Di fronte a Dio

    Adorazione, preghiera

    Tom Wright



    ADORAZIONE

    Quando si comincia a cogliere la realtà di Dio, la reazione naturale è di adorarlo. Non avere questo tipo di reazione è un segno abbastanza certo che non si è ancora compreso realmente chi egli sia o che cosa egli abbia fatto. E il modo migliore per scoprire che cosa voglia dire adorazione è quello di partecipare e sperimentare in prima persona.
    Tuttavia, molte persone che lo fanno per un periodo, o anche per la loro intera vita, a un certo punto si trovano come bloccate. Cominciano a porsi domande sempre più profonde riguardo a che cosa significhi tutto questo e perché lo fanno. E molti che non partecipano al culto (worship), o che vi partecipavano ma hanno smesso da tempo, rimangono perplessi riguardo al suo significato ultimo. Per le persone che appartengono a una qualunque di queste categorie, e in realtà anche per le persone che praticano il culto ma vorrebbero andare più in profondità, un buon punto di partenza sono i capitoli 4 e 5 dell'ultimo libro della Bibbia, l'Apocalisse di Giovanni.
    Qui ci troviamo come a origliare un mistero grandioso. Giovanni il Veggente, che descrive la visione che ha avuto, è egli stesso un po' come una mosca sul muro che sbircia all'interno della stanza del trono di Dio in persona. Noi, che guardiamo la scena attraverso i suoi occhi, stiamo come origliando indirettamente. Nondimeno, la scena ci dice moltissimo riguardo l'adorazione dell'unico vero Dio.
    Giovanni ha avuto il privilegio di guardare qualcosa che stava accadendo in cielo. Ciò non significa, come abbiamo detto prima, che egli è stato mandato avanti in qualche futuro remoto. Anzi, quando descrive il futuro ultimo alla fine del libro, non appare affatto così. Né questo significa che sia stato preso e proiettato in qualche luogo lontano in alto nel cielo. Piuttosto, quando dice che «una porta era aperta nel cielo», ribadisce uno dei punti principali di questo libro, ovvero il fatto che l'ambito in cui opera Dio e quello in cui opera l'essere umano non sono lontani e separati, e che in certi luoghi e in certi momenti vengono a essere collegati. A volte il confine tra questi è come una sottile divisione nella quale, ad alcune persone e in certi momenti, una porta viene aperta, o una tenda viene scostata, così che le persone nella nostra dimensione possano vedere che cosa sta succedendo nella dimensione di Dio. Quello che Giovanni sta osservando in questo momento è la vita ordinaria in cielo, l'adorazione di Dio che, in quella dimensione, procede ininterrottamente.
    Si tratta di una vista straordinaria. Giovanni comincia con il descrivere il trono di Dio, e persino – benché in modo prudente e indiretto – Dio stesso. Dal trono provengono tuoni e fulmini; è un luogo di maestà e gloria tremenda. Attorno al trono si trovano i rappresentanti del regno animale e dell'umanità: l'intera creazione sta adorando Dio per tutto il suo valore. Gli animali cantano una canzone sulla santità eterna di Dio:
    Santo, santo, santo è il Signore, il Dio onnipotente, che era, che è e che viene!
    Gli animali e gli uccelli conoscono il loro creatore, e lo lodano in una lingua che normalmente noi non siamo in grado di comprendere. Ma nella dimensione celeste tutto diventa chiaro. Essi sanno che il loro creatore è onnipotente. Sanno che egli è eterno. E sanno che è santo.
    Già possiamo vedere la logica interna dell'adorazione. Adorare vuol dire, letteralmente, riconoscere il valore di qualcosa o qualcuno. Significa riconoscere, e dire, che qualcosa o qualcuno è degno di lode. Significa lodare qualcosa o qualcuno che è così tanto superiore a se stessi che tutto quello che si può fare è riconoscere il suo valore e celebrarlo.
    La scena non si ferma qui; anzi, questo è solo l'inizio. La creazione animale loda Dio incessantemente; gli esseri umani si uniscono a essa. Però la loro canzone è più piena, perché essi hanno qualcosa da aggiungere. Essi gettano le loro corone davanti al trono di Dio, non solo celebrando così la sua grandezza, ma anche comprendendo la ragione per cui loro, in quanto sue creature, offrono giustamente le loro lodi:
    Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l'onore e la potenza: perché tu hai creato tutte le cose, e per la tua volontà furono create ed esistono.
    Qui vediamo il mondo di Dio così come dovrebbe essere, il mondo di Dio così come è già all'interno della dimensione del cielo. Tutta la creazione adora Dio; gli esseri umani, attraverso i loro rappresentanti scelti, adorano Dio perché hanno capito il primo segreto. Essi sanno perché Dio deve essere lodato e perché vogliono lodarlo. Lo lodano perché egli ha creato tutte le cose.
    Questo è il punto in cui la maggior parte di noi vorrebbe dire: «Ma il mondo è un disastro! Va bene lodare Dio come creatore, ma guardate lo stato della sua creazione! Che cosa ha intenzione di fare in proposito?». La buona notizia – e questa costituisce uno dei significati centrali dell'adorazione di Dio – è che proprio questa stessa reazione si manifesta davanti ai nostri occhi nella stessa corte celeste. All'inizio del cap. 5, Giovanni nota che la figura sul trono tiene in mano una pergamena, e a poco a poco ci rendiamo conto che si tratta della pergamena dei propositi futuri di Dio, i propositi attraverso i quali il mondo verrà infine giudicato e guarito. Il problema, tuttavia, è che nessuno è in grado di srotolare la pergamena. Dio si è impegnato, sin dal momento della creazione, a lavorare attraverso le sue creature, in particolare attraverso quelle create a sua immagine e somiglianza, gli esseri umani, ma essi lo hanno tutti deluso e tradito. Per un momento sembra che tutti i piani di Dio saranno ostacolati.
    Ma poi ecco che appare, di fianco al trono, un diverso tipo di animale. Esso è, scrive Giovanni, un Leone; ma poi scrive ancora che è un Agnello. Per leggere l'Apocalisse, bisogna abituarsi alle sue immagini caleidoscopiche. Il Leone è un'antica immagine della cultura ebraica usata per rappresentare il Messia, re di Israele e del mondo. L'Agnello è l'offerta sacrificale per i peccati di Israele e del mondo. Entrambi questi ruoli si fondono nella figura di Gesù, in un modo che nessuno aveva mai immaginato prima, ma che ora ha perfettamente senso. E quando egli appare, quelli che già cantavano (gli animali e gli esseri umani) tramutano le proprie lodi a Dio creatore in lodi a Dio redentore:
    Tu sei degno di prendere il libro e di aprire i sigilli, perché sei stato immolato e hai acquistato a Dio, con il tuo sangue, gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, e ne hai fatto per il nostro Dio un regno e dei sacerdoti; e regneranno sulla terra.
    Poi, come un grande oratorio con più cori che sopraggiungono da diverse direzioni, gli angeli cominciano a cantare.
    Degno è l'Agnello, che è stato immolato, di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l'onore, la gloria e la lode.
    E, alla fine, «tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute», si uniscono al canto:
    A colui che siede sul trono e all'Agnello, siano la lode, l'onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli. Amen!
    Ecco che cos'è l'adorazione. È il gioioso grido di lode che sale verso Dio creatore, Dio salvatore, dalla creazione che riconosce chi l'ha creata, la creazione che riconosce il trionfo dell'Agnello. Questa è l'adorazione che ha luogo nel cielo, nella dimensione di Dio, ininterrottamente. La domanda che ci dobbiamo porre è come possiamo unirci a tale adorazione nel modo migliore.

