Alberto Marvelli

    evangelizzatore

    dei giovani

    Attualità carismatica e pedagogica

    Cesare Bissoli 

    albertomarvelli

    «Non c'è mai stato testimone della vita, segnata dall'impegno religioso e civile insieme, nella nostra città, che abbia raggiunto come con Alberto Marvelli un segno di esemplarità così forte e durevole». Parto da questa testimonianza di Sergio Zavoli, per altro articolata in maniera assai suggestiva, nel cinquantesimo della sua morte, [1] per affermare alcuni per una corretta comprensione .

    UNA NECESSARIA PRECOMPRENSIONE

    a. Al giudizio di Zavoli  dona un rilevante contributo la componente educativa nell'agire di Marvelli, che mi tocca di lumeggiare: Marvelli nel confronto del mondo giovanile è e rimane un segno, una prova di esemplarità forte e durevole nel duplice impegno religioso e civile, non uno staccato all'altro, come quel laico cristiano che ha voluto essere, e questo attuato dentro una città, cioè dentro un tessuto umano complesso e svariato, che è poi la storia del quotidiano ricco di situazioni, di bisogni e risorse in cui Marvelli si è trovato a operare, non tenendo conto del quale non sarebbe nemmeno lui comprensibile e anzi inevitabilmente ridotto, falsato.

    b. Il fatto che ad affermare questo valore paradigmatico o di modello che è Marvelli sia un contemporaneo riminese, Zavoli – ma con lui tanti altri come mi consta dalle molteplici letture fatte –, mi porta alla seconda osservazione: solo chi si pone dentro il contesto di Rimini, di questa singolare e vitale chiesa e città, con la sua cultura e la sua vita, riesce a non limitarsi ad affermazioni generiche, ma arriva alla genuina qualità di Alberto, permeato com'è di quella «genialità riminese» (genius loci), messa in risalto, per fare qualche nome, e a titoli diversi, dallo stesso Zavoli e prima ancora Fellini, compagni di gioventù di Alberto, e da tante altre figure di preti e di laici riminesi, di cui alcuni ancora oggi ben noti a livello nazionale nell'impegno pastorale e civile. Purtroppo Rimini, che pure stimo, mi è conosciuta solo superficialmente, ma intuisco che le radici di questo futuro beato sono qui, tra voi, nella vostra storia. Mi viene in mente la sua nostalgia – lui pure così aperto, cattolico, cioè universale – di tornare alla sua Rimini, quando è lontano per studio, lavoro o servizio militare, Rimini, che poi vuol dire sua madre e i suoi fratelli, i suoi aspiranti, il suo oratorio, il centro diocesano dí Azione cattolica (AC), la sua città distrutta e sfollata, i suoi poveri, l'amministrazione comunale. Scavare in questa direzione religiosa e civile permette di penetrare e inquadrare meglio la prospettiva anche pedagogica di Alberto, ed evidenziare le ragioni della sua attualità.

    c. Il terzo stimolo che ho ricevuto dalla citazione di Zavoli è di non restare prigionieri di un cumulo di parole astratte parlando di Alberto (tipo, «aveva tutte le virtù».„), ma metterci a osservare i tratti salienti di questa creatura di Dio, nel suo decorso storico, intenso e anche drammatico. Vorrebbe essere il mio contributo, rapido come una traccia e limitato alle mie possibilità, ma che considero suscettibile di ulteriore approfondimento in vista di un dialogo con i giovani del nostro tempo.

