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    Come pregava Mosè?

    Commento al Compendio del Catechismo /4

    Enzo Bianchi 

     

    La preghiera di Mosè è tipica della preghiera contemplativa: Dio, che chiama Mosè dal roveto ardente, s’intrattiene spesso e a lungo con lui “faccia a faccia, come un uomo con il suo amico” (Es 33,11). Da questa intimità con Dio, Mosè attinge la forza per intercedere con tenacia a favore del popolo: la sua preghiera prefigura così l’intercessione dell’unico mediatore, Cristo Gesù.

    (Compendio del Catechismo n. 537) 

    Con Mosè abbiamo la pienezza dell’incontro con Dio all’interno dell’Antico Testamento: solo di lui, infatti, la Bibbia dice che “il Signore parlava a Mosè faccia a faccia, come un uomo con il suo amico” (Es 33,11).

    Anche in questo caso appare chiaramente che è Dio a prendere l’iniziativa. Mosè sta svolgendo il suo mestiere abituale, quello di pascolare il bestiame. Ed ecco che il Signore lo chiama dal mezzo di un roveto ardente: “Mosè, Mosè!”. Egli risponde mediante l’obbedienza della fede, pronunciando la parola che meglio di ogni altra nelle Scritture esprime la disponibilità dell’uomo ad ascoltare Dio: “Eccomi!” (Es 3,4). Dio allora gli si rivela per affidargli una missione di liberazione del suo popolo dalla schiavitù (cf. Es 3,7-10). Si apre qui un lungo dialogo tra Mosè e Dio (cf. Es 3,11-4,17), “in cui Mosè impara a pregare: cerca di tirarsi indietro, muove obiezioni, soprattutto pone interrogativi; ed è in risposta alla sua domanda che il Signore gli confida il proprio Nome indicibile, che si rivelerà nelle sue grandi gesta” (CCC 2575).

    Da questo momento Mosè diventa la figura del grande intercessore, un ruolo che egli svolge grazie a un’intimità senza pari con il Signore, rinnovata mediante il dialogo quotidiano con lui nella “tenda dell’incontro”. Ed è proprio in forza di questa intimità che Mosè riceve in dono da Dio le tavole dell’alleanza, infranta da Israele e subito rinnovata dal Signore, “il Dio misericordioso e compassionevole, lento all’ira e grande nell’amore e nella fedeltà” (Es 34,6). La grandezza di Mosè sta nel suo “intercedere con tenacia a favore del suo popolo”, senza guardare a se stesso. Di fronte alle reiterate cadute di Israele nel peccato, egli persevera nella preghiera insistente presso Dio, giungendo addirittura a chiedergli: “Se tu perdonassi il loro peccato… Altrimenti, cancellami dal tuo libro che hai scritto!” (Es 32,32).

    C’è un’immagine riassuntiva della preghiera di Mosè che ha conosciuto una grande fortuna nella tradizione ebraica e in quella cristiana: durante la battaglia di Israele contro gli Amaleciti, Mosè tiene le mani tese verso l’alto nello sforzo dell’intercessione, aiutato da Aronne e Cur, i quali sostengono le sue braccia che si fanno sempre più pesanti con il passare del tempo (cf. Es 17,8-13). Ecco una bella immagine della fatica della preghiera; ecco una testimonianza di come “la preghiera di Mosè è la toccante figura della preghiera di intercessione, che raggiungerà il pieno compimento nell’unico ‘Mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù’ (1Tm 2,5)” (CCC 2574).

     

    (Famiglia cristiana, 16 settembre 2012)

     

     

     

     



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