La domenica
e la città dell’uomo
L’Eucaristia sorgente di un mondo nuovo
Paola Bignardi
Introduzione: il sogno di Isaia
Mi pare che ad una prima lettura ciò che ci fa maggiormente vibrare, nel titolo di questa relazione, sia il richiamo ad un mondo nuovo; anzi, il titolo ci richiama alla sorgente di un mondo nuovo, dunque al momento fontale, generativo, quello che dà al mondo nuovo che desideriamo la possibilità di esserci non qualche volta, ma per sempre, perché di esso abbiamo individuato la fonte che lo genera.
Quando pensiamo ad un mondo nuovo, ci si affaccia alla mente un passo del profeta Isaia, dove si legge che “…forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is 2, 4); o ancora che “Il lupo dimorerà insieme con l`agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà”. (Is 11, 6). Sono le caratteristiche di quella che il magistero della Chiesa chiama la civiltà dell’amore: quella in cui l’uomo si riconoscerà fratello di ogni uomo; in cui ogni creatura si sentirà legata all’altra in ragione semplicemente del legame con l’unico Creatore. E se ci venisse da pensare che questa sia una favola da bambini, bisogna che ci ricordiamo che è parola di Dio; promessa con cui Dio si è compromesso con noi; dunque è speranza che orienta il nostro agire e sostiene le nostre fatiche.
L’attesa di un mondo nuovo, oltre il sogno e l’illusione
Nel cuore di ogni uomo si coltivano grandi sogni. Le aspirazioni personali, il desiderio di pace e benessere per sé e per i propri cari, la volontà di contribuire a rendere il mondo più giusto o anche solo il desiderio di sentirsi accolti, amati e valorizzati: sono i grandi sogni degli uomini e sono anche i grandi sogni che Dio ha per ciascuno di noi. Tuttavia la realtà spesso ci porta a pensare che questi sogni siano soltanto amare illusioni: ciò avviene soprattutto quando la spinta ideale al bene viene offuscata dalle ambizioni personali, dal desiderio di prevaricazione, dall’incapacità di ascoltare e accogliere la libertà altrui. C’è dunque sempre nel cuore umano la tensione tra il desiderio di bene e la tentazione del male; una tensione che passa dal cuore alle espressioni esterne della vita, e alla città stessa.
L’Eucaristia è dono ed esperienza che può trasformare il cuore dell’uomo, mutando i suoi sogni e le sue illusioni in progetti concreti di bene. È infatti la comunione con il Corpo e il Sangue del Signore Gesù che rende possibile superare le disillusioni quotidiane. Nell’Eucaristia il cuore dell’uomo viene continuamente rinnovato dalla contemplazione del mistero della offerta totale del Cristo. Il Signore Gesù sull’altare della croce ha deposto anche i suoi sogni per l’umanità, non per accantonarli, ma per purificarli dalla tentazione dell’alterigia e della potenza. Anche i nostri sogni per diventare progetti concreti di carità, espressione di una umanità piena, hanno bisogno di essere purificati sull’altare della croce, di cui l’Eucaristia è segno.
Tre esempi di questa purificazione riguardano la sfera economica e lavorativa, quella ambientale e sociale, quella politica.
Nel mondo del lavoro le grandi aspirazioni personali possono essere vissute come desiderio di mettere le proprie competenze al servizio di tutti. Questo sogno si confronta con la tentazione di ridurre il lavoro a puro oggetto di scambio, a cui dare un esclusivo valore economico. Tuttavia quando il lavoro viene mercificato diventa schiavitù. L’Eucaristia ci indica invece che la gratuità è la chiave di ogni sana relazione umana: dunque, solo se vissuto nella gratuità, l’impegno lavorativo è davvero liberante.
Siamo portati a sognare città accoglienti, tessute di relazioni umane autentiche. Al contrario la realtà difficile di tutti i giorni spinge anche noi cristiani a pensare alla nostra città soltanto come il luogo a cui attingere servizi e tranquillità. L’Eucaristia ci insegna invece ad amare la città con un amore oblativo, a vedere in essa il luogo in cui siamo più compiutamente persone, cioè esseri capaci di relazione.
