RUBRICA
Giovani e vescovi. Un dialogo sinodale che porta frutto /2
Dialogo tra Mons. Gervasoni con Simone e Lucia
A cura di Letizia Gualdoni
(NPG 2022-06-81)
Quali visioni e sogni, intorno all'intercultura!... Voi, giovani, «siete forti e dimora in voi la parola che ricorda e profetizza l’abbraccio universale di Gesù, lui che attira tutti a sé, lui che muore “per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,52)».
I giovani sono protagonisti di un cambiamento epocale: i Vescovi lo sanno e proprio a loro, con il percorso “Giovani e Vescovi” voluto dalla Conferenza episcopale lombarda, hanno chiesto un aiuto (nella giornata del 6 novembre 2021, a Milano) per leggere e misurarsi con una realtà oggi tangibile nelle sue molteplici diversità. Il forte sviluppo tecnologico e la globalizzazione (e l'esperienza drammatica della pandemia) ci hanno messo sempre più in contatto, ma a volte non ci hanno reso vicini, e la strada per riconoscersi fratelli è un passo quotidiano verso l'altro, di incontro (e non scontro) di fronte a una pluralità di orizzonti, stili di vita e valori inediti. Una delle cinque commissioni regionali sta lavorando proprio su questo tema, ma ancora numerose sono le sollecitazioni che possono emergere e che rilanciamo grazie alla disponibilità di mons. Maurizio Gervasoni, Vescovo di Vigevano e delegato per la Pastorale Giovanile della Conferenza Episcopale Lombarda, e alle domande di due giovani.
I giovani al Vescovo
Simone Zendra, 24 anni, vive a Brescia da cinque anni, è studente di Lettere Moderne all’Università Cattolica del Sacro Cuore e ha avuto modo di lavorare, per la Diocesi, un anno presso l’Ufficio per gli Oratori e due presso l’Ufficio per le Missioni e per i Migranti, entrando così in contatto con la dimensione multiculturale della città.
Domanda: L'urgenza del tema dell'intercultura è evidente. Eppure, spesso, le iniziative multiculturali e interculturali delle Chiese locali (intese come insieme di presbiteri e laici) si riducono ad azioni isolate ad opera di singoli. In che modo, a suo parere, è possibile far capire l'importanza di un'azione anche pastorale organizzata e condivisa?
Risposta: È proprio la maturazione di questa nuova esigenza che ci spinge al confronto e alla ricerca. Se riuscissimo ad avviare processi di dialogo e azioni di collaborazione promettenti e rassicuranti, avremmo incominciato bene...
D. Nel sentire comune, si associa spesso e volentieri la Chiesa al concetto di "tradizione" o addirittura di "tradizionalismo", quando nel corso della sua storia essa è stata anche fonte di cambiamenti profondi, e ha l'opportunità - se non il dovere - di esserlo anche oggi. Lo stesso Papa Francesco ha tentato a più riprese di fornire un'immagine della Chiesa diversa, aperta e inclusiva. Ritiene positivo o negativo l'accostamento della Chiesa da parte dei più alla difesa dei valori cosiddetti "tradizionali"? Se no, come mai questo accostamento è ancora così diffuso? Cosa manca, eventualmente, perché la Chiesa diventi promotrice di cambiamento e integrazione?
R. La questione della tradizione è importante e duplice. Secondo un primo aspetto la tradizione si riconduce al patrimonio culturale di base di ogni cultura. Questo aspetto ci rinvia all’urgenza di avviare una cultura aperta alle mediazioni culturali, perché oggi ci sono particolari condizioni di convivenza umana. Il secondo aspetto si riferisce alla specificità cristiana della Rivelazione, per cui la verità eterna di Dio si manifesta nella storia in modi particolari e in particolari persone, la cui testimonianza va annunciata e custodita. Il cristiano forse potrebbe rinunciare a tutto - sottolinea il Vescovo Gervasoni - ma non alla figura di Gesù, morto e risorto, e all’interpretazione credente di coloro che lo hanno annunciato, ossia alla confessione di fede per cui la vita di Gesù, la sua morte e risurrezione rivela la realtà di Dio. Questa tradizione non ha forme fisse e irrinunciabili, ma non può essere ridotta a sentire comune o a dottrina universale. La relazione tra queste due “forme di tradizione inserisce il problema della laicità e quello del rapporto di dialogo tra le religioni.