    d. Ma prima di procedere, per esigenza di metodo, vorrei evidenziare alcuni dati che ritengo significativi.
    Marvelli, in una prospettiva di pastorale giovanile o educazione cristiana si propone esemplare a due livelli: nel suo operare tra i giovani e con loro, ma anche nel suo essere stato lui stesso giovane, anzi solo giovane (è morto a ventotto anni), meritevole di attenzione anche se non avesse fatto niente per i giovani (se ad esempio fosse andato missionario in un lebbrosario).
    Proprio per questo, la figura di Marvelli vale per gli educatori, ma ha una presa diretta anche anche per i giovani, come significativo modello di autoformazione.
    Quindi, mai come nel suo caso, la sua personalità, che si costruisce negli anni della giovinezza, diventa sintesi eloquente e convincente del Marvelli operatore giovanile, anzi fonte di informazioni e motivazioni per le tante attività con i giovani su cui tace, o meglio di cui cí ha lasciato un taccuino fitto di annotazioni su cose da fare, che rimandano come sigle di un discorso al diario dove sono esposte le ragioni profonde del suo agire, vero osservatorio di lui giovane che viene educato e che educa, una piccola «guida» sulla formazione, perché anzitutto sull'autoformazione.
    In verità l'uso di questi termini del lessico pedagogico è nostro. Alberto più sinteticamente e con maggior efficacia parla di apostolato e crede che sia dovere apostolico che promana dalla sua fede e interessarsi degli altri e quindi curare se stesso: «Come giovane di Azione Cattolica è mio obbligo imperioso di fare dell'apostolato continuamente e dovunque». E non è a dire che noi educatori cristiani avremmo bisogno di ritrovare in quest'ottica missionaria quell'impulso missionario che certe volte ci manca nel fare educazione.
    Io terrò uniti i due livelli, accennando prima alla sua relazione con i "giovani, sia in termini fenomenici («il suo fare») sia in termini costitutivi («le ragioni del suo fare»), cui affianco delle conclusioni per la prassi («l'eredità che ci lascia») [2]. Mi soffermerò su alcuni punti che ritengo più pertinenti e forse meno scavati. 

    LA RELAZIONE DI MARVELLI CON I GIOVANI. IL SUO FARE E IL SUO ESSERE

    La personalità «pedagogica» di Marvelli è da tutti collegata e vista esprimersi all'incontro di tre poli: la famiglia, l'oratorio salesiano, l'Azione cattolica, accettando poi di questa la vasta gamma espressiva, che va dall'essere Alberto delegato aspiranti in oratorio, appartenente alla FUCI in ambito universitario, dirigente dei Laureati cattolici nella sua professione.

    a. Nemmeno per il capitolo che riguarda la dedizione di Alberto ai giovani si può prescindere dalla famiglia, dal ruolo educante della mamma e del papà, che Alberto stesso riconosce con ammirazione e commozione in pagine alte del suo diario (rispettivamente nel 1938 e nel 1941). Egli è stato ciò che essi furono! La famiglia fa da radice indispensabile per il suo impegno successivo, con un contributo in più direzioni, quali, una esplicita, solida e serena dimensione religiosa concentrata nei grandi segni dell'eucaristia e della devozione alla Madonna con il rosario, l'accoglienza permanente e indiscutibile del povero come soggetto di onore e di dono tramite in particolare la San Vincenzo, la partecipazione attiva alla vita della parrocchia dei salesiani intesa come propria seconda famiglia (la mamma era catechista e organizzatrice delle varie attività pertinenti). Si aggiunga non da ultimo un vero e proprio apprendistato educativo che è quello di dover saper stare insieme con sei fratelli e una sorella, tutti soggetti dal carattere forte, come pure l'esperienza di condividere una vita familiare niente affatto beata, solcata da traversie molteplici, anche dolorose, come la morte prematura del papà, dei fratelli Giorgio e soprattutto Lello nella campagna di Russia e più globalmente nel quadro della dittatura fascista e degli orrori della Seconda guerra mondiale. Insomma Alberto portò nel mondo giovanile l'energia e la ricchezza della sua esperienza, in certo modo proiettando sui ragazzi che incontrava il modo adulto di essere che vide in papà e mamma, e che anzi egli stesso si trovò a esercitare verso i suoi stessi fratelli quando venne meno papà.

