Nuove forme di regia: una sfida di comunità


    Paolo Carrara *

    (NPG 2022-01-15)
     

    L’indagine svolta nell’estate-autunno 2019 si inserisce nel solco dell’interrogativo sul senso pastorale dell’oratorio oggi e lo attraversa assumendo un punto di osservazione specifico: quello della regia dell’oratorio stesso. Con essa si intende quella persona/quell’insieme di persone che, in forma riconosciuta e almeno minimamente strutturata, si occupa(no) di dare coerenza al cammino complessivo di un oratorio, assumendo il compito di esplicitare, tenere viva e verificare l’intenzionalità pastorale ed educativa della sua proposta. Fino a qualche decennio fa, le nostre diocesi lombarde – alcune in modo particolare – potevano vantare un numero consistente di preti giovani (e di religiose) dedicati a tempo pieno alla vita dell’oratorio. Di fatto la regia dello stesso non rappresentava un problema: anzitutto perché le dinamiche della vita dell’oratorio erano abbastanza stabili e quindi era possibile innovare, mantenendosi dentro un quadro di complessiva continuità. In secondo luogo, perché la presenza costante di “personale specializzato” rendeva effettiva la regia senza bisogno di darle esplicita tematizzazione. Per un prete dedicato all’oratorio era abbastanza naturale – anche se mai del tutto scontato! – riuscire a far convergere i diversi cammini e dare forme più o meno articolate alla progettazione della proposta. Oggi ciò è reso arduo da una situazione in cui il “si è sempre fatto così” è deleterio e in cui i preti stabilmente dedicati all’oratorio stanno scomparendo. Che ne è allora della regia dell’oratorio?


    1. Lavori in corso

    Alcune diocesi lombarde già negli scorsi anni hanno cercato di affrontare autonomamente la questione e hanno anche redatto alcune linee-guida per il cammino dei loro oratori. L’impressione complessiva è che, dentro un funzionamento che sembra essere ancora molto a “trazione clericale” | modello 1, stiano emergendo interessanti tentativi di ri-assestamento.

    La guida | modello 2

    L’emergere di questa modalità è rintracciabile in modo particolare nell’esperienza della diocesi di Brescia. I testi a cui mi riferisco sono Idee e scelte per l’oratorio bresciano (2014) e La guida dell’oratorio (2016). Essi mettono l’accento anzitutto sull’esistenza di una comunità educativa dell’oratorio, ovvero: «I giovani e gli adulti che – insieme con il parroco e il responsabile della pastorale giovanile e vocazionale della propria unità pastora­le – si impegnano a costruire e servire l’oratorio» (Idee, p. 9). Tale comunità trova convergenza nel Consiglio dell’oratorio (Cdo) che è il luogo della programmazione, dell’organizzazione e della verifica della vita dell’oratorio: «È composto dal parroco, dalla guida dell’oratorio e da alcuni membri che rappresentano i principali gruppi di responsabilità e impegno dell’oratorio» (Idee, p. 10). Lo specifico della proposta consiste nella individuazione di una guida dell’oratorio che può essere il vicario parrocchiale per l’oratorio oppure – dove questi non è più presente – un laico, una laica o una famiglia. Questa guida non si sostituisce alla responsabilità sintetica del parroco, ma diventa un punto di riferimento operativo per la vita dell’oratorio. «È un incarico che deriva da un mandato esplicito della propria comunità parrocchiale, previa approvazione diocesana»; inoltre «potrà essere retribuita per il servizio prestato» (Idee, p. 11). Quanto ai compiti che spettano a tale guida, le linee diocesane così si esprimono:

    È attenta ai suggerimenti, ai bisogni e all’accompagnamento delle persone presenti in oratorio, valorizzandone le capacità e promuovendo buone relazioni; coordina le azioni educative in un’ottica di integra­zione di progetti e contributi; sostiene la comunità educativa nel servizio offerto. La guida incontra frequentemente il Consiglio dell’oratorio per la stesura del calendario annuale, per individuare le scelte di fondo delle singole attività e iniziative e per verificare quanto attuato. Si impegna ad allargare la partecipazione favorendo la corresponsa­bilità di altri adulti e giovani e, con l’aiuto del Consiglio dell’oratorio, individua e definisce i responsabili delle varie attività dell’oratorio. (Idee, p. 11)