Un altro esempio è l’impegno per la politica. Ciascuno di noi sogna una classe politica competente, capace di risolvere i problemi di tutti i giorni e di migliorare il benessere collettivo. Tuttavia spesso siamo portati a delegare ad essa tutto ciò che attiene alla sfera dei nostri interessi pubblici, sperando magari che non ci siano troppe interferenze con i nostri egoismi privati. Per purificare i nostri sogni sulla politica, l’Eucaristia ci ricorda che l’unica strada per il rinnovamento della politica è il metterci in gioco personalmente, dimostrando disponibilità a pagare di persona, a farci direttamente responsabili, per la nostra parte, del bene comune.
L’Eucaristia dunque ci fornisce un cuore nuovo e degli occhi nuovi con cui vagliare le scelte concrete. Sono il cuore e gli occhi dei poveri e degli ultimi: quelli delle famiglie che hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese; delle donne che in Italia e in tante altre parti del mondo continuano ad essere discriminate da un mondo del lavoro poco rispettoso della loro femminilità, soprattutto quando questa si apre alla maternità; dei molti giovani che, per trovare un lavoro, si trovano di fronte a scelte di dipendenza e di umiliazione o a un distacco doloroso dai propri cari e dalla propria terra; degli anziani troppo spesso additati come un peso per la società; dei bambini che vengono “occupati” dagli adulti in tante attività da “status symbol”, quando invece avrebbero bisogno di vivere da bambini, nella libertà del gioco e delle relazioni amicali. Questi poveri ci impegnano a non scoraggiarci di fronte alle difficoltà di costruire un mondo nuovo: e ci insegnano a purificare i nostri sogni!
Noi crediamo che il sogno di Isaia sia profezia e promessa, quindi intrinsecamente eucaristico. Realizzare questo sogno richiede di superare la tentazione della rassegnazione e dell’adattamento, che spesso accompagnano il nostro cammino terreno, nell’edizione moderna dei due di Emmaus, simbolo di ogni persona delusa e sfiduciata, ma disponibili al dono che il Signore fa loro; nel pane e nel vino, capaci di ritrovare speranza, decisione e nuova voglia di vita.
Celebra la domenica chi crede che è possibile un mondo nuovo.
Nella fede, crediamo che la novità che desideriamo e cerchiamo ci viene offerta in dono in quella nuova creazione che è la risurrezione.
La novità che attendiamo è una vita nuova.
La domenica è il giorno della risurrezione.
S. Agostino chiama la domenica “sacramento della Pasqua” (CCL 36,203); e qui a Bari – ponte tra l’Oriente e l’Occidente – non si può non richiamare un’espressione della tradizione delle chiese orientali che indica la domenica proprio come il giorno della risurrezione. Il “primo giorno dopo il sabato”, la domenica, fin dai tempi apostolici, ha cominciato ad essere in assoluto il primo giorno della settimana, e quindi il vero sabato. “Noi consideriamo vero sabato – scriveva S. Gregorio Magno – la persona del nostro redentore, il Signore nostro Gesù Cristo”.
A noi che desideriamo un mondo nuovo –libero, pacificato, giusto, solidale, fraterno…- che cosa dice la risurrezione del Signore? Non rischiamo forse di ritenerla una convinzione tra le altre e non la notizia sconvolgente che cambia la vita e la storia? I discepoli il mattino di Pasqua furono sconvolti dallo stupore e dalla gioia. Che le nostre eucaristie domenicali e il modo con cui, cristiani e comunità cristiane vivono la domenica, possano comunicare il senso di questa gioia che nasce da una speranza: un mondo rinnovato è possibile!
Cristo è veramente risorto: questa è la fede che fonda la nostra speranza, la nostra vita e la nostra gioia. Se la storia di Gesù di Nazaret fosse finita nel sepolcro, la nostra speranza sarebbe solo un vago desiderio di sopravvivenza o la risposta illusoria al nostro bisogno di futuro. La risurrezione di Gesù è anche la nostra vittoria sul male, sul limite e sulla morte. Il Risorto è il Vivente che ha il potere di dare la vita ed è il capofila della nuova umanità, il Fratello che ci fa rinascere come figli di Dio, capaci di credere e di amare.
Il Risorto continua a camminare con noi per orientare la nostra storia verso il suo ultimo approdo, attraverso le molteplici attuazioni dei valori di verità, libertà, comunione, pace, bellezza.
