Per vivere anche oggi l’oggi
Gigi Cotichella *
(NPG 2022-01-62)
A volte i titoli dicono tutto. Certo bisogna approfondirli, ma dicono tutto. Avete presente “La vita è adesso” di baglioniana memoria? Ecco nel titolo c’è già tutto anche il significato più profondo. Per me è stato così con “narrazioni di ripartenza”, quando mi hanno proposto la rubrica, è stato il titolo a convincermi. Perché contiene tutto.
Veniamo da un tempo che non si è ancora chiuso e che pur avendoci segnato non ci ha ancora permesso riflessioni su che cosa ci è successo. Molti titoli di convegni, libri parlano del post-pandemia. Mi trovano un po’ perplesso, sarebbe stato come scrivere un libro sul dopoguerra nel 1944! Forse viviamo un “post-trauma-da pandemia inaspettata” ma non siamo ancora fuori dalla pandemia in sé. E un lutto non si può rielaborare finché non è concluso.
Qui sta il problema, la difficoltà a cercare di approfondire i quasi due anni che abbiamo vissuto: la difficoltà a dire che è finito per poter rielaborare. Eppure, il bisogno di narrare è altissimo, come anche quello del ripartire, uno dei verbi più usati in questo ultimo periodo. L’abbiamo usato per i vaccini, per il PNRR, per le riaperture, per spingere a riprendere certe abitudini.
Il punto è però su che cosa dobbiamo narrare e in che cosa dobbiamo ripartire. E forse anche qual è il senso più profondo di narrare e di ripartire.
Narrare ha le sue radici in nell’antico verbo gna, conoscere. Da lì l’immediato senso di far conoscere raccontando. L’effetto strumentale. Ma io ne vedo prima un altro, un effetto essenziale: raccontare per conoscere. Perché quando narriamo la storia entra in noi, ci fa le stesse domande che suscita in chi ci ascolterà quando la racconteremo a nostra volta. Se poi avete mai bazzicato nel mondo teatrale, sapete che la storia ci de-forma, o meglio ci ri-forma, perché chiede alla nostra voce, al nostro corpo, di modificarsi per essere a servizio della storia. Su questo i grandi del teatro di narrazione, da Paolini a Baliani o alla Curino, ci fanno da maestri e ci mostrano come la narrazione spinge alla ricerca e all’approfondimento.
Anche ripartire è una bellissima parola. Anche perché sono due parole.
La desinenza ri è una delle più utilizzate nella nostra lingua ma con tantissimi significati diversi. Di volta, in volta può indicare: collocazione, avversità, rinnovamento, reciprocità, passato, posto giusto, ripetizione, intensità, passaggio.
Partire ha una storia complessa. Le radici sono in parte, indicando il distaccamento dall’altro: si parte lasciando da parte qualcosa o qualcuno. Parte però originariamente era la porzione che manca all’intero. Viene così fuori un’idea bellissima: si parte per trovare quello che manca. Ed è vero. Partiamo sempre con queste intenzioni e anche il figliuol prodigo che va lontano per cercare qualcosa che ha di fianco a sé, deve comunque partire per accorgersene. Così è per noi: bisogna davvero partire, staccarsi dalla parte che si conosce per vedere che cosa manca.
Ecco allora che ripartire diventa una partenza che ha tutte le sfumature dette prima: è qualcosa che ci colloca altrove, che ci fa incontrare mille difficoltà, che ci rinnova, che ci chiede di muoverci anche dentro, che ci fa fare i conti con il passato, che ci spinge verso il posto giusto, che ci chiede di ripetere i passi per andare verso il nuovo.
Narrazioni di ripartenza è allora il raccontare chi è ripartito per conoscere come vivere il nostro oggi. In questo tempo epocale dove la Chiesa italiana ci chiede un impegno sinodale straordinario, dobbiamo approfondire che cos’è ripartire e come dobbiamo ripartire.
Perché ci sono state persone, gruppi e comunità che sono ripartite il giorno dopo il primo lockdown e persone, gruppi e comunità che vogliono ripartire ora. C’è stata una ripartenza nell’emergenza, dove ci si è confrontato con paura, rabbia, illusioni, e c’è stata una ripartenza successiva che ha fatto i conti con la noia, e la disillusione. C’è una ripartenza tra le macerie di numeri crollati o per lo meno diminuiti e la consapevolezza di dover “cambiare” senza saper che cosa cambiare.
