Quando la comunione apre all’imprevedibile: la sfida educativa


    P. Giacomo Costa

    (NPG 2022-06-42)


    Padre Giacomo Costa è nato a Genova: dopo la laurea in DAMS-Musica a Bologna e il servizio civile entra, nel 1992, nella Compagnia di Gesù. Oltre agli studi in filosofia e teologia consegue un master in Sociologia politica e morale con Luc Boltanski a Parigi, vivendo e lavorando al tempo stesso nelle periferie della capitale francese.
    Dal 2004 al 2006 è stato membro dell’Istituto di formazione politica Pedro Arrupe di Palermo. Dal 2005 entra a far parte della redazione di Aggiornamenti Sociali, di cui diventa Direttore responsabile dal 2010, succedendo a padre Bartolomeo Sorge. Dal 2008 è anche Presidente della Fondazione Culturale San Fedele di Milano, impegnata dal dopoguerra nel dialogo con la cultura e la società. Dal 2013, anno di costituzione, è vicepresidente della Fondazione Carlo Maria Martini.
    A Giacomo Costa abbiamo chiesto di introdurci nella questione sinodale dal suo punto di vista privilegiato. Sa cosa sta accadendo nelle diverse Conferenze episcopali del mondo, partecipa al lavoro della Segreteria del Sinodo dei Vescovi (insieme a don Rossano Sala) e collabora al cammino della Chiesa italiana. Abbiamo bisogno di uno sguardo di sintesi, magari senza eludere una semplice domanda: perché il Sinodo oggi nella Chiesa? E ancora: cosa può significare questo, dal suo punto di vista, nella progettazione della pastorale giovanile? Quali prospettive future sembra indicarci?

    Grazie di questo invito. Con don Michele ci siamo conosciuti proprio al sinodo dei giovani, ed è stato veramente bello lavorare insieme. Poi dall’amicizia è nata anche questo incontro e sono felice di esserci, di condividere con voi qualcosa del cammino che stiamo facendo insieme come chiese italiane, di offrire qualche contributo che si colleghi e dialoghi con il tema di questo convegno, la fede nell'imprevedibile, questo imprevedibile che genera comunione.
    Questo sarà dunque il tema della mattinata. Però lasciatemi prima alcuni minuti di “catechismo”, proprio terra terra, perché andando in giro e incontrando comunità trovo sempre qualche resistenza, o meglio difficoltà a capire di cosa parli questo sinodo. Devo dire che dopo un anno solo adesso penso che stiamo cominciando a capire qualcosa di più, perché all'inizio esso è come piombato “sulla testa”, non era così facile capire, anche perché si parla spesso di sinodo sul sinodo o sinodo sulla sinodalità, che sembra un gioco di parole, qualcosa di autoreferenziale chiuso in se stesso, per specialisti e astratto.
    Non è assolutamente niente di tutto questo. Questo sulla vita sinodale (sulla dimensione sinodale) della chiesa è un sinodo su come nelle nostre comunità e nei nostri territori viviamo l'essere chiesa che annuncia il vangelo. È proprio questo il senso: sinodalità non è sinonimo di sinodo; sinodalità ha tre livelli da articolare.