La novità che attendiamo è un tempo nuovo: quello di Dio.
La domenica inserisce la nostra vita nella scansione del tempo di Dio; muta il ritmo del tempo che non è più inesorabilmente consegnato al suo scorrere uguale e senza senso. Il tempo nuovo che ci è donato ci apre alla possibilità di un modo nuovo di pensare a noi stessi.
Il settimo giorno: Dio riposa.
Purtroppo per molti, anche cristiani, il “primo giorno della settimana” si riduce al week-end, al “fine settimana”: consumista, convulso, stressante e frustrante. La prima pagina della Genesi, con il suo vivace antropomorfismo, ci consegna un fecondo messaggio: Dio “cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro” (2,2). Questo “riposo” di Dio non può essere banalmente interpretato come semplice interruzione del lavoro o addirittura come inattività. L’atto creatore è infatti per sua natura permanente, e Dio non cessa mai di operare, come Gesù stesso ricorda proprio in riferimento al precetto del sabato: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (Gv 5,17). Questo riposo “sabbatico” non allude a un Dio inerte, ma esprime – sempre con linguaggio antropomorfico, ma non meno significativo – una sorta di “sosta contemplativa” di Dio che guarda con gioioso compiacimento la bellezza di quanto egli ha compiuto con sapienza e amore: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gn 1,31).
Questo gioioso riposo del Creatore è esemplare per l’uomo: il sabato, prima di essere un precetto, è un dono, di cui l’uomo non può fare a meno: il riposo festivo non è in-azione, ma contemplazione rigeneratrice, ri-creazione benefica e dinamica perché la ripresa del lavoro durante i giorni feriali non sia una condanna inesorabile né un affaccendarsi vuoto e nervoso.
Il primo giorno dopo il sabato…
Per quanto il giorno del Signore affondi le sue radici nell’opera stessa della creazione, è tuttavia alla risurrezione di Cristo che occorre fare riferimento per coglierne appieno il significato. La domenica ripropone ogni settimana l’evento pasquale, da cui sgorga la salvezza del mondo. Secondo la concorde testimonianza evangelica, la risurrezione di Gesù Cristo dai morti avvenne nel “primo giorno della settimana” dopo il sabato. In quello stesso giorno il Risorto si manifestò ai due di Emmaus e apparve agli Undici riuniti insieme nel cenacolo. Otto giorni dopo i discepoli si trovavano nuovamente riuniti, quando Gesù apparve loro e si fece riconoscere da Tommaso, mostrando i segni della sua passione. Era domenica il giorno di Pentecoste, quando con l’effusione dello Spirito Santo si realizzò la promessa fatta da Gesù agli apostoli dopo la risurrezione. Fu quello il giorno del primo annuncio della salvezza e dei primi battesimi: Pietro proclamò alla folla riunita che il Cristo era risuscitato e “quelli che accolsero la sua parola furono battezzati” (At 2,41). E nel libro dell’Apocalisse si attesta l’uso di dare a questo primo giorno della settimana il nome di “giorno del Signore”. Quando i primi cristiani dicevano “giorno del Signore”, lo facevano dando a questo termine la pienezza di senso derivante dal messaggio pasquale: “Gesù Cristo è il Signore!”. Pertanto, poiché Dio Padre risuscitando il Figlio gli dà “il nome che è al di sopra di ogni altro nome” – appunto, il nome di “Signore” – il giorno del “Signore” non indica più il sabato – il giorno della fine della creazione –ma la domenica, il giorno della nuova creazione.
La domenica è dunque il dono di un tempo nuovo; celebrarla significa entrare nel riposo di Dio che è la pienezza della vita.
Dice il libro del Qoelet che c’è un tempo per ogni cosa. Vorrei dire, parafrasandolo, che c’è un tempo per darci tempo. La domenica è questo tempo.
- …per darci il tempo della libertà. Nella libertà del tempo di Dio possiamo riconoscere i segni della sua presenza nel mondo, nelle cose, in noi stessi; possiamo vivere un’identità non definita dal lavoro che facciamo o dai compiti che svolgiamo; vivere la nostra vocazione ad essere figli prima che lavoratori; la nostra vocazione ad essere le persone che siamo prima che i ruoli che ricopriamo…
- per darci il tempo del silenzio, in cui taccia non solo il clamore delle giornate di lavoro, ma anche il chiasso delle ore in cui confondiamo il riposo con il divertimento che stordisce o peggio, con la chiacchiera fatta di noia, incapace di uccidere la noia che si porta dentro chi non riesce a riposare in se stesso.
