauro di Milano e docente presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università Milano-Bicocca e presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica di Milano. È direttore del Master Prevenzione e trattamento della dipendenza da internet in adolescenza e insegna nella Scuola di formazione in Psicoterapia dell’adolescente e del giovane adulto del Minotauro, Istituto che in Italia ha fatto la storia della ricerca sull’adolescenza.

    L’istituto Minotauro è stato fondato da Franco Fornari (1921-1985), psicoanalista della società psicoanalitica italiana e docente universitario, univa l’attività professionale e la riflessione teorica all’impegno sociale. Nel corso degli anni, la ricerca del Minotauro si è orientata verso i problemi dell’adolescenza. Grazie al contributo di Gustavo Pietropolli Charmet, è stato messo a punto un modello teorico di riferimento comune (Teoria dei compiti evolutivi), che raccogliendo l’eredità di Franco Fornari, pone l’accento sull’analisi della cultura affettiva dell’adolescente, della famiglia di appartenenza, dei propri oggetti d’amore e del mondo circostante.
    L’adolescente per approdare all’età adulta, deve affrontare e superare dei compiti evolutivi specifici, che gli consentono di riorganizzare il proprio assetto mentale e affettivo, acquisendo una nuova immagine di sé. A Matteo Lancini abbiamo chiesto di parlarci dell’adolescente dal punto di vista di chi fa ricerca e clinica nello stesso tempo. In particolare di indicarci quali sono gli atteggiamenti buoni che gli adulti dovrebbero mettere in atto per un ascolto e una comprensione di ragazzi di questa età.
    Essendo impossibilitato ad essere presente, Matteo Lancini ha registrato l’intervista che è stata proiettata durante il Convegno ed è disponibile in video a questo indirizzo:
    https://www.youtube.com/watch?v=L-6MfEBjlUw a partire dal minuto 16:00.

    Falabretti
    Intanto grazie per essere con noi, anche se per mezzo video. Vorrei partire dal fatto che gli adolescenti, in genere, contraddicono, smentiscono i nostri stereotipi, e quindi, anche per iniziare, le chiederei di farci una fotografia di come lei vede l’adolescente di oggi.

    Lancini
    È difficile tracciare un profilo che rischia di essere troppo schematico, e quindi banale, degli adolescenti. Però è indubbio che negli ultimi anni ci sono state delle trasformazioni importanti che derivano dai miti affettivi familiari diversi, da “miti” che educano le nuove generazioni attraverso i mass-media e la loro pervasività, che propongono modelli di identificazione alternativi a quelli tradizionali della famiglia, della scuola e degli adulti educatori. E questo ha determinato più fragilità narcisistiche, e insieme meno conflittualità.
    In estrema sintesi, gli adolescenti odierni non sono più trasgressivi: molti dei comportamenti che appaiono trasgressivi in realtà sono mossi da una fragilità. Il problema è la delusione, perché si cresce con modelli ideali molto elevati, che crollano in adolescenza, mentre una volta era l’opposizione, la trasgressione la cifra elettiva dell’adolescenza.
    Non è vero che gli adolescenti sono onnipotenti, penso anzi che uno dei temi che gli adolescenti debbano affrontare sia la fine dell’onnipotenza infantile, e quindi fare i conti anche con la loro mortalità, con il fatto che il corpo ha un limite. Negli ultimi anni poi tema che davvero colpisce, ma siamo solo all’inizio, è il progressivo disinteresse verso la sessualità. Non sono più generazioni focalizzate intorno al sesso, è come se nella società odierna contasse molto di più vivere nella mente dell’altro che vivere nel corpo dell’altro; condividere lo scambio, la sessualità, il desiderio (e questo è collegato alla visibilità). Penso che nei prossimi anni assisteremo in effetti a una recessione della sessualità: già noi lo vediamo all’interno dei nostri spazi clinici, se ne parla molto meno rispetto a qualche anno addietro.

    Falabretti
    Questo mi incuriosisce, perché invece noi adulti tendiamo a immaginare che loro siano sempre lì, fissati su quel tema. Com’è possibile, è un problema nostro? Così come la rilettura delle fragilità: sono tutte degli adolescenti o sono degli adulti?