    Perché è questo ciò che siamo chiamati a fare. Chiariamo inoltre una cosa prima di proseguire oltre. C'è sempre un sospetto che si infiltra furtivamente in discorsi di questo tipo, una preoccupazione assillante che la chiamata all'adorazione di Dio sia molto simile all'ordine proveniente da un dittatore i cui sudditi potranno non amare ma avranno imparato a temere. Vuole che centomila persone affollino le strade per la parata del suo compleanno? Molto bene, le avrà, e tutti acclameranno e saluteranno come se da quello dipendesse la loro vita; perché, in effetti, è così. Prova ad allontanarti annoiato, o a non presentarti affatto e ne pagherai le conseguenze.
    Se il pensiero che adorare il vero Dio sia qualcosa del genere ha attraversato la tua mente, lascia che ti presenti un modello differente. Essendo un appassionato, ho sempre frequentato concerti sia di musica classica sia di jazz. Ho avuto la fortuna di ascoltare alcune fra le orchestre migliori del mondo dirette da direttori di fama mondiale. Sono stato seduto tra il pubblico durante esecuzioni eccezionali, musica che ci commuove, ci nutre e ci soddisfa pienamente. Ma solo due o tre volte nella mia vita ho fatto parte di un pubblico che, nel momento in cui la bacchetta del direttore d'orchestra si è abbassata per l'ultima volta, è scattato in piedi in un entusiasmo incontrollabile, incapace di contenere la meraviglia e il piacere per ciò che avevamo appena sperimentato. Per inciso aggiungo che il pubblico inglesenon è molto propenso alle ovazioni. Ciò è molto vicino all'adorazione autentica. Qualcosa del genere, e casomai ancora più intenso, è lo stato d'animo che troviamo nei libri 4 e 5 dell'Apocalisse. È a questo che siamo invitati quando ci apprestiamo a adorare il Dio vivente.
    Quello che succede quando si va a un concerto così è che tutte le persone presenti si sentono come se fossero diventate più alte. Come se qualcosa fosse loro accaduto. Sono consapevoli delle cose in un modo nuovo. Tutto il mondo appare diverso. E un po' come innamorarsi. Anzi, è un tipo di innamoramento. E quando ti innamori, pronto a gettarti ai piedi dell'oggetto del tuo amore, quello che l'amore desidera sopra tutte le altre cose è l'unione con la persona amata.
    Questo ci porta alla prima regola d'oro che costituisce il cuore della spiritualità. Tu diventi come quello che adori. Quando guardi fisso qualcosa o qualcuno che ti ispira timore reverenziale, ammirazione e meraviglia, cominci ad assumere alcune delle caratteristiche dell'oggetto della tua adorazione. Coloro i quali adorano il denaro diventano, prima o poi, calcolatrici umane. Coloro i quali adorano il sesso diventano ossessionati dalla propria bellezza o prodezza. Coloro i quali adorano il potere diventano sempre più spietati. Per fortuna, la maggior parte della gente non percorre queste strade fino alla fine, tuttavia gli esempi rendono bene l'idea. Che cosa succede quando adori il Dio creatore il cui piano di salvataggio del mondo e di «metterlo a posto» è stato compiuto dall'Agnello che è stato immolato?
    La risposta risiede nella seconda regola d'oro: dato che sei stato creato a immagine e somiglianza di Dio, l'adorazione ti rende più autenticamente umano. Quando, pieno di amore e gratitudine, guardi il Dio nella cui immagine sei stato creato, in realtà cresci. Scopri sempre di più che cosa significhi essere veramente vivo. Al contrario, quando concedi quel tipo di adorazione totale a qualcosa o a qualcun altro, ti restringi come essere umano. Naturalmente, nel momento in cui succede, non te ne accorgi. Quando adori parte della creazione come se fosse il creatore stesso – in altre parole, quando adori un idolo – non è improbabile che ti faccia sentire «euforico». Tuttavia, come una droga allucinogena, ottiene il suo effetto a prezzo di qualcosa. E quando l'effetto finisce, sei meno un essere umano di quanto non lo fossi in partenza. Ecco il prezzo dell'idolatria.
    Ma l'occasione, l'invito, la chiamata, è lì davanti a noi, che ci esorta ad andare a adorare il vero Dio, il creatore, il redentore, e a diventare più autenticamente umani nel farlo. L'adorazione è il cuore della vita cristiana. Uno dei motivi principali per cui la teologia (il cercare di capire bene chi sia Dio) è importante è che siamo chiamati ad amare Dio con tutto il nostro cuore, la nostra mente, la nostra anima e la nostra forza. È importante che impariamo di più su chi è Dio in modo da poterlo lodare in modo più appropriato. Forse uno dei motivi per cui il culto, almeno in alcune chiese, appare così poco attraente a così tante persone è il fatto che abbiamo dimenticato, o volutamente nascosto, la verità riguardo colui che stiamo adorando. Ma non appena scorgessimo ancora la verità, saremmo nuovamente attratti verso di lui. Come fan che se la svignano prima dal lavoro per andare a vedere una rockstar che si trova in città solo per un paio d'ore, come tifosi che aspettano tutta la notte per poter vedere per un momento la propria squadra di calcio che ritorna in trionfo – ma molto più intensamente – coloro i quali arrivano a riconoscere il Dio che vediamo in Gesù, il Leone che è anche Agnello, desidereranno disperatamente tornare a adorarlo.
    Ma come?