    b. Il biografo F. Lanfranchi, e altri con lui, afferma che l'oratorio rimarrà sempre la patria del cuore» dí Alberto [3].
    Come salesiano, conosco il significato che ha nel pensiero e nell'opera di don Bosco questo «luogo» (veramente il contrario del «non luogo», oggi così richiamato con preoccupazione, in quanto falsa condizione esistenziale di tanto mondo giovanile): rappresenta la figura storica emblematica del suo progetto educativo, «centro di vitalità e vivacità giovanile» [4]. Ebbene, ho cercato di inquadrarne la rilevanza per il giovane Alberto, sia come soggetto educato e sia come soggetto educante. In verità, essendo scarni i dati storici, vi sarebbw una trafila di passi da compiere; almeno due: mettere a fuoco la fisionomia dell'oratorio salesiano negli anni Trenta-Quaranta, segnatamente a Rimini; mettere in luce il nesso tra oratorio e Azione cattolica, entro cui Alberto si trova a operare, nesso che dice una reciprocità di contatti, senza giungere a una identificazione. Lasciando ciò a uno studio ulteriore, possiamo almeno accennare ad alcuni indicatori:
    • L'oratorio salesiano nasce con la parrocchia di Maria Ausiliatrice, quindi è operante dal 1919 nella zona molto estesa di Bellariva, in un clima di intensa frequenza (mille ra gazzi all'inizio) e di molteplice attività tra cui celebre è la filodrammatica fin dal 1920.
    • A esso approda la famiglia Marvelli una volta stabilitasi a Rimini, per vicinanza di abitazione, ma ví rimane per intima convergenza di anima. Dal 1932, a quattordici anni, Alberto è oratoriano stabile, all'oratorio ritornerà abitualmente anche quando la vita lo porterà altrove, vi giungerà nel dies natalis del suo funerale e poi nella gloriosa traslazione.
    • Nell'oratorio egli vive e farà vivere le offerte tipiche: catechismo, messa festiva, gioco, teatro, momenti formativi, tra cui, l'associazione di AC. Ma più in profondità va messa in rilievo l'indole tipica dell'oratorio salesiano: non è un collegio, «esclude per principio ogni procedimento sistematico di accettazione, di classificazione, di controllo, di ammissione o dimissione, eccettuati i rarissimi casi di espulsione, ponendosi come la più dinamica e imprevedibile aggregazione giovanile progettata e realizzata da don Bosco. I vincoli sono essenzialmente costituiti dai valori di interesse, di attenzione, di adeguazione che esso è in grado di esprimere: consapevolezza religiosa, impegno morale, libera partecipazione, cultura, solidarietà di amicizia e di corresponsabilità, clima di libertà, di amore e di gioia»'. Chi entra in questo ambiente è necessariamente esposto a un flusso educativo e alcuni, di appartenenza laica, adulti e giovani, sono coinvolti in un compito educante. È quello che avviene per Alberto. Egli vi si trova subito come leader operatore, per la sua stoffa di capo e di organizzatore, con le doti innate di intelligenza e volontà, senso di responsabilità, schietto, senza compromessi eppure disponibile verso tutti. Quasi inevitabilmente e giustamente i salesiani lo impegnano ampiamente. Annota il Lanfranchi: «All'oratorio Alberto si impegna nell'apostolato cattolico, insegna catechismo, anima le adunanze degli Aspiranti di Azione Cattolica [un delegato tra i più giovani in Italia, ndr], organizza la messa dei giovani, prepara le grandi manifestazioni religiose» [6]. «Sentiamo Alberto» diventa il ritornello dei padri salesiani nel momento di decidere.
    • In forza di tale contesto formativo, sono prevedibili degli influssi significativi che marcano la sua personalità di educatore, di cui si trova riscontro implicito nel suo diario. Possiamo ritenere fondati due punti di riferimento tra loro intrecciati, uno di contenuto e uno di metodo.

    (1) Quanto al contenuto, la prassi oratoriana mette in circuito certe condotte che poi rafforza con alcune figure modello, come faceva don Bosco. Uno di questi era Domenico Savio, beatificato proprio nel 1933, che don Bosco stesso aveva guidato e di cui aveva scritto la vita. Vita che Alberto certamente aveva letto. Di qui alcuni influssi su Alberto ragazzo plausibili, almeno di conferma, se non di totale derivazione: come Domenico Savio, il suo voler diventare santo, la volontà risoluta di non peccare mai, di non offendere cioè l'amore di Dio, preferendo la morte, una tenace stima della virtù della castità, il culto eucaristico, la importante consacrazione a Maria Immacolata l'8 dicembre del 1934, anno della canonizzazione di don Bosco, per il quale proprio un miracolo compiuto a Rimini, aprì il cammino all'onore degli altari.

