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    Dio

    Jean D’Ormesson



    CAPITOLO V
    in cui, per ragioni ancora oscure,
    l'uno nasce dall'altro e l'altro nasce dall'uno

    In quel tempo, il tempo non esisteva ancora. E il tutto e il nulla non si distinguevano l'uno dall'altro. Non c'erano né giorno né notte, né numero, né cifre, né colore e neppure spazio, e nessuno pensava a nulla. Non c'era né terra, né oceano, né confini, né intersezioni. Non c'era caso né necessità. Non c'erano foreste, né laghi, né stelle nel cielo, e neppure cielo.
    Non c'erano innamorati e non c'era linguaggio. Non c'era universo. Non c'era nulla. E questo nulla era immerso nel nulla e si confondeva con tutto.
    Altrove, domani, altro, più in là, aspettare, sparire, apparire: nessuna di queste parole - e nessuna di tutte le altre - rimandava a nulla, nessuna aveva il minimo significato. Non si muoveva nulla, non mutava nulla, nulla poteva essere voluto, nulla poteva essere detto né concepito di alcunché. Un vuoto, un nulla, un buco nell'inesistenza. Una sorta di assenza universale. Ma questo silenzio, questo vuoto, questa assenza erano ricolmi di possibile.
    Nessuno regnava su questo nulla in cui dormiva un futuro. E questo Nessuno era Dio. E questo Nessuno era la persona di Dio. Poiché non c'erano neppure ostacoli, né nemici, né sconfitte, né errori, né nulla, Dio era un re potentissimo e un sovrano assoluto. Era assolutamente solo e assolutamente potente. E poiché non regnava su nulla, regnava anche su tutto. E poiché regnava su tutto, non regnava su nulla.
    Dio era eterno. Non perché il tempo lo risparmiasse, ma perché al mondo non c'erano ancora né Dio né il tempo, giacché non esisteva nulla. Dio era infinito. Era egli stesso il nulla che si estendeva a tutto ed era l'assoluto. Non c'erano limiti alla sua potenza, che non era altro che impotenza dal momento che non si esercitava su nulla, e alla sua solitudine.
    Dio era solitudine in mezzo alla solitudine. Ed era assenza nell'assenza. Non aveva nome poiché non c'era linguaggio e poiché non c'era nessuno che lo nominasse. Era immobile, silenzioso, innominato, onnipotente ed eterno. E, malgrado la sua onnipotenza, malgrado la sua eternità, a causa di questo nulla e di questa solitudine, Dio era appena Dio.
    Qualcosa tuttavia lavorava in questa assenza. Era un'insoddisfazione. Un richiamo. Uno slancio verso il divenire e un'impazienza d'essere. Il vuoto era pieno d'angoscia e di trasalimenti. Dio avvertiva oscuramente un essere che affiorava nel suo seno. E chiamava se stesso all'esistenza.
    Dio era forse stanco di se stesso, della sua solitudine e della sua onnipotenza? Forse Dio si annoiava? Era forse stanco del suo essere nulla e del nulla attorno a lui? Gli veniva forse un desiderio di separare finalmente il nulla e il tutto e di rivelarli, l'uno all'altro distinguendoli l'uno dall'altro? Forse una forza oscura, da cui tutto sarebbe uscito e che si chiamava amore, si era impossessata di lui? I filosofi, i teologi, gli storici, gli scienziati, i poeti non hanno mai smesso di discutere sulle origini dell'universo e migliaia di libri hanno trattato questo argomento. Noi non abbiamo l'ambizione di fornire qui una risposta a una disputa così illustre.
    Diciamo soltanto in poche parole che in questo Dio eterno identico a se stesso spuntava lentamente un bisogno ardente che si confondeva in lui con la sua stessa aspirazione ad amare e ad essere e a prendere il sopravvento sul nulla.
    Questo libro incomincia, nel modo più semplice possibile, con l'idea dell'altro che sta attraversando Dio. Non si ha uno se non si ha altro. Non si ha nulla finché non esiste altro.
    Quando un'immagine dell'altro balena in Dio, comincia la storia del mondo. E, simultaneamente, la storia di Dio. Se infatti non ci fosse Dio, non ci sarebbe mondo. Ma se non ci fosse mondo, ci sarebbe un Dio?



