Luoghi che educano


    La cappella del nuovo oratorio della parrocchia di santa Caterina vergine e martire in Bergamo

    Maicol Barcella *

    (NPG 2022-04-35)



    Sono un architetto. Creo spazi, trasformo in misure e materiali le esigenze delle persone. Non interpreto il mio mestiere in maniera semplice, non mi basta seguire la via della mera funzionalità, non la trovo una soluzione appagante. L'architettura è altro, ha il dovere di creare luoghi dove succedano cose, inventa spazi che non possono prescindere dalla vita delle persone, che ne interpretano i comportamenti, che talvolta ne condizionano le scelte. L'architettura è vita, prima che spazio. L'architettura ha come fulcro le persone, le loro storie, le loro complicazioni, le loro aspettative e le loro necessità profonde. È dalla condivisione di queste necessità primarie, profonde, personali che può nascere un progetto riuscito. L'utilità dell'architettura sta nel creare spazi e luoghi a servizio dell'uomo, non a sua esaltazione.
    Quando mi è stata commissionata la realizzazione degli interni della cappella dell'Oratorio del quartiere Santa Caterina a Bergamo, ho percepito subito che il terreno potesse essere fertile per impiantare qualcosa di speciale. L'ho interpretato fin da principio come un progetto con enormi capacità di generare novità: avevo tutti gli ingredienti per fare di uno spazio misurato un luogo di relazioni, un laboratorio per nuovi comportamenti, una palestra per i nuovi modi di interpretare la fede e la preghiera.
    Quando hai “sotto mano” progetti così entusiasmanti è inevitabile che ti confronti con le responsabilità del caso: ogni linea che tracci con la matita sul foglio sarà parte della responsabilità dell'educazione spirituale di ragazzi e ragazze per gli anni, della loro memoria di questi momenti, della profondità che saranno riusciti a raggiungere dentro loro stessi grazie anche al luogo che avranno abitato.
    Così, mi è parso, che l'unica maniera per affrontare queste responsabilità era d’essere coerente con il mio personale modo di fare architettura, partendo dalle persone e dalle loro vite, passando dall'utilizzo consapevole dei materiali e dalla cura per i dettagli. Mi pareva potesse essere questa la carezza che un architetto può fare con i propri progetti, a chi si sta aprendo alla vita.
    Ho pensato, guardando ai ragazzi e al loro rapporto con la fede, che lo spazio sacro dovesse aiutarli ad incontrare il proprio io più intimo, dove fermarsi, stare nell'ascolto di sé e affidarsi. Serviva uno spazio libero dalle strutture spaziali tradizionali, un luogo dove l'io precedesse il noi. Non uno spazio solo per Dio, ma per l'uomo con Dio.
    Personalmente, penso a Dio quando cammino sulle montagne, nel silenzio. Penso a Dio quando osservo la gente attorno a me sull'autobus, con la musica nelle orecchie. Penso a Dio con una birra in mano, al termine di una serata tra amici densa di umanità. Non sento immediatamente la necessità di un luogo fisico per incontrare Dio ma se voglio farlo cerco un contesto che mi permetta di farlo.
    Così lo spazio chiesa all'interno dell'oratorio va in questa direzione: mettere a disposizione un luogo, dove potersi dare la possibilità di cercare, dove le condizioni al contorno permettano di “entrare in sintonia”. Non lo immagino quindi come il luogo dell'intangibile, lo interpreto piuttosto come un luogo molto tangibile, un luogo molto umano, fatto da uomini per uomini che cercano.
