Franco Nembrini
(NPG 2022-06-33)
È stato insegnante di religione, insegnante di italiano e rettore del centro scolastico paritario “La Traccia”. La sua conoscenza diretta con molti adolescenti lo rende un conoscitore attento e originale di questa età. Fin da giovanissimo ha vissuto una passione sconfinata per la letteratura italiana che lo ha portato a iscriversi al corso di laurea in Pedagogia all’Università Cattolica di Milano. Nel frattempo ha iniziato a insegnare religione, diventando, inoltre, uno dei responsabili del movimento “Comunione e Liberazione” di Bergamo.
Nei primi anni ’80 ha partecipato alla fondazione del centro scolastico “La Traccia”, di cui è restato Rettore fino al 2015, contemporaneamente insegnando italiano nella scuola statale.
A Franco Nembrini abbiamo chiesto di parlarci della relazione educativa con gli adolescenti. La sua esperienza gli consente una narrazione appassionata che apre a suggestioni nuove. Come andiamo ripetendo da tempo, non siamo preoccupati di quali contenuti trasmettere agli adolescenti, ma di aprirci a una effettiva relazione che nasca dall’incontro con loro.
La mia esperienza con gli adolescenti… Partirei dal dato biografico, perché all’alba dei 67 anni mi rendo conto che ci sono stati alcuni episodi speciali nella mia vita. Come per i libri che rileggo e ogni volta mi dicono delle cose nuove, e lasciano decantare cose meno importanti, così è per la vita: rimangono a galla alcune importanti, fotografie decisive: non tantissime, ma che hanno determinato e segnato la mia personale fisionomia di uomo, di padre, di insegnante. In alcune di queste fotografie spero di riuscire a sintetizzare quella che è la vostra preoccupazione di questi giorni.
Ricordi di fanciullezza e adolescenza
La prima fotografia, naturalmente, è quella della mia infanzia. Terra bergamasca, un tempo cattolicissima. Sono il quarto di dieci figli, tutti con età molto vicine, figlio di genitori contadini, due “santi”, e sono cresciuto contento e facilitato enormemente dal fatto di avere tanti fratelli. In effetti negli anni ho constatato tante volte che non è sempre una fortuna essere figli unici, soprattutto in tempi come questi con mamme ansiose e che cercano di evitare ai figli l’affrontare i loro problemi, le loro sofferenze, che risolvono sempre tutto subito: così il figlio cresce incapace di agire, di tirare fuori la sua testa e il suo cuore di fronte alle situazioni.
Per cui quando a una certa età, nell’adolescenza, quel cuore vien fuori, anche se in modo confuso, disordinato, contraddittorio, questo lo agita, lo confonde, lo turba (per dirla alla Leopardi, è il sentimento dell’eterno e dell’infinito). Ma non può turbarsi, perché c’è lì la mamma che gli urla: “Non avrai il coraggio di lamentarti, come fai a essere triste con tutto quello che abbiamo fatto… adesso pensa a studiare!”. Questo “adesso pensa a studiare” è la formula dell’assassinio di una generazione.
Quindi son venuto su tranquillo e divertendomi, e mi trovo ancora due volte l’anno coi dieci fratelli, noi soli, senza mogli, mariti, figli, ed è molto bello. A 15 anni, cioè nel ‘70 sono andato in crisi perché l’educazione cristiana che avevo ricevuto non ha retto la sfida del secolo, che ha spazzato via tanto della nostra tradizione cristiana europea. Anche io, come tutti in quel periodo, sono andato in crisi, ho smesso di andare in chiesa senza farmi troppo vedere dai miei che ne avrebbero sofferto, la mamma soprattutto, però ero alla ricerca, cercavo di capire. Leggevo molto, questo sì – solo che son finito su Pirandello, Verga: ottimi autori certamente ma di una tristezza che non se ne può più. Leopardi al confronto era un allegrone, uno che si godeva la vita, anche se poi una certa cultura, che non tollerava quelle domande così serie che Leopardi fa agli uomini di tutti tempi, lo ha seppellito sotto l’etichetta del pessimismo storico, cosmico… Ecco, la prima fotografia è questa.