    Per cominciare, il culto cristiano è la lode e l'adorazione di Dio il creatore. Parte di questa lode consiste pertanto nel raccontare, in migliaia di modi diversi, la storia della creazione e della nuova creazione. Ma l'adorazione cristiana, cioè il culto, se non facciamo attenzione, può a questo punto deteriorarsi in sentimentalismo o superficialità, se ci limitiamo a cercare di celebrare il mondo così com'è. Una saggia adorazione cristiana deve tenere pienamente conto del fatto che la creazione è orribilmente guasta, è stata corrotta e rovinata, così che una grande spaccatura la attraversa proprio nel mezzo, e attraversa anche noi, i quali, pensati a immagine e somiglianza di Dio, dovevamo averne cura. È per questo che l'adorazione cristiana è anche la gioiosa celebrazione delle azioni di Dio nel passato in Gesù il Messia, e delle promesse che ciò che egli aveva cominciato sarà completato. In altre parole, come nel cap. 5 dell'Apocalisse, l'adorazione di Dio come redentore, che ama e soccorre il mondo, deve sempre accompagnare e completare l'adorazione di Dio come creatore. Questo ovviamente significa raccontare la storia dell'«operazione di salvataggio» oltre a quella della creazione. Per l'esattezza, significa raccontare la storia della salvezza precisamente come la storia del salvataggio e del rinnovamento della creazione.
    Raccontare la storia, recitare le potenti azioni di Dio: questo è vicino al cuore dell'adorazione o culto cristiano, un punto che non sempre è apprezzato in pieno nei numerosi circoli in cui si pratica l'entusiastica e incontrollata adorazione di Dio. Noi conosciamo Dio attraverso ciò che egli ha fatto nella creazione, in Israele, e soprattutto in Gesù, e quello che ha fatto presso il suo popolo e nel mondo attraverso lo Spirito santo. L'adorazione cristiana è la lode di questo Dio, colui il quale ha fatto queste cose. E il posto in cui trovare il resoconto di questi eventi fornitoci da Dio stesso sono ovviamente le Sacre Scritture: la Bibbia.
    A suo tempo dirò di più su che cosa sia esattamente la Bibbia, ma per il momento quello che voglio sottolineare è semplicemente questo: la lettura ad alta voce della Bibbia è sempre al centro del culto cristiano. Eliminare questa parte per una qualunque ragione – accorciare la parte dedicata alla lettura così che la funzione non duri troppo, cantare le letture così da ridurle a una semplice esibizione canora, o leggere soltanto i pochi versetti sui quali il predicatore intende incentrare il proprio sermone – tutto questo non coglie il punto essenziale dell'adorazione. Il motivo per cui leggiamo le Scritture nel culto non è, principalmente, quello di informare o ricordare alla congregazione alcuni passi biblici o temi che forse i fedeli hanno quasi dimenticato. È molto di più di un sostegno a cui appendere il sermone, anche se trarre il sermone da una delle letture è spesso una buona idea. Leggere le Scritture durante il culto è, innanzitutto, il modo principale di celebrare quello che Dio è e quello che ha fatto.
    Per parlare per un istante da un punto di vista assolutamente pragmatico: è ovviamente impossibile, nell'arco di tempo normalmente dedicato all'adorazione nella maggior parte delle chiese occidentali oggi, leggere più di un capitolo o due nel corso del culto. Questo però non deve farci dimenticare che cos'è che stiamo realmente facendo. Ogni volta che ci incontriamo per adorare Dio, ogni «funzione» che teniamo, è un'occasione per celebrare l'intera storia della creazione e della salvezza. Non possiamo leggere l'intera Bibbia durante ogni funzione, ma ciò che possiamo e dobbiamo fare è leggere due o più passi, di cui preferibilmente almeno uno tratto dall'Antico Testamento.
    Mettiamola in questi termini. La stanza in cui sto seduto in questo momento ha delle finestre piuttosto piccole. Se sto in piedi all'altro capo della stanza riesco a vedere poco di quello che c'è fuori: parte della casa di fronte, per essere precisi, e un pezzettino di cielo. Ma se mi avvicino alla finestra riuscirò a vedere alberi, campi, animali, il mare, le colline in lontananza. A volte si ha l'impressione che due o tre brevi letture dalla Bibbia siano come guardare fuori dalla finestra dall'altro capo della stanza. Non riusciamo a vedere molto attraverso essa. Tuttavia, meglio conosciamo la Bibbia, più ci avviciniamo alla finestra, in modo che, senza che la finestra si sia ingrandita, siamo in grado di vedere tutta l'estensione del paesaggio biblico.
    Persino il più semplice atto di adorazione cristiana deve pertanto sempre focalizzarsi sulla lettura delle Scritture. A volte ci sarà la possibilità per la congregazione di riflettere su una o più letture. A volte ci sarà la possibilità di rispondervi; la chiesa ha sviluppato grandi risorse di materiale, preso in gran parte dalla Bibbia stessa, che possiamo cantare, o pronunciare, per ripensare a quello che abbiamo sentito e per continuare a ringraziare Dio per questo. Ecco com'è che la liturgia di base comincia a essere costruita: una vetrina per le Scritture, un modo di assicurarsi che vengano trattate con la serietà che meritano. Così come è un insulto a un buon vino berlo in un bicchiere di carta piuttosto che in un bicchiere di vetro che ne valorizzi colore, profumo e sapore, allo stesso modo è un insulto alla Bibbia se, quando se ne ha l'opportunità, non viene creato un contesto nel quale la si può ascoltare e celebrare per quello che realmente è, vale a dire il resoconto delle potenti imprese del creatore e salvatore.
    Naturalmente, se hai sete e non hai nient'altro che un bicchiere di carta, fa' pure. Ci sono volte in cui (per un picnic, per esempio) quella di usare bicchieri di carta piuttosto che di vetro è una scelta consapevole. Meglio adorare Dio in modo caotico che non adorarlo affatto. Ma, normalmente, per il vino si sceglie un bicchiere di vetro.
    In particolare, l'adorazione cristiana sin dai suoi inizi ha fatto un buon uso dei salmi. I salmi sono una fonte inesauribile e meritano di essere letti, pronunciati, cantati, intonati, bisbigliati, imparati a memoria e persino gridati dai tetti delle case. Esprimono tutte le emozioni che potremo mai sentire, incluse alcune che speriamo di non provare mai, e depongono queste emozioni, nude e crude, davanti a Dio, come un golden retriever che porta ai piedi del suo padrone qualunque oggetto strano che ha trovato nei campi. «Guarda!», dice il salmista, «Ecco quello che ho trovato oggi! Non è straordinario? Che cosa pensi di farne?».
    I salmi riuniscono insieme quelli che spesso ci appaiono come elementi totalmente antitetici mentre ci avviciniamo a Dio. I salmi passano rapidamente da un'intimità affettuosa a un attonito timorereverenziale e poi di nuovo dal secondo al primo. Essi uniscono taglienti e irati interrogativi a semplice e tranquilla fiducia. Spaziano da gentilezza e meditazione a grida tempestose, da lamenti e cupa disperazione a celebrazione sacra e solenne. C'è una pace meravigliosa nel farsi strada dal grande grido che apre il Sal. 22 («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?») alla sua conclusione in cui viene lodato Dio che ha udito e dato risposta alla preghiera, e nel passare poi direttamente alla serena fiducia e sicurezza del Sal. 23 («Il Signore è il mio pastore»). C'è un equilibrio sano e assennato nel leggere, uno dopo l'altro, il veemente trionfalismo del Sal. 136 («Colui che percosse re grandi, perché la sua bontà dura in eterno, e uccise re potenti, perché la sua bontà dura in eterno»; con il gioioso ritornello che si ripete a ogni verso lungo tutto il salmo) e la sconvolgente desolazione del Sal. 137 («Là, presso i fiumi di Babilonia, sedevamo e piangevamo»).
    Ovviamente non riusciremo mai a capire tutto quello che c'è nei salmi. Ovviamente sussisteranno interrogativi e problemi. Alcune chiese, alcune congregazioni e alcuni cristiani troveranno che questi contengono passi che non si possono usare in buona coscienza, in particolare quei versetti che invocano terribili maledizioni sui propri nemici. È una decisione da prendere volta per volta. Ma nessuna congregazione cristiana deve negare a se stessa un uso regolare e minuzioso dei salmi. Una delle grandi tragedie che colpisce gran parte dell'adorazione contemporanea è il grande vuoto proprio in questo ambito. Ecco una sfida che una nuova generazione di musicisti dovrà cogliere. Ed ecco, anche, una sfida per quelle tradizioni, come la mia, in cui i salmi sono sempre stati messi in primo piano: li stiamo usando al meglio? Li stiamo approfondendo sempre di più, o continuiamo a girargli intorno senza scoprire nulla di nuovo?
    La Bibbia costituisce, in breve, la dieta di base dell'adorazione cristiana, non solo dell'insegnamento cristiano. Ma come emerge chiaramente da una delle storie più famose che troviamo nelle Scritture, persino le Scritture non costituiscono il vero centro. Quando Gesù risorto incontrò due discepoli sulla strada di Emmaus, i loro cuori ardevano nel petto mentre lui spiegava loro la Bibbia. Ma si aprirono loro gli occhi, e lo riconobbero, quando egli spezzò il pane.