    CAPITOLO VI
    in cui Dio scopre nel futuro
    la battaglia di Qadesh,
    il marchese de Dreux-Brézé
    e un'amica di P.-J. Toulet

    Se non ci fosse Dio, ci sarebbe un mondo? Ma se non ci fosse mondo, ci sarebbe un Dio?
    Dio si mise a pensare. Calcolava le essenze, i possibili, i futuri. Nel silenzio e nelle tenebre qualcosa brillò. Ecco già qualcosa di sublime nell'atto di sprizzare dal nulla. Ci è difficile, e forse impossibile, immaginare che cosa potesse essere, nell'assenza dello spazio e nell'assenza del tempo, lo splendore insostenibile del pensiero di Dio. È lecito supporre che, in quel bagliore divino, e in mezzo all'infinità degli universi abortiti in seno al sogno di Dio, figurasse di già tutta l'immensa successione dei tempi, i profeti ed i re del Vecchio Testamento, la battaglia di Qadesh tra il Faraone e gli Ittiti, le conquiste di Alessandro, l'assassinio di Cesare perpetrato da Bruto e Cassio nella Curia romana di fronte alla statua di Pompeo, la nascita del Budda, di Gesù e di Maometto, i fasti dell'Impero di Mezzo, la caduta di Costantinopoli, la scoperta dell'America, il giuramento della Pallacorda e la risposta di Mirabeau, nella sala dell'Hôtel des Menus, all'ingiunzione del marchese de Dreux-Brézé, le pagine piene di esplosive promesse del Capitale di Karl Marx, i particolari più infimi, insignificanti e squisiti della Mia amica Nane di P.J. Toulet e le ultime righe di quest'opera che non sono ancora vergate in gloria del Dio onnipotente, il cui nome sia benedetto.
    Tutto ciò, e tutto il resto, dall'àcaro e dal vermiciattolo alle più lontane galassie, era già in germe in quel desiderio dell'altro e di se stesso nell'altro che s'impossessava di Dio. Quella sete, quella nostalgia, quella impazienza divine erano tutte quante impregnate d'amore. Se il minimo egoismo, la minima viltà, la minima preoccupazione della propria personale comodità avessero agitato Dio, se ne sarebbe tornato a dormire nella sua assenza originaria e nella sua onnipotenza senza oggetto, senza buona né cattiva ventura, senza disastro e senza trionfo, senza nascita e senza morte. Dio poteva scegliere tra se stesso e gli altri, tra una solitudine infinita e un'infinità di possibili, tra una pace immobile e tutti i disastri e le folgorazioni dell'amore. Dal momento che siamo al mondo, sappiamo che cosa abbia scelto. Sia benedetto il suo santo nome.
    Ha scelto di essere. Ha scelto di soffrire. Ha scelto di diventare egli stesso tutto il dolore del mondo, tutti i suoi peccati, tutti i suoi errori, le sue follie e i suoi deliri, e di perdonarglieli. Attraverso l'universo, i pianeti, le stagioni, la storia degli uomini, ha scelto la vita ed ha scelto la morte. Ha scelto di morire e di resuscitare. Di morire eternamente e di resuscitare eternamente. Ha scelto d'amare. Ognuno di noi conosce gli uragani di questo amore di cui ci hanno parlato tante poesie, tante tragedie, tanti romanzi, tante opere d'arte e che a volte siamo giunti perfino ad avvertire in noi stessi. Anche Dio li avvertiva. Essi ci possono dare una tenue immagine, naturalmente inadeguata degli impeti dell'amore divino quando dissipa il nulla. Alla sola speranza della propria solitudine spezzata, l'allegria del Dio onnipotente fecondò il silenzio dell'universo assente.

    (Dio. Vita e opere, Rizzoli 1982, pp. 15-18)


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