Il pellegrinaggio

    Il tetto dell'anima e il cielo aperto della fede

    Kurt Koch

     

    La chiesa prosegue nel suo pellegrinaggio tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio.
    (Agostino)

    Ci siamo abituati a magnificare le persone, che nella vita hanno combinato qualcosa. Chi vuole sapere con precisione chi costituisce l'oggetto della nostra moderna ammirazione, ha solo da guardare i personaggi che compaiono quotidianamente sugli schermi televisivi. Osannate nella presentazione dei mass-media sono soprattutto le persone di successo e arrivate, le persone fortunate e benestanti. Sono detti beati non tanto i cercatori di Dio, quanto piuttosto coloro che si danno da fare nel mondo. Gesù invece dice beati coloro che vivono alla presenza di Dio e in virtù della presenza di Dio e che soprattutto sanno di essere poveri davanti a lui (Mt 5,3). Gesù indirizza il suo telegramma di congratulazioni a quelle persone che gli appartengono e che vivono secondo il suo messaggio della venuta del regno di Dio.
    Questo stile di vita delle beatitudini di Gesù contrasta naturalmente in pieno con la mentalità dominante nella moderna società e a volte anche nella chiesa. In questa situazione la chiesa non ha alcun compito più importante da svolgere che quello di predicare il Dio vivo e di donare agli uomini un rifugio nel mistero di Dio, come un tetto dell'anima. Proprio l'uomo di oggi ha bisogno non solo di un tetto per il proprio corpo, ma anche di un tetto per la propria anima. E quale tetto più grande e più protettivo dell'anima sarebbe mai possibile immaginare in un mondo, nel quale molti sperimentano la loro condizione di senzatetto spirituali come pericolosa, se non l'esperienza di un'elementare sicurezza in Dio?

    Aumentare il tempo da dedicare al cielo

    Ciò vale soprattutto se teniamo presente che la nostra vita terrena è «breve e piena di responsabilità»: «Non possiamo contare sul fatto di poterci procurare un'abitazione stabile e neppure dei mobili. A tutti sono state fissate delle scadenze e affidati dei compiti... Ci troviamo tutti quanti in viaggio per ragioni di servizio». Queste parole furono scritte da Andrej Sinjavskij, condannato a passare sette anni della sua vita in Siberia, dove imparò a tener conto del tempo e quindi anche della sua vita. Con tali parole egli ci dice che la nostra vita umana è in effetti una scuola superiore, dove impariamo a comportarci con il tempo e a risolvere il problema a due facce del tempo odierno, dove da un lato abbiamo troppo poco tempo e dall'altro sprechiamo troppo tempo.
    Tale problema consiste più precisamente nel fatto che una volta gli uomini vivevano quarant'anni più eternamente, mentre oggi vivono solo ottant'anni, e anche questo è troppo poco. In effetti abbiamo più tempo se organizziamo il nostro presente alla luce del futuro della vita eterna. E se nella fede sappiamo che la nostra vita terrena non è l'«ultima occasione», bensì una buona occasione per prepararci alla vita eterna, allora non abbiamo più bisogno di aggrapparci spasmodicamente al nostro tempo a termine. La frenesia della vita odierna non dipende forse sostanzialmente dal fatto che viviamo troppo poco alla luce dell'eternità?
    La fede cristiana vuole aiutarci a ritrovare un sano rapporto con il tempo. Essa orienta infatti il modo di organizzare la vita umana soprattutto prospettandoci il futuro del nostro definitivo perfezionamento in Dio. Gli uomini della Bibbia si concepiscono come «stranieri e pellegrini», che attendono l'avvento di Dio e perciò anche «una patria migliore, cioè quella celeste» (Eb 11,13b.16a). Qui sulla terra si sentono come «in esilio», «lontano dal Signore», presso cui hanno la loro vera patria (2 Cor 5,6.8). Gli uomini della Bibbia, specialisti come sono di Dio, sono di conseguenza anche specialisti della vera patria celeste.
    Questo orientamento della vita cristiana al suo fine è d'importanza fondamentale per la nostra fede soprattutto nei momenti difficili. La testimonianza della fede, che si spinge fino al martirio, è infatti possibile solo se si è convinti che la vera patria è quella celeste. Lo si vede già nel caso del primo martire della cristianità, santo Stefano. Di lui ci viene non a caso narrato che, prima di essere lapidato, alzò gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio ed esclamò: «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo che sta alla destra di Dio» (At 7,56). Di questa convinzione della fede, secondo la quale possiamo vivere sotto un cielo aperto, la chiesa ha bisogno in ogni tempo, specialmente nella situazione odierna, nella quale siamo soliti accostarci solo con una certa timidezza a questo orientamento della vita alla vera patria celeste.

