Santi del passo indietro


    Conclusioni del XXIX Convegno Nazionale di Pastorale Giovanile

    Riccardo Pincerato *

    (NPG 2026-06-92) 


    Siamo arrivati a Brindisi portando ciascuno il proprio territorio, le proprie fatiche, le domande della propria diocesi, e portando, anche, una tentazione antica: quella di pensare da soli. È la tentazione di chi ha imparato a fare bene il proprio mestiere e si è abituato a farlo nel proprio recinto, convinto in fondo che gli altri non capirebbero la fatica di quel pezzo di terra. Ci siamo seduti a dieci tavoli diversi con questa tentazione addosso. Il primo risultato di questi giorni, per me, è proprio questo: ci siamo alzati da quei tavoli avendola, forse e almeno in parte, deposta.
    Il versetto che ci ha accompagnati viene dal capitolo ottavo degli Atti, quando lo Spirito dice a Filippo una cosa sola, semplice e disarmante: «Va’ e accostati a quel carro». Non gli dice cosa annunciare, non gli consegna un programma. Gli dice di avvicinarsi. Filippo corre, si affianca, e la prima cosa che fa non è parlare, è domandare: «Capisci quello che stai leggendo?». La domanda prima della risposta. L'accostarsi prima dell'annuncio. Dieci laboratori, senza essersi messi d'accordo, hanno riscritto questo stesso versetto con parole loro. Per capirlo bisogna partire dal modo in cui ci sono arrivati, perché il metodo, questa volta, è già parte del messaggio.

    Il metodo

    In ogni laboratorio abbiamo fatto dialogare tre sguardi sullo stesso nodo: lo sguardo di chi sta o si è pensato con gli adolescenti, quello di chi accompagna i giovani o si è pensato loro accompagnatore, quello di chi pensa la pastorale a livello diocesano. Tre livelli che di solito si parlano poco, e che quando si parlano spesso si rimproverano a vicenda. Li abbiamo messi nella stessa stanza non per trovare un accordo a tutti i costi, ma per vedere dove le loro letture convergevano e dove invece si scoprivano diverse. Poi abbiamo chiesto a ciascun gruppo di non fermarsi alla diagnosi, di non lasciarci con l'ennesima fotografia dei problemi, ma di abbozzare un passo. Non un grande piano: un micro-percorso. Destinatari concreti, con un nome e un'età. Due o tre momenti soltanto. Un obiettivo pastorale chiaro. Infine, e qui sta la scelta più feconda, la richiesta di nominare l'ostacolo, la ragione profonda che potrebbe bloccare il primo passo.
    Cogliamo insieme il perché di questa richiesta. Un progetto che nomina il punto in cui può rompersi è un progetto che si può verificare. Diventa qualcosa che si prova, si rilegge, si corregge e si prova di nuovo. È la differenza tra il piano pluriennale che scriviamo a settembre e dimentichiamo a novembre, e il piccolo passo che possiamo guardare in faccia dopo un mese e domandarci con onestà: ha tenuto, dove ha tenuto, dove ha ceduto? Portiamo a casa proprio questa idea di progettazione: non l'opera grande che ci schiaccia, ma la micro-progettazione ripetibile, fatta di passi piccoli, verificabili, che si possono ricominciare. Non perché siamo diventati meno ambiziosi. Perché abbiamo capito che si accompagna camminando, e si cammina un passo alla volta.
    Dieci laboratori partiti da nodi lontanissimi tra loro, il digitale e la sofferenza, lo sport e la liturgia, il lavoro e l'affettività, sono arrivati alle stesse poche intuizioni di fondo. Nessuno aveva chiesto loro di convergere. La convergenza è emersa. Quando dieci stanze che non si parlavano scrivono la stessa frase, quella frase smette di essere l'opinione di qualcuno e comincia ad assomigliare a una voce comune. Veniamo allora a ciò che questa voce comune ha detto.

