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    Eva
    Gioia Quattrini


    Era stanca Eva. Stanca davvero ma niente paura né pentimento né afflizione.
    Sedeva sotto la tenda, un momento. Ferita dalla luce lancinante che abbagliava feroce, respirava lentamente guardandosi intorno. Ora che niente era più ovvio e scontato, ora che molto dipendeva dalla loro fatica, dai loro sacrifici, dalla loro forza e voglia di lottare, tutto ciò che la circondava le sembrava di una magia infinita.
    Le venne da sorridere. Di certo era pazza. Povero Adamo!
    Sorrideva Eva ai ricordi: il giardino dell’Eden, i colori, gli odori, il fresco della brezza che addolciva la pelle. L’acqua a far capriole e gorgoglii. Alberi con frutti di miele, fiori turgidi e carnosi, profumi così intensi da raccontare la notte quello che il buio nascondeva. Ed ovunque un brulicare di vita, battiti di ali e agili gazzelle, animali eleganti che vivevano liberi e leggeri: la bellezza. La bellezza ovunque.
    Appena aperti gli occhi era stata inondata da tutto questo. Una musica l’aveva avvolta subito mentre Adamo, anche lui stupito, le cantava la sua canzone d’amore… “carne della mia carne e ossa delle mie ossa.” La passione a travolgerli, li, in quel mare di vita che esplodeva intorno a loro.
    Giorni fatati, ore inafferrabili a volerle fermare. Il cuore che batteva, batteva…
    E poi… all’improvviso… una voce dentro di lei… che un attimo prima non c’era ed un attimo dopo si imponeva continua e continua… una voce a domandarle chi in fondo fosse lei, cosa fosse la sua vita, in cosa consistesse, dove portasse questa gioia, quale significato dare e cosa farsene di quella energia e curiosità che esplodeva dentro di lei.
    E la sua mente che cominciava a girare, girare, e i pensieri si accavallavano, correvano in tutta quell’immensità fino ad avvinghiarsi languidamente intorno all’albero del bene e del male. Ora su cosa fosse il bene, aveva una sua idea. Era immersa nel bene, le riempiva i polmoni, lo mangiava nell’aria, lo sentiva sotto le unghie… ma il male, il male era un’altra storia…. non era facile… eppure era come lanciare lo sguardo oltre il giardino, lontano, in fondo, a fuggire da tutto quello splendore… quando ci provava a guardar laggiù sentiva un vuoto dentro che le bloccava il respiro… era così curiosa, così attratta da ciò che non sapeva….
    La voce dentro di lei sussurrava che non poteva essere tutto lì, in quell’armonia senza un cedimento, in quello splendore senza un’ombra, in quel vivere di poesia con il Signore che scendeva nel giardino a passeggiare nel vento della sera…. altrimenti non ci sarebbe stato quel divieto, quei due alberi da non poter toccare, così odorosi… cosa c’era in quel frutto gonfio e ammiccante che illanguidiva il ramo e lo incurvava con il suo turgore….
    Ed un giorno, tutto il tremore che sentiva dentro all’idea dell’ignoto, il respiro spezzato e la gola che si chiudeva… l’avevano convinta… doveva farlo… così una nuova tranquillità si era impossessata di lei…era pronta… pronta ad accettare le conseguenze… pronta a disobbedire… pronta a ferire il Signore apparentemente ingrata e superba ma invece soltanto affamata di scoprire e capire, di volere e non volere.
    Era piena di gratitudine per ciò che il Signore le aveva regalato ma non poteva più essere soltanto uno spettatore: voleva, in qualche modo, creare anche lei, creare e scegliere, creare la sua vita, forgiarla seguendo ciò che le tremava dentro, decidere il tempo del giorno, indagare, curiosare, chiedersi e cercare risposte immersa in una realtà che un momento era in un modo e l’attimo dopo lei avrebbe potuto trasformarla in altro.
    Non era superbia la sua. Non aveva mai aspirato all’onnipotenza, che assurdità… chi mai avrebbe potuto pensare che lei fosse così maliziosa e sciocca. Non aveva mai osato neanche levare lo sguardo verso le altezze del suo Signore, figuriamoci immaginare se stessa come colei che decide del bene e del male del mondo. Eva non voleva essere il Signore di nessuno, soltanto essere la protagonista della propria vita.
    Voglio cercare, chiedere, capire, valutare e decidere per me, soltanto per me. Soffrendo e gioendo. Pagando e guadagnando. Vivendo ed anche morendo.
    Così lentamente si era avvicinata all’albero, aveva colto e morso il frutto. L’aveva offerto ad Adamo che, senza un minimo di resistenza lo aveva accettato. Senza fare domande, lo aveva morso senza alcuna esitazione, senza alcuna traccia di un tormento simile a quello che aveva divorato lei incessantemente negli ultimi tempi.
    Mordere e vedere era stato un attimo. Ogni cosa intorno a lei era esplosa in un vortice di sensazioni che l’avevano investita con fragore. I suoni, i colori, le emozioni, tutto si era dilatato travolgendola. Il freddo la scuoteva e il caldo la bruciava. Il dolce e l’amaro non erano mai stati così intensi. Il dolore sembrava schiantarla e la vergogna la schiacciava a terra. Era come vivere senza pelle, esposta e sanguinante.
    Il terrore l’aveva stritolata, il dito di Adamo puntato contro di lei e lo sguardo severo del Signore: “Che hai fatto?”. Per un istante era stata sopraffatta, la voce dentro di lei l’aveva ingannata, sedotta e spinta a rinunciare all’armonia delle stelle per il caos dell’orrore. “Mi ha ingannata” pensò ad alta voce.
    Fu un momento. Un solo momento. Mentre il Signore sanciva per sempre il loro destino, di fatica e dolore, sacrificio e morte, Eva lo amò, amò quel destino, amò pazzamente quella vita che avrebbe dovuto costruire spezzandosi le vene delle mani, amò il travaglio che l’avrebbe lacerata e i figli che non avrebbe potuto controllare, né difendere dalla vita perché aveva appena guadagnato per sé e per tutta l’umanità la possibilità di volere. Amò la sua morte, inevitabile che avrebbe dato però un significato a tutto. Amò la casa che avrebbero costruito e i campi che avrebbero lavorato e la fame quando la terra avrebbe lesinato i suoi frutti e il freddo quando i suoi abiti non sarebbero bastati. Amò la notte e gli animali feroci, la fuga e la paura acre nella bocca. Amò la malattia che l’avrebbe piegata e il suo corpo che la vecchiaia avrebbe offeso. Amò il pianto che le avrebbe arso gli occhi e gli insetti che l’avrebbero punta. Era nata una nuova volta, Eva. Il Signore l’aveva messa nel mondo una seconda volta. Amò la sua seconda vita, Eva. Amò il Signore. Lo amò follemente. Ed in piedi e nuda, nella landa desolata dove tutto sarebbe cominciato da capo, si sentì finalmente, fin nelle viscere, la figlia di Dio.


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