    Cena del Signore, Santa Cena, eucaristia, comunione, messa; tanti nomi diversi per indicare la stessa cosa. E la prima cosa da dire è: il nome non ha importanza. Davvero, non ha alcuna importanza. C'è stato un tempo in cui grandi battaglie teologiche, culturali e politiche erano basate sul modo in cui si interpretava ciò che era stato detto e fatto durante la funzione dello spezzare il pane (per darle un nome neutro), e su quale etichetta attribuirle. Questo tempo ormai è passato. Senza che nessuno se ne rendesse conto, negli ultimi decenni l'opinione della maggior parte delle chiese cristiane in merito a ciò che accade durante questo momento centrale del culto, che cosa significa e come possiamo appropriarcene al meglio, è venuta a convergere. Naturalmente rimangono ancora alcuni problemi. E spero che questa parte del capitolo sia d'aiuto nel dissiparne alcuni.
    Cominciamo con tre osservazioni iniziali. Primo, spezziamo il pane e beviamo il vino insieme, raccontando la storia di Gesù e della sua morte, perché Gesù ci ha detto di farlo. «Fate questo», ha detto, «in memoria di me». Tutto qui. In più abbiamo un'idea abbastanza buona del perché ci ha detto di farlo: perché questo insieme di azioni spiega il significato della sua morte meglio di qualunque altra cosa. Non si tratta di una teoria, poiché quando Gesù è morto per i nostri peccati l'ha fatto perché così poteva soccorrerci, non per darci idee vere, per quanto anche queste siano importanti.
    Secondo, non si tratta di magia simpatetica: molti protestanti sono stati sospettosi al riguardo temendo potesse diventare qualcosa del genere. Questa azione, come le azioni simboliche compiute dagli antichi profeti, diventa uno dei punti in cui il cielo e la terra si incontrano. Paolo dice che «ogni volta che mangiate questo pane e bevete questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (I Cor. 11,26). Non intende dire che è una buona opportunità per un sermone. Come una stretta di mano o un bacio, facendolo lo si dice.
    Terzo, lo spezzare il pane non è nemmeno una semplice occasione per ricordare qualcosa che è accaduta tanto tempo fa: molti cattolici sospettosi ritengono che ciò sia quello che credono i protestanti. Quando spezziamo il pane e beviamo il vino, ci uniamo agli apostoli nella stanza «al piano di sopra». Siamo uniti a Gesù stesso nel giardino del Getsemani e in piedi di fronte a Caifa e Pilato. Diventiamo tutt'uno con lui mentre sta sulla croce e risorge dalla tomba. Il presente e il passato si fondono. Eventi del passato si fondono con il pasto che stiamo condividendo qui adesso.
    Ma non è solo il passato che viene a unirsi al presente. Se lo spezzare il pane è uno dei momenti chiave in cui la sottile divisione tra cielo e terra diventa trasparente, è anche uno dei momenti chiave in cui il futuro di Dio irrompe nel presente. Come i figli di Israele ancora nel deserto, che assaporano il cibo che le spie hanno portato dal loro viaggio segreto nella terra promessa, nello spezzare il pane noi assaporiamo la nuova creazione di Dio, la nuova creazione il cui prototipo e la cui origine è Gesù stesso.
    Questo è uno dei motivi per cui egli ha detto «Questo è il mio corpo» e «Questo è il mio sangue». Non c'è bisogno di elaborate teorie metafisiche dai lunghi nomi latineggianti per arrivare al punto. Gesù – il vero Gesù, il Gesù vivente, il Gesù che risiede nei cieli e regna anche sopra la terra, il Gesù che ha portato il futuro di Dio nel presente – non vuole semplicemente influenzarci, ma soccorrerci; non semplicemente informarci, ma guarirci; non semplicemente darci qualcosa a cui pensare, ma nutrirci, e nutrirci con se stesso. Ecco qual è il senso di questo pasto.
    Forse il problema maggiore affrontato dai cristiani delle chiese protestanti riguardo questo pasto è l'idea che si tratti di un'«opera buona» che la gente «fa» allo scopo di guadagnarsi il favore di Dio. Alcuni protestanti la pensano ancora così in merito a tutto quello che viene «fatto» in chiesa; sebbene, a meno che non si stia seduti immobili senza dire una parola, si sia obbligati a «fare» qualcosa nella nostra adorazione collettiva. Persino la scelta di rimanere in silenzio, come in un incontro di quaccheri, è pur sempre la scelta di fare qualcosa, ovvero di riunirsi e rimanere in silenzio. Naturalmente c'è sempre il pericolo che rituali troppo articolati ci facciano dimenticare per che cosa sono nati e diventino fini a se stessi. Ritornando al discorso del bicchiere da vino e del bicchiere di carta: ci sono alcune chiese in cui (per così dire) i bicchieri da vino sono di prezioso cristallo, ma nessuno si preoccupa più della qualità del vino. Allo stesso modo, ce ne sono alcune che sono talmente orgogliose di essersi invece sbarazzate dei bicchieri da vino in favore dei bicchieri di carta che sono ugualmente concentrate sull'aspetto esteriore anziché sul vero significato.
    Il pericolo, come si può vedere, non è confinato ai rituali di tipo «cattolico». Non è un pericolo che si presenta unicamente quando diverse persone insistono per farsi il segno della croce esattamente nello stesso momento e nello stesso identico modo; è ugualmente presente quando la gente sostiene che bisogna alzare le braccia durante il culto, o persino quando sostiene che non bisogna farsi il segno della croce, o alzare le braccia o qualsiasi altra cosa. Mi ha molto divertito una volta trovarmi in una chiesa che aveva deciso di non avere più un coro e un organista con indosso lunghe vesti perché apparivano troppo «professionali», e poi ha impiegato una mezza dozzina di persone alla console per il controllo dell'audio, delle luci e dei proiettori istallati sul soffitto. Tutto quello che deve essere fatto durante il culto corre il rischio di diventare rituale e fine a se stesso. Allo stesso modo, tutto quello che deve essere fatto durante il culto può essere fatto come atto di pura gratitudine, una gioiosa risposta alla grazia divina.
    Detto questo, possiamo analizzare che cosa può significare il parlare, così come hanno fatto alcune tradizioni cristiane, dello spezzare il pane come di un «sacrificio». Questa è stata una questione controversa per molto tempo e due errori sono stati fatti spesso in questo dibattito. Primo, alcune persone a volte hanno presunto che, nell'Antico Testamento, un sacrificio fosse qualcosa che il fedele «faceva» per guadagnarsi il favore di Dio. Non è così. Questa concezione si basa su un malinteso della stessa Legge ebraica, in cui i sacrifici erano richiesti da Dio, e venivano offerti come ringraziamento, non in un tentativo di placare Dio. Ovviamente non possiamo sapere che cosa pensavano tutti gli antichi ebrei quando si recavano a adorare Dio. Ma il sistema era progettato, non come un modo di influenzare l'agire di Dio, bensì come un modo di rispondere al suo amore.
    Secondo, si è fatta un'enorme confusione riguardo la relazione tra lo spezzare il pane e il sacrificio offerto da Gesù sulla croce. I cattolici di solito hanno detto che le due cose erano un tutt'uno, cosa a cui i protestanti hanno risposto dicendo che questo sembrava tentare di ripetere qualcosa che era accaduto una volta e una volta sola, e che non poteva più essere replicato. Storicamente i protestanti hanno sostenuto che lo spezzare il pane è un sacrificio diverso rispetto a quello offerto da Gesù (per esempio, un «sacrificio di lode» offerto dai fedeli), a cui i cattolici hanno risposto che questo sembrava un tentativo di aggiungere qualcosa all'offerta di Gesù che era già completa di per sé, il quale (loro sostengono) diventa «sacramentalmente» presente nel pane e nel vino.
    Ritengo si possa andare oltre questa sterile discussione spostando la nostra analisi dell'adorazione nell'ambito di un disegno più ampio, quello del cielo e della terra, del futuro di Dio e del nostro presente, e del modo in cui queste due coppie si incontrano in Gesù e nello Spirito. All'interno della visione del mondo della Bibbia (che non è stata tanto smentita quanto piuttosto ignorata dalla maggior parte del pensiero moderno), il cielo e la terra si sovrappongono in certi luoghi e in certi momenti di cui Gesù e lo Spirito sono gli indicatori chiave. Allo stesso modo, in certi luoghi e in certi momenti il futuro di Dio e il passato di Dio (ovvero avvenimenti come la morte e risurrezione di Gesù) arrivano nel presente, proprio come se ti sedessi a tavola per mangiare e scoprissi che sia i tuoi trisavoli sia i tuoi pronipoti sono lì a mangiare con te. È così che funziona il tempo di Dio. E per questo motivo che l'adorazione o culto cristiano è quello che è.
    Ritengo che questo sia il giusto contesto in cui inquadrare tutta la nostra riflessione sull'adorazione, e qualunque discussione sulla vita sacramentale della chiesa. Il resto consiste in note a piè di pagina, caratteri, tradizioni e – ammettiamolo – preferenze individuali (è così che chiamo le mie) e pregiudizi irrazionali (e così invece che chiamo quelle degli altri). E a quel punto sono i due grandi imperativi della Legge (amare Dio e amare il prossimo) che devono ricordarci quello che dobbiamo fare. In quanto cristiani dovremmo aspettarci di fare richieste basate sulla nostra carità e pazienza. Non lasciamo che noi e le nostre chiese si sia privati del pieno godimento dell'atto centrale dell'adorazione e del culto cristiani facendo di questo pasto un'occasione di conflitto.