    Creazione della cultura mediante l'aspirazione al cielo

    Il motivo di ciò potrebbe risiedere nel fatto che proprio noi cristiani e cristiane di oggi temiamo vivamente, dall'illuminismo in poi, di essere rimproverati dalla critica della religione di fuggire il mondo e di cercare la nostra consolazione nell'aldilà, al punto che finiamo quasi per censurarci quando si tratta di parlare della vita eterna e del cielo. Lo sguardo rivolto al cielo e la speranza nel compimento definitivo della vita umana vanno perciò oggi uniti troppo velocemente all'accusa che ci consoliamo facilmente con il pensiero dell'aldilà. Soprattutto Karl Marx ha accusato noi cristiani di tradire, con la nostra speranza nella vita eterna e con la nostra prospettiva del cielo, la terra e di essere perciò dei «candidati dell'aldilà» dimentichi dell'al di qua. Tale accusa sarà stata forse in parte giustificata al tempo di Marx. Oggi però, almeno così a me pare, siamo noi cristiani a sostituire spontaneamente la prospettiva del cielo con la prospettiva della situazione reale della vita terrena in una misura tale che nessuno può più rimproverarci di essere dei «candidati dell'aldilà» ciechi nei confronti dell'al di qua. Ci presentiamo piuttosto sempre più spontaneamente come studenti dell'al di qua alquanto dimentichi dell'aldilà.
    Una simile intensa concentrazione sull'al di qua costituisce nell'odierno paesaggio ecclesiale come una specie di cantus firrnus. Nei suoi confronti la prospettiva di una «patria migliore, cioè quella celeste», propostaci dal messaggio biblico, si comporta come un contrappunto. L'idea arcicristiana di una doppia cittadinanza dei cristiani, del loro provvisorio pellegrinaggio terreno e della loro patria celeste definitiva, non distoglie naturalmente i cristiani dalla loro responsabilità terrena nei confronti della terra. Per convincersene basta dare in ogni caso un'occhiata alla storia dei monasteri e degli ordini religiosi: proprio gli uomini che hanno sospirato la patria eterna e hanno per questo abbandonatola loro patria terrena, per cercare e testimoniare come monaci Cristo in paesi stranieri, sono diventati i grandi civilizzatori e coltivatori del paesaggio europeo. Il loro esempio mostra che la vera responsabilità dei cristiani nei confronti dell'al di qua scaturisce solo dalla genuina speranza nell'aldilà, così come viceversa solo l'orientamento religioso responsabile alla vita eterna rende possibile la vera gioia per la vita terrena.

    Persecuzioni del mondo e consolazioni di Dio

    Il concilio Vaticano II ha richiamato alla mente il nesso indissolubile tra la speranza nel cielo e la responsabilità verso la terra, quando definisce la chiesa come popolo di Dio. Questa immagine ci dice che noi cristiani siamo pellegrini sulla terra e che la meta del nostro pellegrinaggio è il cielo, come cantiamo in un inno oggi particolarmente popolare dedicato a questo mistero: «Siamo solo pellegrini sulla terra e camminiamo senza sosta, con qualche difficoltà, verso la patria eterna». Solo alla luce di questo traguardo l'immagine del popolo pellegrinante di Dio, scelta dal concilio, ha senso. Essa ci ricorda che non abbiamo ancora raggiunto, come cristiani e come chiesa, il traguardo e che siamo sempre in cammino, ma che conosciamo la nostra meta, tendiamo a essa e sospiriamo il ritorno di Cristo.
    Come popolo di Dio viviamo tra la Pentecoste e il ritorno di Cristo. In questo tempo intermedio risulta senza dubbio vero quanto dice Agostino: la chiesa «prosegue nel suo pellegrinaggio tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio». Vale la pena prendere atto di queste due realtà e riflettere su di esse: le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio.
    A farci prendere coscienza che il nostro pellegrinaggio terreno è anche segnato da «persecuzioni del mondo» è ancora una volta la lettera agli Ebrei. Essa ci dice che anche Dio è stato pellegrino in terra straniera e che Gesù ha sofferto «fuori della porta» ed è morto in croce, per poi concludere con questa esortazione: «Usciamo dunque verso di lui fuori dall'accampamento, portando il suo disonore: non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura» (Eb 13,12-14). Queste parole mettono in luce la serietà del nostro pellegrinaggio terreno: come Gesù ha sofferto «fuori della porta», così anche la chiesa è nata «fuori della porta», cioè in terra straniera. Qui sta il motivo più profondo del fatto che il cristianesimo antico ha scelto il segno della croce come suo simbolo distintivo. Tale simbolo ci ricorda in modo permanente che non dobbiamo mai dimenticarci del nostro pellegrinaggio terreno, anche se come chiesa ci siamo insediati in città o villaggi. La chiesa rimane, anche nella cornice della città moderna, forestiera nel mondo e in cammino verso la vera patria celeste.
    Ma la chiesa non percepisce solo le «persecuzioni del mondo», ma anche le «consolazioni di Dio», che anche Gesù stesso ha sperimentato: «Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito» (Eb 5,7). Nella sua passione e nei suoi dolori Gesù si è sempre rifugiato nella preghiera al Padre suo. Allo stesso modo pure noi cristiani di oggi possiamo sperimentare di continuo la dolcissima «consolazione di Dio» nella preghiera. Nel nostro pellegrinaggio terreno la preghiera è il tempo perduto per Dio. Chi la pratica per davvero sperimenterà naturalmente che il tempo perduto per Dio si trasforma in tempo guadagnato per noi uomini.
    Ciò vale naturalmente in modo particolare per la grande preghiera eucaristica. Essa è il punto di irruzione della patria eterna celeste nel tempo del nostro pellegrinaggio terreno. Nell'eucaristia Cristo si manifesta come colui che offre ospitalità, ci si presenta come un premuroso padrone di casa e ci dona se stesso come "viatico" nel senso più profondo del termine. L'eucaristia è il vero luogo di ristoro durante il nostro pellegrinaggio terreno come chiesa, luogo di ristoro che orienta la nostra vita e ci riempie di nostalgia per Dio e per la sua presenza nella nostra vita. In qualità di persone trasformate nell'eucaristia e dette beate da Gesù possiamo proseguire sulla strada del pellegrinaggio quotidiano della nostra esistenza.

    (Tempo di interiorità. Per una Chiesa che vive il mistero, Queriniana, 2011, pp. 152-159)