    I tre livelli da articolare

    Il primo è quello della vita, l’aspetto più importante: e riguarda lo stile. La domanda che implica è sullo stile delle nostre comunità, su come di fatto camminiamo insieme (sinodo come camminare insieme), nel nostro celebrare, nel nostro modo di vivere all'interno anche di un territorio, come ognuno contribuisce con “la sua vocazione e missione” e partecipa, e allo stesso tempo si lascia sorprendere nella creazione di legami che di fatto creano la comunità.
    Il secondo è quali tipi di strutture, organizzazioni ci permettono di essere fedeli a questo stile. Le strutture non vengono mai per prime, sono qualcosa al servizio della vita, che permettono di essere fedeli all'intuizione che si è avuto: se vogliamo una comunità in cui tutti partecipano, dove non contano solo la vecchiaia, il litigio, la burocrazia, come ci organizziamo in modo da viverlo con semplicità ed efficacia. Già questo indica come non occorre fare delle megastrutture complicate che a volte complicano la vita, strutture che hanno la loro pesantezza e non aiutano nel vivere la comunità e la vita della comunità, come le riunioni, i consigli, le consulte: ma diventano a volte organizzazioni come riproduzioni di “piramidi” che ostacolano la vita dell'oratorio o dei gruppi invece di aiutarli.
    Il terzo livello è quello dei sinodi veri e propri, che sono occasioni in cui come chiesa si fa verifica su qualche tema particolare, quando occorre fermarsi e mettere a tema qualche aspetto speciale per riflettere, pregare e rileggere quello che stiamo facendo: allora si convoca un sinodo diocesano o a livello più ampio di chiesa. L'obiettivo e il contenuto del sinodo non sono su questo terzo livello, ma su come viviamo e poi come ci strutturiamo, ed eventualmente come verifichiamo lo stile che ci siamo dati. Questo è fondamentale, tutti si ritrovano subito inclusi, parte della comunità e della chiesa, e anzi una parte vitale. In questo senso non stiamo cominciando da zero, ci sono già delle esperienze molto importanti e belle del camminare insieme; quindi il sinodo è un'occasione mondiale, oltre che nazionale, per condividere le belle esperienze delle chiese locali. Si cerca di capire che cosa ha funzionato e come siamo stati portati dallo Spirito, cerchiamo di capire le difficoltà: a partire da questa condivisione siamo chiamati a capire come riorientarsi nel nostro modo di essere chiesa.
    Queste nozioni base sono necessarie per situarsi in questo cammino che Papa Francesco ha voluto per tutta la chiesa.

    Il perché del Sinodo

    Arriviamo poi alla domanda quadro che genera la condivisione, perché questo sinodo? Se facciamo un sinodo sul camminare insieme è forse perché questo è uno dei problemi chiave del mondo in cui stiamo vivendo, cioè la difficoltà di camminare insieme, la difficoltà di riconoscere che siamo già tutti legati insieme, ma che questi legami li dobbiamo assumere in maniera consapevole, felice: questo poi genera comunione.
    Abbiamo vissuto la pandemia. In questo tempo abbiamo certamente vissuto piccole esperienze di un imprevisto che genera comunione, che ha suscitato una costruzione di legami nelle comunità, modi di mettere a disposizione le competenze, per esempio i giovani utilizzati per le dirette streaming delle parrocchie e i giovani preti che hanno inventato modi per essere presenti nelle comunità. È stato un imprevisto che è stata anche una valorizzazione delle competenze e una costruzione di legami, ma quanto poco è durato! Intanto sono riemerse divisioni e fratture, bolle in cui siamo chiusi, ingiustizie nella situazione di lavoro e poi da lì il clima di guerra e la crisi internazionale che ha mostrato che non abbiamo superato un modo di relazionarsi tra stati fondato sulla opposizione, sulla divisione. Tutto questo ci interroga, come sollecita papa Francesco, su una nuova lettura della situazione e un ascolto profondo per capire che cosa ci sta chiedendo lo Spirito come chiesa e come umanità.
    La grande sfida è come articolare un riconoscimento dell'unicità e dell'originalità di ciascuno all’interno di ogni comunità, in maniera che questo non divida ma crei legami, per cui nelle diversità si va avanti insieme: annunciare questo come parte dell’annuncio di un vangelo per cui ci si sente preziosi singolarmente agli occhi di Dio, ma insieme si porta un dono, e allo stesso tempo questo dono è chiamato a entrare in una rete di relazioni capaci di portare frutto. Ecco un nuovo modo di vivere dove l’io e il noi si accordano senza scontrarsi.
    Il sinodo riguarda proprio quel camminare insieme che è chiesto alla chiesa e alla società del nostro secolo, una sfida che ci sta chiamando, una sfida che penso viviate con tanti giovani quotidianamente, la tensione tra la loro giusta realizzazione e un cammino insieme ad altri, nei gruppi, nelle comunità, nelle chiese, e anche nella pastorale giovanile!
    Allo stesso tempo questo sinodo è anche frutto dell'imprevedibile perché è proprio un dono dei giovani: sono loro che hanno svegliato la chiesa, dicendo apertamente che così avanti non si può andare, con una chiesa fredda, distante, dogmatica, burocratica, lasciando intendere (molte volte apertamente e con grande chiarezza) che questa è l’ultima opportunità per cambiar il modo di vivere, diversamente ciascuno torna a ritirarsi all’interno delle proprie cose e della propria vita. Questa è stata la sorpresa, anche frutto di un'esperienza concreta. Durante il sinodo a un certo punto un monsignore della curia romana ha proposto un pellegrinaggio insieme, vescovi e giovani e dopo un primo sconvolgimento questa esperienza è stata davvero effettuata, un “pellegrinaggio insieme” alla tomba di san Pietro in Vaticano. Questa esperienza ha per così dire “sciolto” l’ingessatura di un’assemblea che prima viveva su ruoli prestabiliti, e poi si è mostrata bisognosa e desiderosa dell’ascolto reciproco. Alla fine si è scoperta la bellezza del camminare insieme: questo era il volto di chiesa che affascinava, ed è stata come una sorpresa, una piacevole sorpresa che ha aperto una nuova comprensione.
    Ecco, il sinodo dei giovani non ha fatto una rivoluzione nelle metodologie, nelle dinamiche, nella pastorale giovanile, ma ha aperto un cammino di rinnovamento della chiesa, dello stile della chiesa proprio grazie all'ascolto dei giovani, al lavoro e alle esperienze vissute negli ultimi anni e nelle nuove esperienze ecclesiali che hanno tenuto vivo il loro sogno.