    In tutto questo capitolo ho parlato dell'adorazione collettiva e pubblica che si fa in chiesa. Fin dall'inizio è stato chiaro che il cristianesimo è qualcosa che si fa insieme. Detto questo, i primi scrittori si preoccupavano anche del fatto che ogni singolo credente dovesse essere sveglio e attivo nella propria fede personale; dovesse conoscere le proprie responsabilità e rendersi conto del privilegio costituito dall'adorazione. In questo modo, quando tutta l'assemblea si riunisce insieme, ognuno avrà le proprie gioie e i propri dolori, intuizioni e domande, da portare alla collettività.
    Per questa ragione è giusto e appropriato che ogni cristiano, e se è possibile ogni famiglia, apprenda le abitudini dell'adorazione individuale e in piccoli gruppi. I principi da applicare sono semplici, anche se ci sono (senza dubbio) infinite varianti locali. Quello che importa non è tanto come la si fa, ma che la si faccia. Riprendiamo i capp. 4 e 5 dell'Apocalisse. L'intera creazione sta adorando Dio. Noi siamo invitati non solo a osservare, come mosche sul muro, ma a unirci al canto. Come possiamo rifiutare?


    PREGHIERA

    Padre nostro, che sei nei cieli,
    sia santificato il tuo nome,
    venga il tuo regno,
    sia fatta la tua volontà, anche in terra come è fatta in cielo.
    Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
    rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori,
    e non ci esporre alla tentazione,
    ma liberaci dal maligno.
    Perché a te appartengono il regno, la potenza e la gloria nei secoli dei secoli.
    Amen.

    Lo so: ognuno ha una propria versione preferita. A me piace quella tradizionale con la quale sono cresciuto, ma mi sono anche abituato ad altre. Il problema nasce non da ultimo perché le versioni greche della preghiera (in Matteo, Luca e in un libro dei primi cristiani chiamato Didaché) non sono esattamente identiche, non sempre hanno equivalenti nelle lingue moderne che le ricalcano parola per parola, ed è possibile che non riproducano con esattezza il gusto della preghiera in aramaico che Gesù stesso probabilmente usava. Ma alla fine questo non ha importanza. Non lasciate che il rumore di sottofondo vi distragga.
    Andate, invece, al cuore della preghiera. È una preghiera sull'onore e la gloria di Dio. È una preghiera sul regno di Dio che viene sulla terra come in cielo, regno che, come abbiamo visto, riassume una gran parte del significato della cristianità. È una preghiera per il pane, per i bisogni di ogni giorno. Ed è una preghiera per essere liberati dal male.
    In ogni suo punto, la preghiera riflette quello che Gesù faceva nella sua opera. Non è una preghiera generica, indirizzata a una «divinità» generalizzata o a una «natura divina». Non è neanche una tipica preghiera ebraica (benché quasi ogni elemento in essa possa trovare corrispondenza nelle preghiere ebraiche di quel periodo). La preghiera è, per così dire, «specifica di Gesù».
    Dopotutto era Gesù che andava in giro dicendo che era giunto il tempo che si onorasse il nome del Padre, il tempo che venisse il suo regno in terra come in cielo. Fu Gesù che sfamò con il pane la folla nel deserto. Fu Gesù che perdonò i peccatori e disse ai suoi seguaci di fare lo stesso. Fu Gesù che entrò, consapevolmente, «nel tempo della prova», la grande tribolazione che come un'onda di piena stava sommergendo Israele e il mondo, così che prendendone su di sé tutta la forza altri potessero salvarsi. E fu Gesù che inaugurò il regno di Dio, esercitò il potere divino, morì e risuscitò per mostrare la gloria di Dio. La Preghiera del Signore o Padre nostro, come chiamiamo questa preghiera, nasce direttamente da ciò che Gesù stava compiendo in Galilea. E nel Getsemani. Anticipa direttamente ciò che Gesù ha ottenuto con la sua morte e la sua risurrezione.
    La preghiera è pertanto un modo per dire al Padre: Gesù mi ha (usando l'immagine che lui stesso utilizzava) catturato nella rete della sua buona notizia. La preghiera dice: voglio fare parte di questo movimento del regno di Dio. Mi ritrovo catturato in questo modo di vivere in cui il cielo è sulla terra. Voglio fare parte di questo programma che mira a dare il pane a tutti, a me stesso e agli altri. Ho bisogno di perdono per me stesso – perdono per i peccati, i debiti e ogni peso che grava su di me – e intendo vivere in questo modo nei miei rapporti con gli altri. Notate com'è straordinario il fatto che, al centro della preghiera, ci impegniamo a vivere in un modo particolare, un modo che troviamo difficile. E poiché vivo nel mondo reale, dove il male è ancora potente, ho bisogno di essere protetto e soccorso. E, lungo tutta la preghiera, riconosco e celebro il regno, la potenza e la gloria del Padre.
    La maggior parte delle cose su cui potremmo voler pregare sono incluse in questa preghiera. Come le parabole di Gesù, è piccola per la sua dimensione ma grande per l'ambito che copre. Alcune persone trovano che sia meglio recitarla lentamente, facendo una pausa dopo poche parole, per mostrare a Dio quello che in particolare nel nostro cuore corrisponde a quella categoria. Alcune persone preferiscono usarla o all'inizio o alla fine di un periodo di preghiera più lungo, o per preparare il contesto per tutte le preghiere successive o per riassumerle tutte alla fine. Alcune persone sono convinte che recitarla lentamente, più e più volte, li aiuti ad andare sempre più in profondità nell'amore e nella presenza di Dio, nel luogo in cui le due sfere si sovrappongono, nel potere dell'evangelo di portare pane, perdono e soccorso. Usala pure nel modo che preferisci. Comincia da qui e vedi dove ti conduce.

