XIX Convegno Nazionale PG di Brindisi 2026
(NPG 2926-06-85)
Insieme: la parola che guarda al futuro della pastorale giovanile
Tiziana Nicastro
Abbracci, sorrisi, gioia palpabile, voglia di trovarsi e ritrovarsi. È questo lo spirito che ha caratterizzato il Convegno: un'esperienza intensa, ricca di incontri, condivisioni e prospettive.
La parola che ha accompagnato ogni momento del convegno è stata "insieme". Insieme è più bello; insieme si costruiscono relazioni, si fa rete e si dà forma a una Chiesa sempre più sinodale. Le esperienze condivise nei gruppi di lavoro e nelle assemblee plenarie hanno raccontato la vivacità delle diocesi italiane, offrendo spunti concreti per il cammino futuro.
Tra i temi emersi con maggiore forza, quello del fare rete: con le famiglie, con il mondo del sociale, con chi opera accanto ai più poveri e fragili. La pastorale giovanile non può procedere da sola, ma è chiamata a intrecciare relazioni e collaborazioni per essere sempre più vicina ai giovani e ai loro bisogni.
Un'altra parola chiave è stata "ponte". La Puglia, per la sua storia e la sua posizione geografica, è da sempre terra di incontro tra Oriente e Occidente. Lo testimonia anche la figura di san Nicola, segno di comunione tra le Chiese d'Oriente e d'Occidente. Ma il richiamo ai ponti è stato soprattutto un invito per tutti: costruire ponti e abbattere muri, superare pregiudizi, divisioni e delusioni nate da esperienze passate. Servono ponti che aprano nuove strade all'evangelizzazione, capaci di raggiungere quei luoghi e quei giovani che ancora attendono l'annuncio del Vangelo.
L'esperienza è stata particolarmente significativa anche per le Marche. Un folto gruppo di operatori delle diocesi marchigiane, tra cui l'Arcidiocesi di Ancona-Osimo, ha scelto ancora una volta di vivere insieme questo appuntamento: dal viaggio condiviso alla festa nel chiostro della Basilica di San Nicola, fino ai momenti conclusivi, nei quali si è rivolto lo sguardo al futuro.
L'orizzonte è già quello della Giornata Mondiale della Gioventù di Seul 2027 e le diocesi marchigiane hanno già deciso di viverla assieme e di prepararsi assieme a questo appuntamento così importante.
Torniamo a casa con il cuore colmo di gratitudine. Portiamo con noi la conferma di essere in sintonia con il cammino che la Chiesa italiana sta indicando e la gioia di aver condiviso questo anno pastorale con il nostro vescovo, mons. Angelo Spina, guida sicura che continua a indicarci la strada da percorrere dietro al Signore. Il suo incoraggiamento e la sua particolare attenzione verso il mondo giovanile, soprattutto verso i ragazzi e le ragazze che ancora non fanno parte della comunità ecclesiale, rappresentano uno stimolo prezioso per continuare a uscire, incontrare e costruire una Chiesa sempre più accogliente e missionaria.
In fondo, è proprio questa l'eredità più bella del convegno: camminare insieme, farsi prossimi, perché solo insieme si può annunciare il Vangelo con credibilità e speranza.
Stimolante
Aniello De Prisco
Se dovessi racchiudere con una parola il convegno di SNPG, sceglierei certamente “stimolante”.
Stimolante per la varietà e diversità di esperienze vissute, per le voci ascoltate, per i posti abitati ma, personalmente, mi sento di dire che lo è stato soprattutto per le riflessioni e le domande che mi ha suscitato.
Domande e riflessioni che mi hanno coinvolto non solo in quanto membro diocesano della consulta di pastorale giovanile ma, innanzitutto, in quanto giovane e persona.
Chiesa ospitale
Francesco Pesce
Delle belle giornate del Convegno mi sono rimaste principalmente due cose. Per prima la bellezza di essere Chiesa, di trovarsi tutti insieme, ciascuno dalle proprie diocesi, dalle proprie realtà, ma uniti in un respiro di gioia, e di voglia di servire i giovani che ci sono affidati. E penso che questa comunione sia una cosa unica. La seconda cosa che porto a casa come mia, è un pensiero che parte dall’ascolto della realtà concreta dei giovani, ovvero la necessità di essere Chiesa ospitale, da un lato attenta a percepire le necessità, dall’altro pronta a essere guida e faro per l’incontro con Cristo, senza paura di alzare l’asticella, sapendo tirare fuori “cose antiche e cose nuove”, senza paura di “sporcarsi” di umanità e senza paura di far “sporcare” i giovani di santità.