    Lancini
    È indubbio che in Italia, in particolare negli ultimi anni, abbiamo fatto fatica a riadattare la nostra visione (dei servizi, degli psicologi, degli educatori, degli insegnanti, dei genitori) all’arrivo dell’adolescenza, rispetto alle trasformazioni introdotte con l’infanzia.
    I bambini di oggi crescono dentro modelli educativi molto differenti: la nostra è una società in cui esiste una pornografizzazione di tutto, la sovraesposizione di tante esperienze; il confine fra ciò che è intimo e ciò che è pubblico è venuto meno, non solo per i social, ma in generale in una società dove il sé privato viene esposto in tutte le sue forme: quelle del successo ma anche quelle del dolore. Dentro questi quadri, che portano molto spesso i bambini a subire influenze di altri modelli educativi, anche in presenza di educatori (e genitori) che favoriscono l’espressione di sé, l’idea del successo, dei tanti amici già dall’asilo con le tante attività, questa spinta a essere soggetti espressivi porta evidentemente, con l’arrivo dell’adolescenza, ad affrontare i nuovi compiti evolutivi in modo diverso, alla necessità di far sperimentare il limite, il porre anche dei paletti. Penso che in Italia ci sia da diversi anni un’emergenza educativa che consiste nella precocizzazione o adultizzazione dell’infanzia a cui segue un’infantilizzazione dell’adolescenza.
    Abbiamo cambiato il modo di guardare i bambini e di farli crescere, e poi con l’arrivo dell’adolescenza non sappiamo offrire modelli adeguati; così rieditiamo dei modelli che sono più adatti agli adolescenti che siamo stati noi o allo stereotipo, e che quindi riguardano l’adolescente trasgressivo, l’adolescente che ha bisogno di opporsi, di realizzare sé stesso, di esprimere il desiderio, la sessualità… Questo già non aveva funzionato prima della pandemia, ma poi la pandemia stessa ha esacerbato definitivamente la situazione e ha smascherato questo tipo di approccio adulto, facendo perdere loro la credibilità.

    Falabretti
    Non le sembra anche che gli adulti inseguano un po’ l’adolescenza? Abbiamo dei cinquantenni, i genitori degli adolescenti, che sui social si comportano come adolescenti, che hanno un mito del corpo per cui hanno paura di invecchiare, lo curano, ne sono quasi invidiosi?

    Lancini
    Penso che sia assolutamente così. Una delle vicende che sempre mi stupisce è che l’adolescenza è un’età con tante difficoltà: lo stereotipo è considerarla un’età meravigliosa, ma in realtà è un’età in cui gli adolescenti fanno i conti con i loro limiti, cominciano a vedere i loro genitori in modo più chiaro rispetto a quando erano bambini; è un’età in cui il corpo lo si deve accettare per quello che è; e le delusioni amorose a volte lasciano il segno. Dobbiamo aiutare i ragazzi ad attraversare quest’età, a non accumulare troppi ritardi evolutivi.
    Che sia un’età così “ambita” da tutti stupisce anche me. Stupisce perché i bambini, invece di godersi l’infanzia, spinti dai genitori anticipano tutto, persino nei vestiti, mentre gli adulti non accettano anche i benefici dell’invecchiamento. In questo certamente, uno dei cambiamenti riguarda proprio il corpo, che è sempre più valorizzato in termini estetici: bisogna essere belli, avere il corpo performante; non in termini di sessualità, ma di estetica, di atletismo, di capacità. Oltre a questo c’è anche un elemento di “modelli di identificazione”. Lei accennava a internet: non dimentichiamoci che i gruppi di WhatsApp vedono anche gruppi di genitori che, sotto sotto fanno “prevaricazione”, cyber bullismo. Sono modelli che noi stessi proponiamo ogni giorno, e molto spesso invece quando arriva l’adolescenza, li vediamo solo nella loro età. È facile dunque che questi adolescenti, molto più capaci di gestire i social e di collocare lì dentro le loro pulsioni non certo di solidarietà o ascolto dell’altro, possano diventare a loro volta modello di riferimento per gli adulti.