La seconda è un incontro preciso che è accaduto nella mia vita, 50 anni fa esatti. Avevo 17 anni, ero appunto in crisi, devo dire che soffrivo molto. Avevo un sentimento fortissimo del nulla, del nulla che si divorava le cose. Sarà stato Pirandello, sarà stato altro, ma io ricordo dei momenti particolari, come quella sera in cui ho aperto la porta di casa mia – c’era il corridoio lungo e in fondo la cucina – e avevo visto mia mamma che rigovernava la tavola, lavava i piatti, e mi ha folgorato il pensiero, non che sarebbe morta (a 17 anni la morte è un evento così lontano che non ti riguarda), ma che il nulla se la stava portando via: cioè che io, in fondo, non ero certo del legame con lei, non ero sicuro di lei. Qualcosa me la l’allontanava progressivamente di giorno in giorno, e comunicare con lei non era possibile, io avrei detto cose che lei non poteva capire e lei mi avrebbe detto cose che io non potevo capire.
Questa cosa mi fece fuggire di casa, stetti fuori tutta la notte, piangendo… ero davvero in crisi.
Intanto era accaduto che il mio primo fratello, che era andato in seminario in quinta elementare, ed era stato là fino alla quinta ginnasio, 15-16 anni, se ne uscì dal seminario come successe a tanti altri, per diventare quasi subito un acceso extraparlamentare di sinistra, lui e i suoi andavano giù duri contro la Chiesa. Per mia mamma, cattolica, contadina de L’albero degli zoccoli, fu una sofferenza indicibile. Quel primo figlio dato alla Chiesa era il coronamento della sua vocazione di madre cristiana, e lui fa delle scelte anche di fronte al paese… e insomma, fu una croce per tutta la vita per mia mamma.
Senonché la seconda mia sorella, pure lei in crisi come me, attraverso un giro strano capita a Milano e incontra don Luigi Giussani, e in brevissimo tempo matura una vocazione davvero radicale: si fa monaca di clausura nelle Benedettine. Per cui a un certo punto don Giussani ritenne opportuno venire a conoscere la famiglia. Io credo che venne anche per aiutare i miei, perché mia sorella in questo modo aveva privato la mia famiglia di un reddito, ma non so davvero come sia andata. I santi si riconoscono, lo sapete bene, si narrano tra loro. E dopo un quarto d’ora mia mamma chiede a don Giussani di confessarla; si ritirano, dopo mezz’ora tornano ed è evidente che mia mamma ha vuotato il sacco, cioè ha pianto tutte le sue lacrime. Quel giorno quel mio fratello non c’era, perché non viveva già più in casa e accade questa cosa, che 3-4 giorni dopo arriva da Milano un pacco di libri per questo mio fratello che don Giussani non aveva visto. Io che ero in crisi con la Chiesa, dico: “Il solito prete che cerca di recuperare la pecorella smarrita… Avrà mandato a mio fratello le vite dei santi, la Bibbia nuova versione, la predica di san Giovanni Crisostomo”. Allora chiamiamo mio fratello; la sera quando passa a ritirare il pacco dei libri siamo tutti attorno al tavolo, tutti curiosi di vedere. Apre il pacco dei libri e il primo che tira fuori è Il Capitale di Karl Marx. C’era anche Andare a scuola in Corea, di un certo Giovanni Riva, e si parlava di Kim Il Sung!