Rivelatorio
Aurora Marconetti
Il convegno a Brindisi è stato per me l’occasione di comprendere quanto sono più belle le attività se fatte insieme. Nei tre giorni ho potuto approfondire conoscenze che già avevo e instaurare nuovi legami. Mi sono accostata a molte tematiche, tra le quali la sofferenza. Nel suo speech Don Massimo Angelelli ha fatto comprendere come la sofferenza non sia una malattia curabile, ma una condizione dell’uomo con cui questo deve convivere. Dovessi definire il convegno in una parola direi rivelatorio, in senso di conoscenze, di amicizie, di esperienze che hanno aiutato a comprendere quanto sia bella la Fede se vissuta insieme agli altri.
Il nuovo volto del quotidiano
Martina Maspes
Il convegno è stato una bella testimonianza di Chiesa e di apertura di orizzonti. I temi che sono stati tratti hanno dato spazio a una riflessione profonda e modo di entrare nel vivo della realtà che ci circonda. Spesso nelle nostre chiese si trattano temi uguali, belli, importanti, ma “sempre gli stessi”: l’amicizia, l’amore, la fraternità, l’oratorio; questo convegno ha invece toccato argomenti di attualità come il fallimento e la sofferenza, l’impegno sociale e politico, il lavoro, il mondo del digitale e altri che fanno parte del nostro quotidiano e che sempre più spesso sono ciò che viviamo e che vivono i giovani di cui spesso siamo educatori, animatori, amici…
Credo sia e sia stato davvero importante mostrare questo volto della chiesa, una chiesa che non ha paura di toccare temi difficili, che portano fatica, che a volte portano un po’ di scompiglio! Dobbiamo farci aiutare da chi è formato su tutte queste tematiche, a formare; è un gioco di parole, ma è così: formarsi grazie a chi è formato! Grazie a chi ha toccato con mano la sofferenza, a chi si spende nel mondo del lavoro, della politica, a chi fa corsi per aiutare gli altri ad affrontare mondi nuovi e una nuova socialità.
Il convegno è stato anche un meraviglioso momento per tessere relazioni, per aprire le porte a nuove amicizie, per creare una nuova rete di condivisione che ci permette di sentirci uniti, amati, famiglia, Chiesa.
Pranzi, cene, pause caffè diventano occasioni, momenti per raccontarsi, per condividere ciò che si vive e ciò che vive la pastorale giovanile dalla propria città o regione e, di conseguenza, diventano opportunità per prendere spunti, trovare idee e anche chiedere aiuto. Credo che, ancora una volta, la possibilità di incontrare altri giovani, adulti, educatori e sacerdoti che hanno una missione, un desiderio di fede comune, dia modo a tutti di sentirsi sempre accolti e accompagnati.
Per una PG missionaria e catechistica
Carmela Busia (con Martina e Simone)
Il 31 maggio sembrava di partire per un campo, con la sveglia nel cuore della notte e un aereo da prendere all’alba a Caselle. Per la Diocesi di Torino partivamo in cinque.
Appena arrivati, la sensazione era di stare dentro a qualcosa di grande, con centinaia di operatori di Pastorale Giovanile da tutta Italia, tra consacrati, laici, volti noti e tanti, tanti giovani. Ecco, forse non ci aspettavamo di trovare tanti coetanei, ma il fatto che anche i giovani siano coinvolti nei processi di PG ci è sembrato un bel segnale.