- Per darci il tempo per vedere i nostri fratelli, immagini di Dio; per “vedere il viso oltre la maschera, la bellezza dietro le rughe, l’anima oltre il volto. Abbiamo bisogno di rinfrescarci gli occhi, in modo che siano aperti a ciò che sta loro davanti, attenti alla bellezza, alla gioia e al dolore di quelli con cui viviamo. Così il giorno del Signore non sarà solo un tempo di astensione dal lavoro, ma un tempo per aprire gli occhi. Prendiamoci il tempo per osservare gli altri. Possiamo guardare i nostri amici, le nostre famiglie. Apriamo gli occhi per vedere le gioie e le preoccupazioni degli uni e degli altri, scritte sui nostri volti”[1].
- Per darci il tempo per ritrovare noi stessi…: è scoprirci figli: le persone che siamo, ciò che fa grande la nostra esistenza; i nostri progetti più audaci; … è coltivare il nostro mondo interiore; è saper stare soli davanti a Dio per riposare nella consapevolezza del nostro essere amati.
- Per darci il tempo per lasciarci guardare da Dio, per abbandonarci con calma davanti a Lui e alle persone che amiamo. “Abbiamo bisogno di tempo per scoprire negli occhi dell’altro che io ho un valore e che la mia vita ha una coerenza e un senso. Essere amato è esser visto in un certo modo; come più che utile, più che divertente, e più che desiderabile.”[2]
La domenica: un tempo per essere semplicemente persone; semplicemente figli che si sanno amati e chiamati a partecipare alla festa del Padre.
Ricordati di santificare le feste: l’abbiamo trasformato in un piccolo obbligo, quasi un sacrificio fatto per Dio. Si sa che, vissuta con l’animo di chi si sente costretto, la festa ha un volto triste o banale. Non possiamo ridurre il nostro Dio a un meschino esattore di un tempo che invece ci ha donato con totale generosità. Facciamo festa accettando la liberalità di Dio che ci vuole partecipi del suo tempo, della sua festa senza fine: quella sarà l’ultimo giorno, ma già oggi ce ne vuole donare un assaggio, in una festa che ci fa riposare in Lui per sperimentare che la festa è Lui!.
Tornare ai giorni del lavoro e dell’impegno dopo essersi abbandonati al riposo in Dio può inserire nel tempo di ogni giorno la grazia del tempo di Dio e può contribuire a dare ad esso dignità, senso, orientamento e libertà.
La novità che attendiamo è una nuova città degli uomini
Ogni città reca sul suo volto i segni della grandezza e della miseria dell’uomo:
i segni della grandezza…: arte e la bellezza; i luoghi per accompagnare il cammino della vita delle persone; la ricchezza di istituzioni destinate a dare forma all’impegno civile, sociale, culturale. Guardando una città, le scelte che essa ha compiuto nel corso della sua storia e quelle che compie oggi, si possono capire i valori di cui essa vive, l’animo dei suoi cittadini, la temperie del vivere della città: meglio, ciò che La Pira chiamava “la vocazione e il mistero di una città”.[3]
I segni della miseria: gli enormi quartieri degradati, in cui la normalità della vita familiare è soffocata dalla violenza e dalla povertà; la desolazione dei weekend o dei periodi di vacanza, in cui la città è abitata con grandi disagi solo dai poveri e dagli anziani; la concentrazione degli immigrati in alcune zone, con il rischio di creare sempre nuovi ghetti. Queste miserie ci parlano di una città non amata e violentata dall’egoismo dell’uomo.
Nella Scrittura sono citate tante città: quasi sempre la loro storia sembra dare risalto ai segni del peccato dei singoli, che si riflettono sul volto della loro città, come Enoc, la città fondata da Caino; o Babilonia, quasi una anti-città, caratterizzata com’è dall’impazzimento dei suoi rapporti sociali, dall’incomunicabilità generata dal suo orgoglioso sfidare Dio. E poi Gerusalemme, la città dove Dio ha posto la sua arca. Gerusalemme, crocevia di popoli e di religioni; la città dei profeti e la città che uccide i profeti; la città della croce gloriosa del Signore Gesù e la città del cenacolo in cui tutto ricomincia: nell’Eucaristia, nell’annuncio del Risorto, nella Pentecoste…: il dono di sé vince la violenza; la vita vince la morte; i popoli possono tornare a capirsi…Il sogno di Isaia è possibile.
