Dire la verità n

    ella chiesa

    Giuseppe Ruggeri

    Per i cristiani la verità non consiste nel racconto nudo dei fatti, "così come sono realmente accaduti". E nemmeno la verità è per essi la identità tra pensiero e realtà. Per essi la verità è qualcosa di più radicale: la verità è la vicenda concreta di Gesù di Nazareth in quanto manifesta il mistero di Dio. « Io sono la verità »: queste parole in bocca a Gesù, nel vangelo di Giovanni (14,6), pongono un problema gravissimo per i cristiani. Se essi vogliono dire la verità debbono dire Cristo, rendere testimonianza a lui, giacché mediante lui la verità si è fatta avvenimento (Gv 1,17).
    Ma a questa verità essi sono introdotti dallo Spirito (Gv 16,13). Nemmeno Cristo è un fatto che bisogna raccontare così come realmente è accaduto. Occorre lo Spirito per poter comprendere il senso di questo fatto. Dire la verità è quindi avvenimento di libertà, giacché lo Spirito come il vento « soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito » (Gv 3,8). Non si tratta quindi della libertà come celebrazione dell'autonomia dello spirito umano, ma della libertà dello Spirito di Dio che occorre saper cogliere, di cui occorre saper sentire la voce. Una voce che è possibile cogliere solo se non si è nati soltanto dalla carne e dal sangue, ma si è nati appunto dallo Spirito di Dio.
    Dire la verità per il cristiano è quindi qualcosa che non è in suo potere, ma a cui egli non si può sottrarre. La chiesa non è un luogo che circoscriva i confini dei destinatari per chi deve dire la verità cristiana, ma l'avvenimento dello Spirito che rende possibile dire la verità di Cristo: essa è lo spazio aperto nel costato di Cristo che effonde sangue e acqua. L'acqua è l'avvenimento della rigenerazione battesimale, quando rinasciamo dalla Parola a cui abbiamo creduto, quella Parola che è verità di Dio e oceano in cui naviga la barca umana. Il sangue è questa stessa Parola effusa per noi, storia concreta del sacrificio di Dio, memoria della croce che, rendendo grazie, i cristiani osano raccontare e rendere presente mentre invocano lo Spirito (epiclesi) sul pane e sul vino, sul frutto del loro lavoro quotidiano e sul simbolo della loro gioia. Dire la verità in questo spazio, raccontare Gesù Cristo invocando lo Spirito che introduca al senso e alla sorgente della sua vicenda, significa quindi spezzare il pane e celebrare nella esistenza, nel pane spezzato e nel vino distribuito, la stessa verità che si è fatta avvenimento per noi in Gesù di Nazareth.
    Volendo ulteriormente esplicitare il senso di queste affermazioni, possiamo limitarci, senza alcuna pretesa di completezza, a tre aspetti.