D. Qual è l'aspetto che, a suo parere, manca di più nella mentalità di noi cristiani cattolici perché ci apriamo al "diverso" - che ormai è il vicino di casa - e contribuiamo davvero a rendere la comunità e poi la società interculturale?
R. L’aspetto che più manca è forse il convincimento che Dio ci chiede la carità come autentica testimonianza di fede.
Lucia Pareti, 32 anni, a Milano si occupa di Educazione e Progetti internazionali presso una Fondazione; fa parte di Economy of Francesco, un progetto di economia inclusiva e sostenibilità realizzato da giovani motivati e impegnati in un reale cambiamento globale. Ha sempre viaggiato molto, considerando l'intercultura una ricchezza e una possibilità di crescita. Occasione di riflessione... che ora è felice di condividere con i pastori, un'attenzione ai cambiamenti e un dialogo di cui la Chiesa deve farsi espressione.
D. Come posso testimoniare concretamente che la comprensione delle differenze culturali altrui è necessaria per vivere in serenità?
R. Se avessimo già la risposta non faremmo questo momento di ascolto e di dialogo. Proprio perché la comprensione delle differenze culturali rinvia alla mentalità che plasma ognuno di noi e che noi ben poco conosciamo criticamente occorre avviare processi di ascolto e di ricomprensione della vita e della società. Si tratta appunto di testimonianza, non di dottrina e regola.
D. Come mettermi nei panni dell'altro e accoglierlo con le sue differenze, senza perdere la mia identità culturale?
R. Questo atteggiamento di mettersi nei panni dell’altro è già una grande conquista, che sta alla base della società specie se democratica. A maggior ragione nella Chiesa. Occorre valutare i valori di fondo che legano tutti gli uomini e plasmano diverse identità, comunque degne.
D. Sicuramente non tutte le differenze culturali ci piaceranno, anzi, molte metteranno in discussione la nostra visione del mondo. Nonostante ciò, come possiamo far capire al prossimo l'importanza di essere aperti alla diversità culturale?
R. Le difficoltà ci sono anche con coloro con i quali condividiamo la cultura, ossia che hanno la nostra stessa visione del mondo… Estendere il concetto di tolleranza e di solidarietà inglobando anche le dinamiche della visione del mondo che non è più importante della dignità di ogni persona è la nostra sfida. Per far capire l’importanza è necessario mostrare che è possibile e che risultati promettenti e veri ci sono.
Il vescovo ai giovani
Anche il Vescovo Gervasoni ha preparato delle domande che gli stanno particolarmente a cuore, da porre ai due giovani, ma a cui possiamo provare a rispondere anche tutti noi.
D. Multicultura e intercultura sono termini culturalmente e socialmente recenti. La situazione è descrivibile come multicultura e determina rapporti sociali inediti. Il mondo degli adulti e quello dei giovani si approcciano a questa realtà in modo diverso, perché diverse sono le esperienze di vita. La prima domanda chiede ai giovani quali sono le loro percezioni di difficoltà o di consenso nel confronto con il modo degli adulti e delle istituzioni sul prendersi cura della società in situazione multiculturale.
L. Personalmente credo dipenda molto dal contesto culturale in cui si vive. In un ambiente radicato nelle vecchie tradizioni, la società multiculturale è vissuta male e non vista come possibile risorsa, quindi percepita perlopiù come una minaccia. Questo si rispecchia anche nelle istituzioni che non sono promotrici di dialogo interculturale e di integrazione. La situazione, almeno personalmente, cambia radicalmente in un contesto territoriale cittadino dove ci sono più spazi e opportunità di incontro e confronto con altre culture, e anche le istituzioni lavorano in una prospettiva di dialogo e inclusione sociale.
