Giorgia Cozzi *
(NPG 2022-04-43)
Quando ho compiuto diciannove anni ho deciso che avrei festeggiato il mio compleanno al Teatro alla Scala di Milano, non c’ero mai stata. Davano il Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart e io non stavo nella pelle di andare a vedere l’opera che più di tutte mi ha avvicinato alla musica. Mi sono fatta dodici ore di viaggio in autobus e, in tutta onestà, me ne sarei fatta anche ventiquattro. Una gran quantità di persone mi aveva detto di stare pronta perché entrare in quel teatro sarebbe stata un’emozione unica, che avrei avuto i brividi, che esperienze come quella ti cambiano la vita.
La verità è che puoi prepararti quanto vuoi a quell’emozione ma finché non ti siedi su una poltroncina rossa nella platea di quel teatro, non puoi capire. Possono raccontartelo all’infinito ma finché non sei seduto su una poltroncina rossa di uno dei teatri più belli del mondo, mentre le luci si abbassano e l’orchestra si accorda con il la dell’oboe, no, non puoi capire. Ricordo di essere arrivata appena in tempo per trovare il mio posto, voltarmi un momento indietro per guardare i palchi, il palco reale, i balconi, la platea e il sipario rosso e dorato, un attimo prima che le luci soffuse si spegnessero del tutto. E quindi buio, Overture. Brividi dietro le orecchie. Allora si che ho capito.
È incredibile di fronte a quanta bellezza riesca a metterti la musica. Suonare uno strumento significa avere a che fare con un oggetto che ha la sua meccanica, che richiede una tecnica precisa per essere suonato; suonare un brano significa doverne conoscere la costituzione ma anche il contesto storico in cui è stato scritto, conoscerne l’autore e quindi il suo pensiero, il significato e anche definire quello che siamo noi ad attribuirgli. Non basta una visione bidimensionale, perché esattamente come una stoffa, ogni brano ha trame fitte delle quali bisogna tener conto.
In teoria utilizziamo un termine specifico che definisce il modo in cui è scritta una composizione, texture: è una parola inglese che rimanda all’intreccio degli elementi orizzontali e verticali di un brano, più precisamente rimanda a qualcosa di paragonabile alla trama di un tessuto. La texture è uno dei parametri con cui in Conservatorio ci insegnano ad analizzare la musica e si definisce in base agli altri quattro che sono melodia, armonia, timbro e ritmo. Questa immagine del tessuto è la mia preferita per spiegare cosa significhi per me lo studio della musica ma anche il modo in cui, per mezzo di questa, guardo alla vita: un tessuto che vagliato al microscopio ha intrecciati fili su fili dentro i quali si palesa una radiosa bellezza.
Ho cominciato a studiare musica da bambina, sono cresciuta in un ambiente familiare che mi ha inculcato il rispetto reverenziale verso la figura del musicista, questo conoscitore di una lingua comune al mondo. Scegliere di diventare un’apprendista di quella lingua è stata una delle decisioni più significative della mia vita finora, pur avendola presa a dieci anni e senza sapere bene perché. Oggi quella scelta me la spiego nel potere della musica di darmi un’identità, di avvicinarmi alle persone e a me stessa. Potrebbe sembrare una frase scontata ma sono sicura che se non avessi scelto di studiare musica, sarei stata una Giorgia diversa.
La musica mi ha dato la possibilità di fare esperienze meravigliose come quella di entrare in luoghi sacri dell’Arte dal calibro del Teatro alla Scala di Milano, del Teatro San Carlo di Napoli, o vivere le forti emozioni di esibirmi in luoghi spettacolari, suonare con gli altri, cantare in coro e vivere sulla pelle quella stupenda sensazione di appartenere ad un gruppo, di provare quell’empatia che la musica soltanto è in grado di generare. Non meno importante, la musica mi ha dato l’opportunità di studiare nella città di Venezia, dea della bellezza, scrigno gravido d’arte e meraviglia del mondo.
Qualche mese dopo aver assistito alla recita del Don Giovanni sono entrata in Conservatorio per intraprendere il primo ciclo di studi Accademici di pianoforte. Per uno strano e stupendo parallelismo, quando sono entrata al Conservatorio di Venezia per frequentare il Biennio Accademico, ho avuto modo di assistere ad un concerto al Teatro La Fenice. Come una sorta di preludio ai nuovi inizi, un nuovo teatro tutto d’oro e azzurro mi ha dato il benvenuto in questa nuova città.
Come per qualunque altra materia, studiare musica non è assolutamente tutto rosa e fiori, il pianoforte è uno strumento complesso che brama tutto il tuo tempo e ti tiene impegnata la mente anche quando non sei seduta a studiare. Impone il sacrificio della solitudine, della rinuncia a svaghi troppo prolungati e lo sforzo fisico di mettere il dovere davanti al piacere.
Quando ho cominciato a studiare musica io non avevo idea di essermi avventurata in un sentiero dal quale non si può uscire. Ma la musica è così: quando cominci a conoscerla ti innamora, i suoni ti ubriacano di bellezza e di un’energia viscerale che si genera nella pancia, dietro le orecchie, sotto le ciglia. E questo vale per tutti i generi musicali, è il modo in cui li si ascolta che fa la differenza. Penso alla possibilità di imparare la musica come ad un privilegio, più mi addentro nelle sue trame, più mi accorgo di avere a che fare con un prodotto umano preziosissimo; tanto più divento in grado di capirla, tanto più riesco a goderne. Questo linguaggio universale, con una sua grammatica, una sua sintassi, un suo pensiero vivo, mi ha insegnato e mi insegna ogni giorno l’importanza di conoscere e ascoltare criticamente per formare il mio gusto, per decidere cosa sia bello secondo me.
Ho imparato dalla musica a riconoscere certe emozioni, a gestirle; quanto sia necessario dare valore alla propria cultura d’appartenenza, a fare della diversità una ricchezza; la musica mi ha spinto alla curiosità verso l’altro, alla predisposizione all’ascolto, alla collaborazione. È da lei che ho imparato che si cresce sempre un po’ di più quando si incontrano gli altri. Mi ha educato all’impegno e alla costanza nello studio e nelle cose della vita, ad avere cura dei dettagli e ad avere pazienza. Dunque, per usare le parole del critico musicale americano Alex Ross, «in sostanza, mi accosto alla musica non come ad una sfera autosufficiente, bensì come ad un modo per conoscere il mondo» (Senti questo, a cura di A. Silvestri, Milano, Bompiani overlook, 2011).
* Diplomata in pianoforte al Conservatorio “F. Torrefranca” di Vibo Valentia

