Ambiguità del perdono
Carlo Molari

Si parla molto nella Chiesa di misericordia e di perdono. Da più parti sono citate le riflessioni di Papa Francesco sulla misericordia di Dio ed è riportata la sua parola: «Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia» (Evangelii Gaudium n. 3).
Massimo Recalcati psicoanalista lacaniano in una intervista del marzo scorso a chi gli ricordava questa affermazione del Papa ha risposto: «Penso che la grande sovversione della predicazione di Gesù stia tutta nella centralità che essa attribuisce alla misericordia e al perdono. Laicamente non stabilisco nessuna differenza tra le due parole. Il cristianesimo è una esperienza radicale dell'amore che trova la sua prova più alta propria nel gesto del perdono... Se il pontificato di Francesco si apre con questa parola è perché vi riconosce l'essenza del cristianesimo».
Il perdono è effettivamente uno degli aspetti specifici del messaggio evangelico, come sviluppo evolutivo della giustizia umana e come urgenza dei tempi nuovi. Gesù presenta la pratica del perdono come novità del regno di Dio in contrapposizione allo stile di vita dei farisei (Mt 5,20: «se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli»): «Avete udito che fu inteso che fu detto 'occhio per occhio, dente per dente'. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio, anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra tu porgigli anche l'altra e a chi ti vuole chiamare in giudizio per toglierti la tunica tu lascia anche il mantello e se uno ti costringe a fare un miglio tu fanne con lui due. ...Avete inteso che fu detto: 'Amerai il prossimo tuo e odierai il tuo nemico', ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate dunque perfetti com'è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt. 5, 38-48).
Il riferimento alla perfezione divina non riguarda tutte le virtù ma la qualità dell'amore, l'ambito della misericordia, come è precisato esplicitamente da Luca (6,36): «siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro». Su questo punto la parola di Gesù è inequivocabile. Quando Pietro gli chiede: «Quante volte devo perdonare? sette volte?». Gesù risponde: «Non sette volte, ma settanta volte sette» (Mt 18, 21s.), Gesù teneva tanto a questo stile di vita da introdurlo come invocazione nella preghiera insegnata ai discepoli: «rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12); «perdona a noi i nostri peccati; anche noi infatti perdoniamo ad ogni nostro debitore» (Lc 11,4).
Linsegnamento degli apostoli ha ripreso senza travisamenti o limiti questo precetto: «Siate invece gli uni verso gli altri benigni, misericordiosi, perdonandovi a vicenda, come anche Dio vi ha perdonato in Cristo» (Ef. 4,32 Cfr. 2Ts,7); «come il Signore vi ha perdonato così fate anche voi» (Col 3,13). Paolo parla concretamente di un ministero della riconciliazione affidato ai discepoli (2 Cor. 5, 9.11). Giacomo invita: «perdonatevi i peccati di uni gli altri» (Gc 2,13).
Che cosa non è il perdono
Tutte le parole che utilizziamo si prestano alla ambiguità. Anche la parola 'perdono' è spesso intesa in modo imperfetto. Spesso si pensa che il perdono richieda di non ricordare il male ricevuto o compiuto nel mondo, di cercarne le attenuanti e di giustificarlo.
Ma perdonare non è dimenticare né rimuovere il vissuto. La rimozione infatti non scioglie l'avversione né dissolve il rancore, ma li diffonde in modo occulto e inconsapevole. Per perdonare occorre ricordare il male e chi lo ha compiuto. La memoria ha una funzione didattica e redentrice. Quando acquistiamo la capacità di reagire positivamente al male facciamo della memoria un evento salvifico: il ricordo racchiude un insegnamento e una forza di redenzione; non dobbiamo sforzarci di dimenticare, ma educarci a esercitare la memoria redentiva.
Perdonare non significa neppure chiudere gli occhi, cercare di non vedere il male e fare finta che non sia successo. No, perdonare implica che si fissino gli occhi sul male e lo si consideri come tale.