    Quello che abbiamo appreso

    Ecco cosa abbiamo imparato facendo questo anno di sinodo in Italia. E abbiamo sperimentato l’imprevisto che apre a cose nuove (l'imprevisto è un altro nome dello Spirito che non si sa da dove venga e molte volte dove vada, per cui questo richiede una effettiva disponibilità ad ascoltarlo). Il cammino sinodale è questa disponibilità ad ascoltare in questo imprevisto la voce del Signore, perché esso apre ad una situazione in cui ci interroghiamo.
    Il primo grosso punto dunque è stato sul metodo, su come camminare insieme: veramente è stato un imprevisto mondiale, non soltanto in Italia. Questo stile è stato chiamato della “conversazione spirituale”, che indica tre passi nell’ascolto, modalità che è stata per così dire un punto di svolta e una chiave di soluzione condivisa anche al di fuori della realtà ecclesiale.
    Essa prevede all'interno di un clima di preghiera, di silenzio, di ascolto anzitutto di rivedere la propria esperienza e da lì prendere la parola, ciascuno per poco tempo, per scegliere all’interno della propria esperienza la parte più bella e significativa, più preziosa da condividere (cosa che nelle assemblee difficilmente facciamo per il profluvio delle cose che vengono dette e alla fine annoiano più che arricchire). Si parte così dalla propria esperienza personale, non da una teoria da difendere o proclamare, dove lo scontro ideologico sarebbe troppo facile. Questo offre già una prima immagine di chiesa gradita, perché ciascuno si sente ascoltato e valorizzato per la propria esperienza personale, come sorgente della propria vita, e non per un servizio offerto o preteso, e si avverte che questa acqua di sorgente è possibile comunicarla e condividerla a fratelli e sorelle.
    Il secondo passo è di saper ascoltare, ascoltare davvero, non accontentandosi di aver detto la propria e poi tornare ai propri pensieri, saper identificare tra tutte le cose ascoltate quanto mi colpisce più profondamente, cosa risuona dentro di me come importante o nuovo, quasi segno della presenza dello Spirito. E questo è un atteggiamento certamente non facile.
    Come terzo passo, da quello che ha risuonato in tutti, insieme si scelgono una-due cose che fanno andare avanti, che si ritiene il frutto della riunione, la quale non diventa allora soltanto un conoscersi, un incontrarsi, ma lascia un'intuizione condivisa. Il meccanismo è dunque partire dall’io e arrivare a un noi che non ha schiacciato le singole persone ma che ha cercato di risuonare in quanto è stato detto, e da lì poi identificare dei passi per andare avanti.
    Questo metodo così semplice, ma che tocca profondamente una dinamica nuova di chiesa, ha aperto la via del sinodo in tutto il mondo, e improvvisamente si è capito che il documento finale non è l’obiettivo del lavoro, ma continuare con questo stile, con le relazioni che si creano, con i contatti, i dialoghi, e per questo bisogna starci, dedicarci del tempo, conferire.
    Ecco, mi sembra che questo metodo abbia creato insieme senso di novità e di entusiasmo: la nuova “passione” del Sinodo, un metodo che non è una metodologia di animazione, ma un cammino profondamente spirituale. È fondamentale anche per i gruppi nelle nostre realtà, non si tratta di metodologie che garantiscono il successo, ma fanno entrare in una disposizione che permette di essere fedeli al desiderio di incontrarsi, rispettarsi reciprocamente nelle proprie diversità di essere e di pensiero, e dove nessuno è il riferimento assoluto, ma la condivisione, l’ascolto, il dialogo, il non giudizio immediato o il preconcetto, il consenso effettivo sulle cose condivise e scelte insieme, anche se poi la responsabilità resta a chi ricopre il ruolo di “governo”. È da qui che si apre un cammino nuovo di chiesa.
    La seconda sorpresa di questo cammino sinodale è stato il coinvolgimento e il protagonismo dei laici, verso cui c’è stata all’inizio una certa resistenza da parte del clero, ma poi se ne è capita l’importanza, perché gli stessi laici hanno mostrato passione, motivazione e partecipazione.
    Si potrebbero qui aprire motivazione teologiche relative alla radice battesimale della propria vita cristiana, l’essere incorporati in una chiesa missionaria dove ognuno ha una missione nella chiesa, una propria “vocazione”.
    Ma anche qui occorre stare attenti che questo desiderio non finisca poi nel nulla di fatto. In effetti esso porta soprattutto all’impegno di articolare partecipazione e responsabilità, dove la partecipazione non si riduce a una sorta di orizzontalismo democratico, dove non c’è veramente lo spazio per tutti, per le voci più marginali e lontane. La vera responsabilità alla fine è stare attenti a una dinamica che permetta a ciascuno di potersi esprimere, dove esperienze importanti dei singoli si possano trasformare in energia per tutta la chiesa, dove la relazione si fa vera e l’ascolto reciproco sincero, lavorando davvero insieme come stile ecclesiale. È questo il servizio dell'unità richiesto dalla responsabilità.
    Il tema della corresponsabilità dei laici è dunque il secondo passo del cammino sinodale, uno stile che non è un’ulteriore cosa da fare, ma un modo di fare tutte le cose, che non pesa ma arricchisce, recupera tante voci che per lunghissimo tempo nella chiesa abbiamo marginalizzato, ruoli che abbiamo clericalizzato, anche oltre e contro delle competenze acquisite. Ecco dunque un altro “imprevedibile” che abbiamo accolto.