Erano anni in cui i ragazzi di don Giussani, i ragazzi di CL – allora si chiamava GS – venivano pestati a sangue nelle scuole, nelle università, non è un modo di dire. Ecco, forse è stato l’incontro più decisivo della mia vita, per una ragione semplicissima: perché – me lo ricordo bene – lì a quel tavolo con mio fratello, diventato ammutolito dallo stupore (ma tutti non sapevamo cosa dire) quel che mi ha detto il cervello è stata questa idea: quest’uomo ha a che fare con Dio, perché solo Dio è capace di fare una roba così, solo Dio è misericordia. Cioè capacità di amare l’altro prima che cambi. Senza bisogno prima di educarlo. Avevo imparato dalla suora all’asilo che in questo sta l’amore, che “Dio ci ha amati per primo, mentre eravamo ancora peccatori”. Forse questa idea del cristianesimo è stata la più decisiva della mia vita, perché il cristianesimo è esattamente questo. Senza togliere né aggiungere niente, lì, nella definizione della misericordia c’è tutto quello che c’è da sapere e da vivere sul cristianesimo.
Avrei imparato dopo che anche sposarsi o è un atto di misericordia reciproco o non regge: la ragione del fallimento dei matrimoni (anche dopo 30 anni di vita insieme) è semplicissima: non ci si perdona, cioè non si fa del limite dell’altro la ragione di un abbraccio più tenero e più profondo; è solo un perdono finto, fatto in modo sbagliato quasi in attesa sicura del prossimo errore che non si perdonerà, e diventa dunque un accumulo di odio e di risentimento. E questo vale anche nell’educazione…
Manzoni – che io ho riscoperto in questa pandemia – ci parla del perdono vero. Dice fra Cristoforo a Renzo: “Ma tu hai perdonato Rodrigo?”. “Io, certo, tante volte”. “Ecco, allora vuol dire che non l’hai mai veramente perdonato, perché si capisce di avere perdonato quando non c’è più niente da perdonare”.
Questa mi pare una regola d’oro. Io vidi don Giussani compiere questo gesto, che è un gesto di una libertà, di una carità, di una gratuità totale. Per affermare il valore, la stima verso mio fratello, non aveva bisogno di riportarlo all’ovile. Certo lo ha desiderato, come la mia povera mamma che avrebbe dato la vita per lui, ma non a condizione che ritornasse, prima… ma per lui, perché c’era. Io ho imparato in fondo questa cosa; se devo sintetizzare tutto quel che so sull’educazione è questo: che il segreto dell’educazione è non avere il problema dell’educazione. È un paradosso, evidentemente, ma si capisce cosa voglio dire. Se hai il problema dell’educazione vuol dire che hai il problema di cambiare l’altro. L’educazione è già morta, perché l’altro resisterà ai tuoi tentativi di cambiarlo. Dare la vita per l’altro così com’è, invece, per l’altro diventa interessante. Comunque, lì mi son convertito, andai al mio primo incontro di CL, ai raduni che facevano allora, e ci sono rimasto e ci sono ancora. Cosa ho fatto nella vita? Ho cercato di scoprire se fosse vero… se fosse vero che Dio è misericordia.
L’amore per la scuola
Lavoravo, ho sempre lavorato come operaio nelle estati degli anni delle medie, e poi, pur desiderando frequentare il liceo classico, non ho potuto andare a scuola, ho fatto l’operaio e arrivato a 18 anni ho chiesto tre mesi di permesso al padrone della fabbrica e ho preparato la maturità magistrale. Son diventato maestro e pensavo già di aver raggiunto un traguardo; poi mi sono inscritto all’università. Non potevo frequentare Lettere per i vari condizionamenti dei corsi di studio e così mi sono iscritto alla facoltà di magistero in Pedagogia, per una ragione semplicissima: dovevo evitare di fare il servizio militare per poter lavorare. Senonché, a un certo punto (data la mia conversione radicale avevo cominciato subito a interessarmi della Chiesa, con una passione sincera per contribuire a costruirla, perché fosse il luogo della libertà per tutti), sono entrato in tutti gli organismi che mi hanno proposto: Consiglio Pastorale Diocesano, scuola cattolica, consulta dei laici… insomma una vita di relazioni intra ecclesiali. Un giorno l’allora responsabile dell’ufficio catechistico mi chiede se mi piacerebbe insegnare. Il sogno della mia vita! Credo di essere stato uno dei primissimi laici a Bergamo a essere incaricato dell’ora di religione: 18 ore in una scuola media. Così ho lasciato la fabbrica, e nel tempo libero, anche senza frequenza ma solo dando esami, ho preso la laurea in Pedagogia all’Università Cattolica.