Perdonare infine non è cercare le giustificazioni di chi l'ha compiuto, i motivi apprezzabili che egli aveva di operare, oppure i condizionamenti subiti nell'infanzia, le incidenze culturali ecc. Giustificazioni e condizionamenti esistono sempre dato che il male compiuto dagli umani, anche il più negativo per chi lo compie ha quasi sempre apparenti motivazioni positive. Per questo chi lo compie trova sempre facili giustificazioni o scuse. Alcune volte esistono realmente attenuanti ed è dovere di giustizia riconoscerle. Come ha pregato Gesù in croce secondo il racconto di Luca: «perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).
In realtà però anche quando ci sono ragioni scusanti per il male compiuto dagli altri le dinamiche autentiche del perdono vanno oltre le giustificazioni perché il male oggettivo resta tale e influisce negativamente nelle persone e nella società.
Dinamiche riconciliatrici
Secondo il messaggio del Vangelo perdonare è avvolgere il male di amore, richiamandosi all'azione misericordiosa di Dio, che in noi può diventare forza redentiva del male. razione divina accolta dalle creature in modo consapevole, può diventare forza che annulla le conseguenze del male. Perdonare perciò significa avvolgere il male con la forza dell'amore così da neutralizzarlo nella sua dinamica dirompente o inquinante. Il perdono mette in moto un dinamismo che non è imitativo dello stimolo ricevuto ma radicalmente innovativo.
Abitualmente reagiamo agli stimoli assumendo la stessa dinamica che ci investe. Il cervello umano inizia la sua attività con meccanismi che si fondano sulla imitazione. Se viviamo in un ambiente attraversato da violenza, egoismo o ingiustizia reagiamo secondo le stesse dinamiche. In tale modo amplifichiamo il male. Quando i meccanismi istintivi si sono insediati nel cervello operano in modo automatico e non possono essere eliminati. Le scienze del cervello hanno appurato in modo certo che la parte istintiva entra in azione sempre prima della corteccia cerebrale che guida gli atti consapevoli. Anche quando vogliamo essere fedeli a ideali di pace arriviamo sempre in ritardo, prevenuti da reazioni istintive. Così rischiamo di vivere continuamente fuori fase, incoerenti con gli ideali che professiamo, che pure abbiamo scelto con determinazione e sincerità. Tutti gli sforzi per operare in modo diverso falliscono finché non introduciamo nuovi collegamenti nel nostro cervello.
Per perdonare nel senso evangelico, cioè per avvolgere di amore il male che ci investe, e stimolare coloro che hanno fatto del male rivelando a loro l'amore di Dio non è sufficiente formulare propositi anche sinceri. È necessario introdurre corrispondenti meccanismi istintivi (sinapsi) nel cervello. Altrimenti al momento opportuno prima di ricordare il proposito e metterlo in atto, l'istinto ci ha prevenuti con la configurazione del volto, la reazione della sensibilità, il rancore e la vendetta. Arriveremo sempre con gli atti consapevoli dopo che abbiamo già assunto un atteggiamento negativo nei confronti di chi a nostro giudizio ha operato male.
Per giungere ad essere 'istintivamente' misericordiosi e capaci di perdonare, soprattutto se non abbiamo avuto testimonianze efficaci nella prima fase della vita, occorre che sappiamo introdurre nuovi meccanismi istintivi.
Questo principio vale per tutte le nostre attività anche le più semplici come la guida del motorino, l'uso del cellulare, o il modo di camminare. Ogni attività modifica fisicamente il nostro cervello e consolida le strutture già esistenti.
Una finalità della vita spirituale è appunto poter introdurre meccanismi istintivi corrispondenti agli ideali scelti liberamente. Per vivere il Vangelo ed esprimere il bene là dove il male si esercita, fino a perdonare chi opera il male, dobbiamo esercitarci in modo da introdurre meccanismi che entrino in azione prima che noi lo decidiamo. Per rivelare l'amore di Dio, modifichiamo consapevolmente il nostro cervello così che anche le nostre reazioni istintive corrispondano alla sua azione misericordiosa. Tutti gli uomini devono pervenire alla capacità di portare il male sorretti dal Bene. Il compito specifico dei cristiani è di diffondere questo stile nel mondo. Il valore degli esercizi spirituali sta appunto nel poter introdurre liberamente meccanismi istintivi.
(Rocca, 12/2014, pp. 54-55)