    Le convergenze

    La prima convergenza la conoscete già, perché è il nostro versetto: accostarsi prima di annunciare. C'è però un dato che mi ha colpito e che dovrebbe restare nella memoria di questa assemblea. Abbiamo chiesto a ogni gruppo di scegliere, per il proprio micro-percorso, una sola leva tra cinque: la relazione, l'esperienza, la Parola, il rito, la comunità. Su ventotto scelte, ventitré sono andate alla relazione e all'esperienza. La Parola e la comunità raccolgono il resto, e il rito non è stato scelto da nessuno. Da nessuno, neppure, dentro il laboratorio dedicato alla liturgia, dove tutti e tre i sottogruppi hanno indicato la relazione e l'esperienza come la porta per entrare nel rito. Spero che questo non sia una disaffezione alla liturgia. Spero piuttosto che possa essere la consapevolezza che al rito non si arriva spiegandolo, ma vivendo prima qualcosa che lo renda desiderabile. La domanda che più si è ripetuta in questi giorni, e che Sport, Oratorio, Digitale, Scuola, Sofferenza hanno riconosciuto come la domanda che ci chiude è sempre la stessa: «cosa facciamo per loro, come li attiriamo, quanti ne arrivano?». La domanda che ci apre, e che faticosamente prende il suo posto, capovolge la prospettiva: non più come portarli dentro, ma come stare con loro.
    Si apre così la seconda convergenza. La trasformazione che i gruppi hanno nominato non riguarda anzitutto i giovani. Riguarda noi. Nel laboratorio sulla famiglia e l'affettività, in quello sulla scuola, sulla vocazione, sull'oratorio, sul digitale, la conversione richiesta è quella dello sguardo dell'adulto, prima che del cuore del ragazzo. Si è scritto: passare dall'organizzare attività all'esserci; passare da un rapporto funzionale, in cui il giovane mi serve per riempire il gruppo, a una relazione gratuita, in cui sono io che servo a lui. Un gruppo lo ha detto in modo netto: «non è il giovane che serve a me, sono io che servo a lui». È una frase che ribalta il modo in cui spesso misuriamo il successo pastorale. La domanda non è più soltanto come cambiare i ragazzi, ma chi dobbiamo diventare noi perché qualcosa, in loro, possa accadere.
    La terza convergenza è quella che ci riconsegna esattamente a dove siamo partiti, la tentazione di pensare da soli. L'ostacolo che ritorna in quasi tutti i nodi ha due volti che sono la stessa cosa: da una parte il «si è sempre fatto così», la paura di perdere il controllo, dall'altra la solitudine dell'operatore, il campanilismo, i compartimenti stagni tra uffici, movimenti, parrocchie. Più di un gruppo ha usato la stessa immagine: quella dell'orticello che si difende. Ma accanto a questo ostacolo, in ogni laboratorio, è cresciuto lo stesso desiderio: fare rete, tessere comunione tra le pastorali, smettere di delegare. È la convergenza che chiude il cerchio del metodo, perché il fatto stesso che siamo arrivati qui, alle stesse intuizioni, lavorando insieme, è già la risposta all'ostacolo che più temiamo. La solitudine non si vince con un'esortazione. Si vince facendo esperienza che insieme si vede meglio. Questi giorni sono stati questa esperienza.
    Arrivo così alla quarta convergenza. Il giovane non è il destinatario delle nostre proposte. È il protagonista. Nel digitale non si è pensato a contenuti da offrire ai giovani, ma a giovani che mettono le mani in pasta, che trasformano l'algoritmo in relazione, lanciando ai coetanei un invito a rivolgere domande vere alla Chiesa. Nella liturgia non si vogliono ragazzi che eseguano compiti durante la celebrazione, ma ragazzi che la pensino insieme a noi. Nell'oratorio si è scritto, e lo trovo bellissimo, che bisogna passare da collaboratori a corresponsabili, dall'animatore turistico all'animatore testimone. Nella scuola, infine, un gruppo ha rovesciato un luogo comune che ripetiamo da decenni: i giovani non sono il futuro, sono il presente. Ecco perché la seconda e la quarta convergenza sono in realtà un solo movimento: l'adulto si converte e fa un passo indietro, e in quel passo indietro il giovane finalmente avanza.
    Torniamo allora all'eunuco, perché il suo è esattamente questo cammino. Filippo si accosta, ascolta, domanda, e poi, dice il testo, «partendo da quella Scrittura, gli annunciò Gesù». L'annuncio c'è, e non è un dettaglio: è il cuore. Ma guardate cosa accade dopo. Non è più Filippo a condurre. È l'eunuco che vede l'acqua, prende lui l'iniziativa e domanda: «che cosa impedisce che io sia battezzato?». L'adulto annuncia, e proprio l'annuncio, quando è vero, non lega a sé, libera. Restituisce l'altro alla sua iniziativa.
    Non voglio però chiudere con un'armonia che i dati non confermano del tutto. C'è una tensione che i laboratori non hanno sciolto. È la tensione tra il desiderio di un annuncio chiaro, vero e bello, e la necessità di un ascolto paziente che lo precede e che a volte sembra non finire mai. I gruppi convergono sul fatto che bisogna accostarsi prima di parlare. Ma sanno anche che accostarsi senza mai annunciare sarebbe tradire chi ci sta davanti. Tenere insieme queste due fedeltà è il lavoro che ci aspetta, e nessuno di noi lo ha ancora risolto. Vi lascio questa tensione intatta; essa è la prova che non abbiamo costruito uno slogan.

