Nascere dall’alto


    Meditazione iniziale su Gv 3, 1-9

    Mons. Maurizio Gervasoni, vescovo di Vigevano

    (NPG 2022-06-6)

     

    1C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. 2Egli venne di notte da lui e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni miracolosi che tu fai, se Dio non è con lui». 3Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio». 4Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» 5Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d'acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito. 7Non ti meravigliare se ti ho detto: "Bisogna che nasciate di nuovo". 8Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito». 9Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?»

    Riprendiamo la frase di Gesù: Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio». Che significa “nascere di nuovo” per “vedere il regno di Dio”?
    In questa nostra meditazione, possiamo riferirci appunto all’età della vita della giovinezza per avere un assist importante.
    La giovinezza si propone come l’età in cui l’individuo si apre alla vita, accentuando l’atteggiamento di chi diventa autore di sé stesso. Nel cammino educativo umano questo “diventare autori di sé stessi” si attua nello sforzo di assumere il ruolo di attore protagonista. La valutazione del ritorno dagli altri è fondamentale nella plasmazione dell’identità personale, perciò parlo di “attore”. Nel bambino è centrale la rimunerazione affettiva delle azioni, in funzione del ritorno affettivo delle figure genitoriali. Nell’adolescente e nel giovane diventare attore protagonista si sposta sui criteri del ritorno di valutazione dagli altri, che non si limita all’approvazione affettiva dei genitori, ma si confronta con le ragioni, le conoscenze, la cultura di cui l’adolescente diventa sempre più padrone perché esposto all’intera società, specie dei pari. In questo modo il giovane attenta all’autorità del genitore, perché si prepara a diventarlo.
    Diventare, però, attore protagonista, non significa affatto diventare autore.
    Per essere protagonista occorre accedere alla modalità dominante sottesa all’artificio dell’attore e perciò giungere alla modalità di chi conduce il gioco. Vorrei riportare la nostra attenzione che, in questo caso, di gioco si tratta. Papa Francesco esorta i giovani a sognare, per avere la possibilità di sviluppare condizioni di vita nuove e migliori. Credo che il papa intenda sottolineare che nel sogno il giovane diventa protagonista del gioco della vita. Per far ciò, però, occorre conoscere bene le regole funzionali e le regole di strategia, al fine di vincere. E vincere significa dominare, riuscire in un ambiente difficile, ricondurre variabili e antagonisti al fascino personale, ricevere fama e approvazione…
    Tutto ciò, però, secondo un ordine, quello del gioco in questione. Esso deve essere morale, secondo regole etiche di sistema. Molta parte del cammino educativo assume le caratteristiche finora descritte e il gioco di cui si parla è riferito, in senso generale, alla cultura, su cui si costruiscono la società e la politica. L’oggetto è l’azione scenica, il cuore. Invece sommo giudice del valore di ciò che si fa e si vive, è l’individuo protagonista.
    Ma il gioco non è tutto… e ci si rende conto quando si perde. Oppure quando il corpo si ribella, quando la malattia e la fragilità prevalgono sulle intenzioni e sulle possibilità operative. Oppure quando si incontra qualcuno che non sta alle regole del gioco e impone criteri arbitrari suoi, perché egli vuole soltanto vincere a ogni costo e lo fa con la forza e con l’inganno.
    In queste esperienze si capisce che la vita non è solo un gioco, perché occorre fare i conti con l’esistenza. Essa è ciò che si vuole eliminare quando si vuole che il nemico non minacci più e lasci spazio alla mia libertà, ma essa è anche ciò che mi accorgo di non avere determinato io per me stesso, perché altri mi hanno fatto nascere e il mio corpo è quello che è e posso fare poco per cambiarlo. Nascere e morire alludono proprio a questo aspetto della nostra vita: essa è dramma e non solo gioco.
    A questo fa riferimento il nostro testo, quando Gesù dice di nascere di nuovo. Egli indica l’atteggiamento non di chi conduce un gioco da attore, ma di chi rilegge le condizioni per coglierne la logica e proporre una valutazione di dignità. Nascere di nuovo significa, nel nostro esempio, cambiare gioco. Nascere di nuovo è definito da Gesù come nascere dall’acqua e dallo spirito. E lo spirito è come il vento che soffia dove vuole e tu non lo sai.
    Nascere di nuovo allude al fatto che la verità non corrisponde a regole di universalizzazione e di criticità di cui l’uomo è capace e che gli consentono di dominare e di governare la realtà, mettendola così a suo servizio. Nascere significa mettere in discussione il ruolo dell’attore, per capire se la vita è teatro o altro. La differenza sta nel modo di porre sé stessi in questa valutazione.
    Noi riteniamo che la realtà vera sia quella che corrisponde al gioco che noi sappiamo istruire e governare. La realtà, invece, proprio alla luce dello shock esistenziale sopra ricordato, chiede di imparare a relativizzare drasticamente il nostro punto di vista. Occorre il battesimo di acqua, il cammino della conversione, ossia pensare che ciò che ci appare semplicemente vero e ovvio, tale non è, perché occorre ripensare il regno delle nostre attese per trovare il criterio di fondo della valutazione di ciò che è degno.
    Per arrivare a tale decisione bisogna ricordare che non è sufficiente decidere di cambiare gioco. Occorre nascere dallo spirito, ossia decentrate il punto di vista inglobando in esso il soggetto stesso, che nell’esistere, non dispone di sé stesso.
    Per fare questo bisogna imparare dalle sconfitte e dalle fragilità, nelle quali si supera la fatica della sconfitta, ricordando che la vita non è gioco. Insomma, recuperare lo shock esistenziale, in cui esperire il fatto di essere esistenti risulta sempre come qualcosa che non abbiamo né fatto, né progettato noi. Noi siamo stati fatti da altro e siamo così come siamo, non come vorremmo noi. E come siamo fatti noi chiede di essere ascoltato, accolto, capito e confrontato con le relazioni che ci costituiscono.
    Nascere di nuovo allude a questa esperienza per cui la verità si percepisce come qualcosa per cui interpretare la vita come un gioco di cui siamo attori protagonisti, non vale più. Una verità che non può essere dominata, non può essere ricondotta a esiti dominabili, non può accadere se non come qualcosa che ha a che fare con lo stupore, di cui rendere grazie.
    Questo si intuisce in un’altra grande esperienza della vita umana, oltre a quelle negative sopra ricordate. L’esperienza dell’amore si impone perché tu diventi te stesso solo quando hai lo stupore di essere restituito a te stesso in modo nuovo e bello dall’accoglienza di te fatta da un altro. È l’esperienza dell’innamoramento e della nascita. Qui, però, in ballo non c’è più l’attore protagonista, ma l’autore.