    (2) Ma conta anche un influsso sul metodo di rapportarsi ai giovani, metodo che è poi l'applicazione operativa dei contenuti.
    L'oratorio è il suo luogo di apprendistato dove lui viene educato integrando la base familiare e dove si propone come educatore con una sua interiorità, una prassi attiva e aggiungiamo qui con un modo di relazionarsi ai giovani. Qui si innesta una esperienza educativa che Alberto non poté non vedere e anzi provare in atto all'oratorio: l'assistenza. Elemento fondamentale nella visione educativa di don Bosco e dunque della pedagogia salesiana, assistenza significa anzitutto presenza, cioè l'esserci fisicamente in mezzo ai ragazzi, non però assolutamente da poliziotto, ma da amico, non con intenti puramente di passatempo, ma con un chiaro e alto scopo, quello di «mettere i giovani nella morale impossibilità di offendere il Signore» (don Bosco), di fare il male e di farsi del male. Volto al positivo significa presenza attiva, amichevole, presenza rassicurante specie nella fragilità dell'adolescenza, ma anche presenza stimolante a sviluppare le proprie risorse di natura e di grazia per arrivare a essere «buon cristiano e onesto cittadino», secondo le parole di don Bosco, che non sono affatto mediocre traguardo borghese, ma sintesi alta di vita religiosa e civile fino alla santità.
    L'assistente giovanile è dunque quella figura dell'adulto educatore che oggi si invoca nella relazione tra generazioni, non un secondino, né un compagnone, ma un amico che fa crescere.
    Ebbene di questo giovane oratoriano, don Rossi ebbe ad affermare: «Alberto era il mio aiutante principale nell'assistenza ai giovani». Il riscontro è subito chiaro nel diario, oltreché nelle testimonianze di chi lo ha conosciuto: si vede con chiarezza come Alberto vuole bene ai ragazzi che gli sono affidati, i suoi «cari aspiranti», ha cura di loro con un amore che ne cerca la presenza di persona a persona, scrivendo quando è lontano, dialogando con loro quando è vicino, andandoli a trovare in bicicletta, segno a un tempo della volontà del contatto e della fatica accettata senza lamenti per realizzarlo. Alberto ama í ragazzi per farli crescere, non esercita soltanto un atto di carità compassionevole, ma energica, attiva, impegnandoli a mantenere impegni anche quando vi sarebbero motivi di distrarsi. Tre quarti delle lettere inviate al suo presidente diocesano di AC, Luigi Zangheri (Gigin), e che formano due terzi dell'epistolario globale, riguardano la vita dell'AC, concretamente delle associazioni di aspiranti di cui si avverte responsabile. Insomma un amore che non fa crescere non è pedagogicamente genuino. A mio parere qui troviamo uno dei tratti più attuali dell'identità educativa di Marvelli e del suo valore permanente: andare e stare in mezzo ai giovani, e starvi attivamente da educatore cristiano.