    La preghiera cristiana è semplice, nel senso che anche un bambino piccolo può recitare la preghiera che ci ha insegnato Gesù. Ma è difficile per le richieste che contiene via via che ci inoltriamo in essa. L'agonia dei salmisti raggiunse il suo culmine quando Gesù pianse e sudò sangue nel Getsemani, lottando con suo Padre riguardo l'ultimo passo della sua vocazione di una vita. La quale lo portò, a sua volta, a essere appeso alla croce disperato, quando il primo verso del Sal. 22 («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?») era tutto ciò che restava da dire, le parole fornitegli da Dio stesso perché potesse esternare il proprio senso di essere abbandonato da Dio. Quando Gesù ci ha detto di prendere la nostra croce e seguirlo, presumibilmente si aspettava che seguirlo avrebbe comportato anche per noi momenti come quello.
    Noi siamo chiamati a vivere nel punto in cui il cielo e la terra – la terra che deve ancora essere redenta e che un giorno lo sarà – e il futuro di Dio e il presente del mondo si sovrappongono. Siamo prigionieri su una piccola isola vicino al punto in cui queste placche tettoniche, cielo e terra, futuro e presente, si incontrano scricchiolando. Preparatevi ai terremoti. Quando Paolo scrive il suo più grande capitolo sulla vita nello Spirito e l'imminente rinnovamento dell'intero cosmo, evidenzia al centro di tutto il problema che non sappiamo pregare come dovremmo, ma che lo Spirito, lo Spirito di Dio, intercede per noi secondo la volontà di Dio. È un passo breve (Rom. 8,26-27), ma è estremamente importante sia per ciò che dice sia per dove lo dice. L'intera creazione di Dio geme per i dolori del travaglio, mentre aspetta che dal suo grembo nasca il nuovo mondo. La chiesa, il popolo di Dio nel Messia, si ritrova coinvolta in tutto questo, mentre anche noi gemiamo nella nostra attesa di redenzione. (Pochi versetti prima, Paolo parlava di condividere le sofferenze del Messia; stava forse pensando al Getsemani?) La preghiera cristiana raggiunge la sua caratteristica più profonda quando ci ritroviamo catturati nella sovrapposizione delle ere, parte della creazione che soffre per la nuova nascita.
    E la nuova strana promessa, il punto in cui la preghiera cristiana si distingue dal panteismo e dal deismo e da molti altri pensieri, è che, tramite lo Spirito, Dio stesso sta gemendo dall'interno del cuore del mondo, perché Dio stesso, tramite lo Spirito, dimora nei nostri cuori mentre risuonano del dolore del mondo. Questo non è il modo panteistico di intendere «l'entrare in contatto con il cuore di tutte le cose». Questo è lo strano e nuovo entrare in contatto con il Dio vivente, che sta facendo qualcosa di nuovo, che è sceso nel cuore del mondo in Gesù proprio perché non tutto va bene (punto che i panteisti non ammetteranno mai) e occorre «metterlo a posto», che ora scende tramite il suo Spirito nel luogo in cui il mondo è nel dolore (punto che i deisti non contempleranno mai) in modo che, dentro e attraverso di noi, coloro che pregano in Cristo e tramite lo Spirito, il gemito dell'intera creazione possa arrivare al Padre stesso, colui che esamina i cuori (Rom. 8,27), colui che fa concorrere tutto al bene di coloro che lo amano (v. 28). Ecco che cosa significa «conformi all'immagine del Figlio suo» (v. 29). Ecco che cosa significa, nell'era presente, condividere la sua gloria (vv. 18.30).
    Questo spiega perché la preghiera specificatamente cristiana ha il senso che ha all'interno del mondo in cui il cielo e la terra si uniscono. Vale la pena di spiegare meglio quese immagine accennata precedentemente, per mostrare come la preghiera, all'interno della visione cristiana del mondo, è sostanzialmente diversa dalla preghiera vista dalle altre due opzioni principali.
    Per i panteisti, che si rifanno alla prima opzione, la preghiera è un semplice sintonizzarsi con le realtà più profonde del mondo e di se stessi. La divinità è ovunque, anche all'interno di sé. La preghiera è quindi non tanto un rivolgersi a qualcun altro, che vive da qualche altra parte, ma piuttosto uno scoprire e sintonizzarsi con una realtà e una vita interiore che devo trovare nel profondo del mio stesso animo e all'interno dei ritmi silenziosi del mondo che mi circonda. Questa è la preghiera panteistica. A mio giudizio è molto più sana della preghiera pagana, in cui l'essere umano cerca di invocare, placare, blandire, corrompere il dio del mare, il dio della guerra, il dio del fiume o il dio del matrimonio, per ottenere favori speciali o per evitare determinati pericoli. In confronto a questo, la preghiera panteistica mostra una certa nobiltà. Ma non è la preghiera cristiana.
    Per i deisti, che fanno riferimento alla seconda opzione, la preghiera è un chiamare attraverso un grande vuoto una divinità distante. Questa nobile figura forse ascolta e forse no; potrebbe o meno mostrarsi incline, o persino capace, di fare qualcosa per noi e per il nostro mondo indipendentemente dalla sua volontà di farlo. Quindi, all'estremo della seconda opzione, tutto quello che si può fare è inviare un messaggio, come un marinaio isolato dal mondo che scrive un messaggio e lo mette in una bottiglia, nella remota speranza che ci sia qualcuno da qualche parte che la possa raccogliere. Questo tipo di preghiera richiede una gran quantità di speranza e di fede. Ma non è una preghiera cristiana.
    A volte, naturalmente, la preghiera nell'ambito della tradizione ebraica e cristiana sembra essere esattamente come la preghiera della seconda opzione, come testimoniano i salmi stessi. Ma, per il salmista, il senso di vuoto, una vacuità in luogo di una Presenza che dovrebbe esserci, non è qualcosa da accettare con tranquillità come se fosse il modo in cui stanno le cose. È qualcosa di cui lamentarsi, per cui protestare insistentemente. «Sveglia, YHWH!» grida il salmista, come qualcuno che sta ai piedi del letto, con le mani sui fianchi, e guarda contrariato una figura dormiente. È così ovviamente che i discepoli si rivolsero a Gesù, addormentato sulla barca durante la tempesta. «È ora di alzarsi e fare qualcosa per sistemare questo disastro!».
    Ma il significato della storia cristiana, al culmine della storia ebraica, è che la tenda è stata scostata, la porta è stata aperta dall'altro lato, e, come Giacobbe, noi abbiamo intravisto una scala che collega terra e cielo con messaggeri che salgono e scendono su di essa. «Il regno dei cieli è vicino», dice Gesù nel Vangelo di Matteo: non sta offrendo un nuovo modo per arrivare al cielo d'ora in poi, ma sta piuttosto annunciando che il dominio del cielo, la vita stessa del cielo, si sovrappone adesso alla terra in un modo nuovo, un modo che spazza via tutti i momenti dalla scala di Giacobbe alla visione di Isaia, tutte le intuizioni dei patriarchi e i sogni profetici, e li trasforma in una forma umana, una voce umana, una vita umana, una morte umana. Gesù è la ragione alla base della terza opzione; e, con essa, la preghiera è diventata adulta. Il cielo e la terra si sono sovrapposti permanentemente in lui, sulla croce, nella risurrezione, in ogni luogo in cui il vento fresco del suo Spirito ora soffia. Vivere da cristiano significa vivere nel mondo che è stato rimodellato da Gesù e il suo Spirito, ed è stato rimodellato intorno a lui e al suo Spirito. E questo significa che la preghiera cristiana è un'altra cosa, diversa sia da quella panteistica, nella quale ci si mette in contatto con l'interiorità della natura, sia da quella deista, nella quale si invia un messaggio attraverso una vacuità solitaria.
    La preghiera cristiana consiste nello stare in piedi presso la grande spaccatura lasciandosi modellare dal Gesù che si inginocchiò nel Getsemani, gemendo per il travaglio, tenendo insieme il cielo e la terra come se si cercasse di legare due pezzi di corda mentre qualcuno tira dal lato opposto per tenerli separati. Essa va di pari passo con la tripla identità del vero Dio che abbiamo osservato, abbagliati, nella seconda parte di questo libro. Non c'è da meravigliarsi se ci arrendiamo così facilmente. Non c'è da meravigliarsi se abbiamo bisogno d'aiuto.
    Per fortuna, l'aiuto non manca.