Ogni ripartenza ci può insegnare qualcosa. Purché sia narrata. Cioè lavorata con il pensiero, il confronto. Così le ripartenze narrate ci permetteranno di attivare tutti e tre i motori del nostro vivere. Ci toccheranno la pancia con un miscuglio di nostalgia, entusiasmo e sorpresa. Ci stimoleranno la testa con l’approfondimento, la rilettura, i collegamenti. Ci smuoveranno la volontà, con quell’ingrediente imprescindibile delle conversioni di vita, cioè l’esempio e la testimonianza. Perché sono narrazioni, ma di ripartenza, cioè di qualcosa di accaduto, di reale, vero. Perché è l’evento che fonda la testimonianza e quindi la sua narrazione.
Abbiamo bisogno di sapere di qualcuno che l’ha fatto per accenderci emozioni, riflessioni e decisioni. Perché le narrazioni di ripartenza funzionano veramente quando aiutano tre protagonisti: chi le ha compiute che capisce meglio quello che ha vissuto, chi le scrive perché fa un grande lavoro su di sé come è capitato a tutti quelli che hanno intervistato dei santi nella loro vita, e soprattutto chi le legge.
Perché si narrano solo per chi le ascolta. O per chi le legge, in questo caso.
E allora, per chiudere questo primo passo di questa nuova rubrica, dobbiamo dirci tre cose che caro lettore o lettrice, devi fare perché le narrazioni di ripartenza funzionino davvero.
Non ripetere, ma imparare. La prima tentazione è quella di copiare tout-court l’esperienza. È un errore perché ogni esperienza deve essere incarnata sempre nel tempo e nello spazio. E incarnare significa in qualche modo riadattare, ripensare, rivedere.
Sperare e iniziare. Seconda tentazione, quella del “Tanto è impossibile” con una serie di scuse infinite: “Avessi io le stesse persone…”, “Io vorrei ma son da solo…”, “Certo con quel prete…”. Forse è ora di imparare che si parte e riparte sempre da dove si è. Quando si vuole ripartire da un punto più lontano della propria posizione, si perde l’equilibrio, si cade o peggio ancora ci si blocca. È inutile girarci intorno: abbiamo un sinodo perché siamo poco sinodali, ripartiamo perché il Covid ci ha mostrato che abbiamo tante lacune. Per fortuna viviamo una fede che ci dice che ciò che è impossibile presso gli uomini è possibile presso Dio. Ce lo insegna il magistero dei santi: ognuno di loro è sempre partito da dov’era e facendo il primo passo ha capito i successivi. Come con il navigatore: ti devi muovere e così arrivano meglio le indicazioni. Dio ci mostra il cammino mentre camminiamo. Quindi facciamo un primo passo e Dio ci mostrerà come continuare. Magari ci dirà che il primo passo non era dei migliori e portava nella direzione sbagliata, ma al posto di abbatterci e arrabbiarci, dovremmo ringraziare di conoscere finalmente la strada giusta.
Rielaborare e raccontare. Se partite, poi fermatevi durante il viaggio a segnare i doni ricevuti e perdete tempo a raccontarli. Perché c’è bisogno di sapere il bello e di dargli spazio, altrimenti cadremo nella trappola della disperazione, dell’ansia da Ansa, che ci fa cercare l’ultimo bollettino dell’ultimo minuto, del complottismo e delle fake news, diventando così complici del malessere di questo tempo.
Con queste tre accortezze possiamo metterci in viaggio, attraverso le esperienze di diverse realtà in tutta Italia. Per ricordarci che Dio ama anche questo tempo, come ha amato ogni tempo e in ogni tempo ha suscitato santi e sante per rispondere con la luce alle tenebre che sembravano padroneggiare. Ogni tanto ce ne dimentichiamo. Per questo narriamo, per non scordare. E narriamo di ripartenze. Per ripartire. Anche noi, anche oggi, perché la vita è adesso.
* Agoformazione.it

