Occhi per ascoltare, orecchie per vedere


    Riordinare la nostra percezione della Bellezza

    Giulia Privitelli *

    (NPG 2022-04-13)

     

    «Che strano pianeta!» pensò allora il piccolo principe. «È tutto secco, puntuto e arido. E gli uomini sono privi di immaginazione. Ripetono quello che dicono gli altri... Da me c’era un fiore, e parlava sempre lui per primo...».
    Antoine de Saint-Exupery, Il Piccolo Principe[1]

    Queste parole, pronunciate durante una delle notti più lunghe e cupe della storia dell’uomo, risuonano ancora oggi in tutta la loro luminosità. Scaturiscono dalla mente curiosa di un giovane principe –  e dalla penna di un vecchio pilota – che rifiuta di accontentarsi della tristezza di ciò che vede e della monotonia di quanto esce dalla bocca della gente. Riflettendo su tutta questa mancanza di vita, al piccolo principe torna in mente un’immagine del tempo trascorso ‘a casa’, prima di lasciare il suo pianeta asteroide: un fiore, incapace di ripetere ciò che gli altri dicono perché è sempre lui a voler parlare per primo: innocente, impulsivo, fiero, ma anche pieno di quella vulnerabilità e autenticità che lo rendevano unico. Il ricordo di tutte le sue parole, azioni, e osservazioni, spingerà infine il piccolo principe a riconoscere il suo amore per quel fiore, così unico nella sua bellezza autentica.
    E sarà ancora una volta il piccolo principe ad ammettere che ‘l’essenziale è invisibile agli occhi.’ Ci vogliono occhi per ascoltare e orecchie per vedere. Ai nostri giorni vedere e ascoltare sembrano essere diventate due facoltà sostanzialmente opposte. Questa opposizione è alla base di quel senso di confusione e disorientamento che tutti noi sperimentiamo in questa epoca così stranamente incorporea.[2] Per questo potrebbe sembrarci in fondo poco stravagante e radicale pensare di proporre che, per evitare di cadere nella disperazione, si debba sottoporre il nostro alquanto frammentato e dissociato modo di percepire il mondo a una seria operazione di restauro. E forse proprio i giovani di oggi sono coloro che meglio d'ogni altro possono fare da apripista; con il loro spirito d’avventura, la curiosità e l’irrequietezza tipica della gioventù, che si rifiuta di accontentarsi di ciò che è visibile agli occhi e percepibile alle orecchie.
    “Quale bellezza per i giovani d’oggi?” è la domanda al centro di questo breve articolo. Si tratta di una reminiscenza della provocazione rivolta dal giovane malato agnostico Ippolit al principe Myshkin (per una strana coincidenza, ancora un altro principe), raccontata da Dostoevsky nel suo romanzo L’Idiota: ‘”È vero, principe, che una volta diceste che il mondo sarà salvato dalla bellezza?”.[3] Il nichilismo insito nella visione del mondo di Ippolit diventa insopportabilmente palpabile nel suo discorso dalle forti tinte narcisiste ‘Una spiegazione necessaria’. Qui Ippolit riporta la sua reazione davanti al Cristo Morto, opera del pittore Hans Holbein:

    «Guardando quel quadro, la natura ci si presenta sotto l'aspetto di una enorme belva implacabile e muta, o, per esprimerci in modo più esatto, anche se strano, di un'enorme macchina di nuovissima costruzione che abbia insensatamente afferrato, stritolato e inghiottito, sorda e insensibile, un essere grande e inestimabile: un essere che da se solo valeva tutta la natura e tutte le sue leggi, tutta la terra, la quale forse e stata unicamente creata per l'apparizione di quell'essere! Da quel quadro sembra appunto che si esprima questo concetto di una forza oscura, insolente e stupidamente eterna alla quale ogni cosa e sottoposta, e che esso si comunichi involontariamente a voi.»[4]