    L'aiuto è a portata di mano non ultimo da parte di coloro i quali hanno percorso il sentiero prima di noi. Parte della nostra difficoltà in questo caso risiede nel fatto che noi gente moderna siamo così pronti a voler fare le cose a modo nostro, così preoccupati del fatto che se cerchiamo aiuto da qualcun altro quello che facciamo non sarà «autentico» e non verrà dal nostro cuore, che siamo subito sospettosi quando si tratta di usare le preghiere di qualcun altro. Ma in realtà siamo come qualcuno che ha l'impressione di non essere vestito nel modo adatto, a meno che non abbia disegnato e realizzato i propri vestiti personalmente; o come qualcuno che non si sente a suo agio a guidare un'automobile a meno che non l'abbia costruita lui stesso. Siamo frustrati dalla pesante eredità lasciataci dal romanticismo da un lato e dall'esistenzialismo dall'altro, che hanno prodotto l'idea che le cose sono autentiche soltanto se provengono spontaneamente e involontariamente dal profondo del nostro cuore.
    Francamente, come Gesù ha sottolineato, ci sono moltissime cose che arrivano dal profondo del nostro cuore, che saranno anche autentiche ma non molto belle. Un respiro a pieni polmoni dell'aria del mondo realistico del giudaismo del i secolo è sufficiente a spazzare via lo smog dell'egocentrica (e, in definitiva, orgogliosa) ricerca di «autenticità» di quel tipo. Quando i seguaci di Gesù gli domandarono di insegnare loro a pregare, egli non chiese loro di dividersi in gruppi di riflessione e guardare in profondità nei propri cuori. Non cominciò con il portarli lentamente a ripercorrere la propria esperienza di vita, scoprire quale tipo di personalità avesse ognuno, a far trascorrere loro del tempo per farli mettere in contatto con i propri sentimenti sepolti. Gesù e i suoi seguaci avevano capito la domanda che avevano posto: essi volevano, e avevano bisogno, di una formula che potessero imparare e usare. Questo è ciò che Giovanni Battista aveva dato ai suoi seguaci. Altri maestri ebraici avevano fatto lo stesso. E anche Gesù fece così. È la preghiera con cui abbiamo cominciato questo capitolo che rimane il fulcro di tutta la preghiera cristiana.
    È però opportuno sottolineare che non c'è nulla di male a usare una formula composta da qualcun altro. Anzi, forse è vero il contrario. Alcuni cristiani, alle volte, riescono a sostenere una vita di preghiera contando solo sulle proprie risorse interiori, proprio come ci sono robusti montanari (io ne ho conosciuto uno) che sono in grado di percorrere tutte le Highland scozzesi a piedi nudi. Ma la maggior parte di noi ha bisogno di scarponi; non perché non voglia intraprendere la camminata, piuttosto proprio perché vuole farla.
    Questo appello, come potrà apparire ovvio, è rivolto in particolare ai credenti che in molti paesi, senza accorgersene, assorbono un elemento della cultura tardo moderna (il misto di romanticismo ed esistenzialismo a cui ho accennato poco fa) come se questo fosse la cristianità stessa. A loro voglio dire: non c'è niente di male, niente di «meno cristiano», niente a che fare con la «giustificazione per opere», nell'usare parole, formule fisse, preghiere e sequenze di preghiere scritte da altre persone in altri secoli. In realtà, l'idea di dover trovare sempre le proprie parole, di dover generare la propria devozione da capo ogni mattina, l'idea che se non pensiamo a parole nuove siamo spiritualmente pigri o difettosi mostra il segno fin troppo familiare dell'orgoglio umano, del «fare le cose a modo mio», perfino della «giustificazione per opere». Una buona liturgia può essere, e dovrebbe essere, un segno e un mezzo di grazia, un'occasione di umiltà (accettare che qualcun altro abbia detto, meglio di me, quello che io desidero profondamente esprimere) e gratitudine. Quante volte, di fronte al calare della notte, sia metaforica sia letterale, sono stato grato per l'antica preghiera anglicana che recita:

    Illumina le nostre tenebre, noi ti preghiamo, o Signore;
    e difendici con la tua grande misericordia
    da tutti i pericoli e mali di questa notte;
    per l'amore dell'unico tuo Figlio,
    Gesù Cristo nostro Salvatore. Amen.

    Non l'ho scritta io, ma a chiunque l'abbia scritta va la mia eterna gratitudine. È proprio quello che cercavo.
    Naturalmente c'è un appello da indirizzare nella direzione opposta. I romantici e gli esistenzialisti non erano degli sciocchi. Alcuni tipi di abito non hanno una buona vestibilità e costringono tanto i movimenti quanto la personalità. Alcuni scarponi sono troppo ingombranti. Quando Davide andò a combattere Golia, non poté indossare la pesante armatura che la tradizione suggeriva. Dovette usare le semplici armi che conosceva già e che per lui funzionavano. Se non fosse così tragico, sarebbe esageratamente comico osservare molte persone nelle chiese tradizionali raggrupparsi pesantemente nelle loro armature fatte per la vera guerra senza che abbiano un'idea di dove stanno andando o che cosa faranno una volta che vi saranno arrivate. Antiche liturgie e pratiche tradizionali possono in effetti essere un modo per alimentare una preghiera genuina, permettere alla gente di presentarsi con umiltà davanti a Dio e di scoprire che, a poco a poco, le preghiere che sono state utilizzate da altre generazioni possono diventare uno sfogo sincero anche per loro. Tuttavia, le tradizioni in uso possono diventare, abbastanza in fretta, un peso morto e a volte gli alberi morti dell'anno precedente devono essere tagliati via per fare spazio alla crescita di nuovi alberi.
    Ricordiamo che Davide prese con le sue mani cinque pietre che erano state levigate dal ruscello. Molte preghiere, "levigate" da molte generazioni, ora sono pronte per essere utilizzate. Ma Davide, proprio a causa della sua vittoria su Golia, divenne re e dovette sviluppare le diverse abilità necessarie per governare una corte e un paese. Dato che la nostra cultura cambia, e che il cambiamento stesso diventa la caratteristica più costante della nostra cultura, non dovremmo sorprenderci per il fatto che molte persone trovano le formule tradizionali strane e fastidiose. Ho incontrato persone, durante gli ultimi anni, che hanno smesso di frequentare la loro chiesa locale perché la gente aveva cominciato a cantare nuove canzoni e ballare tra le navate. E ho incontrato altri che hanno cominciato ad andarci per quella stessa ragione. È arrivato il momento di scuoterci, di riconoscere che persone diverse hanno bisogno di diversi tipi di aiuto in diversi periodi della loro vita, accettalo e andare avanti.
    Però, per molti credenti, scoprire che si può essere aiutati nella preghiera usando parole e formule scritte e elaborate da altri è una buona notizia, un sospiro di sollievo. Preghiere come quella che ho citato sopra esistono proprio per aiutarci a crescere, non per farci rattrappire. E c'è molto, molto di più: libri di preghiere, antologie di meditazioni, scaffali e librerie pieni di materiale, c'è qualcosa per ognuno di noi. E se tutto questo sembra scoraggiante, ricordate che per andare lontano basta fare un passo alla volta.