    c. Se l'oratorio fa da apprendistato educativo, da pista di lancio, è il mondo dell'Azione cattolica, vissuto dentro l'oratorio e ancora di più fuori di esso lungo le varie tappe della
    sua breve ma intensissima vita, che modella a fondo il «chi è» e il «che cosa fa» Alberto Marvelli, anche sul versante educativo, anzi proprio esso, perché l'AC contemplando uno specifico momento formativo e di animazione dei propri membri, in particolare delle giovani generazioni, dai fanciulli agli juniores, si connota immediatamente come un'associazione educativa. Egli è frutto integrale dell'AC, uno dei tanti frutti, ma di certo al vertice e tra i più vicini a noi. Non c'è da allungarsi su questa certissima verità, fatta oggetto di una lettura specifica in questi giorni e di certo domani nei giorni della beatificazione. Per quanto riguarda il nostro angolo di lettura, ci viene da dire alcune cose, più nella prospettiva di un compito da farsi, che effettivamente da noi realizzato.
    * Anzitutto Alberto va riconosciuto come un giovane educato ed educatore tipico dell'Azione cattolica, alto, anzi eccezionale nella riuscita, nella linea di Pier Giorgio Frassati di cui fu ammiratore e imitatore, ma pur sempre sul tronco e con le risorse di questa associazione, di cui confesso di avere una stima profonda per ciò che ha saputo e sa dare, essendo io stesso stato sagomato da essa. È la concezione pedagogica che soggiace a essa che va dunque attentamente riconosciuta per capire Marvelli educatore [7].
    * Per un'approssimazione ulteriore, merita ricordare la fase di storia dell'AC, con cui viene a contatto il Marvelli tra gli anni Trenta e Quaranta (fino al 1946). È considerata una stagione per nulla dormiente e opaca, merita la qualifica di «stato nascente», in cui confluiscono a darle vigore il pensiero lucido, ecclesiologícamente allora nuovo e dinamico di Pio XI, il confronto dialettico e stimolante con l'ideologia giovanilista, massimalista del fascismo in ascesa, la presenza in AC di personalità laiche di valore con cui Alberto venne personalmente a contatto, tra cui Righetti, Gedda, Carretto, Cornaggia Medici, Lazzati, specialmente la frequentazione di quella fucina culturale ardente che fu la FUCI, ispirata dalla lettura di autori cattolici del calibro di J. Maritain [8], non da ultimo il drammatico impatto con la realtà della guerra e dei bombardamenti, generatori di povertà e quindi di bisogni urgenti.
    * Ne derivò la sintesi vitale che strutturò totalmente la personalità di Marvelli nell'essere e nel fare. Annota sinteticamente il Lanfranchi: «L'Azione cattolica fu l'ambito principale nel quale Alberto educò la sua giovinezza alla generosità, all'impegno, alla santità. [...] Ovunque si recherà, a Bologna, a Milano, Torino, Treviso, si inserirà sempre nell'Azione cattolica e lavorerà instancabilmente partecipando a convegni, tenendo conferenze, promovendo associazioni parrocchiali, e anche gruppi in caserma» [9].
    * Questi richiami dettagliati mettono in risalto alcuni connotati specifici della sua relazione educativa impostata in AC, che lui chiama più consonantemente «apostolato» ritmato sul trinomio di preghiera, azione e sacrificio: anzitutto l'ardore apostolico, veramente inesauribile, tanto da suscitare ammirazione e trepidazione da parte della sua stessa mamma, ardore espresso su tutti i versanti in cui si è trovato, civile e militare (con originale testimonianza a questo proposito), a Rimini e fuori, a scuola e nel lavoro (anche qui tenendo con i giovani operai una relazione singolare), da allievo e da insegnante; la memoria continua e affettuosa dei giovani che aveva conosciuto e guidato; uno straordinario esercizio di carità materiale e morale verso i poveri tramite la San Vincenzo (rafforzato dalla eredità di famiglia), con i due servizi congiunti della «messa e della mensa del povero»; l'immersione nelle pieghe del quotidiano umano, con quella qualità di laico cristiano, né integrista, né lassista, che tutti gli hanno riconosciuto; in ultimo, a fondamento di tutto si trova quella sua impressionante spiritualità sostanziale ancorata sul mistero di Dio come amore, su crocifisso come sua icona, sull'eucaristia come sacramento vitale, sulla Madonna come la persona più vicina a Gesù, e dunque sulla santità come programma.
    A quelle parole citate sopra, «Come giovane di Azione Cattolica è mio obbligo imperioso di fare dell'apostolato continuamente e dovunque», aggiungiamo completandole le altre da lui dette: «L'esempio di S. Paolo, il suo infaticabile sforzo, per convertire il mondo a Cristo, sopportando tanti dolori, deve spingere me a non temere alcun piccolo sacrificio». È il 18 settembre 1938. Alberto ha vent'anni!

    LA SUA EREDITÀ NELLE NOSTRE MANI

    La storia personale, umana e cristiana di Alberto Marvelli è-strettamente unita al mondo dei giovani, e il suo aver migrato da questo mondo in età giovanile viene a confermare, con la validità della sua stessa giovinezza, il valore intrinseco della vita di ogni giovane in quanto orientabile dal vangelo. È Ia scia che egli ci apre in questo nostro arduo compito educativo. Con altre parole la stessa vita di Marvelli, così tutta iscritta nell'arco della giovinezza, diventa paradigmatica per farne forma pedagogica con altri giovani. Non fu di professione educatore, né dai suoi scritti si potrebbe ricavare una riflessione sistematica sull'educare, bensì una rilevante esperienza educante. Egli fu semplicemente, ma intensamente un cristiano che realizzò la sua vocazione come educatore quando -gli toccò di stare con i giovani e questo lo divenne subito e rimase per sempre. La logica della sua vita divenne logica del suo impegno formativo.
    Proviamo a individuarne i connotati più significativi e a noi prossimi in vista di una proposta giovanile. Li raccolgo in quattro: la passione per Dio, la passione nei i giovani, la passione per i poveri, la passione della laicità cristiana.