    Come terzo elemento di novità è la possibilità che ci si è aperti all’ascolto della vita, al di fuori delle appartenenze ecclesiali. Finora il nostro ascolto è stato al massimo “verso l’interno” e non verso il “di fuori” delle nostre comunità. Ci sono tante realtà e categorie dell’umano che meritano e devono essere ascoltate, che esprimono nuove marginalità, nuove scoperte, nuove intuizioni, nuovi problemi. Pensiamo anche ai territori, alle professioni, alla politica. E lo stile di relazione con cui ci si appresta non è quello dell’insegnare, ma di diventare uditori; non come strategia apostolica (come mezzuccio di ascolto per finta condiscendenza), ma proprio come desiderio di una comprensione profonda di chi siamo e della bellezza del messaggio del vangelo che siamo chiamati a portare. Pensiamo ai diritti dell'uomo, al nuovo ruolo delle donne, alla riscoperta dell’ecologia e della terra come bene comune, temi di cui la chiesa è stata arricchita nel dialogo e ascolto con altre voci e visioni, e dove poi il Vangelo ha potuto offrire nuovi radicamenti e motivazioni.
    La pastorale giovanile proprio in questo può sostenere la novità dell’approccio, proprio per il contatto con i giovani che portano avanti una sensibilità e una conoscenza del mondo peculiare.