Ero nel panico quell’estate, perché mi chiedevo: cosa vuol dire stare con dei ragazzini delle medie? In effetti le vocazioni per l’insegnante sono tante, non esiste la vocazione all’insegnamento in genere, esiste la vocazione specifica del maestro elementare, o delle medie, o delle superiori. Senonché quell’estate ho trovato, in una libreria, un libro fantastico, era uscito da poco: di Giacomo Biffi: Contro Maestro Ciliegia. Commento teologico a «Le avventure di Pinocchio». L’ho preso incuriosito dal titolo e ho cominciato a leggerlo! Mi ha salvato la vita! 36 capitoli! 32 per le settimane dell’anno scolastico e delle ore di religione (sono 32, e 4 anche per i rimandati a settembre!). Ho fatto un figurone. Per 8 anni ho insegnato religione leggendo Pinocchio, e a distanza di tanti anni ho editato Le avventure di Pinocchio commentate capitolo per capitolo: un fantastico libro di pedagogia (e di teologia)!
E qui si inserisce un’altra fotografia importante, perché m’è capitato che quella scuola media fosse una scuola veramente da mettere a dura prova tutto: era una scuola con un inserimento massiccio di ragazzi con un grave handicap motorio, in carrozzina. Ogni classe aveva i suoi 3-4 ragazzi in tale situazione, con l’assistente specializzato. Ricordo che avevo iniziato molto entusiasta, sia perché ero nuovo che per la scoperta di Pinocchio, e perché ero uno dei primi insegnanti di religione laici: c’era anche curiosità… e io avevo l’entusiasmo dentro. Mentre parlo, il primo della fila dei ragazzini, paralizzato completamente, muoveva solo la testa e aveva sulla sedia a rotelle una mensola con una macchina da scrivere. Con una piccola macchina da scrivere e con un punteruolo di ferro fissato con un elastico alla fronte, scriveva. Io parlavo e lui “tac tac tac”, il che mi dava anche un po’ fastidio a dirla tutta… io parlavo e lui “tac tac tac”. Mancano 5 minuti al suono della campanella, l’assistente gli prende il foglio e me lo porta sulla cattedra, me lo mette davanti. Io mi interrompo e leggo, e c’era scritta questa frase: “Io le crederò quando lei mi saprà dire perché io sono così e lei no”. Sono scoppiato a piangere… e sono scappato. Era una domanda così seria e vera che, in quel momento, non ho saputo rispondere e sono dovuto scappare via. Ma per me da quel giorno, nell’insegnamento o all’oratorio, come catechista, il rapporto con quei ragazzi doveva in qualche modo rispondere a queste domande, altrimenti a cosa serve? Doveva essere una compagnia offerta per fare un pezzo di strada con loro e potere, insieme, scoprire se quel dolore, se quella fatica non contenesse misteriosamente qualcosa di buono per loro e per me. Per me l’educazione è sempre stata questo tentativo, questo guardare l’altro anche in tutta la sua sofferenza, il suo male.
Paternità
Adesso un’altra fotografia. Ho quattro figli maschi, e quando il primo è diventato grandicello (aveva 5 o 6 anni), una domenica pomeriggio stavo correggendo i temi (nel frattempo avevo vinto il concorso ed ero diventato insegnante di italiano e storia) e continuavo ad addormentarmi… In uno dei risvegli improvvisi, all’angolo del tavolo vedo gli occhi di mio figlio (era alto esattamente da arrivare giusto agli occhi) che mi guarda. Io lo guardo con aria interrogativa come a dire: “Cosa vuoi? Di cosa hai bisogno?”. Lui non mi dice niente. Lo guardo più intensamente ancora, sempre con aria interrogativa, ma non dico una parola, e lui mi fa un sorriso spettacolare. Lì io sono nato.