    Falabretti
    Lei ha parlato di “ascolto”, un atteggiamento che mi sta molto a cuore.
    Mi sembra che noi adulti ed educatori siamo a volte impreparati davanti agli adolescenti. E in genere si reagisce o con gesti autoritari o andando contro le nuove tecnologie. Però, pur essendo convinti tutti che l’ascolto e l’ascoltarli è lo strumento migliore, facciamo fatica. Cosa significa ascoltare un adolescente, e come si fa?

    Lancini
    Ascoltare un adolescente, secondo me, significa prima di tutto ragionare su che adulti siamo, e dobbiamo riconoscere subito che oggi c’è una fragilità adulta senza precedenti. I bambini e anche gli adolescenti di oggi sono ascoltati molto di più di quanto lo fossimo noi in passato. Ma, siamo pronti ad ascoltare cosa hanno da dire? C’è una fragilità dei ruoli adulti che porta, difensivamente, a non riuscire a raggiungere l’adolescente, là dov’è. Ascoltare vuol dire essere adulti, e oggi secondo me la definizione di adulti è essere in grado di “identificarsi”, di relazionarsi veramente con chi si ha davanti, mentre invece tendiamo a far ricorso a formulette magiche, a ricette standard, indicazioni adatte a tutti come se fossero tutti eguali; e molto spesso anche la scuola offre unicamente dispositivi di valutazione, un modo di guardare ai ragazzi non identificati con i bisogni reali e attuali e futuri degli adolescenti.
    Ecco allora la necessità di ascoltare cosa essi hanno da dire. E questo significa, innanzitutto, come genitori, essere in grado di ascoltare gli inciampi, i fallimenti, le emozioni negative, che sono molto spesso i grandi rimossi dall’ascolto familiare. Come lo sono le fragilità e i comportamenti degli adolescenti che anche a scuola possono apparire spregiudicati e spavaldi. E così continuiamo ad erogare sanzioni, ad assumere atteggiamenti, spacciandoli per autorevoli, quando in realtà servono a noi a dormire sonni tranquilli, a farci sentire che abbiamo fatto il bene loro. E su internet questo è clamoroso: in rete si proiettano tante fragilità degli adulti. Basti pensare al fatto che la povertà educativa oggi è povertà digitale.
    Basti pensare che durante la pandemia abbiamo capito che senza internet non avremmo potuto tenere dei contatti; basti pensare che, per chi entra oggi nelle scuole primarie, non possiamo nemmeno immaginare quale lavoro faranno, perché metà di essi non sono nemmeno stati inventati, ma c’è solo la certezza che bisognerà saper usare internet e produrre un videogioco, cose che sembrano i nemici della scuola italiana e i nemici dei genitori.
    Credo che su internet, e in parte anche sulla pandemia, si cerchi di proiettare le nostre fragilità, che continuano a non consentirci di vedere che abbiamo bisogno di cambiare noi, quindi sono convinto che sì, internet andrebbe limitato agli adulti, che vi sono sovraesposti, e che bisognerebbe invece educare gli adolescenti alla saggezza digitale.
    Ancora qui invece i ragazzi non sanno individuare negli adulti dei riferimenti autorevoli a cui far arrivare il dolore: quindi più internet e più parlare di dolore, di sentimenti vissuti anche dolorosi.

    Falabretti
    Che cosa servirebbe agli adulti per comportarsi da adulti di fronte ai ragazzi? Non solo l’atteggiamento, ma proprio dentro, nei sentimenti, nelle emozioni, nei pensieri. Qual è il lavoro che gli adulti dovrebbero fare per imparare a interagire con questi ragazzi?