Sin dal titolo – “Va’ e accostati” – siamo stati provocati a ripensare l’atteggiamento della Chiesa, nei confronti delle nuove generazioni. Ci è chiesto di accostarci per costruire relazioni che partano dall’ascolto delle domande che già abitano i giovani e che sono amplificate dalle incertezze del nostro tempo. I diversi incontri hanno visto alternarsi relatori qualificati – docenti universitari, psicoterapeuti ed esperti del mondo giovanile – che hanno offerto preziose chiavi di lettura per comprendere i giovani e la realtà in cui vivono. Proprio come Filippo con l'eunuco sulla strada di Gaza, anche noi giovani siamo in ricerca: desideriamo comprendere la nostra vita e, allo stesso tempo, sentirci compresi. Questa ricerca attraversa tutti gli ambiti della nostra quotidianità: la famiglia, la scuola, il rapporto con gli adulti e con i coetanei e si esprime attraverso domande spesso profonde, che chiedono di essere accolte senza pregiudizi. Rispetto alle generazioni passate emergono bisogni nuovi. I giovani cercano relazioni autentiche, fondate sulla fiducia reciproca, nelle quali possano sentirsi liberi di raccontarsi e di condividere anche le domande più intime, senza il timore di essere giudicati. Hanno bisogno di essere guardati per ciò che sono realmente, riconosciuti nella loro unicità e accompagnati con pazienza nel cammino del discernimento. Per questo è fondamentale la presenza di educatori, animatori, sacerdoti e adulti significativi che sappiano essere testimoni credibili prima ancora che maestri: persone capaci di mostrare, con la propria vita, il volto accogliente e misericordioso della Chiesa.
Da questa consapevolezza nasce l'invito a una pastorale giovanile sempre più missionaria e catechistica, capace di uscire incontro ai giovani nei luoghi della loro vita quotidiana e di offrire loro occasioni autentiche per incontrare Gesù. Solo mettendo Cristo al centro sarà possibile accompagnare ogni giovane nel suo cammino di ricerca, affinché possa scoprire che la risposta più profonda alle sue domande ha il volto di una Persona che lo ama e lo chiama per nome. Tra i momenti più significativi, ricordiamo i laboratori di confronto che hanno avuto luogo nella seconda giornata di convegno. Qui, divisi in gruppi tematici, abbiamo prima ascoltato, un intervento di stimolo, poi ragionato e messo in comune i bisogni dei nostri contesti e infine tracciato la bozza di un micro-percorso che permettesse di realizzare la trasformazione desiderata. Di questo momento è stato stimolante lo scambio di esperienze da territori e realtà differenti e l’approccio pragmatico che non si è limitato a far emergere le difficoltà, ma che ci ha stimolato a co-progettare delle soluzioni possibili e realizzabili.
E poi il convegno non è stato solo lavoro. È stato anche godersi la bellezza e l’accoglienza del Salento e della Puglia, condividere pasti, chiacchiere e risate con gli altri partecipanti, visitare Bari vecchia e ballare la pizzica nel cortile della basilica di S. Nicola.
Abbiamo fatto esperienza di una Chiesa più vasta di quella che siamo abituati a conoscere, una Chiesa impegnata a trovare soluzioni con giovani e per i giovani; una Chiesa in cammino che si accosta, ascolta la domanda e, con la sua comunità, cerca la risposta.
Far parte di tutto questo è stato un privilegio, ora torniamo nella nostra Diocesi, nei nostri oratori, associazioni, movimenti, gruppi formativi per raccontare una nuova prospettiva per il lavoro futuro della Pastorale Giovanile.
La relazione come soglia dell’annuncio
Antonio Allegritti
Quando divenni incaricato regionale per la pastorale giovanile di Abruzzo-Molise, andai a Roma – dal nostro don Riccardo e dalla bella squadra del servizio nazionale di PG – per un dialogo, accompagnato dal caro don Nicola, il sacerdote che aveva svolto questo servizio prima di me. Al ritorno, nel traffico di Roma, mentre si parlava dell’organizzazione del giubileo dei giovani, ricordo che don Nicola mi disse due frasi che mi rimasero impresse e ora sono un po' una bussola per me: «con i giovani, prima di fare insieme e per fare insieme… occorre pensare insieme»; «non bisogna anzitutto fare per i giovani, ma soprattutto fare con i giovani».
Al momento di scrivere queste mie impressioni, ho ripensato alle due frasi di don Nicola. Perché tutti noi che siamo coinvolti nel lavoro di PG il convegno di Brindisi lo abbiamo pensato insieme, lo abbiamo scritto insieme, lo abbiamo fatto insieme. Si potrebbe dire, in altri termini: è stato un convegno “sinodale”, nel senso di “non calato dall’alto” ma rivelatosi in una strada fatta insieme… una di quelle strade che si fa con l’andare, e ti lasciano nel cuore non solo il raggiungimento della meta ma anche l’esperienza del viaggio.