Se nell’incontro con don Giussani sono nato come cristiano consapevole, in quello sguardo e sorriso di mio figlio io sono nato come padre, come educatore, perché in quel sorriso muto, ho capito che mi stava chiedendo di essere padre, qualcosa del tipo: “Papà, assicurami che valeva la pena venire al mondo”.
Mi ha chiesto, in quello sguardo e sorriso: “Papà, ho bisogno di una cosa sola, poi se viene anche il cellulare, se vengono anche le altre cose va bene, ma ti prego, una cosa: dammi speranza sufficiente per vivere, testimoniami speranza sufficiente”. Un padre ha questa responsabilità, ha questo dovere. Non sono mai più entrato in una classe di catechismo o a scuola senza sentire lo sguardo di tutti quelli che ho davanti portarmi questa domanda, per dirla con Leopardi: Di che speranze il core vai sostentando? Di cosa si nutre la tua anima, di quale speranza vivrai oggi, con tutte le contraddizioni, il dolore, la fatica, la guerra, la peste, la pandemia? Di questo ha bisogno un figlio, e nell’età dell’adolescenza, che sia consapevole o no, è esattamente questo ciò di cui ha bisogno, di superare quella confusione nell’annuncio di Cristo risorto e nella pratica quotidiana: perciò, di una speranza grande…
Ecco, è questa allora proprio l’idea più importante, l’idea a cui prima accennavo dicendo che il segreto dell’educazione è non avere il problema dell’educazione!
Mio padre e mia madre han tirato su dieci figli, ma ho l’impressione che non avessero il problema di educarli. Ci educavano vivendo. Questo è il segreto. Così dico anche a scuola, parlando della creazione: Dio vuole e crea qualcuno a Lui consonante, che possa godere della bellezza e bontà della creazione, che guardando le stelle abbia una lacrima di commozione e nostalgia, e ne sia grato.
Questo è quanto intendevo quando parlavo di “cuore” (o ragione, o anima, o spirito). Dunque, Dio all’inizio ha fatto queste due cose: la realtà e il cuore dell’uomo capace di indagarla, anzi, capace di subirne l’attrattiva, seguendo la quale cresce il desiderio di bene, di felicità, di cose grandi, anche se mai soddisfatto definitivamente da nessuno degli oggetti che pure lo hanno suscitato. Questo è il dinamismo… e Dio lo ha continuato, come ogni giorno, come questa mattina, garantendo nell’essere le cose che sono e il cuore di ogni uomo. Tutta l’educazione, tutto il segreto dell’educazione sta in questo: avere una fiducia così illimitata, sconfinata, nella bontà della realtà fatta da Dio, e nell’attesa del cuore dell’uomo fatto da Dio. Non c’è modificazione antropologica, non c’è nuova tecnologia che possa modificare alla radice il cuore dell’uomo. Anche se i problemi son tanti, nuovi, inediti e c’è ancora tanto da capire. Ma sono tutti problemi secondari: troveranno una via di soluzione o qualche accenno di soluzione, in uomini e donne, in educatori, che però sappiano da dove si parte. L’educazione parte da questa adorazione, da questa contemplazione che è il mistero dell’altro che Dio ha voluto all’esistenza, e che per Dio è stato fatto. Non c’è altro da sapere, perché se è così, allora per l’educazione anche degli adolescenti, cioè dell’età più difficile (e aggiungo “più divertente”) dell’età evolutiva, vale lo stesso. L’educazione è una testimonianza, non una predica.
La passione per i ragazzi
Riprendo un episodio dagli Atti degli apostoli, al capitolo 20, la visita di Paolo ai cristiani di Troade: “Il primo giorno della settimana ci riunimmo per la celebrazione della Cena del Signore” e siccome Paolo il giorno dopo doveva partire, continuò a parlare fino a mezzanotte. “La stanza dove eravamo riuniti si trovava al piano superiore”. Mentre Paolo continuava a parlare, un ragazzino di nome Eutico, che si era seduto sul davanzale della finestra “si addormentò […] e cadde giù dal terzo piano e fu raccolto morto”.