    Il direttore volontario con educatori (professionali) | modello 3

    Il cammino recente ha portato la Pastorale Giovanile (PG) della diocesi di Milano a redigere il testo-guida Prospettive di Pastorale Giovanile. Verifica del progetto del 2014, come ripresa e parziale ripensamento di quanto precedentemente stabilito (2011). Nell’orizzonte di una maggior valorizzazione dei laici dentro la pastorale giovanile, si riflette a proposito della direzione dell’oratorio, arrivando a riconoscere che:

    la scelta di fondo che ci sentiamo di proporre è quella della titolarità della comunità cristiana in ordine alla sua responsabilità complessiva. Ciò significa che, nel caso in cui la direzione dell’oratorio venisse affidata ad una figura laicale, quest’ultima dovrà essere espressione della comunità stessa e in grado di svolgere il suo servizio a titolo volontario. (Prospettive, n. 8)

    Tale scelta non esclude la possibilità di una presenza educativa professionalmente retribuita, secondo la misura di tempo considerata necessaria e in riferimento a progetti ben determinati. Tuttavia, si specifica che è opportuno distinguere le due figure, caratterizzate da una diversa corresponsabilità educativa pur nella convergenza dei compiti: «quella del direttore di oratorio (sempre volontaria) e quella del coordinatore o educatore (volontaria o retribuita)» (Prospettive, n. 8). Proprio per questo motivo, si ravvisa la necessità di differenziare almeno in parte i percorsi formativi proposti in relazione al ruolo (direttore/educatore) e alla modalità di servizio (volontario per il direttore e retribuito per gli educatori). Il prete non viene escluso dalla vita dell’oratorio, ma non ne è lui necessariamente il direttore.

    La equipe educativa | modello 4

    Secondo le linee-guida della diocesi di Bergamo, in particolare la lettera circolare Oratori bergamaschi e progetto delle Equipe Educative: dove siamo e dove andiamo (2017), ogni oratorio è chiamato a individuare

    un gruppo di persone tendenzialmente adulte (una decina di persone) avente l’obiettivo di custodire le finalità e le istanze fondamentali dell’oratorio: un intreccio tra Vangelo e vita che, mentre non cessa di manifestare una cura educativa per le giovani generazioni, non manca di mostrare loro la radice evangelica del suo agire educativo e il desiderio di voler contribuire alla generazione di una vita buona secondo il Vangelo. (Oratori, p. 9)

    In vista di questa finalità, le persone componenti la EE dovrebbero essere caratterizzate da: esperienza di fede, sensibilità ecclesiale, passione educativa, generosità e disponibilità di tempo; il loro servizio è volontario. I compiti di ogni EE ruotano attorno a queste dimensioni fondamentali:

    1) mantenere un legame virtuoso tra l’oratorio e la comunità parrocchiale di riferimento e di cui l’oratorio stesso è espressione;

    2) convergere su una linea educativa dell’oratorio, che possa diventare anche un progetto scritto, e che custodisca la tensione tra evangelizzazione ed educazione (l’oratorio non può essere meno di un luogo educativo; l’oratorio crede che l’incontro con il Signore sia il compiersi del processo educativo);

    3) favorire un coordinamento interno delle attività dell’oratorio e la costruzione di opportune alleanze con altre agenzie educative del territorio. (Oratori, p. 10)

    Il parroco, e/o anche il vicario parrocchiale quando presente, appartengono alla EE e si interfacciano stabilmente con essa.


    2. Nodi del cambiamento

    Dall’analisi dei documenti raccolti, iniziano ad emergere alcuni nodi di condensazione delle trasformazioni connesse alla regia degli oratori.

    Le forme

    Il legame con la comunità cristiana. Seppur differenti tra loro nelle modalità esecutive indicate, i diversi progetti diocesani convergono nell’indicare l’importanza del legame tra la forma di regia proposta, sia essa più apicale come quella di una guida o più collegiale come quella di una equipe, e l’insieme della comunità cristiana. Si ribadisce che la titolarità dell’oratorio e dell’intenzionalità pastorale e educativa che lo animano appartengono alla comunità cristiana.

    Il legame con la vita dell’oratorio. I progetti diocesani precisano che la forma di regia deve mantenersi connessa ai vari gruppi attivi e responsabili della vita ordinaria dell’oratorio. Assume un ruolo di rilievo il Cdo (Consiglio dell’oratorio), la cui costituzione segue solitamente il criterio di rappresentatività dei diversi gruppi.