Quanto di bello, di armonioso, di grande le nostre città esprimono non fa che accentuare il desiderio e l’attesa di una città in cui definitivamente e in pienezza tutto questo si realizzerà. La Parola ci dice che questa città ha nome Gerusalemme celeste e che essa scenderà dal cielo. Al di là del linguaggio utilizzato, la Scrittura ci dice che c’è una città in cui saranno realizzati i desideri di bene per tutti; di giustizia; di pace; di possibilità di vivere bene e di realizzarsi… questa città esiste e sarà dono di Dio e avrà la bellezza di Dio.
Sarà la città della grazia e della misericordia di Dio, opera sua e dimora sua. Ma Egli vi abiterà non da solo, bensì con il suo popolo: il popolo della risurrezione. È la Pasqua, infatti, che l’ha edificata, per cui – sia pure non ancora in pienezza – noi siamo già cittadini di questa città che è il nuovo ordine di cose: vi entra chi entra in un modo nuovo di vedere tutte le cose, alla luce della risurrezione di Cristo. Nel racconto dell’Apocalisse, la ricchezza incalcolabile e le dimensioni straordinarie della Gerusalemme celeste (tanto smisurate quanto l’altezza, la lunghezza, la larghezza dell’amore di Cristo) indicano che la città nuova è una città che accoglie senza limiti, che dà sicurezza e serenità senza paragone. Essa è il punto di arrivo del cammino di ogni uomo, in cui tutti i popoli si incontrano e vivono da fratelli; le porte saranno sempre aperte; ogni sofferenza avrà fine. È verso questa direzione che la storia è avviata ed è questo orientamento che l’eucaristia anticipa nella nostra vita.
Occorrono persone di speranza per lasciarsi illuminare dalla promessa della Gerusalemme celeste; capaci di operare attendendo la Gerusalemme celeste, cioè credendo nella sua possibilità e nella sua venuta; dandosi da fare per affrettare quel momento…
L’Eucaristia genera un mondo nuovo
Al cuore delle contraddizioni e delle attese della storia umana sta il mistero di un pane e di un calice in cui si riflette e si concentra la croce gloriosa del Signore.
Un pane trasformato nel corpo del Signore dall’amore con cui egli ha dato la sua vita per il mondo. E come la forza dello Spirito ha trasformato il corpo del crocifisso nel corpo luminoso della sua gloria; come ha trasformato un umile pezzo di pane nel suo corpo, così può trasformare il mondo nell’amore, secondo i sogni più belli che ogni uomo coltiva nel suo cuore: secondo il sogno di Isaia.
Quanti partecipano all’Eucaristia della domenica credono che la forza di quel pane può trasformare la vita, e si sentono coinvolti e partecipi della stessa azione che trasforma il mondo e la città.
L’ascolto della Parola e della vita, come nel caso dei due di Emmaus, aiuta a capire in che senso la storia umana chiede di essere trasformata.
Teilhard de Chardin ha parlato della Messa sul mondo: c’è un mondo che, offerto a Dio, si trasforma nel mistero della sua presenza e viene trasformato dall’amore di cui l’Eucaristia è segno, forza, espressione.
Ci sono in particolare alcuni aspetti che vorrei citare a mo’ di esempio e indicativi di quelle che io ritengo priorità perché le città degli uomini possano accogliere un mondo nuovo.
I rapporti tra le generazioni
Il modificarsi delle relazioni interpersonali è una delle caratteristiche più evidenti del cambiamento che stiamo vivendo. Credo che si possa sintetizzare il rapporto fra le generazioni, oggi, con la categoria della incomunicabilità. Non assistiamo a conflitti aperti, ma ad un senso crescente di estraneità reciproca e quasi di “sospensione”, più che di rottura, nel dialogo intergenerazionale. La pacifica convivenza, a volte, è frutto di indifferenza e paura reciproca, è sintomo della debolezza delle relazioni educative.