Quante cose mi toccano di commozione: la Messa, le cose dei cristiani… quel ragazzino che fa proprio come i ragazzini di oggi, che dalla prima fila passano poi lentamente attaccati alle pareti in fondo e poi scompaiono.
E Paolo cosa fa? Pianta lì la Messa e corre fuori, si getta su di lui, lo abbraccia e dice: “Non temete, è vivo”.
L’educatore è uno che non si arrende mai, non dice mai “questo è perso definitivamente”; non dice mai “con questo non c’è niente da fare”, o - all’inizio dell’anno scolastico - “questo è bocciato di sicuro”: così si è essere agli antipodi dell’educazione!
“I ragazzi sono miei”: dicevo sempre al Collegio docenti, al Consiglio di classe, suscitando dei malumori. “Dio me li ha dati, guai a chi me li tocca”. Che non voleva dire, naturalmente, non bocciarli: ero un insegnante famoso a scuola perché ero quello che bocciava più di tutti, non c’entra, non è buonismo!
Paolo poi ritorna alla celebrazione, il fondamento per cui Paolo ha questo slancio di carità. Allora si capisce il gioco continuo tra liturgia, preghiera, sacramenti, ritiri spirituali e vita in strada, vita coi ragazzi: è un gridare: “Come Gesù ha già fatto, io darei la vita per te, adesso. Così come sei”. E chi il cuore ce l’ha se ne accorge, qualcosa accadrà o prima o dopo.
Forse noi pensiamo ancora che l’educazione sia riuscire a convincere l’altro delle buone idee che abbiamo, dei buoni valori che professiamo. Non c’entra niente. L’educazione è un dinamismo assicurato dalla natura fatta da Dio, che ha reso il cuore dell’uomo capace di riconoscerlo, amarlo, servirlo, cioè capace di fede, speranza e carità. Questo cuore si risveglia solo se ha davanti un altro cuore che funziona allo stesso modo. Se volete educare, siate vivi. Se volete entusiasmare, siate entusiasti. Non c’è da convincere nessuno. Dopo, certamente, si usa la parola, ma se c’è il problema di trascinarli da qualche parte, prima o poi si ribelleranno, perché la sentono come una violenza. I ragazzi vanno “ammazzati” d’invidia, non di prediche. Ti devono guardare e alla fin devono dire: “Ha ragione papà: è più bello, è più interessante!”. Questo fa l’educatore. Si occupa della sua vita così intensamente, così lietamente che i bimbi o gli adolescenti che gli sono affidati ne prendono coscienza…
È l’esperienza che ho avuto con i miei quattro figli. Mi hanno confessato come hanno vissuto l’obbedienza, l’educazione. Mi hanno detto: “Papà, tu non ci hai mai detto: non fate questo ma fate quello. Ci hai sempre detto: io farei questo, per queste ragioni, voi fate quello che volete. Ci hai sfidato sulle ragioni e implicitamente sul fatto che ti vedevamo contento, lieto, mai lamentoso; insomma, ci convinceva la testimonianza di quello che ci dicevi”.
A livello familiare, un’altra cosa è stata preziosa. Io ero quasi sempre assente durante la settimana, e cercavo ovviamene di ricuperare alla domenica e nelle ferie… Ma per i miei figli sono sempre stato presente! Poi ho scoperto il mistero: mia moglie, tutte le volte che i figli chiedevano dove era il papà, rispondeva: “L’ho mandato io”. E ho scoperto il segreto della gestione del tempo, degli impegni, della responsabilità: se la mamma dice “il papà l’ho mandato io” o viceversa, per i figli ci sono sempre, entrambi. Se mia moglie si fosse arrabbiata dicendo “non c’è mai” sarei stato il grande assente. Ecco cos’è l’unità fra due insegnanti, fra due amici, fra padre e madre: rende presente colui che altrimenti sarebbe sentito come assente.