    Le azioni. Proprio per i motivi indicati, i progetti diocesani attribuiscono alle forme di regia un ventaglio di azioni molto ampio e impegnativo: la gestione dello spazio dell’oratorio, il coordinamento delle attività e dei gruppi, l’attenzione alle persone (ragazzi e volontari) e alle dinamiche relazionali, la progettazione in ordine al processo di integrazione tra fede e vita, il mantenimento di rapporti con il territorio e la costruzione di alleanze virtuose con le sue istituzioni.

    Le persone

    Quanto alla figura del prete, le linee diocesane sono consapevoli della centralità che egli ancora riveste dentro la vita dell’oratorio e tuttavia, senza eliminare il valore simbolico della sua figura e la specificità del ministero che lo caratterizza dentro la Chiesa, esse cercano di prospettare una forma di oratorio in cui la figura del prete non sia più isolata né necessariamente apicale. In alcuni casi si prevede la presenza di una guida o direttore dell’oratorio diverso da lui o perché inserito in una equipe, e al contempo che non sia necessariamente lui la figura sintetica della vita dell’oratorio.

    Quanto ai laici impegnati nella forma di regia, emergono alcune interessanti tensioni binarie. Anzitutto quella tra una disponibilità alla regia assunta in modo gratuito – indicato di per sé in modo prevalente – e quella che invece prevede una retribuzione. Un’altra riguarda la scelta tra un’unica persona, in genere piuttosto apicale, e un gruppo abbastanza strutturato. Vi è poi una significativa tensione a proposito delle competenze di cui il laico implicato dovrebbe essere espressione: da un lato, poiché si inserisce nella regia di uno strumento pastorale come l’oratorio, egli dovrebbe manifestare una certa sensibilità ecclesiale e conoscere la pastorale e le sue finalità; dall’altro, proprio perché l’evangelizzazione è un processo educativo, egli dovrebbe anche avere una attenzione particolare per le questioni educative (pedagogiche). La forma di regia poi oscilla tra l’essere un luogo di effettivo discernimento e presa di decisione all’essere “soltanto” di carattere consultivo, a fronte di una decisione che spetta sempre e comunque al prete, sia che questi appartenga stabilmente alla forma di regia implicata sia che questi la affianchi in forma più discreta. A seconda delle modalità in cui viene costruita la regia, si mette l’accento sul fatto che coloro che la compongono siano espressione diretta della comunità cristiana oppure che siano figure esterne ad essa e ingaggiate per questo ruolo. Da ultimo, emerge anche un’altra tensione: la regia può essere scelta e incaricata in modo semplice, come avviene per molti altri incarichi ecclesiali e interni alla vita stessa dell’oratorio, oppure può essere accompagnata da un momento di istituzione ufficiale, con mandato esplicito a livello parrocchiale e/o diocesano.

     
    3. In ascolto della realtà

    Attorno ai quattro modelli di base individuati (1: trazione clericale; 2: guida volontaria o retribuita; 3: direttore volontario con educatori; 4: equipe educativa) possono essere classificate le 29 esperienze che l’indagine ha approfondito. Al nome della parrocchia dell’oratorio studiato, segue una telegrafica indicazione circa la forma di regia che in esso viene messa in atto e, tra parentesi, il modello a cui quell’esperienza di regia può essere ascritta:

    Vigevano centro: prete parroco + giovane laica volontaria e animatori giovani (1)
    Regoledo (Co): prete parroco + responsabile laico del livello gestionale (1)
    Cermenate (Co): prete parroco + educatrice professionale (2)
    Varese (Mi): più PG che OR; prete vicario PG e educatore che gestisce 1 dei 7 OR presenti (1)
    Livigno (Co): prete vicario PG + presidente laico dell’OR e Consiglio NOI (4)
    Sagnino (Co): prete vicario PG + commissione OR (1)
    Lumezzane (Bs): preti vicari PG + guida laica (2)
    Monte Vaiano (Crema): prete vicario PG + CdO + NOI gestionale (1)
    Alessandro (Pv): prete vicario PG + educatrice (1)
    Rogno (Bs): prete vicario PG + guida dell’OR volontaria (2)
    Centro S. Luigi (Crema): Cda della Fondazione con il prete come assistente spirituale (4)
    Pianengo (Crema): prete parroco + CdO + NOI gestionale (1)
    Mo.In (Pv): prete parroco + gruppo giovani Unità Pastorale (1)
    Vescovato (Cr): prete parroco + educatore residente + commissione (2)
    Brembate Sopra (Bg): prete parroco + EE + responsabile OR volontaria (4)
    Cellatica (Bs): prete parroco + guida dell’OR retribuita (2)
    Borgosatollo (Bs): prete vicario PG + giovani educatrici + CdO (1)
    Casalpusterlengo (Lo): prete vicario PG + fraternità intergenerazionale (4)
    Monza (Mi): prete vicario PG + famiglia Km 0 (3)
    Angelo Lodigiano (Lo): prete parroco + educatore laico retribuito (3)
    Villaggio Sposi (Bg): prete parroco + EE con educatrice professionale (4)
    Treviglio (Mi): più PG che OR, prete vicario PG + equipe (4)
    Seregno (Mi): prete vicario PG in commissione cittadina con educatore professionale + referenti OR (3)
    Cologno Monzese (Mi): prete vicario PG + referenti OR + consulente pedagogico (3)
    San Pellegrino Terme (Bg): prete parroco + EE (4)
    Calvenzano (Cr): prete parroco + educatore professionale (1)
    Almé (Bg): prete vicario PG + EE (4)
    Pizzighettone (Cr): prete parroco + DirettOratorio (4)
    Leffe (Bg): prete parroco + EE con educatori professionali (4)