    Dire la verità è un atto di obbedienza

    Questa affermazione è, per il cristiano, assoluta. Non ammette cioè eccezioni. Dire la verità significa infatti lasciar soffiare lo Spirito. Si tratta quindi di un atto di obbedienza a Dio e non agli uomini. E, a questa obbedienza nessuno, nella chiesa, può sottrarsi. La verità non è possesso, ma invocazione e ascolto. Solo la invocazione dello Spirito e solo la docilità al suo insegnamento ci introducono alla verità.
    L'origine della veracità cristiana, della capacità di dire la verità, sta qui: nell'adorazione. E la capacità di dire la verità cresce con la profondità dell'adorazione e con la maturità della conversione. Prima ancora che un fatto di onestà intellettuale, la veracità cristiana è quindi espressione di un rapporto vissuto e credente, quotidianamente alimentato dalla contemplazione del mistero così come è apparso a noi sul volto del crocifisso.
    Per quanto possa sembrare altero e orgoglioso, il dire la verità è frutto della coscienza di essere stati chiamati e di essere inviati. Se la veracità cristiana non viene alimentata qui, essa decade a banalità, cicaleccio e pettegolezzo, sia pure tra "esperti", "intellettuali" in grado di formare una pubblica opinione, di guidarla, di incidere in essa. La veracità interessante nella chiesa è quella che si pone come dono ricevuto in una invocazione.
    Ma questo implica anche che nessuno può cercare, nella chiesa, di porre un freno alla veracità. Sarebbe come un volere spegnere lo Spirito. E quando la chiesa spegne lo Spirito, impedendo la veracità, allora il suo cammino diventa tortuoso. Si pensi al significato di alcune "condanne": la proibizione di Delle cinque piaghe della chiesa del Rosmini, dove un cammino di conversione e di libertà indicato dallo Spirito alla chiesa viene invece reso impraticabile per più di un secolo; ma anche tante condanne giustificate da intemperanze ed errori e tuttavia poco attente al monito paolino del « tutto esaminate ritenendo ciò che è buono »; oppure le censure e le proibizioni più recenti a uomini oggi "insospettabili", come De Lubac, Congar, per non parlare dei sempre sospetti Chenu, Teilhard ecc.
    Anche qui tuttavia vale, come segno di autentica veracità, che, così come essa nasce dall'adorazione, altrettanto non può terminare nella durezza di cuore quando venga impedita. Se dire la verità significa obbedire al mistero, il mistero è più grande della nostra capacità e del nostro diritto-dovere di esprimerlo e non può mai essere negato, nemmeno per colpa degli altri. Se la chiesa non accetta la veracità e si chiude a essa, il mistero continua ad accoglierci, così come continua a generare e ad accogliere la chiesa. Se essere veraci significa essere "insegnati" dallo Spirito, allora la veracità vive sempre nella nostra gratitudine a Dio e nella nostra umiltà. Occorrerebbe qui riprendere e commentare la Hom 14 in Lev, cap. XXIV di Origene, come il De vera religione 7,1 di Agostino: se cristiani veramente fedeli vengono esclusi dalla comunione per l'egoismo di uomini carnali, sopportino l'affronto e l'ingiustizia con grande pazienza per mantenere la pace nella chiesa e mostrino così a tutti con quale senso di rettitudine e di amore si debba servire Dio.
    Il mistero che si è manifestato in Gesù Cristo è infatti la pace e la comunione di Dio con l'uomo. Nessuno ha il potere di sottrarre indebitamente alla forza di questa pace un fratello. Ma nessuno deve accettare altresì di esserne separato. E questa "resistenza" si chiama, ancora una volta, adorazione e non già divisione.