    Lancini
    Io credo che gli adulti vivano in generale una forte crisi della comunità educante, che alcune realtà cercano di contrastare. Oggi ci sarebbe un gran bisogno di contrastare l’individualismo e la sensazione di solitudine dell’uomo, lavorando in termini di genitorialità condivisa, di maggiore capacità di amare anche i figli degli altri, e non vederli solo come qualcuno con cui socializza il proprio figlio; avere in mente una scuola che declini la sua autorevolezza e legittimità con modelli inclusivi e non di allontanamento. Ma se c’è una fragilità adulta, molto spesso poi si applicano al ragazzo modelli che servono più che altro a sentirsi forti. Quindi serve la consapevolezza che i fallimenti, gli inciampi e anche le difficoltà che un ragazzo può incontrare a scuola, fanno parte del loro processo di crescita, e devono anche essere valutati, ma non devono essere sanzionati perché questo porterebbe i soggetti che sono fragili narcisisticamente ad aumentare l’attacco al corpo, la sparizione di esso, non a impegnarsi di più.
    In estrema sintesi, penso che serva l’identificarsi con chi si ha davanti e soprattutto far sentire ai ragazzi che c’è un posto per loro nella mente degli adulti.

    Un’altra area è quella della responsabilizzazione, soprattutto con l’adolescenza. Occorre prevedere modelli formativi cooptativi che facciano sentire che c’è un futuro per questi ragazzi. Non l’abbiamo fatto in questi anni, e così abbiamo ragazzi che, non vedendo per loro un futuro, e non essendo né ribelli né trasgressivi, e vedendo pure insegnanti e genitori troppo fragili, attaccano sé stessi. Sono tutti disagi di oggi, quindi è opportuno e doveroso organizzare dispositivi che facciano sentire ai ragazzi che sono attesi, che l’adulto è pronto a consegnarli al futuro, ed è pronto anche a testimoniare che il futuro è fatto di fallimenti e inciampi.

    Falabretti
    Il tema della comunità ci interessa molto. Io ho visto, in questi ultimi 20-25 anni, una intuizione da parte della Chiesa, soprattutto attraverso gli oratori e le parrocchie, di dover uscire e di doversi mettere in rete. Oramai il “mercato” offre tantissimi riferimenti per i ragazzi. Eppure noi come Chiesa abbiamo fatto veramente fatica a uscire, a entrare in rete, in collaborazione con il territorio. Come vede l’azione della Chiesa da questo punto di vista? Potrebbe essere una strada da percorrere meglio?

    Lancini
    Assolutamente penso che sia una strada giusta: dentro la rete, e qui mi ripeto, ci deve entrare anche la possibilità di usare internet, nel senso che la rete intesa come internet dovrebbe essere utilizzata molto più spesso, senza porre invece l’attività oratoriana o scoutistica, quelle della “presenza del corpo”, come qualcosa che deve contrastare internet. La rete è appunto qualcosa che può produrre cultura, forme integrative, modalità di rimanere in contatto nei momenti in cui non è possibile fisicamente. Ci sono quindi tante iniziative da fare, anche se devo proprio ammettere che, negli ultimi anni, i luoghi in cui mi sembra di incontrare davvero un tentativo di costruire una comunità educante, dove si può parlare anche di fragilità dei ragazzi, in toni attenti all’umanità rispetto agli altri, sono proprio le parrocchie. Non mi era mai capitato così tante volte come recentemente, con la riapertura dopo la pandemia, di fare incontri per aiuto agli educatori, e in alcuni casi se il teatro parrocchiale è in ristrutturazione, dentro le chiese o anche nel cortile della chiesa.

    Falabretti
    Lei, per il suo lavoro, ha anche una visione clinica dell’adolescente: spesso in parrocchia e in oratorio ci si confronta con ragazzi che vivono situazioni abbastanza tranquille, serene. Ma ci sono anche ragazzi che arrivano nei nostri ambienti in condizioni molto preoccupanti, i cosiddetti svantaggiati: essi hanno famiglie con una difficile storia e una difficile possibilità di ricupero, anche per mancanza di mezzi. A volte poi incontriamo ragazzi di fronte ai quali sembra impossibile agire.
    Cosa possiamo fare per integrare questi due sguardi, cioè lo sguardo di chi ha l’occhio clinico con lo sguardo di chi invece vive una quotidianità che all’apparenza sembra “normale” ma in realtà, sotto sotto, continua ad avere i problemi degli altri più svantaggiati? Insomma, come dovremmo o potremmo mettere insieme quello che le scienze umane, le competenze ci dicono, con quello che facciamo ogni giorno?