    Un primo pensiero va al confine tra dentro e fuori: fuori il cortile coperto, pensato come una piccola corte interna è uno spazio improntato sull'incontro informale, conviviale, con la sua bellezza caotica e la sua aria allegra e leggera; dentro uno spazio intimo, fatto di silenzio, profumi, luce. Il passaggio tra questo esterno e questo interno non può che essere una porta stretta, di una dimensione umana, innanzitutto (un metro), che ci faccia tornare alla mente le dimensioni del corpo... solo un corpo alla volta può passarci, non la folla, non insieme... io, da solo. È il primo passo verso la costruzione di un interno capace di accogliere un rapporto personale, esclusivo, di ognuno con Dio.
    Passata la porta, quello che mi accoglie è uno spazio caldo, fatto di luce, legno, ferro e cemento. Materiali degli uomini, poca divinità, per ora. È uno spazio volutamente spoglio, pulito, essenziale, nudo di decori evocativi o ingrazianti. È uno spazio del vuoto, più che del pieno. Allo stesso tempo le pareti in legno sul perimetro rendono il vuoto accogliente. È bellissima l'immagine con la quale mi è stato presentato il progetto: “deve essere un grembo per l'Oratorio”: quale grembo non è accogliente? Quale non è caldo? Quale non nasce con l'intenzione di essere generativo?
    Il rivestimento in betulla però non arriva fino al soffitto, si ferma prima, a circa due metri di altezza; perché l'umano è finito, ha un limite. Un limite che viene colmato dalla luce, che filtrando dalle vetrate artistiche, colorate, occupa la seconda parte della cappella e completa la composizione degli attori del progetto: le pareti parlano ora di un luogo fatto per metà da uomini e per l'altra metà da Dio. Eccolo.
    Come organizzare poi, questo interno vuoto? Ripensando a fruitori principali di questo spazio – i ragazzi - mi sono convinto della necessità di allontanarmi dallo schema spaziale tradizionale, impostato esclusivamente per celebrare la Messa, lo trovo limitante. Ho proposto pertanto uno spazio dove al centro ci sia il recupero di un rapporto con Dio in modo intimo e viscerale, anche non comunitario: niente direzionalità prestabilita, niente schemi rigidi. Ecco la rivoluzione generatrice: non sarà uno spazio sacro a schema tradizionale, dove la mente è portata al riconoscimento del gruppo, ma sarà il cuore intimo dell'oratorio, un luogo personale, non collettivo. Sarà il luogo dell'essenza, più che del formalismo, non un luogo di, ma uno spazio per, un luogo dove emerga la nudità fragile più che l'ostentazione della sicurezza. Ho pensato quindi di trattare questo progetto quasi come fosse un grande palcoscenico, uno spazio mutevole, pensato per accogliere sempre nuovi stimoli, nuove persone, persone nuove.
    In quest'ottica, gli arredi liturgici sono tutti “movibili” su ruote, le sedute e gli sgabelli sono impilabili e quindi facili da spostare. La libertà di spostare, mescolare le carte, per scrivere con lo spazio ciò che si vuole trasmettere. Ad ognuno che entri la bellezza di utilizzare lo spazio muovendosi liberamente, senza posizioni congelate e definitive.
    Per ultimo lo studio della luce artificiale, che nelle ore serali/notturne fa da contraltare quotidiano alla fantastica luce naturale filtrante dalle vetrate artistiche della facciata: uno schema fatto di elementi puntuali indipendenti - faretti spot, nascosti tra le lame in legno del soffitto - garantisce la giusta flessibilità di utilizzo e adattamento alle varie situazioni.
    La componente umana pesa molto in questo progetto. C'è l'uomo nei materiali utilizzati, quasi ancestrali, nell'artigianalità degli arredi su misura, nella “regia” preparatoria degli elementi nello spazio di volta in volta da reinventare.
    Dio? c’è, ne sono sicuro. È lì discreto nel tabernacolo custodito nel ventre dell’altare.
    Trovo che la bellezza del cristianesimo stia tutta nella libertà che Dio lascia all'uomo di mescolare le carte, quindi perché non tramutare questa bellezza in uno spazio che educhi a questa libertà?

    * Architetto, Studio Mod Architettura di Chiuduno (BG)