    Dire la verità non è privilegio di pochi, ma dovere e diritto di tutti

    La verità nella chiesa non è privilegio. Infatti la tradizione viva della verità « progredisce nella chiesa con l'assistenza dello Spirito santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro (cf. Le 2,19 e 51), sia con la esperienza data da una più profonda intelligenza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di verità» (Dei Verbum, 8).
    Nessuno dei componenti del popolo di Dio si può quindi attribuire il privilegio esclusivo di dire la verità. Se infatti la radice ultima della chiesa è la comunione che le è stata donata, questa comunione è il vero soggetto collettivo della comprensione del mistero. E ognuno vi partecipa con i suoi doni. I doni di ognuno non implicano la negazione dei doni dell'altro.
    Quando quindi il "carisma certo di verità" donato ai pastori viene usato per giustificare una esclusiva nei pronunciamenti ecclesiali è il mistero che, in questo modo, viene messo a tacere. Si pensi, ad esempio, al fatto che non esiste nell'ultimo codice di diritto canonico, nessun obbligo per i vescovi e il papa di consultare il popolo di Dio nelle questioni che lo interessano. E questo in un codice che pretende di essere, come viene dichiarato nella sua prefazione, la traduzione canonistica dell'ecclesiologia conciliare.
    Pesa quindi nella chiesa attuale, al di là delle intenzioni, un'abitudine autoritaria a ignorare il consensus fidei del popolo di Dio. Ma è anche vero che poche realtà sono rimaste, nella storia della chiesa, così scarsamente chiarite come quella del consenso di fede. Esso non può essere spiegato nel senso di una "democrazia". Come è gravemente errato nella chiesa applicare lo schema del potere di uno o di pochi, così è errato applicare lo schema del potere dei molti. Si pensi ad esempio come diverso fosse lo spirito dell'antica prassi ecclesiale della elezione-ordinazione del vescovo: il clero eleggeva, il popolo approvava, i vescovi vicini accoglievano nell'ordine episcopale colui che doveva presiedere la riunione della fede e della carità nella chiesa locale. Ognuno di questi momenti era essenziale e necessario e traduceva in maniera concreta la responsabilità e la partecipazione di tutti nella comunione ecclesiale. Ma, soprattutto, ognuno di questi elementi serviva ad esprimere la natura della comunione: avvenimento dello Spirito che raduna un popolo e lo compagina nella libertà dei figli di Dio.
    Se nella chiesa non esiste quindi azione "privata", anche il dire la verità è una espressione della comunione. Ciò non va inteso spiritualisticamente, ma deve concretizzarsi, fin sul piano giuridico, in procedimenti concreti. Potrebbe a questo proposito essere feconda la prassi sinodale che resta l'istituto più adatto per dire la verità e che, nonostante l'esplicito riconoscimento che essa ha nella vecchia e nella nuova disciplina della chiesa, resta di fatto uno strumento non utilizzato nella stragrande maggioranza delle chiese.
    Ma anche altre forme potrebbero essere inventate. Al di là del merito intrinseco della recente bozza di lettera pastorale dei vescovi americani, essa è stata sul piano del metodo della consultazione ecclesiale un avvio promettente per analoghe iniziative. Questo non è ovviamente un toccasana. Ogni chiesa riesce ad esprimere, anche quando agisce sinodalmente, solo ciò che realmente ha maturato nel proprio ascolto della Parola di Dio. I vescovi inglesi e i vescovi argentini forse non erano su una diversa lunghezza d'onda di quella del loro popolo quando hanno sostenuto moralmente, al di là delle condanne di principio, l'azione dei loro governi nella guerra delle Malvine. Ma è anche vero che, come dimostra l'esempio dell'ultimo concilio, ogni procedimento di formazione del consenso che tenta di esprimere la natura comunionale della chiesa, è luogo di conversione vicendevole, di mutamento di mentalità. La comunione, l'attivo compaginarsi della chiesa non è solo dono finale, ma anche sacramento efficace per una maggiore fedeltà allo Spirito.

    Dire la verità è conversione continuata

    Dire la verità nella chiesa significa aprirsi alla sempre nuova presenza di Dio nella storia. Il Risorto non ci lascia soli, ma nel suo Spirito continua a visitarci attraverso i fatti, gli incontri, i grandi problemi che agitano gli uomini. La carne della Parola non è stata dedotta dalla Parola, ma è stata assunta. Questo è il mistero della incarnazione. Ogni volta la carne della verità, il corpo della verità, anzi soma e psiche (giacché il Verbo non assume solo un corpo, ma un corpo e un'anima), "corpo e anima" della verità sono dati nella storia, nella vicenda umana. E ogni volta, corpo e anima della verità, debbono essere assunti e conformati alla verità, in una "passione" che attraversa tutta la storia.
    Per questo dire la verità della chiesa non è mai ripetere, ma sempre comprendere di nuovo, perché sempre nuovi sono il corpo e l'anima della verità.
    Questa comprensione sempre nuova si ha quando si attraversano i fatti della storia a noi contemporanea con la spada della Parola. Per questo la forma privilegiata del dire la verità è sempre il racconto. Una chiesa che "esorta" soltanto, senza raccontare ciò che le è accaduto una volta per tutte e ciò che le accade sempre ogni giorno, si rifiuta di comprendere. Ogni giorno, ogni domenica, i credenti debbono raccontare la passione di Gesù e la passione degli uomini. Poche testimonianze sono altrettanto luminose in questo senso come quella del vescovo Romero che pronunciava la sua omelia spiegando semplicemente i testi biblici e raccontando la passione del suo popolo.
    Il racconto impone una migrazione continua alla chiesa. Essa infatti cammina con gli uomini, perché non ha altri piedi, altre mani, altri occhi, altro cuore che quello degli uomini. Deve essere quindi disposta a lasciare sempre le stanze sicure dei racconti passati, delle favole delle nonne, attorno al caminetto acceso delle fredde notti d'inverno che tuttavia erano occasioni per rassicurarsi a vicenda e per godere lo stesso tepore. Dire la verità, raccontare è quindi la forma del pellegrinaggio della chiesa nel tempo.