La difficoltà maggiore consiste nel vivere il rapporto con l’altro nella prospettiva del legame stabile, dell’incontro gratuito, della reciprocità che accoglie l’altro come dono e accetta che la propria identità si costruisca anche grazie alla relazione con lui. Sono queste caratteristiche che l’eucaristia ci insegna a porre come fondamento dei rapporti tra le persone e tra le generazioni. Relazioni “eucaristiche” sono quelle capaci di ascolto e di accoglienza incondizionata, di condivisione di obiettivi comuni, di stupore per la bellezza dell’altro, di un dialogo fatto non solo di parole ma prima ancora di tempo donato, senza il timore di mostrarsi come si è. Dal punto di vista dei rapporti intergenerazionali, il “mondo nuovo” che l’eucaristia ci aiuta ad instaurare nelle nostre città è quello in cui ogni forma di legame comunitario (la famiglia, il quartiere, il paese, tutti i luoghi della socialità civica…) non si dissolve in relazioni puramente virtuali, ma si ricostruisce nella gratuità e dunque nella libertà; nell’apertura ad altro da sè e nella progettualità. In particolare, l’eucaristia mostra al nostro impegno educativo la via del dare se stessi per la crescita dell’altro, dell’amore incondizionato che genera slancio vitale e creativo.
I rapporti tra l’uomo e la donna
La relazione tra l’uomo e la donna e la condizione della donna in particolare hanno bisogno di essere assunti e trasformati in una dimensione eucaristica. Sono ancora molte oggi le situazioni in cui la donna è mortificata nella sua dignità, quando è costretta ad assumere modelli di vita che non appartengono alla sua condizione femminile per farsi accettare e riconoscere, quando è costretta ad assumere da sola le responsabilità della famiglia, lei che come l’uomo è stata creata per la comunione e la condivisione; quando è costretta a scegliere tra la maternità e il lavoro, tra la famiglia e la responsabilità sociale; quando la gioia della maternità resta soffocata dietro i troppi affanni generati da una cura dei figli solitaria, troppo poco sostenuta da scelte sociali e politiche che rendano la città ospitale nei confronti dei piccoli, solidali con la donna e il suo desiderio di realizzarsi secondo la sua vocazione.
L’Eucaristia, con la storia di amore che rappresenta, ci provoca a rivedere il nostro modo di pensare e di vivere il rapporto tra l’uomo e la donna, a operare perché nei rapporti brevi ma soprattutto nella vita della città e delle nostre famiglie uomo e donna vivano secondo quella comune dignità che li ha voluti insieme immagine di Dio; che li ha voluti considerare cardine di una famiglia fondata sul matrimonio, patto di amore tra un uomo e una donna; che li ha voluti insieme immagine del suo amore, a servizio della vita, protagonisti di storie di accoglienza, di solidarietà, di servizio.
Trasformare la città per dare dignità ai poveri
C’è tanta sofferenza nelle nostre città: tante vite spezzate, umiliate, alle prese con quelle esperienze normali della vita che sono diventate problema drammatico: quello della casa, del lavoro; quello del futuro dei figli; quello di tenere insieme la propria famiglia distrutta; quello di una solitudine che toglie senso alla vita e la conduce per le chine disperate della violenza. Sono quasi invisibili questi poveri “normali” nelle nostre città frettolose o troppo patinate. O sono visibili solo quando fatti drammatici di cronaca danno loro notorietà, e contribuiscono spesso a squalificarli e a giudicarli, anziché intraprendere quei percorsi della giustizia e della solidarietà che possono restituire dignità, futuro, fiducia nella società. E tra i poveri, oggi merita un’attenzione particolare la condizione degli stranieri, venuti nel nostro Paese alla ricerca di condizioni di vita più dignitose, e lasciati a sperimentare un’estraneità che li umilia.
L’Eucaristia è amore che trasforma la vita: ci chiede di dare da mangiare all’affamato…; a chi governa le nostre città, l’Eucaristia fa sentire le domande che La Pira sentiva dai suoi poveri fiorentini: la casa, il lavoro, la dignità. Che queste domande continuino a inquietarci e ci spingano a rendere le nostre città a misura di ogni persona. Nei poveri noi sappiamo che è presente Cristo, non per consacrare la loro sofferenza ma per provocare la nostra umanità, per chiederci di essere fraterni, solidali, umani.