    La santità

    In questi giorni una parola è tornata in ogni laboratorio: verificabile. Il micro-percorso che si può guardare in faccia dopo un mese, il passo che ha tenuto o che ha ceduto. Mi sono fatto una domanda, e ci riguarda tutti perché sta nascosta sotto tutte le altre: verificabile rispetto a che cosa? Se il metro resta quello che abbiamo smascherato insieme: quanti ne arrivano? quanti ne restano? allora siamo tornati esattamente alla domanda che ci chiude, quella da cui eravamo fuggiti. Un progetto si verifica solo se sappiamo dire qual è il suo fine. Il fine del nostro progettare, allora, non è la riuscita. È la santità.
    Tolgo subito un equivoco, perché questa parola oggi potrebbe spaventare. La santità di cui parlo non è prestazione. Non è il successo dell'operatore bravo, non è il benessere di chi si sente a posto, non è la perfezione di chi non sbaglia. Papa Francesco, nella Gaudete et exsultate, ha dato un nome ai due nemici più sottili di questa parola, li ha chiamati neo-gnosticismo e neo-pelagianesimo, e sono, a ben guardare, la stessa cosa detta due volte: la pretesa di salvarci da soli, con la forza della mente o con la forza della volontà. Sono la santità ridotta a prestazione. Sono la versione spirituale del «quanti ne arrivano?». La santità vera è il rovescio di tutto questo. È quella che lo stesso Papa Francesco chiamava la santità della porta accanto, fatta di piccoli gesti quotidiani, e questa sì è verificabile: nelle azioni di ogni giorno e nelle relazioni. Non si conta. Si riconosce in un modo di vivere.
    Arriviamo così al cuore. Perché si diventa santi? La tentazione, di nuovo, è rispondere: per ottenere qualcosa. Per meritare il cielo, per essere all'altezza, per riuscire. Ma se la santità si fa per avere qualcosa in cambio, è ancora prestazione, è di nuovo neo-pelagianesimo con un altro vestito. La santità nasce in un solo modo, e nasce dal sentirsi amati. Non si è santi per essere amati, si è santi perché si è già amati. Questo, e non altro, è il kerygma, l'annuncio che Cristo è risorto. La prima verità che da quella Pasqua si sprigiona, la Christus vivit la mette per prima e la dice senza giri di parole: «Dio ti ama». Da lì, e soltanto da lì, parte la santità. Si fa il bene non per comprarsi qualcosa, ma perché non si riesce a fare a meno di restituire un amore ricevuto per primi e gratis.
    Guardiamo allora che cosa è, davvero, questo annuncio. Paolo lo scrive ai Corinzi senza addolcirlo: noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani. Scandalo. La parola greca è skándalon, la pietra contro cui si inciampa. Il kerygma è uno scandalo perché annuncia un amore che si dà per niente, che non chiede di essere meritato, che si consegna sulla croce senza tornaconto. Per una logica di rendimento, di successo, di prestazione, questo è inaccettabile: è una pietra messa di traverso, una pietra che fa cadere. Qui però accade il rovesciamento che ci riguarda da vicino. Quella pietra scartata, canta il Salmo, è diventata la testata d'angolo. La pietra dello scandalo è la pietra su cui si costruisce. Lo scandalo della croce non è l'ostacolo da rimuovere per poter edificare: è ciò che regge l'edificio. Si costruisce a partire da ciò che il mondo butta via.
    Una pietra, da sola, non costruisce nulla. La testata d'angolo serve a tenere insieme due muri. La santità, quando è vera, non isola mai, è il contrario del campanilismo, è il contrario dell'orticello che ci siamo detti di voler superare. Per questo santità, kerygma e sinodalità non sono tre temi che appiccichiamo alla fine: sono lo stesso movimento. La sinodalità è un camminare insieme, un fare strada con. La terza convergenza era proprio il desiderio di fare rete, di tessere comunione, di smettere di delegare. Quella convergenza adesso si può chiamare santità che si edifica insieme, pietra su pietra, perché nessuno diventa santo da solo. La verifica dei nostri passi, allora, non è un numero. È una domanda che potremo guardare in faccia tra un anno: quel piccolo passo ha generato un modo di vivere più evangelico, in me e tra noi? Mi ha reso più capace di amare gratis, o soltanto più efficiente?