Non voglio essere però troppo idealista: mi preme sottolineare come il convegno di Brindisi è stato pensato insieme. In una bella consulta svoltasi a Roma ci sono stati presentati i 10 laboratori che si sarebbero svolti a Brindisi: digitale; famiglia, relazioni e vita affettiva; liturgia; vocazione; impegno sociale e politico; scuola e università; oratorio e comunità cristiana; lavoro; sport e tempo libero; sofferenza e fallimento. Su essi, abbiamo riflettuto insieme. E noi che eravamo in quella consulta siamo poi stati chiamati a essere facilitatori della conversazione nei laboratori: ci siamo incontrati perciò online prima del convegno e in presenza durante il convegno, con la sensazione dunque che, oltre che aver lavorato insieme, abbiamo pensato insieme.
E lo stile del pensare insieme per poi fare insieme ha guidato anche la riflessione nei laboratori: dopo l’introduzione di un esperto, ogni laboratorio – suddiviso in sottogruppi – ha riflettuto sul tema. Così il gruppo è uscito «dal laboratorio con una domanda più vera di quella con cui è entrato».
Ho trovato conferma di questi miei pensieri nello stesso sito ufficiale del Servizio Nazionale di PG: «le riflessioni maturate nei laboratori hanno mostrato con chiarezza come il cuore della Pastorale Giovanile […] sia […] la qualità delle relazioni. Prima di annunciare, occorre accostarsi. Prima di proporre, occorre ascoltare. Prima di guidare, occorre imparare a camminare insieme». Insomma, la stessa prospettiva di quel viaggio di ritorno da Roma. E nel sito si legge anche che occorre «passare dalla logica del “fare per” a quella dell’“essere con”». Di nuovo, esattamente l'insegnamento che mi era stato consegnato mentre tornavo a casa dopo aver incontrato don Riccardo.
Il convegno mi ha però ricordato che la logica dell’“essere con” e del “pensare insieme” non è solo frutto di una strategia (e men che meno, di una bella chiacchierata in una macchina immersa nel traffico romano). È la logica della rivelazione! Il tema del convegno è: «va’ e accostati» (At 8, 29), che sono le parole rivolte a Filippo. A lui lo Spirito chiede di accostarsi a un eunuco che incontra per strada: non lezioni, ma compagnia. L'accostarsi come forma dell'annuncio.
Nello stesso sito la mia attenzione è stata catturata prima dalle immagini che dalle parole. È un buon segno: a casa riporto ciò che le immagini custodiscono, ovvero relazioni, incontri, condivisioni, fatiche raccontate, speranze non più taciute. Ecco dunque cosa vorrei restituire: l’esperienza che resta! Esperienza di compagnia, di un “va’ e accostati” praticato da noi che lavoriamo in pastorale giovanile.
E i contenuti? E le competenze? Tra la relazione e il contenuto della proposta si realizza una dinamica, ben fotografata nella restituzione dei laboratori che ci è stata consegnata. In essa si legge: «abbiamo finalmente capito una cosa vera, che senza fiducia nessun annuncio passa e che la relazione non è il preludio alla proposta ma, almeno all'inizio, è la proposta stessa. Va però anche nominato il rischio, perché lo hanno nominato gli operatori per primi: uno dei gruppi ha riconosciuto come propria domanda falsa il “basta la relazione e la presenza, senza formazione specifica?”. La relazione può diventare una soglia verso l'annuncio, oppure un luogo comodo in cui fermarsi. La differenza tra le due cose è tutto il lavoro che ci aspetta».
L’importanza della relazione come luogo dell’annuncio non è rimasta impressa solo a me: il confronto con gli altri incaricati di pastorale giovanile – in particolare quelli di Abruzzo-Molise – mi parla della gratitudine per il tratto di strada fatto insieme. Che sia stato nel bel luogo vicino Brindisi che ci ha ospitati al convegno, o camminando (come abbiamo fatto in un pomeriggio del convegno) nei vicoli della città di Bari, che ci hanno visti – tra arte, cultura, tradizioni, sapori che li caratterizzano – pellegrini della fede e camminatori nell’amicizia.