    a. Leggendo il suo diario e i commenti dei suoi biografi (cose che ho fatto come in una scoperta con crescente ammirazione e affetto per Alberto), si vede indubbiamente
    in lui qualcosa di raro rispetto al comune, una sintesi singolare di umanità e di grazia, come prodotto di una lunga gestazione, propria di una famiglia che viene da lontano nel
    tempo, da cui Alberto ricava un che di cristianesimo nobile, nel migliore senso della parola, che è stato il suo, in cui si vede una elevatezza dei sentimenti unita alla capacità di essere
    umile e di servire squisitamente i poveri, una energia del tratto unita alla delicatezza nelle maniere, una purezza di ideali e di costumi, una coraggiosa tenacia di perseguirli, una
    totalità del dono di sé. Quando si leggono tali pensieri nel suo diario, ci viene dato di vedere non tanto, o soltanto, Dio dal punto di vista di Alberto, ma di vedere - verrebbe da dire - Alberto dal punto di vista di Dio, che in lui irradiava sprazzi del suo mistero di amore e che Alberto sentiva e accoglieva con un infinito desiderio di corrispondenza: «Dio è grande, infinitamente grande, infinitamente buono» (a quindici anni, in apertura di diario, ottobre 1933). «Gesù mi ha avvolto con la sua luce, mi ha circondato, non vedo più che Lui, non penso che a Lui, tutto il mondo sparisce, si resta solo con Lui» (a vent'anni, febbraio 1938). Libro delle «segrete epifanie» è stato chiamato il Vangelo di Marco. Lo potremmo dire del diario di questo nostro amico. Nell'ambito di questa esperienza che potremmo chiamare mistica nel senso paolino (Paolo non diceva: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» [Gal 3,15]?), si congiunge come effetto e causa insieme la sua straordinaria e soprattutto fedele dedizione alla preghiera, all'adorazione eucaristica, alla recita del rosario, ma anche la sua capacità di silenzio e di voler sostare nel silenzio come per fare periodicamente la conversione (si vedano le pagine del diario del 1935 e quella del 18 settembre del 1938 a vent'anni), la sua inclinazione all'altezza della montagna (settembre 1938), la sua penetrazione su quelle che sono le radici della vita e dell'azione in cui pure era immerso (8 ottobre 1939).
    Un importante riscontro applicativo, è stato  espresso da un uomo credibile, Giorgio La Pira, a proposito di Alberto: «Mettere sul candelabro questa lampada risponde alle esigenze più pressanti della Chiesa oggi, perché il problema delle nuove generazioni è, oggi, fondamentalmente, quello della loro vita interiore». [10]
    Proporre ai giovani nulla di meno che la santità come misura alta della vita cristiana, essere santi del III millennio, come ha detto Giovanni Paolo II nella magica notte di Tor Vergata, meta contrassegnata da un concreto programma di vita spirituale come Alberto ha perseguito: ecco una sfida per noi educatori anzitutto, incoraggiati alla creatività e costanza, convinti di incontrare in ogni giovane un segno della presenza di Dio o una invocazione della sua venuta.

    b. Alla passione per Dio si accompagna la passione per i giovani, evidentemente nella lunghezza d'onda della passione stessa di Dio: perché siano salvati, liberi dal male e amici di Gesù. La contemplazione tende irresistibilmente all'azione. È l'essenza di quell'apostolato che Alberto visse come intrinseca e irrinunciabile vocazione che ha unificato la sua vita. Ne abbiamo mostrato diversi momenti, forme e moti vazioni, che visti insieme formano pur non avendola così chiamata, la sua pedagogia. Alla scuola dell'oratorio poté bene provare per sé quanto poi egli prolungherà verso gli altri, cioè quella frase di don Bosco: «Non basta amare i giovani, occorre che si rendano conto di essere amati». Di qui le mille attenzioni di cura e di ingegnosità organizzativa, nel simbolo della bicicletta, che sta in piedi solo se si muove, e che dona come il tocco fisico del mio interesse per te, tutto mosso dallo stile dell'assistenza, ossia di una presenza che fa crescere attraverso una relazione personalizzata fatta di amicizia, di aiuto, di incoraggiamento, senza lasciare spazio - per stare al concreto - all'ozio della spiaggia, ma dandolo piuttosto alla conquista dell'ascensione alpina. Si può aggiungere a questo punto il richiamo che proviene dal suo impegno, fino alla lotta per una sessualità casta, portata avanti però non in termini sessuofobi, ma in vista di una piena trasparenza dell'anima attraverso il corpo, ultimamente per «vedere Dio» secondo la beatitudine di Gesù per i «puri di cuore» (Mt 5,8), imparando ad amare la donna della sua vita, Marilena, e che non ebbe, con intensità di affetto pari al suo pudore.
    Solo da educatori si può stare con legittimità e frutto in mezzo ai giovani. Ma a questo proposito notiamo un ultimo particolare: Alberto ha operato non nelle classiche strutture formative (collegio; scuola, nemmeno in una sua famiglia che non ebbe), ma per via di associazione libera, quella oratoriana e poi dell'Azione cattolica, in maniera quindi più informale, più fragile, più esigente in chi la pratica, ma per questo più convincente, specie nell'età dell'adolescenza, e quindi capace di verificare il valore di una persona che esercita tale servizio. Non ultima eredità di Alberto infatti è di riprendere a considerare seriamente le offerte dell'Azione cattolica per i ragazzi (ACR) e i giovani, rispetto a ogni altra pur rispettabile organizzazione educativa.