I rapporti con le istituzioni
Il rapporto tra cittadini e istituzioni vive da troppo tempo una profonda crisi. Da un lato, la classe politica sembra leggere con difficoltà i reali bisogni dell’oggi e rispondere con fatica. Dall’altro, i cittadini guardano alle istituzioni e al mondo politico con un distacco amaro e con la tentazione deresponsabilizzante della delega. Rinnovare quest’ambito della vita delle persone secondo una prospettiva eucaristica significa dunque valorizzare la dimensione solidale della convivenza civile; costruire nuove forme di presenza e nuove occasioni di responsabilità dei cittadini rispetto alla “cosa pubblica”; diffondere la cultura della partecipazione come modalità per offrire ai fratelli la propria competenza e la propria passione; educare alla serena convivenza civile, anteponendo ciò che ci unisce a ciò che ci divide da chi professa opinioni e compie scelte diverse.
I rapporti con le cose e con il creato
Anche il rapporto tra la persona e i beni materiali viene rinnovato dal dono dell’eucaristia. In una società che rincorre l’avere sempre di più e ha perso il significato autentico di esperienze quali il sacrificio, il desiderio, l’attesa, occorre saper seminare la novità eucaristica dell’essenzialità, della sobrietà, della condivisione. Il benessere non ha elevato il grado di felicità delle persone. Il pane spezzato, al contrario, contiene il segreto della gioia. La pienezza cui tutti aspiriamo passa da qui: dal riconoscere che poche sono le cose essenziali, quelle che danno qualità alla vita e a cui vale la pena legare il nostro esistere. Dal rivedere i nostri stili di vita all’insegna della semplicità del cuore e della fraternità. È questa anche la sfida della giustizia: il pane che ci rende fratelli ci dà la forza di contrastare le logiche dell’iniquità, della sperequazione, della disuguaglianza.
Dall’eucaristia proviene quindi l’invito a vivere come persone consapevoli, desiderose di collocarsi in maniera libera nel rapporto con il mondo. Il percorso verso una società più giusta e solidale passa attraverso il coraggio di tracciare nuovamente dei limiti, dentro di noi e attorno a noi, per dare alla nostra vita le sue giuste proporzioni e al nostro cuore orizzonti meno angusti di quelli della nostra “roba”: paradossalmente, i grandi orizzonti si aprono se ciascuno di noi sa collocarsi al proprio posto: quello di creatura tra le creature. Quello di creatura posta nel giardino del creato, che riceve come un dono per la sua responsabilità.
La dignità della vita
Il tema del riconoscimento del valore della vita umana e della sua dignità mi pare che attraversi ciascuno degli aspetti indicato prima. Se la cultura in cui viviamo sembra più o meno consapevolmente scivolare verso una concezione che rende la vita manipolabile dall’uomo; che non ne riconosce la sacralità e il mistero; che smette di considerarla come fine e può giungere a pensarla come mezzo, allora significa che la nostra civiltà sta subendo un mutamento radicale di cui i cristiani e tutti gli uomini di buona volontà non possono non farsi carico. L’Eucaristia è Vita spezzata per la vita del mondo, per la vita di ogni donna e di ogni uomo; è il segno della Pasqua –croce luminosa, ma croce, dolore, impotenza assunti per amore!- L’Eucaristia è vita donata perché possiamo conoscere e accogliere ogni vita; difenderla e proteggerla in tutto il suo valore, anche a costo della nostra stessa vita. Ogni vita: quella dei bambini non nati e quella del vecchio; quella dello straniero emarginato e quella del malato sopraffatto dal dolore; quella dell’embrione –che è vita!- e quella dei popoli che muoiono di fame e di violenza; quella del disoccupato e quella del giovane che muore di noia.
Ogni Eucaristia che celebriamo ci fa sentire la voce di ogni vita umiliata e interpella la nostra disponibilità a dare la vita.
Ogni impegno per la vita è verificato dalla nostra responsabilità nei confronti di tutte le situazioni che mortificano la persona: ogni volta che avete fatto questo, - all’affamato, al carcerato, al disoccupato, allo straniero, al bambino non nato, alla donna violentata, al malato, ecc…- l’avete fatto a me, dice il Signore.