Un cuore stracolmo di gioia
Simona Centioni
Il convegno è stato per me una grazia. Dalle tematiche trattate e approfondite ai rapporti umani instaurati. Viverlo all’unisono con tutte le diocesi della mia regione ha incrementato ancora di più la bellezza di quanto vissuto. Mi sono riportata a casa tanti punti su cui riflettere e puntare per costruire sempre più una chiesa che parli per i giovani e con i giovani e un cuore stracolmo di gioia. Abbiamo tanto da lavorare, ma rimboccarsi le maniche sapendo di non essere soli ma anzi con la consapevolezza che ci sono tanti giovani pronti a mettersi a servizio come te dà la carica giusta per affrontare un nuovo anno e le sfide che esso porterà.
“Stai accanto e riempiti di vita”
Nicola Pio Castriotta
Avendo vissuto l’esperienza del Convegno insieme ad una rappresentanza dell’équipe della nostra arcidiocesi (Manfredonia Vieste) rientro contento avendo respirato un clima ecclesiale molto bello e fraterno fatto di ascolto e dialogo. Non si è progettato o programmato nulla ma si è vissuta una dinamica di ascolto profondo. Lo stile pastorale ed evangelico utilizzato parte dal brano degli Atti degli Apostoli (8,29) e di come l’approccio missionario è rivolto a chi è lontano dalla fede ma nutre dentro di sé la sete di Dio e il desiderio di riscoprirla e riviverla. Il brano in questione racconta un incontro significativo che fa comprendere come la fede ti può donare una nuova visione della realtà nelle relazioni. È stato interessante cogliere anche la visione di chi accompagna. Chi è l’accompagnatore/catechista/sacerdote se non colui che siede accanto quando tutto può essere difficile e ti aiuta nel processo di autocomprensione, incoraggiandoti a prendere il volo una volta che l’accompagnato incontra Cristo, colui che permette ogni accompagnamento.
Quante situazioni di povertà o di ricerca di senso noi incontriamo? La cosa bella è che Filippo non dà risposte preconfezionate ma semplicemente si cimenta compagno di viaggio nelle domande che abitano il cuore dell’eunuco e riscopre tanta bellezza nella vita dell’eunuco. Questo rimane il punto cruciale della trasmissione della fede. Senza questo tutto ciò che si costruisce dopo può rischiare di perdersi. Dopo questo anche la capacità e il coraggio di discostarsi un po' per vedere l’altro crescere e incamminarsi sulla propria strada.
Le domande che spesso accolgo lungo la strada da parte degli adolescenti e giovani sono: “Io chi sono?”; “Perché esisto?”; “Quale sarà il mio futuro?”. Sto apprendendo sempre di più che non sono necessarie risposte immediate ma devo permettere e creare delle condizioni in cui esse acquistino senso. L’annuncio cristiano non può prescindere dai due verbi: Accostare e ascoltare.
Per permettere ciò io devo rimanere nella realtà, coltivare le relazioni significative e far vivere ai giovani esperienze significative. Sapendo che il “molto” mi viene e verrà donato proprio da loro e dalle loro grandi domande.
Dunque, un’occasione importante quella del Convegno nazionale per ripartire con una consapevolezza nuova: la fedeltà quotidiana nel tessere relazioni che sappiano portare alla grande Relazione con Cristo.