    c. Un terzo tratto della sua eredità è la passione per i poveri, giovani e non, riprova biblica dell'amore per Dio ma anche fondamentale fattore di una integrale proposta educativa per i giovani, e insieme passo privilegiato e obbligato verso la conquista di quella laicità cristiana che di Alberto è stata un lineamento originale e moderno. Circa la misura senza misura della sua dedizione di cuore, di intelligenza e di mani ai poveri è piena la sua esistenza, da bambino alla scuola dei genitori, e poi in proprio, dalla vita oratoriana ai difficili momenti dello sfollamento per la guerra e della successiva ricostruzione. La San Vincenzo, più volte nominata rimane per certo la sua appartenenza più intima tra le sue appartenenze. Affermava il vescovo Biancheri: «Per lui andare ai poveri era come andare all'Eucaristia».
    La coniugazione di questo impegno di carità in certo modo distraente ed estroverso con la vita interiore fu da lui vissuta come il duplice movimento del cuore, di sistole e di diastole, amando Dio negli uomini e amando gli uomini in Dio, secondo lo stile, noi diremmo, di Madre Teresa, ma che è stato anche di La Pira e dei santi della carità, tra cui san Vincenzo de' Paoli, don Bosco...
    Qui ci permettiamo di fare almeno un cenno sul valore sicuramente educante che sta nell'impegno verso i poveri, tramite le mille forme di volontariato. Ma qui va bene compreso ciò che si chiede perché non diventi puro gesto di elemosina. Nella carità di Alberto si fa sempre più evidente un'apertura sociale, in particolare lungo le varie vicende della guerra, ai bombardamenti, alla disfatta, alla ricostruzione, mettendo in atto una carità organica, anzi politica, vivendo a questo scopo, cioè per finalità apostolica, lo dice espressamente lui stesso, anche la militanza nella Democrazia cristiana delle nuove origini, animata allora da ideali alti di servizio.
    Purtroppo si è come inaridita questa apertura al sociale e al politico nelle giovani generazioni, esposte alla piattezza della produzione consumista, o anche deviate su spiritualismi intimistici di certi movimenti, non certo dell'AC.

    d. Questo connubio di fede e azione, Marvelli l'ha vissuto nella concretezza del quotidiano, «in maniche di camicia», verrebbe da dire, e come effettivamente viene rappresentato da certi dipinti in suo onore, titolato dai suoi biografi con: «Ingegnere manovale della carità»; «Operaio di Cristo»; «Costruttore della città di Dio»; «Una vita di corsa al servizio degli altri». È stata ampiamente sottolineata la laicità di questo cristiano, vero laico dell'AC, in cui questa si ritrova sostanzialmente. Corrisponde a quanto affermava Peguy: «Costruiamo lo spirituale nelle tende da campo del temporale». Una spiritualità dell'incarnazione.
    Di fronte al gap recentemente denunciato tra quanto il Vaticano II e il magistero seguente dicono sui laici, qualificandoli anzitutto come cristiani, in ciò perfettamente eguali al clero e ai religiosi, e quanto essi effettivamente realizzano nella loro condizione secolare di vita, restando troppo spesso soggetti troppo passivi e al traino del clero", rimane esemplare e antesignana la lezione di Marvelli su come le indicazioni magisteriali possono tradursi in realtà.