Bellezza e amore
Ecco alla fine un altro piccolo aspetto della mia vita di insegnante, un’esperienza che ho molte volte vissuto quando ci siamo trovati di fronte al tema che affascina e impaurisce gli adolescenti, la sessualità e la sua attrazione, la bellezza, l’amore. E la necessità di mostrare che il cristianesimo non è quello censorio di chi non può fare un sacco di cose bellissime: “sì che 'l sommo piacer li si dispieghi”, dice Dante.
Ricordate? San Bernardo chiede alla Madonna la grazia di guardar Dio: la grazia che “gli si dispieghi il sommo piacere”. Pochi versi dopo usa il termine godere. E tu lo dici ai ragazzi: “Chi di voi ha mai goduto così? Chi di voi ha mai vissuto una vita veramente godendosi il sommo piacere?”.
E poi li sfidi, e racconti loro Pinocchio: “Vi ricordate l’episodio in cui, cacciato il padre di casa, Pinocchio ritiene di essere diventato il padrone del mondo, l’uomo moderno uscito dallo stato di minorità, che cioè non è più sotto tutela del padre, delle suore? Invece, scappato di casa, si ritrova con una fame nera, la realtà gli si è rivoltata contro, cerca da mangiare e non c’è più niente: dal paradiso terrestre all’inferno terrestre. Non c’è più niente, finché gli scappa l’occhio e trova un uovo: pareva veramente un uovo sul monte della spazzatura. E prima ci ragiona su come mangiarlo; poi lo rompe per mangiarlo e scappa fuori il pulcino che gli dice: “Ciao Pinocchio, grazie eh, di avermi evitata la fatica di rompere il guscio”.
E dici ai ragazzi: “Lo sapete, vero, che il sabato sera, tante volte, andate cercando un uovo sul monte della spazzatura, e che quell’uovo tra l’altro vi fregherà… lo sapete bene! possiamo parlarne?”. E i ragazzi ti vengono dietro. Certo, devi avere la faccia di uno che strizza loro l’occhio e dice: “Guardate, io, se volete, l’alternativa ce l’ho. Ti devono veder vivere così, non preoccupato perché fanno i peccati, non preoccupato o arrabbiato perché vanno in discoteca, perché fanno le brutte cose. No, preoccupato del fatto di quel che perdono! Come a dire: “Andate avanti, andate a farvi le canne negli angolini, ma cosa vi perdete, ragazzi!”.
Testimonianza lo dico proprio in questo senso; non aver paura, perché la paura è il grande nemico dell’educazione. La paura. Noi tiriamo su gli adolescenti un po’ come se li avessimo per mano, bambini piccoli, fino all’adolescenza. Li abbiamo per mano e andiamo per strada, a un certo punto - mi scappa l’occhio - c’è Zaccheo sulla pianta! Zaccheo è un poco di buono. E io cosa faccio? Normalmente, mano sugli occhi del figlio: “Non guardare, che là c’è lo schifo del mondo, anzi, cambiamo strada!” E andiamo in chiesa a dire una preghierina, che così siamo a posto, abbiamo evitato il male. Ma se fai così, tuo figlio crescerà con due idee chiare. Prima: “Mio padre è uno sconfitto. Su quell’albero c’è qualcosa di cui mio padre ha paura. Non è vero che vince. Non è vero che la proposta che mi fa è la migliore, perché mio padre è un perdente”. Seconda: “Su quell’albero ci deve essere qualcosa di bellissimo, e io prima o poi scappo e vado a veder cosa c’è. Se è così proibita deve essere una cosa interessantissima”. Questo ottieni.
Se invece non porti il figlio sotto l’albero del male, però gli dici: “Aspetta un attimo che ho una cosa da fare”. Vai sotto l’albero e dici: “Zaccheo, stasera vengo a cena a casa tua”, e torni da tuoi figli e gli strizzi l’occhio e gli dici: “Si mangia gratis anche stasera”, tuo figlio cresce con due idee. Prima: “Mio padre è un vittorioso, a mio padre non gliela fa nessuno, neanche il diavolo, e neanche la morte lo vince: val la pena seguirlo perché vince”. Seconda: “Sull’albero non c’è più niente da vedere e quindi sto a casa”.
Ecco, questa è l’educazione.