    Poiché, come sempre, la realtà si smarca per eccesso o per difetto rispetto a quanto è stato ufficialmente stabilito e mostra ulteriori possibilità, fatiche, incongruenze, assestamenti inattesi, risulta ora utile soffermarsi sulla ripresa di tre esperienze ascrivibili ciascuna ad uno dei tre modelli più innovativi[1].

    La guida dell’oratorio a Cellatica (Brescia)

    Con il forte impulso del parroco, dopo la partenza dell’ultimo vicario parrocchiale e in concomitanza con il lancio del progetto della diocesi, la parrocchia di Cellatica ha deciso di dotarsi di una guida dell’oratorio, affidandole la regia dello stesso per un tempo di 3 anni, come previsto dalle linee-guida diocesane. Di fatto si tratta di un giovane-adulto che, da sempre inserito nella vita dell’oratorio, è stato appunto scelto per questo ruolo di conduzione. La ricchezza di questa esperienza risiede nel fatto che tale guida ha frequentato il percorso apposito di formazione che la diocesi ha approntato e che la sua scelta è stata resa oggetto di discussione sia all’interno del Consiglio pastorale parrocchiale sia all’interno del Cdo. Le resistenze maggiori sono emerse proprio in quest’ultimo, tuttavia la decisione è stata confermata. Come previsto dal progetto diocesano, tale guida svolge un servizio retribuito (è il suo lavoro), anche se la spinta vocazionale fa sì che alle ore pagate si affianchino varie ore di volontariato. La guida si interfaccia costantemente con il parroco e con gli organismi di comunione della parrocchia, in particolare il Consiglio pastorale e il Cdo, di cui egli redige l’ordine del giorno e che si impegna a guidare. Il vantaggio consiste nella presenza di una figura stabile che si dedica con costanza alla conduzione dell’oratorio. Con questa presenza, anche se non è caratterizzata dalla residenzialità, si è venuto a colmare il vuoto lasciato dal venire meno del prete giovane, un tempo dedicato a tempo pieno all’oratorio. Oltre che l’attenzione ad una serie di questioni pratiche, la guida cerca di coordinare i vari ambiti di vita dell’oratorio, tenendo i rapporti con responsabili e collaboratori. Spesso rappresenta l’oratorio anche in tavoli di confronto con altre realtà esterne, come l’amministrazione comunale, e in essi la sua figura è tendenzialmente accettata.

    Tra i limiti di questa esperienza che nell’intervista vengono menzionati vi è anzitutto l’ammissione di una certa fatica nel riconoscimento da parte di alcuni volontari e educatori interni alla vita dell’oratorio: c’è chi non accetta che per questo ruolo sia stata scelta proprio questa specifica persona e non un’altra; c’è chi sposa una logica passiva di delega. Un’altra fatica è connessa al tipo di azioni che la guida si trova a compiere: esse, almeno finora, si assestano molto sul livello della gestione degli spazi e della organizzazione pratico-logistica della vita dell’oratorio, ma faticano a toccare anche il livello della progettazione, della verifica, del rilancio.

    Restano aperte alcune domande: come è possibile aiutare tutti i volontari dell’oratorio a superare il rischio della delega? Come aiutarli a riconoscere che la guida è chiamata anche ad un lavoro “altro”, diverso rispetto a quello soltanto organizzativo? Una questione interessante si pone anche a livello di sostenibilità economica del progetto, poiché si tratta di una figura retribuita.