    C’è una icona potente che ci aiuta a capire questo cammino: l’Esodo.
    All’inizio si pone l’episodio del roveto ardente, in cui Mosè viene chiamato per nome, viene invitato a togliersi i sandali e a mettersi in ginocchio davanti a colui che dichiara di non avere nome, ma di dare nome a tutto. Inoltre Mosè riceve un compito che delineerà tutta la sua vita attorno a una missione, che francamente appare a lui come impossibile e per nulla cercata.
    Il secondo passaggio è la fase delle piaghe d’Egitto, in cui il gioco in corso, la schiavitù, viene sostituito con un altro, la liberazione.
    Il terzo passaggio è quello del Mare Rosso, dove il dramma di male e bene viene superato solo ascoltando la voce di Dio per giungere alla condizione di libertà.
    Il quarto passaggio è quello del deserto, in cui viene messo a nudo il gioco del desiderio e delle attese di ciascuno, come divergente dal quello della libertà. Lo shock esistenziale prende la figura del deserto, dove cibo e acqua scarseggiano, dove la meta non appare e dove la tecne umana sembra non avere ruolo. Proprio qui avviene il dono della Legge, che, però, esige un soggetto che la accolga di cuore.
    Infine il monte Nebo, dove il gioco della terra promessa, ormai davanti agli occhi, non è data a colui che per essa ha dato la vita.
    La vita appare così come vocazione che si plasma nell’esercizio della nostra libertà, ma che non si riduce a ciò che la libertà decide, ma accoglie come dono e condivide come gratuità in un impegno forte e inesauribile, il cui senso appare chiaramente come gratuità da cui lasciarsi avvolgere…
    Appunto: nascere dall’alto, perché la vita non è un gioco nostro. Se così fosse, il risultato sarebbe uno solo: la morte, perché ognuno vorrebbe risultare vincitore e dominatore. Segno di questa caratteristica della vita è, paradossalmente, il gioco d’azzardo: vince chi rischia la vita con una pratica che non comprende l’abilità e si affida al caso. Il desiderio rischia di rischiare e si soddisfa solo le la posta in palio fa venire i brividi.