    Queste parole fanno in qualche modo da specchio a quella che è la reale esperienza del mondo che numerosi giovani fanno: un luogo dislocato, fatto di pianto, che per numerose ragioni – economiche, politiche, religiose, etniche, personali[5] – non può considerarsi casa. Questo mondo è il palcoscenico del lamento e dell’incredulità; della difficoltà di conciliare la libertà con la responsabilità, il tradimento con il perdono, la disperazione con la fede, il brutto con il bello. Eppure, in quello che possiamo paragonare a un atto di ‘incredulità sospesa’, la risposta del principe Myshkin davanti a quello stesso dipinto di Holbein ci ricorda come spesso tendiamo a proiettare su Dio la limitatezza dell’essere umano. Ciò accade ogni qual volta ci capiti di trovarci davanti all’inspiegabile. Inspiegabile è l’essenza dell’esperienza religiosa – così come della bellezza, dell’amore o della morte –  ‘che sfugge a qualsivoglia ragionamento, a qualsiasi colpa o delitto, a qualsiasi ateismo; c’è in esso qualcosa di inafferrabile e ci sarà eternamente, c’è in esso qualcosa su cui sorvoleranno sempre gli atei, che parleranno eternamente di tutt’altra cosa.’[6]
    Riconoscere ciò che è ‘tutt’altra cosa’ vuol dire quindi accettare l’irraggiungibile. Non si tratta però di una rassegnazione nichilistica allo stato delle cose, ma di un atteggiamento di umiltà e apertura speranzosa verso la possibilità del cambiamento e della trasformazione. In un mondo sempre più multiforme e complesso forse ora più che mai è necessario mettere in pratica la sobrietà. Non la sobrietà stoica, ma quella che scaturisce dalla temperanza, la virtù cristiana che incoraggia a dare giusto peso e misura a ogni cosa. Nell’iconografia quattro-cinquecentesca la Temperanza è spesso personificata da una figura femminile intenta a versare del liquido (di solito vino) da un contenitore pieno a un altro vuoto. Grazie a questa virtù gli esseri umani sono in grado riconoscere l’eccesso proveniente dal caos del mondo esterno; grazie a questa virtù è possibile mettere ordine – attraverso la grazia di Dio – dentro l’animo, evitando così il rischio di restare ‘vuoti’ e privi di vita. La temperanza è dunque espressione di quella umiltà che, secondo le parole di san Giovanni Paolo II, ‘è condizione necessaria per l’armonia dell’essere umano, per la sua bellezza interiore … un ragazzo o una ragazza devono essere belli in primo luogo e soprattutto interiormente.’[7] Senza la temperanza, tutti gli altri sforzi rivolti al perfezionamento della propria idea o immagine di bellezza risultano vani, se non addirittura distruttivi.
    In molte società altamente sviluppate c’è la tendenza, fra i giovani, a orientarsi sempre di più verso uno stile di vita improntato al raggiungimento di un alto livello di benessere fisico, insieme alla messa in pratica di comportamenti improntati all’onestà. È un cambiamento che riguarda sia la cura dell’immagine personale che le scelte in campo alimentare, così come l’acquisto di prodotti e tecnologie eco-sostenibili, la ricerca di trasparenza economica e politica, e così via.
    In qualche modo si assiste a un desiderio mai visto di una qualche rinnovata connessione con noi stessi, con la natura e con un’invisibile qualità insita nel tessuto connettivo del creato. Basti solo pensare alla costante crescita nell’offerta di manuali di spiritualità, guide fai da te e libri motivazionali, che riempiono la sezione ‘mente, corpo e spirito’ delle maggiori biblioteche e librerie. Certo, da una veloce ricerca su internet sul rapporto tra giovani e bellezza nella cultura contemporanea, ne risulta una quantità impressionante di articoli sugli effetti prodotti dall’attrattività fisica e dall’immagine del corpo sul benessere e lo sviluppo sociale e psicologico. Eppure io penso che ciò non contraddica affatto questo desiderio profondo di grandi esperienze incarnate, di appartenenza, armonia interiore e bellezza. Con un piccolo sforzo di immaginazione possiamo immaginare che questo sia esattamente il desiderio provato dal piccolo principe al pensiero del tempo passato ‘a casa’ insieme al suo fiore, che parla per primo e che perciò viene ascoltato.