    I referenti laici degli oratori e gli educatori a Cologno Monzese (Milano)

    L’esperienza di Cologno Monzese e delle altre parrocchie milanesi intervistate non è immediatamente equiparabile poiché si tratta di parrocchie di grandi dimensioni oppure di comunità pastorali in cui ogni oratorio si trova in rete con altri oratori della stessa comunità. Ma non è soltanto una questione di numeri diversi: l’impressione è che in queste realtà sia più chiara l’idea secondo cui la pastorale giovanile non si riduce all’oratorio e che non necessariamente deve accadere nelle sue mura. Da qui deriva una forma organizzativa piuttosto interessante, anche se un po’ complessa quando la si affronta per la prima volta. Ne dà eloquente attestazione la realtà intervistata di Cologno Monzese: si tratta di 5 parrocchie per un totale di 50.000 abitanti. Fino a qualche anno fa vi erano 5 preti impegnati nella pastorale giovanile, oggi ne è rimasto 1, incaricato della pastorale giovanile per tutta la città. L’obiettivo, intanto solo parzialmente realizzato, consiste nel dar vita ad una forma organizzativa di questo tipo: una commissione cittadina di pastorale giovanile coordinata da un educatore professionale retribuito, in cui convergerebbero i rappresentanti delle equipe di educatori di ogni oratorio; un direttore laico volontario per ognuno dei 5 oratori, con l’obiettivo di mantenere un collegamento tra la parrocchia e gli educatori; una figura (volontaria o retribuita) che sia presente regolarmente in oratorio per accompagnarne la vita ordinaria. Il progetto è solo parzialmente realizzato perché finora tra i referenti dei 5 oratori vi sono anche il prete e una suora; l’obiettivo è di arrivare ad avere 5 referenti laici, uno per oratorio, a titolo volontario, secondo l’istanza per cui è la comunità educante che deve prendersi cura del proprio oratorio. Inoltre, non sono state ancora trovate le figure stabilmente presenti in oratorio per compiti di gestione e educativi diretti (il cortile).

    La ricchezza di questa strutturazione dipende anzitutto dalla sua genesi: essa è il frutto di un lavoro intenso di coinvolgimento, che ha portato le varie componenti dei singoli oratori ad essere protagoniste di questo progetto, e che ha visto un coinvolgimento anche della diocesi attraverso l’ispirazione alle linee-guida da essa promosse. Forte è la valorizzazione della comunità educante e il desiderio che sia essa, anche nella forma di presenze laiche volontarie, a prendersi cura della vita dell’oratorio. Ciò non esclude, come già indicato, la possibilità di ingaggiare figure educative professionali retribuite, ma attribuisce loro una posizione ben definita: a una figura si chiede il coordinamento della commissione cittadina di pastorale giovanile e la consulenza pedagogica al suo interno; ad altre di partecipare a progetti educativi specifici, dentro una progettualità complessiva sulla vita dell’oratorio. Interessante anche un tentativo, seppur ancora parziale, di reinterpretazione della figura del prete presente e, in modo analogo, della suora: essi si occupano di sostenere soprattutto la parte vocazionale e spirituale delle persone coinvolte nella regia, e non sono i diretti referenti e coordinatori di tutto.

    L’equipe educativa ad Almé (Bergamo)

    L’EE di Almé è un gruppo di 7 persone più il prete, vicario parrocchiale per l’oratorio. La composizione è variegata, anche se prevalgono le figure femminili e adulte. Sono tutte persone che prestano un servizio volontario che, nella maggior parte dei casi, si aggiunge a incarichi che le rendono già attive dentro la vita dell’oratorio e della più ampia comunità parrocchiale. Il legame con essa è dunque forte e chiaro. Dal racconto a più voci emerge che finora l’EE si è occupata di tenere i rapporti con i volontari dei vari settori della vita dell’oratorio, dando importanza alla dimensione relazionale. Essa ha poi cercato di offrire ai vari gruppi oratoriani alcune provocazioni, in ordine alla assunzione di uno stile condiviso.