Accogliere chi ogni giorno accoglie
Francesco Trambarulo, volontario
Per chi fa il volontario, un convegno comincia prima della prima assemblea. Comincia quando si controllano gli arrivi, si prepara una sala, si risponde a una domanda logistica, si accompagna qualcuno con la navetta, si prova a risolvere un imprevisto senza farlo pesare. È da questa posizione, laterale ma tutt’altro che marginale, che ho vissuto il convegno. Quello di Brindisi è stato il quarto convegno nazionale a cui ho partecipato. I primi due li ho vissuti come collaboratore diocesano; gli ultimi due da volontario, insieme ad altri giovani impegnati nell’accoglienza, nella logistica, nelle navette, nell’organizzazione delle sale e in tutto ciò che consente a un appuntamento nazionale di funzionare. Cambiare ruolo ha cambiato anche il mio sguardo. Da partecipante si ricevono contenuti, incontri e provocazioni. Da volontario si scopre quanto lavoro silenzioso sia necessario perché tutto questo possa accadere e, soprattutto, si comprende che il servizio non è il solo supporto organizzativo del convegno, ne è già parte del messaggio. Il titolo scelto «Va’ e accostati» è l’invito rivolto a Filippo perché raggiunga il carro dell’eunuco, si avvicini, ascolti la sua domanda e percorra con lui un tratto di strada. Fare accoglienza significa, in fondo, compiere lo stesso movimento. Accostarsi a chi arriva, spesso dopo molte ore di viaggio; riconoscere un volto già incontrato o imparare un nome nuovo; far sentire a casa persone provenienti da diocesi, associazioni, movimenti e congregazioni differenti. Prima ancora delle relazioni e dei laboratori, il convegno comincia lì: nel modo in cui ci si fa prossimi. È una dimensione che avevo già sperimentato come partecipante e che, questa volta, ho potuto restituire. Accogliere chi ogni giorno accoglie i giovani nelle parrocchie, negli oratori, nelle associazioni, nelle scuole e nei diversi luoghi educativi ha un significato particolare. Molti arrivano al convegno portando con sé la bellezza del proprio servizio, insieme alla fatica, alle domande irrisolte e alla solitudine che talvolta accompagna chi ha responsabilità pastorali. Un sorriso, una battuta, una stretta di mano o un’indicazione data con attenzione contribuiscono a creare uno spazio nel quale ciascuno possa sostare, respirare, pregare, confrontarsi e poi tornare nel proprio territorio con uno sguardo rinnovato. Uno degli indicatori di un buon convegno, per me, resta proprio questo: quante relazioni ha reso possibili, ancora prima di quanti progetti ha prodotto. A Brindisi erano presenti persone provenienti da tutta Italia e appartenenti a esperienze ecclesiali diverse. Ho visto più volte, nei convegni nazionali, una conversazione iniziata durante un laboratorio proseguire a pranzo, in navetta o la sera; un’esperienza raccontata da una diocesi diventare un’intuizione per un’altra; un contatto occasionale trasformarsi in collaborazione. Non tutto produce immediatamente un progetto strutturato, e non è necessario che accada. Talvolta il primo frutto è sapere di non essere soli. La tentazione di lavorare nel proprio recinto, richiamata anche nelle conclusioni del convegno, si supera facendo esperienza che insieme si vede meglio. Il livello nazionale mette in comunicazione i territori senza uniformarli e consente alle differenze di diventare una risorsa. I contenuti emersi nei tre giorni hanno confermato questa impostazione. Anche durante i laboratori è stata indicata la relazione e l’esperienza come leve decisive. I laboratori hanno insistito sulla necessità di costruire micro-percorsi concreti e verificabili, sulla corresponsabilità e sul protagonismo dei giovani. La domanda non è soltanto che cosa organizzare per loro, ma come stare con loro e quale conversione sia richiesta agli adulti e alle comunità. Vivere tutto questo da volontario rende l’esperienza più intensa. Si vedono le fatiche dell’organizzazione, gli aggiustamenti dell’ultimo momento, la necessità di tenere insieme precisione e disponibilità. Si impara che l’accoglienza richiede attenzione, capacità di leggere le situazioni, rapidità nel rispondere e disponibilità a fare un passo indietro. Il volontario resta ai margini della scena e contribuisce a costruire le condizioni perché gli altri possano incontrarsi, ascoltarsi e lavorare. Essere a servizio di chi ogni giorno si mette a servizio dei giovani è stata, per me, una forma concreta di gratitudine. Da Brindisi porto con me molti volti e nuove amicizie, insieme ad alcune intuizioni da approfondire. Porto soprattutto una postura: accostarsi prima di proporre e ascoltare prima di rispondere, lasciando spazio senza occupare tutto. Visto dal di dentro, il convegno nazionale è stato questo: una grande esperienza di accoglienza reciproca, nella quale la pluralità delle provenienze ha mostrato il volto di una Chiesa giovane e vivace, più ampia dei nostri singoli territori. Un’esperienza che non si esaurisce nei giorni trascorsi insieme, perché continua nelle relazioni nate, nei piccoli passi avviati e nel modo nuovo con cui ciascuno torna a camminare accanto ai giovani.