    Non sorprende come un fenomeno simile emerga con forza maggiore proprio adesso—perlomeno negli ultimi due anni – in un momento in cui l’equilibrio fra mondo fisico e mondo virtuale si è spostato in maniera spropositata verso quest’ultimo. Prima di sprofondare nel grande e minaccioso abisso dell’incubo dell'isolamento e della solitudine – anzi, della separazione da noi stessi – non dimentichiamoci che persino Ippolit, dopotutto, desiderava che qualcuno lo ascoltasse.
    Ma se il desiderio è lì, cosa è che minaccia di intralciare questo movimento interiore verso l’armonia? Si tratta di qualcosa che riguarda solo i giovani? Per cercare una risposta, passiamo adesso a un altro esempio classico, questa volta attinto dal mito: la storia di Narciso e Eco. Tanto per cominciare, si tratta di una tragedia in cui la bellezza non salva, ma piuttosto conduce alla morte. La bellezza di Narciso non solo è stata nascosta a lui stesso, ma anche al mondo che lo circonda. Ciò di fatto rende impossibile al giovane la relazione, l’incontro con lo sguardo dell’altro, che gli permetterebbero di sviluppare così la propria identità.[8] Come conseguenza del suo isolamento e dell’alienazione dal resto del mondo, il giovane Narciso non è consapevole della propria bellezza. Ancora peggio, la mancanza di un incontro lascia dentro di lui un buco, un vuoto – come in una piscina senza fondo – da cui emerge l’ossessione per se stesso; un vuoto continuamente riempito dalla stessa cosa.
    Pensiamo a quanto questo racconto sveli una scomoda somiglianza con il sistema degli algoritmi imperante sui social media: tutto ciò che suscita il nostro interesse viene raccolto per poi venirci riproposto, spingendoci così a interagire con altri utenti che condividono con noi opinioni e modi di pensare. Tutto questo produce programmaticamente una bolla di uniformità, letteralmente ‘una camera eco’: il social network minaccia di far annegare i suoi utenti.
    Tornando al racconto mitico, Narciso non ‘si innamora’ della sua immagine, secondo un’analisi oggettiva o soggettiva della sua bellezza in relazione al resto del creato. L’ossessione per sé stesso è incoraggiata dalla ripetizione dell'identico, di quella sua immagine irriconoscibile: la voce di Eco, che ripete le parole di Narciso, conferma una realtà che agli occhi del ragazzo è basata sulla sua stessa immagine e sulle sue parole. Narciso non può far altro che incontrare sempre la stessa cosa.[9] È lui il primo a parlare, ma è anche l’ultimo. Ciò lo porta a appigliarsi alla sua immagine, o piuttosto al suo ‘simulacro’, cosa che, come sappiamo dal racconto, rappresenta per lui una condanna a morte. La vera tragedia di Narciso risiede quindi nel non essere consapevole della bellezza che gli era stata donata. Narciso non conosceva se stesso, e conoscere se stessi, secondo il dettame socratico, è il primo passo verso la salvezza e la porta d’ingresso nello spazio del sacro.[10]
    Tuttavia la tragedia di Narciso nasconde una nota di speranza, rintracciabile proprio nella condizione di schiavitù del giovane. Sebbene Eco – così come la gente osservata dal piccolo principe – è condannata a ripetere solo ciò che gli altri dicono, e a essere per questo evitata da tutti, è proprio lei che fa da “specchio auditivo” al desiderio più profondo di Narciso: incontrare una bellezza nascosta e ascoltare in quell’immagine una voce che non solo proclami ad alta voce la bellezza del ragazzo, ma anche la sua identità, la sua esistenza e la sua ragion d’essere in questo mondo – in altre parole, la sua missione che, come dice la parola stessa, è ciò che rende liberi.[11] L’affermazione della propria bellezza è dunque naturalmente legata ai concetti di identità e missione. ‘Perché tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima, e io ti amo,’ sono le parole rassicuranti di Dio al ‘sordo’ e al ‘cieco’ Israele (Is 43:4). In effetti tutti i giovani, anche i più riservati—come Narciso—desiderano essere visti, forse in un modo in cui nemmeno loro capaci di vedere. Gran parte della nostra cultura online, che vede senza dubbio la presenza massiccia dei giovani, gira principalmente intorno all’idea dell’essere visti, poiché essere visti è in qualche modo il primo passo per essere ascoltati.