    Gli stessi membri della EE definiscono il lavoro sinora fatto ancora piuttosto “dietro le quinte”: hanno cercato di amalgamarsi come gruppo, di dare uno sguardo complessivo alla vita dell’oratorio e di condividere alcune riflessioni più generali sul senso dell’oratorio e sullo stile dell’educare in oratorio. Appaiono consapevoli del fatto che questo lavoro in sordina faccia sì che finora la loro presenza sia poco conosciuta e riconosciuta. Come limiti individuano anzitutto il dato secondo cui il coordinamento effettivo della vita dell’oratorio è ancora molto in mano al giovane prete, che da direttore dell’oratorio è presente stabilmente. In modo analogo, si interrogano anche rispetto al loro stesso gruppo: anche in questo caso con onestà osservano che la stessa EE è ancora coordinata dal vicario parrocchiale e che il loro lavoro di laici di fatto ha potuto tenere grazie alla sua presenza.

    Emerge di conseguenza la domanda circa il futuro di questa esperienza, anche rispetto al giorno in cui il vicario parrocchiale non sarà più presente. Ci si interroga altresì rispetto al loro metodo di lavoro e rispetto alla modalità di gestione dei conflitti che sono nati all’interno della loro EE, oltre che con altri volontari e gruppi dell’oratorio: finora sono stati trattati dal vicario parrocchiale, ma il giorno in cui lui non ci sarà più?


    4. Alcuni orientamenti

    La comunità cristiana

    Un primo dato che emerge dall’ascolto della realtà è certamente quello della presenza di tante energie, a volte superiori a quelle che ci si immagina. Per la verità va anche riconosciuto che spesso il modo di procedere appare un po’ chiuso su se stesso: sembra che il problema sia quello del mantenimento della struttura-oratorio, con tutte le attività che si sono consolidate nel corso della storia anche recente. È più difficile che emerga la domanda, oggi invece necessaria, circa il futuro dell’oratorio, o meglio circa l’oratorio del futuro.

    Tale compito chiama in causa la comunità cristiana nel suo insieme. Tuttavia, secondo l’asse ecclesiologico uno-alcuni-tutti[2], ci vuole qualcuno (alcuni) che all’interno della comunità cristiana (tutti) in sinergia con la figura di presidenza del prete (uno) mantenga viva la domanda circa il compito pastorale e educativo dell’oratorio. Si tratta di non accontentarsi della sola dimensione aggregativa e di intrattenimento, ma di chiedersi in che modo l’oratorio possa continuare ad essere un ambiente fecondo in cui far sperimentare una sorta di tirocinio di vita cristiana.

    L’oratorio del futuro deve trovare nuove strade per favorire l’intreccio tra il racconto della vita di Gesù e la passione, gratuita e disinteressata, alla vita stessa delle persone. Serve una regia – appunto gli “alcuni” che sono espressione della comunità cristiana tutta – che riflettano sulle esigenze di questa tessitura e ibridazione tra Vangelo e vissuti. Qui si gioca il DNA dell’oratorio. L’oratorio è perciò questione che interpella la comunità cristiana nel suo insieme, e la prima regola che la ricerca ci consegna è che una regia dell’oratorio risulta feconda soltanto se nasce dentro una comunità che sente come significativa la questione dell’educazione alla vita e alla fede dei ragazzi e che di essa si sente responsabile.

    La regia come gruppo strutturato

    Quanto alla forma specifica che la regia può assumere, dall’indagine compiuta emerge più marcatamente l’esigenza di immaginare la forma di regia secondo la modalità del gruppo (equipe, consiglio) e non attribuendo tale compito ad una figura univoca e apicale. Un gruppo di persone formato da laici e laiche, a cui si associa il prete (parroco e/o vicario/coadiutore-curato). Vi può far parte anche una religiosa, se impegnata nella vita dell’oratorio.

    È bene che tale gruppo abbia una composizione ad hoc. Può essere utile che in oratorio permanga la presenza di un Cdo, strutturato in modo che ogni gruppo abbia in esso un proprio rappresentante e sbilanciato sulle questioni gestionali e organizzative (da calendario) dell’oratorio. Il gruppo di regia di cui qui si parla dovrebbe invece essere costituito da persone caratterizzate da vocazioni diverse, una accentuata competenza rispetto alle questioni pastorali e una forte attenzione educativa. Il compito di tale gruppo, infatti, come già si è detto, dovrebbe essere quello di provocare l’oratorio in ordine a quel gioco di tessitura e contaminazione tra Vangelo e vissuti. In tale senso sarebbe utile che tale gruppo fosse caratterizzato da una sana integrazione tra fare e pensare: se il compito precipuo del gruppo di regia dovrebbe essere quello di progettare e indicare le linee di fondo dell’oratorio, sembra opportuno che almeno una buona parte delle persone che lo compongono siano implicate nella vita concreta e ordinaria dell’oratorio stesso, attraverso qualche forma di servizio.