    Il Padre nostro non è l'unica preghiera che ha formato le basi delle tradizioni ricche e profonde della preghiera cristiana. Ci sono altre preghiere che sono state usate in modi simili attraverso i secoli, o come schema generale o come qualcosa da ripetere in modo da approfondire la consapevolezza della presenza del Dio che noi conosciamo in Gesù. Forse la più conosciuta di queste, molto utilizzata nelle chiese cristiane ortodosse, è la «Preghiera di Gesù», che può facilmente essere pronunciata con lentezza al ritmo del proprio respiro: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore».
    È stato scritto molto su questa preghiera, su ciò che significa, su come utilizzarla e dove può condurci. Non è così restrittiva come può apparire a prima vista. Pregare per la misericordia non significa semplicemente: «Ho fatto qualcosa di sbagliato, quindi ti prego perdonami». È una richiesta assai più ampia, che la volontà di Dio mandi la sua presenza misericordiosa e il suo aiuto in migliaia di situazioni, nonostante il fatto che noi non lo meritiamo e non potremo mai meritarlo. E benché la preghiera sia esplicitamente indirizzata a Gesù stesso, fatto inconsueto anche se non totalmente sconosciuto persino nel Nuovo Testamento stesso, è fatta con la fiducia che, quando arriviamo a Gesù, tramite lui arriviamo al Padre; e che, per pregare in quel modo, abbiamo bisogno di essere guidati dallo Spirito santo.
    Recitare questa preghiera (o altre come questa) più e più volte non è, quindi, quell'atto di «sprecare parole» che Gesù critica etichettandolo come una tipica pratica pagana in Mt. 6,7. È ovvio che, se per voi diventa quel tipo di cosa, lasciatela perdere e fate qualcosa di diverso. Ma per milioni di persone è stato, ed è ancora, un modo di focalizzarsi, di esplorare in lungo e in largo, di concentrarsi sul Dio che conosciamo in Gesù come colui sul quale possiamo fare affidamento in ogni circostanza, e un modo per tenere alto davanti alla sua misericordia tutto quello su cui vogliamo pregare, gioie, problemi, dispiaceri, rabbia, paura, altre persone, politiche di governo, problemi sociali, guerre, disastri, festività.
    A volte ho suggerito due preghiere simili da accompagnare alla «Preghiera di Gesù»: «Padre Onnipotente, creatore del cielo e della terra, venga il tuo Regno in mezzo a noi»; e «Spirito santo, respiro del Dio vivente, rinnova me e tutto il mondo». Queste due preghiere possono essere usate così come sono, oppure, come anche la «Preghiera di Gesù» stessa, possono essere usate come frasi di risposta per consentire a un gruppo o a una congregazione di unirsi mentre altre persone conducono la preghiera per casi e situazioni particolari. Che vengano recitate da soli o con gli altri, c'è ampio spazio per sperimentare sia qui sia altrove.
    Ma c'è un'altra preghiera ancora che può essere usata in questo modo, e che sospetto fosse usata proprio così nelle chiese dell'antichità. Dal giudaismo antico a quello moderno, una preghiera è stata recitata tre volte al giorno. È quella che inizia con: «Ascolta, Israele: YHWH, il nostro Dio, è l'unico YHWH. Tu amerai dunque YHWH, il tuo Dio, con tutto il cuore». Questa frase di apertura si trova in Deut. 6,4-5 ed è conosciuta anche come Shemah, perché la parola con cui si apre, «Ascolta», in ebraico è Shemah. La gente a volte si stupisce del fatto che sia una preghiera, dato che ha piuttosto l'apparenza di un'affermazione teologica a cui segue un comando; ma così come si leggono le Scritture durante la venerazione non per dire alla congregazione qualcosa che non sapevano, ma per lodare Dio per ciò che ha fatto, allo stesso modo dichiarare chi è realmente YHWH, e che cosa chiede al popolo dell'alleanza, è in realtà una preghiera, un atto di adorazione e impegno. È precisamente un modo di allontanarsi da se stessi e dai propri bisogni, esigenze, speranze e paure, e dedicare tutta la propria attenzione a Dio, al nome di Dio, alla natura di Dio, alle intenzioni di Dio, all'invito di Dio ad amarlo, alla gloria di Dio. Anche il solo riflettere sul fatto che questa preghiera è una preghiera è pertanto altamente istruttivo.
    Ma all'inizio del cristianesimo questa preghiera è cresciuta, grazie a Gesù. Come abbiamo visto prima, Paolo ricorda ai corinzi cristiani che essi sono monoteisti nello stile ebraico, non pagani politeisti; e per chiarire meglio il punto cita questa preghiera nella sua nuova forma cristiana. Per noi, egli dice,
    c'è un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose, e noi viviamo per lui, e un solo Signore, Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose, e mediante il quale anche noi siamo (I Cor. 8,6).
    Avendo parlato poco prima del nostro amore per Dio, passa quindi a parlare del nostro amore reciproco, l'amore che scaturisce propriodal fatto che crediamo che il Messia sia morto per il nostro prossimo così come per noi.
    Perché non dovremmo fare nostra anche questa preghiera? Come la «Preghiera di Gesù», la si può recitare lentamente e ripetutamente. Come i grandi inni di lode dei capp. 4 e 5 dell'Apocalisse, riassume la venerazione e la lode di Dio sia come creatore sia come redentore. Le frasi, «dal quale... per lui» e «in virtù del quale... per lui» sono affermazioni dense ma chiare del fatto che il Padre è l'origine e il fine di tutte le cose, o che il Figlio è il mezzo attraverso il quale tutte le cose sono state create, e tutte le cose sono state redente. Paolo dice la stessa cosa ancora più pienamente in Col. 1,15-20. Meditare su Dio in questo modo significa ammirare, come chi viaggia su una mongolfiera in una giornata limpida, l'intero paesaggio maestoso dei propositi amorevoli di Dio, consentendoci di cogliere questa o quella caratteristica particolare a cui dedicare attenzione senza però perdere la visione d'insieme. È chiaro che i cristiani delle origini ne sapevano qualcosa riguardo la preghiera. Possiamo ancora imparare molto da loro.

    Naturalmente ci sarebbero ancora molte altre cose da dire in merito alla preghiera, ma come per l'adorazione, la cosa importante è non smettere di praticarla. Ci sono varie guide disponibili. Uno dei segni di buona salute nel cristianesimo moderno è che sempre più persone si rendono conto che parlare con una guida esperta (conosciuta presso alcune tradizioni come «guida spirituale») può essere di grande aiuto, sia come rassicurazione («sì, va tutto bene, molte persone si sentono così»), sia come benevolo suggerimento verso nuove direzioni. Ricordo bene il senso di sollievo quando la mia guida spirituale mi suggerì, nel momento in cui mi trovavo a dover avere a che fare con un collega particolarmente difficile, di provare a recitare il Padre nostro pensando, a ogni singola richiesta contenuta nella preghiera, precisamente a quel collega. Libri, guide dei ritiri, amici, ministri di culto della propria comunità: tutto può essere d'aiuto. Avendo parlato in precedenza dell'approccio svelto e deciso di Gesù alla richiesta «Insegnaci a pregare», è naturalmente vero che persone diverse troveranno aiuto in schemi e tracciati differenti, e ci sono moltissimi maestri che ci possono indicare la via adatta a persone o situazioni particolari.
    Similmente, chiunque è in grado di prendere un quaderno e organizzarlo in liste giornaliere o settimanali delle persone e delle situazioni per cui si vuole pregare. Persino coloro i quali non sopportano gli elenchi troveranno che un diario e una rubrica, e forse persino una cartina, gli ricorderanno di situazioni e persone. Ci saranno cose per le quali ringraziare Dio (la gratitudine è sempre un segno della grazia) e cose per cui mostrarsi dispiaciuti (anche la penitenza è un segno della grazia). Ci saranno cose da chiedere, non da ultimo che l'amore e la potenza di Dio circondino e aiutino delle persone in particolare per le quali desideriamo pregare. Mentre cerchiamo di cogliere alcune delle promesse straordinarie del Nuovo Testamento («Se dimorate in me» ha detto Gesù, «e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto» [Giov. 15,7]), scopriamo che sono controbilanciate da uno strano fenomeno. Quando andiamo a reclamare con impazienza queste promesse, scopriamo che, se siamo seri in merito, i nostri desideri e le nostre speranze vengono gentilmente ma fermamente rimodellati, smistati e riordinati in modo diverso.
    La preghiera cristiana si declina in moltissime altre modalità. Per alcuni, la pratica della glossolalia è un modo di elevare le cose e le persone verso Dio quando non sappiamo quali sono i loro bisogni specifici, o forse quando il bisogno è talmente evidente e noi ne siamo talmente sopraffatti che non sappiamo come esprimerlo a parole (Rom. 8,26-27). Per alcuni, il silenzio – difficile da ottenere per molti, difficile da mantenere per molti di più – può, come il miglior tipo di oscurità, diventare il suolo in cui i semi della fede, della speranza e dell'amore possono germogliare non visti. Ma per tutti noi la preghiera cristiana è un dono di Dio «mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l'accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio» (Rom. 5,2). Siamo accolti alla presenza di Dio. Come per Giovanni in Apocalisse 4 e 5, una porta è aperta nel cielo, e noi siamo introdotti nella sala del trono.
    Ma non siamo più lì come semplici osservatori. Siamo lì come i suoi amati figli. Lasciamo che sia Gesù stesso ad avere l'ultima parola. «Se dunque voi, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro, che è nei cieli, darà cose buone a quelli che gliele domandano!» (Mt. 7,11).

    (Semplicemente cristiano. Perché ha senso il Cristianesimo, Claudiana 2014, pp.135-160)