    Un quarto elemento di novità riguarda i linguaggi: anche questa è una consapevolezza forte, un desiderio e un’esigenza diffusa, circa cui però non si sa ancora come e verso dove lavorare, pur esprimendo un disagio ad esempio attorno alle celebrazioni. Quello che sorprende è la mancanza di consapevolezza degli effetti del mondo digitale sulle relazioni, sul nostro modo di comunicare e di vivere, il che non è ovviamente solo una tecnica ma un modo di strutturare pensieri e di relazioni. La domanda allora è come operare per una cultura diversa, e con grande attenzione a stili comunicativi che non si atteggino a falso giovanilismo, che alla fine lascia chiusi nel proprio mondo autoreferenziale senza aprirsi alla comunicazione vera, a uno sguardo di insieme e di dialogo confrontato con la realtà del mondo e della vita. Come dice Papa Francesco, anche le connessioni digitali possono essere fintamente comunicative e possono invece lasciare isolati, e sempre più reciprocamente distanti. Questo è sicuramente un altro ambito che ci si prospetta dinanzi, uscire da logiche anche da influencer, ma che operino invece costruzione di community, superando i verticismi di una verità che piomba dall’alto, ma costruendo una relazione che si anima, che ascolta e interagisce a partire dalle esperienze e competenze di ciascuno.

    In questa prospettiva vedo anche la cosiddetta via della bellezza, come si è sperimentato anche in questo convegno: le visite ad Aquileia e Venezia non sono stati solo momenti di svago rispetto ai momenti di ascolto e di studio, ma sono state immersioni nella cultura di una comunità e di una tradizione come nel tempo si è costituita e ha vissuto le relazioni, le opposizioni, anche politiche; le stesse ambiguità, come emerge da tanti segni e soprattutto dai mosaici di San Marco, come esperienze di comunità che rigenerano le comunità (tra parentesi ricordo che proprio qui a Venezia con padre Hernandez è nata l’esperienza di “Pietre vive”).

    L'ultima novità è quella della formazione, un altro tema su cui si parla molto e di cui si sottolinea l’importanza e l’urgenza, ma su cui non c’è propriamente una progettualità precisa. Molte volte è soltanto un'occupazione di tempo di tanti giovani che però non attiva un percorso lavorativo, non mette in movimento, non crea mentalità valida, non sa creare “ricchezza esperienziale”. Cioè non si tratta soltanto di fare esperienza, di creare e comunicare buone prassi, ma di aiutare nella capacità di riflettere su cosa ha funzionato e perché e come si possa “applicare” ad altre situazioni e contesti. Bisogna dunque entrare nell’esperienza insieme e ascoltare che cosa ha fatto scattare l'imprevedibile che genera comunione: è questo che ci permette di “formare” e di “formarsi”.

    Termino sul tema del formarsi con un'immagine emersa durante il Sinodo e che tenta di esprimere il nuovo modo di comprendersi come chiesa: quella della “casa”. Tanti davvero desiderano la chiesa come una casa che accolga tutti, che accolga le differenze, che accolga ciascuno così com’è. Ma non ci siamo resi conto che non riusciamo a vivere i conflitti, che accogliere tutti comporta di aprire la porta a persone che non rientrano nella nostra “bolla”, che non hanno la nostra spiritualità, la nostra visione del rapporto con la società... Per cui alla fine facciamo delle case che escludono, non che accolgono.
    Vivere la chiesa come casa pur nelle tensioni che ciò comporta, è proprio la riforma di una chiesa che non vive nell’ideale astratto ma in una comunità “raggiungibile”, è la fatica di una comunità “imprevedibile” che è proprio la casa costruita da Gesù e dal suo Spirito. Pensiamo a quante ragioni di “diversità” che separa e crea conflitto ci sono nelle varie comunità cristiane, tra associazioni e movimenti, tra religiosi, il clero, i laici, tra giovani e anziani, giovani tra di loro.
    In questo senso la formazione parte dal fare esperienza di questo camminare insieme e saper cogliere cosa lo Spirito ci sta comunque comunicando. È proprio Lui l'imprevedibile che formerà, e che già ci sta facendo vedere una comunione che non è autoreferenziale, ma il servizio di dire a tutti che c'è un posto per ciascuno, e che c’è una casa comune in cui veramente possiamo tutti nella società camminare insieme.