    Per le ragioni indicate, sembra opportuno provare a percorrere anzitutto la strada del servizio gratuito. Chi appartiene alla regia dell’oratorio è espressione di una comunità cristiana che decide di assumere l’oratorio come strumento pastorale e per il quale investe anzitutto le risorse umane che ha a disposizione. Il rischio della delega è sempre in agguato; lo è anche in una situazione come l’attuale. Credo che l’introduzione stabile, in ministeri educativi riconosciuti, di figure retribuite potrebbe accentuare questo effetto. Inoltre, alla luce della situazione complessiva delle nostre Chiese diocesane e alla luce dei percorsi intrapresi precedentemente da altre Chiese europee, pare che la via della retribuzione sia difficilmente sostenibile a lungo termine, se la si assume come strategia diffusa e in forma apicale.

    All’interno del gruppo di regia è opportuno individuare la figura di un coordinatore. A lui spetta il compito di prendersi cura – gratuitamente – del gruppo stesso sotto questi profili: il coordinamento effettivo del gruppo (convocazione, ordine del giorno, comunicazioni), l’organizzazione del gruppo e la distinzione dei ruoli (non tutti devono occuparsi di tutto), la cura delle relazioni tra i membri del gruppo (attenzione alle dinamiche relazionali e alla gestione dei conflitti), la cura della tenuta complessiva del gruppo. È bene che questo ruolo non venga esercitato dal prete che appartiene al gruppo di regia, ma da uno dei membri laici.

    All’interno del gruppo di regia è opportuno che venga individuata anche la figura di un referente dell’oratorio. Egli appartiene al gruppo di regia e costituisce la figura sintetica di espressione della regia stessa. Proprio per questo motivo assume un rilievo sintetico anche rispetto alla vita complessiva dell’oratorio. È utile andare progressivamente nella direzione di fare in modo che questa figura del referente non sia il prete (sia egli il parroco o il vicario incaricato della pastorale giovanile), ma un membro laico del gruppo di regia. Se l’oratorio è di dimensioni contenute si può immaginare che i ruoli del referente e del coordinatore vengano assunti dalla stessa persona. Confermando la direzione precedentemente indicata circa il privilegio per l’opzione del volontariato, si osserva che per oratori molto grossi è possibile immaginare che la figura del referente sia anche retribuita. In tal caso, pare opportuno che venga scelta una persona esterna alla comunità cristiana di riferimento. Rimane comunque necessario l’inserimento di questa figura nel gruppo di regia previsto.

    Il presbitero, evidentemente con possibilità diverse a seconda che si tratti del parroco o del vicario incaricato in modo stabile per la pastorale giovanile, appartiene al gruppo di regia e se può vi partecipa in modo costante, esprimendo le proprie valutazioni in merito alle questioni che la regia affronta. Ciò tuttavia non implica che il prete debba essere la figura sintetica e apicale di ogni aspetto della regia. Già si è detto che è bene che i ruoli del coordinatore e del referente non siano rivestiti dal prete, ma tale indicazione non vuol dire estromettere il prete dalla vita dell’oratorio: legittimamente egli può mantenere l’oratorio come campo privilegiato della sua azione pastorale perché, per esempio, esso gli offre occasioni di incontro e prossimità con bambini e ragazzi, adolescenti, famiglie… Il prete mantiene un ruolo specifico dentro il gruppo di regia, ma appunto non necessariamente quello del governo su tutto. Sono efficaci, a tal proposito, due espressioni rinvenibili nelle interviste raccolte. A Livigno si dice che il prete non è colui che gestisce l’oratorio, ma colui che aiuta la sua gente a gestire l’oratorio. In modo analogo, nell’esperienza di Ger.Mo.In (Gerenzago, Monteleone di Pavia, Inverno) si chiede al prete «che permetta al suo gruppo di avere la voglia di sognare, e di mettere in pista questi sogni». Dentro il gruppo di regia il ministero del prete si può perciò declinare secondo queste direzioni privilegiate: 1) il prete chiama i membri designati a far parte del gruppo di regia; 2) sostiene il loro lavoro, sostiene le figure del coordinatore e del referente; 3) ne alimenta la spinta vocazionale, il cammino spirituale e la dinamica fraterna. La regia non è un gruppo di gestione, ma un gruppo di fratelli e sorelle nella fede che, in nome di una comunità cristiana, si prendono cura di uno sguardo a 360° sulla vita dell’oratorio.