    Il movimento importante è, in maniera determinante, dalla vista al suono. La vista da sola ci porta fino a un certo punto e per giunta può essere pericolosa. Tutto ciò che si vede, così come il riflesso di Narciso, può correre il rischio di essere scambiato per ciò che è bello, mentre ciò che è bello (per esempio la persona di Narciso) cade nell’oblio. In alcune tradizioni religiose, non a caso l'oracolo o la voce sono un aspetto fondamentale del divino: la vista incredibile del roveto ardente, per esempio, conduce al suono della voce di Dio, e ciò che questa voce rivela ha spesso a che fare con l’identità, persino con un nome. Quindi ciò che è sottinteso nel discorso è anche prefigurato nell’immagine: essere visti implica che non si è soli, che c’è un altro, e in quello sguardo – nell’atto di essere visti – c’è una relazione e, per così dire, una ragion d’essere.
    Anche Papa Francesco ci ricorda l’importanza dello sguardo penetrante di Cristo, e la retorica semplice e diretta del ‘Venite e vedete’ (Gv. 1,39; Ap 6,1): “Nonostante il prevalere in questo mondo del rumore e della confusione’, scrive, ‘questa chiamata continua a risuonare nel profondo del nostro cuore, per aprirlo alla gioia della sua pienezza.”[12]
    Abbiamo accennato in precedenza a come affermare la bellezza corrisponda a rivelare l’identità e la missione. Ci basterà solo un ulteriore sforzo di immaginazione per riflettere su l'eco stessa di Narciso, nel suo salire dalla profondità dello specchio d’acqua, come semplice riflesso del grido del suo cuore, dalla profondo del suo essere: Addio, grida, Vai![13] Questa è la bellezza nascosta, che si fa vedere agli altri, che guida lo spettatore verso ‘l’autentica solidarietà sociale e la cultura dell’incontro’.[14] Questo desiderio è dunque racchiuso nell’invito fondamentale a ‘Andare!’ E chi, se non i giovani, possiedono l’energia per rispondere a un tale invito a sfidare lo stato delle cose, spingendosi su acque che sebbene sconosciute, attraggono? Per tornare al discorso di Papa Francesco ai giovani: ‘Che cosa è per noi oggi questa “terra nuova” se non una società più giusta e accogliente che voi giovani desiderate profondamente e volete costruire fino ai confini della terra?’[15] Questo ‘far bene’ tuttavia non è l’esperienza itinerante del turista contemporaneo, che ‘va’ anche ai confini del mondo per vedere e scoprire luoghi, culture, segni e frammenti di bellezza, attrazioni e meraviglie, senza venirne veramente trasformato.
    Questo è forse solo un’eco esteriore – di cui molte risonanze vanagloriose riempiono varie piattaforme social – del viaggio più faticoso e umile dentro di sé; cioè del desiderio profondo di essere visti là dove siamo, e con tutti i limiti che abbiamo. ‘Se senti il dolore di una soglia vuol dire che non sei un turista; la transizione può avvenire,’ scrive Peter Handke.[16] La ricerca inquieta che contraddistingue i giovani, in altre parole, è espressione del desiderio represso di essere visti ‘a casa’, abitanti consapevoli di uno spazio dove l’incontro non solo è possibile, ma è anche la porta d’ingresso alla trasformazione.[17]
    La continua ricerca di ciò che è sano e libero – come la bellezza – predilige allora quegli occhi che abbiano voglia di ascoltare, così come quelle orecchie che ascoltano come per vedere, così da essere in grado di ‘vedere’ con uno sguardo liberato, e soprattutto con gli occhi dell’altro, di chi vede ciò che è ‘buono’ e bello, esattamente là dove ci capita di trovarci, in ogni momento. Né le parole né l’immagine avranno così l’ultima parola, poiché le parole ci condurrebbero inevitabilmente alla vista, e la vista alle parole. E la bellezza, quella cosa ineffabile e non qualificabile così come la giovinezza, può danzare nel mezzo. La ricerca irrequieta che si intraprende in gioventù non è qualcosa di cui pentirsi o rimpiangere in un secondo momento; è una tappa implicita verso il recupero (e la scoperta) della bellezza; la stessa ricerca giovanile che suscitò il lamento di sant’Agostino, giunto a metà della sua vita: “Tardi ti ho amato, bellezza sempre antica e sempre nuova! Tardi ti ho amato!”[18] La scoperta di una tale bellezza, anche se arriva proprio alla fine della propria ricerca, non potrebbe permettere di ripiegarsi in un simile rimpianto distruttivo. Piuttosto, scoprire la bellezza nel corso della vita offre un invito al godimento e alla gioia, un assaggio di eternità, un ‘tipo di santità’ ‘palpabile e redentrice’, proprio là dove ognuno si trova.[19] È una bellezza che fa nascere fiori, non spine. E così potrebbe crescere ‘al posto del suo corpo un dolce fiore… d’oro e bianco, il bianco intorno all’oro.’[20]