    La domanda

    Torniamo allora, un'ultima volta, all'eunuco. Siamo venuti a Brindisi chiedendoci che cosa fare per i giovani. Filippo si era accostato, aveva ascoltato, aveva domandato, e poi, dice il testo, gli aveva annunciato Gesù. Il kerygma c'era stato, e non era un dettaglio: era il cuore. Ma guardate l'ultima riga del racconto. L'eunuco «proseguì pieno di gioia», e Filippo non era più al suo fianco, lo Spirito lo aveva portato altrove. C'era stato l'incontro, c'era stato l'annuncio, e poi Filippo era scomparso.
    Potremmo leggere quella scomparsa come una perdita. Oggi la possiamo leggere come la prova più alta della santità di Filippo. Chi annuncia per essere amato, trattiene; chi annuncia perché è già amato, lascia andare. La santità di cui vi ho parlato si verifica esattamente qui, nella gratuità di un passo indietro. È santo non chi rende gli altri dipendenti da sé, ma chi li rende liberi, capaci di proseguire da soli, pieni di gioia. La pietra scartata che regge l'edificio è anche questo: un amore che accetta di sparire perché l'altro resti in piedi.
    La domanda che ci resta nasce da qui. Non è più soltanto: che cosa facciamo per i giovani. Non è più soltanto: chi dobbiamo diventare noi. È questa: siamo disposti a diventare santi del passo indietro? Capaci di un annuncio così vero, così gratuito, da renderci non necessari, da lasciarci scomparire come Filippo, perché siano i nostri giovani a proseguire, anche senza di noi, pieni di gioia? Se impareremo a verificare i nostri piccoli passi su questa domanda, e non sui numeri, saremo tornati a casa non con un metodo in più, ma con una pietra su cui ricostruire. La pietra che gli altri scartano. La pietra che, da sola, tiene insieme l'angolo.

    * Direttore del Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile della CEI