    CONCLUSIONE

    Alberto Marvelli con la sua esemplare, giovane vita ha aperto una finestra che non si può trascurare: è possibile lasciarsi educare e farsi educatore. Propone questa componente pedagogica nella visione cristiana, che ha sempre un fondo carismatico, sintesi qualitativa di natura e di grazia, significativa per ogni educatore cristiano.
    Notiamo che collegare Alberto con i giovani di oggi, non significa solo ricevere da lui insegnamenti da applicare a questi, ma sforzarsi di leggere lui tramite i giovani di oggi, vedere il potenziale che, sollecitato dalle loro domande ed esperienze, Alberto sa sprigionare per i giovani, invitati da lui - ed è una prima lezione - non a copiarlo, ma a reinventarlo camminando nella stessa direzione, scriventi il proprio diario dell'anima con la sua sincerità e decisione. Per questo diventa indispensabile che non siano tanto degli adulti che attualizzano Alberto per i giovani, ma questi stessi (penso ai giovani della FUCI attivi protagonisti del
    Simposio riminese) siano messi nella condizione di appropriarsi di lui e insieme di proporlo ai loro coetanei.
    È un'attualizzazione alta, per chi vi si accinge, ma anche assai contemporanea, valida per i giovani, ma altrettanto e ancora di più per chi opera con i giovani, per gli educatori. Come annota Sergio Zavoli, da cui abbiamo iniziato, in Mar-velli la «trascendenza verso l'alto si è coniugata con una trascendenza verso il basso», verso la città dell'uomo, dandoci quella santità nell'umano che non fa sconto né per Dio né per l'uomo, ma onora entrambi perché li vede così singolarmente uniti grazie alla capacità di amare ogni persona, i giovani e i poveri in particolare – verrebbe da dire i giovani poveri e i poveri giovani –, con la concretezza e la purezza di Gesù, a sua volta colto nella grandezza inesauribile del mistero dí Dio.

    NOTE

    1 AA.VV., Vivere nella storia. Atti delle celebrazioni del 50° della morte del Venerabile Alberto Marvelli (1946-1996), Il Ponte, Rimini 1997, p. 43.
    2 Fonti usate: A. MARVELLI, Diario e lettere. La spiritualità di un laico cattolico, a cura di E Lanfranchi, San Paolo, Cinisello Balsamo 1998; E LANFRANCHI, Alberto Marvelli. Ingegnere manovale della carità, San Paolo, Cinisello Balsamo 20002. E ancora, in ordine cronologico, M. MASSANI, Alberto Marvelli, operaio di Cristo, Officina Tipografica Vicentina G.S., Vicenza 1949; A. L'ARCO, Alberto Marvelli costruttore della città di Dio, LDC, Asti 1978; AA.VV., Vivere nella storia; M. CODI, Corsa a cronometro. Un ingegnere al servizio di Dio, Progetto editoriale mariano, Vigodarzere (Padova) 1998. È noto che altri scritti inediti di Marvelli sono in fase di pubblicazione.
    3 AA.VV., Vivere nella storia; p. 39.
    4 Cf. P. BRAIDO, Prevenire non reprimere. Il sistema educativo di don Bosco, LAS, Roma 1999, p. 358.
    5 Ivi.
    6 AA.VV., Vivere nella storia, p. 88.
    7 Riconosciuto che l'AC preferisce parlare di formazione e/o di apostolato,. la bibliografia sul tema è vastissima. Cf. per i tempi che riguardano il Marvelli, M. CASELLA, L'Azione Cattolica nell'Italia contemporanea, 1919-1969, AVE, ma 1992.
    8 F. Lanfranchi ha segnalato i libri assai impegnati in cui poté imbattersi e che poté leggere negli anni della FUCI: F. LANFRANCHI, Alberto Marvelli nell'ambiente culturale e spirituale del suo tempo, in AA.VV., Vivere nella storia, pp. 195-206.
    9 LANFRANCHI, Alberto Marvelli. Ingegnere, pp. 78-79.
    10 Citato in LANFRANCHI, Alberto Marvelli. Ingegnere, pp. 217-218; Positio super virtutibus, p. 330.
    11 Cf. G. COLOMBO, I cristiani laici. Del divario tra Magistero e realtà ecclesiale, in «La Rivista del Clero Italiano», 85 (2004), pp. 118-124.

    (Conferenza al Convegno di studio Alberto Marvelli. Fedeltà a Dio e fedeltà alla storia, Rimini 19-20 marzo 2004, in preparazione alla sua beatificazione del 5 settembre 2004)