    La scelta in favore della base volontaria non esclude la possibilità che vengano ingaggiate alcune figure professionali con una adeguata retribuzione. Positiva, sotto questo profilo, può essere la collaborazione stabile tra le parrocchie – meglio ancora la diocesi – e alcune cooperative sensibili alle prospettive ecclesiali. Da questo bacino è possibile individuare, e accompagnare anche in una formazione specifica relativa alla realtà dell’oratorio, alcune figure professionali che lavorino sui seguenti fronti: sostegno al gruppo di regia per le questioni educative e pedagogiche, sostegno ai collaboratori e volontari che agiscono nella vita ordinaria dell’oratorio, presenza nell’informalità per attenzioni educative e per particolari progetti.

    La costituzione e la formazione del gruppo di regia

    Per la delicatezza del servizio ecclesiale che, dentro l’oratorio, è chiesto al gruppo di regia, appare decisivo il cammino attraverso il quale si giunge alla sua costituzione. Tra le tappe principali va evidenziata anzitutto la chiamata da parte del parroco, dietro cui si gioca una questione non soltanto funzionale, ma simbolica: attraverso questi laici è la comunità cristiana tutta che esprime la sua “ministerialità educativa”[3]. Utile, come raccontato da alcune delle realtà intervistate, è poi il momento del mandato diocesano e quello della consegna dell’incarico a livello di parrocchia o di Unità Pastorale, in modo da attivare una dinamica di riconoscimento. Anche le figure del coordinatore e del referente – o l’unica figura che assomma i due ruoli – hanno bisogno di un riconoscimento e mandato specifici. È utile che il progetto diocesano preveda un mandato a tempo (per esempio di 5 anni).

    Decisivo è l’accompagnamento dei membri scelti per il gruppo di regia in un cammino spirituale e di esplicita appartenenza ecclesiale, nel cui solco si iscrive anche la loro formazione “tecnica”. Tale formazione deve essere precedente all’ingresso di un membro nel gruppo e deve proseguire anche nell’esercizio di questo ministero di fatto. Sottolineo che la formazione deve riguardare sia il versante complessivo della pastorale e quindi la comprensione dell’oratorio dentro l’azione evangelizzatrice della Chiesa, sia lo specifico delle dinamiche educative che l’attenzione all’età evolutiva fa emergere con forza. Il coordinatore del gruppo di regia andrà formato anche sulla questione specifica del metodo di lavoro, in modo tale che il gruppo di regia possa operare in modo efficace e, al contempo, che egli sia pronto a gestire e sostenere eventuali conflitti e criticità.

    Se l’orientamento verso un gruppo di regia dell’oratorio chiama in causa direttamente ogni singola comunità cristiana, il livello diocesano risulta decisivo per il sostegno e il supporto complessivo. In particolare, mi pare che il contributo degli uffici di pastorale giovanile possa toccare i seguenti ambiti:

    offerta di linee-guida, non troppo rigide, ma sufficientemente strutturate, per prospettare alcuni cammini possibili;
    sostegno (anche mediante un tutor) e studio delle esperienze in atto, non solo nella direzione della verifica dell’applicazione delle linee diocesane nelle diverse realtà, ma anche in quella della revisione delle linee diocesane a fronte delle novità e delle fatiche che le diverse realtà mettono in atto;
    formazione adeguata ai membri del gruppo di regia;
    cura del mandato diocesano, in relazione con il Vescovo.

    Il livello diocesano può intervenire anche nella strutturazione di rapporti stabili con alcune cooperative del territorio che si mostrano particolarmente sensibili alle questioni educative dentro il contesto ecclesiale. Da esse possono essere scelti gli educatori professionali di cui il gruppo di regia si avvale per il bene dell’oratorio.

    * Teologo pastorale - Diocesi di Bergamo


    NOTE

    [1] Il contributo predisposto per la pubblicazione include anche la descrizione di tre esperienze che, pur associabili ad uno dei tre modelli presi in esame, mostrano una declinazione assai originale e interrogante (cfr. i box): oratorio di Livigno (Como) con il Consiglio del NOI, Centro S. Luigi (Crema) con la Fondazione, oratorio di Monza (Milano) con una famiglia missionaria km 0.
    [2] Come riferimento per approfondire: Commissione Teologica Internazionale, La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa, «Il Regno. Documenti» 11/2018, 329-356.
    [3] L’espressione compare al n. 22 della Nota pastorale della CEI sull’oratorio Il laboratorio dei talenti (2013).