S. È vero che i termini “multicultura” e “intercultura” sono termini recenti, ma fanno anche riferimento a situazioni urgenti e che vanno affrontate. Rispetto al mondo degli adulti e delle istituzioni, sono principalmente due le differenze percepite come sostanziali e difficilmente colmabili. La prima riguarda il fatto che spesso si ragiona in riferimento a due società distinte, una “italiana” e l’altra “straniera”, situazione che non corrisponde alla realtà e che non fa altro che aumentare la ghettizzazione delle comunità straniere nei nostri paesi. La seconda, invece, concerne proprio la sensazione dell’urgenza del tema: la sensazione, almeno da parte mia, è che le istituzioni spesse volte si limitino o a evitare il problema o ad applicare misure circostanziate, mentre la situazione richiederebbe quantomeno una riflessione di ampio respiro.
D. Se doveste indicare alcune istanze positive e limiti negativi che l’esperienza dei giovani con persone di altra cultura provoca e chiede risposte o fare soluzioni e prospettive, quali sarebbero?
L. Nelle mie esperienze personali, che spesso ho condiviso con altri giovani, non ho mai visto limiti negativi nel confronto con altre culture. Certo, bisogna dire che erano contesti "protetti" e favorevoli al dialogo e all'apertura verso l'altro. La soluzione è la creazione di una nuova mentalità in noi giovani cattolici basata sull'ideazione e la divulgazione di punti fermi e chiari per tutti. Questa prospettiva può portare ad azioni organizzate, guidate da un filo comune e condivise da associazioni e organismi pastorali.
S. Credo che anche la percezione che noi giovani abbiamo dipenda dal tipo di situazioni che abbiamo vissuto: è più facile scoprire il male che il bene. La sensazione che ho avuto - spiega Simone - nelle occasioni di incontro con ragazzi di culture diverse è stata di profondo arricchimento: credo che la curiosità e la voglia di mettersi in gioco siano fondamentali per un confronto costruttivo e sincero. D’altro canto, spesso, per svariate ragioni, non si avverte negli interlocutori la stessa voglia di dialogo: insomma, il rischio dell’autoreferenzialità esiste per entrambe le parti ed è un rischio che si dovrebbe evitare.
D. Cosa i giovani potrebbero e vorrebbero assumersi per cambiare la società del futuro, tenendo in conto particolare le differenze religiose e assumendo come provocatorio il punto di vista della cattolicità cristiana?
L. Il primo passo è essere ascoltati, come è stato fatto nell'evento “Giovani e Vescovi”. I giovani hanno bisogno di qualcuno che ascolti le loro idee e le valorizzi, perché hanno il desiderio di cambiare la società del futuro che si prospetta come una sfida e una risorsa in termini di multiculturalità. La parola chiave credo sia proprio il rispetto delle differenze religiose e la necessità di trovare un modo per convivere serenamente. Il confronto tra religioni si può fare, come in ogni ambito, solo se si conoscono i fondamenti e le peculiarità. Penso che sia importante promuovere la conoscenza delle religioni attraverso incontri e discussioni ad hoc nelle comunità, nelle parrocchie e nelle istituzioni. Una risposta collettiva e forte per vincere ignoranza e pregiudizi con la conoscenza e l'integrazione.
S. Il mondo giovanile è da sempre portatore di istanze di cambiamento, e il fatto che la cultura giovanile sia sempre più internazionale aiuta ad avere punti di contatto maggiori con persone di cultura diversa. Perciò, per noi credo sia importante poter sfruttare queste novità culturali senza per forza dover sottostare a quelle “tradizionali”. Da cattolico, vorrei - e mi impegno perché ciò accada - che si inizi davvero un cammino di condivisione e di incontro sincero con le altre culture (e le altre religioni), da cui anche noi possiamo solamente uscire arricchiti e migliorati.