    * Storica dell’arte – Malta; rete giovanile internazionale "Pietre Vive"
    Traduzione di Eugenia Nicolaci


    NOTE

    [1] Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, traduzione di Marine Di Leo (Palermo: Sellerio editore, 2015), cap. 19.
    [2] Tim Ingold, Lines: A Brief History (London & New York: Routledge, 2007), 26.
    [3] Fyodor Dostoevsky, L’Idiota, traduzione di Giovanni Faccioli (Firenze: Sansoni, 1958), 470.
    [4] Ibid., 502.
    [5] Papa Francesco, Christus vivit, 72-76.
    [6] Dostoevsky, L’Idiota, 277.
    [7] Giovanni Paolo II, ‘Ai Giovani Riuniti nella Basilica Vaticana’, 22 novembre 1978.
    [8] ‘If he but fail to recognise himself’, Ovid, Metamorphoses, traduzione di Arthur Golding (1567), III, v. 354.
    [9] Cit. Byung-Chul Han, The Expulsion of the Other. Society, Perception and Communication Today, trans. Wieland Hoban (Cambridge: Polity Press, 2018), cap. 1.
    [10] Si pensa che l'espressione greca tradotta come ‘Conosci te stesso’ fosse iscritta su una pietra nell’atrio del tempio di Apollo a Delfi, un memento mori che ricorda che ‘siete solo esseri umani; questo tempio non vi appartiene!’
    [11] Cit. Martin Heidegger, The Principle of Reason (Indiana University Press, 1991 [1957]), 50.
    [12] Papa Francesco, Lettera di sua Santità Papa Francesco ai Giovani in occasione della Presentazione del Documento Preparatorio, 13 gennaio 2017, par. 6.
    [13] Ovid, Metamorphoses, III, v.482-499.
    [14] Papa Francesco, Christus Vivit, 183.
    [15] Papa Francesco, op. cit., 2017, par. 4.
    [16] Traduzione di Eugenia Nicolaci, Peter Handke, Phantasien der Repetition (Frankfurt: Suhrkamp, 1983), 13.
    [17] Cf. Jean-Paul Hernandez, ‘La spazialità del sacro nel Mediterraneo,’ in Arte e Dialogo nel Mediterraneo. Analisi, Contribuzioni, Testimonianze, Sguardi, a cura di Giorgio Agnisola (Napoli: Il Pozzo di Giacobbe, 2020), 41-88: 41-44.
    [18] Augustine, Confessions, X, 27: PL 32, 795.
    [19] Mary Oliver, ‘Poppies’, v.26-27.
    [20] Ovid, Metamorphoses, III, v.507-508.