    Lancini
    Innanzitutto i modelli di presa in carico dell’adolescente si sono molto modificati: certo, presa in carico attraverso consultazione, terapia, ma oggi intervengono molto sul contesto. Per esempio il nostro modello prevede un coinvolgimento dei genitori, della scuola, proprio nel convincimento che ci sia una necessità di rete da parte di tutti. L’adolescente che incontriamo ricerca un adulto significativo. E cosa vuol dire essere un adulto significativo? Oggi, nella clinica, significa capire, ad esempio, che non basta star chiusi nella stanza, tu e il ragazzo, ma bisogna promuovere dei cambiamenti nel contesto di chi lo cresce, e quindi si deve entrare in contatto anche con gli insegnanti e con altre agenzie. Quindi è molto importante che anche nella quotidianità degli oratori, delle parrocchie, di chi fa un lavoro educativo si tenga conto che si è adulti significativi alla regia di un processo di rete, che deve includere i genitori, cercando di avvicinare le risorse.
    Essere un adulto significativo vuol dire, e qui riprendo i temi già espressi, sentire che ci si sta identificando con chi si ha davanti, coi suoi bisogni, e avvicinandogli le risorse necessarie, e questo perlopiù significa coinvolgere il contesto. Ogni adulto ovviamente possiede il proprio “dispositivo”, il proprio “galateo”, il proprio linguaggio, ma in comune ci sta questo: sapere che nell’incontro con un adolescente, l’adolescente sta ricercando un adulto significativo. E i ragazzi di oggi sono molto esperti di relazione: quando lo incontrano si affidano, molto di più di quanto facessimo noi in passato, perché questa fragilità di cui dicevo è una fragilità che li spinge a cercare uno sguardo di ritorno valorizzante.
    E poi forse un ultimo aspetto che dovrebbe accomunare tutti, anche nelle situazioni più difficili, è che non manchi mai la speranza. La speranza è il sentimento che manca all’adolescente che decide di ritirarsi socialmente e di voler morire volontariamente, attaccando sé stesso. E quindi ogni adulto che incontra un adolescente che ha proprio nell’assenza di speranza il motore del proprio disagio, non dovrebbe mai perderla; non in senso ideale, da favoletta rincuorante, ma proprio con l’idea di impegnarsi ad aprire uno spiraglio e far vedere che l’adulto è a disposizione per avvicinargli le risorse e aiutarlo a trovare il suo vero sé, a scoprire il suo “talento”, e come attraverso gli inciampi, i fallimenti e anche questa situazione terribile che magari stanno attraversando, si può costruire la strada che porta a trovare davvero se stessi.

    Falabretti
    In chiusura le chiedo una parola di augurio, un augurio che sia un compito da affidare a chi si fa carico dei ragazzi, che vivono il loro “talento” nel mettersi a servizio dei ragazzi e di un compito educativo.

    Lancini
    L’augurio è di trovare sempre dentro di sé un dato importantissimo: la consapevolezza che quello sguardo di ritorno agli adolescenti che si fidano e affidano, ha un’importanza superiore a quella che spesso si immaginano molti educatori, molti insegnanti, e a volte anche molti genitori presi dalla loro quotidianità. Non bisogna mai dimenticare che l’adolescente di oggi ha un gran bisogno, in una società della visibilità, del narcisismo, della popolarità, di essere “pensato” dalla mente degli altri. Il pensarlo, la modalità di reazione ai suoi comportamenti, la loro valutazione e valorizzazione, il far sentire che c’è speranza, incidono e hanno pesanti ricadute, mentre certi atteggiamenti infantilizzanti o che banalizzano, rischiano poi anche di diventare mortificanti per il soggetto. L’adulto è davvero ancora molto importante, anche nella società di internet, del narcisismo e della popolarità a tutti i costi della rete.