Persone eucaristiche per trasformare la città
Occorrono persone eucaristiche, perché l’Eucaristia trasformi la città.
Vorrei ricordare qui qualche esempio, di cui è ricca la storia della Chiesa e del laicato in particolare: Giorgio La Pira, Alberto Marvelli, (proclamato beato da Giovanni Paolo II a Loreto lo scorso 5 settembre nell’ambito del pellegrinaggio nazionale dell’Azione Cattolica), Oscar Romero, di cui ricorrono i 25 anni dall’assassinio.
GIORGIO LA PIRA
Giorgio La Pira, docente universitario, padre costituente, parlamentare e sindaco siciliano di Firenze, dava alle stampe immediatamente dopo la liberazione di Roma il volume La nostra vocazione sociale, in cui sottolineava con forza come la carità cristiana trovi una naturale espressione proprio nella cura per le strutture politiche ed economiche che danno forma alla comunità degli uomini. Scrive: “Che significa l’equiparazione al lievito, al seme e così via? Significa che abbiamo una missione trasformante da compiere; significa che per opera del nostro sacrificio amoroso, reso efficace dalla grazia di Cristo, noi dobbiamo mutare – quanto è possibile – le strutture di questo mondo per renderle al massimo adeguate alla vocazione di Dio (adveniat regnum Tuum sicut in coelo et in terra)”. Sacrificio amoroso: l’impegno per il cambiamento delle strutture politiche ed economiche della città terrena ha bisogno, nell’ottica cristiana, di un sacrificio amoroso, di una vita eucaristica, di un atteggiamento di dono di sé per il bene dei fratelli.
Egli ribadisce: “il pieno adempimento del nostro dovere (di uomini e di cristiani, avviene solo quando noi avremo collaborato, direttamente o indirettamente, a dare alla società un struttura giuridica, economica e politica adeguata – quanto è possibile nella realtà umana – al comandamento principale della carità.” Dunque carità e impegno civile sono strettamente connessi. Dunque l’impegno politico è per il cristiano intimamente alimentato, è orientato dallo stesso amore mostrato da Gesù. È questa la forza che permette di rinnovare la storia, e di far tendere sempre più la città verso una comunità fraterna.
La Pira, nell’introduzione a La nostra vocazione sociale, esorta il lettore: “Pensa: avere nell’animo questo pensiero: bisogna trasformare, perché sia più buona, questa città dell’uomo! Non è, forse, la città che Cristo stesso ha abitato? Non è quella dove abitano i nostri fratelli? Non è qui che va fatto circolare l’amore e la verità? Non essere come coloro che non sono cristiani; costoro dicono: non c’è niente da fare, il mondo è sempre stato e sempre sarà così! Il cuore cristiano dice diversamente: dice che l’amore è sempre operoso ed efficace: dice che il seminatore non perde mai il seme che con gesto amoroso e largo getta nei solchi”. Dunque un amore che è capace di trasformazione, di rinnovamento è un amore che non si arrende alla difficoltà, un amore che è proiettato al futuro, che sa anticipare, immaginare il futuro migliore dell’umanità, un amore che alimenta la speranza grazie alla fiducia che il seme non è mai gettato invano, che il seme porterà frutto a suo tempo.
Ma questo amore assume un punto di vista preciso: sceglie di guardare la città dalla prospettiva dei poveri. L’articolo di La Pira L’attesa della povera gente, apparso in Cronache Sociali 1/1950, fece scalpore per la radicalità e il coraggio con cui leggeva la realtà sociale italiana e mondiale del dopoguerra. In questo testo è possibile scorgere il criterio ispiratore della azione politica e amministrativa lapiriana, che ha scelto di dare priorità alle necessità dei poveri.
Preciserà nel successivo articolo La difesa della povera gente: “I poveri non sono un’ “Eucaristia sociale” …: essi sono il documento vivente, doloroso, di una iniquità nella quale si intesse l’organismo sociale che li genera: sono il segno inequivocabile di uno squilibrio tremendo – il più grave fra gli squilibri umani (dopo quello del peccato) – insito nelle strutture del sistema economico e sociale del paese che li tollera: essi sono la testimonianza della ulteriore sofferenza che gli uomini (i credenti) infliggono a Cristo medesimo (“lo avete fatto a me”)”.
Dunque il rinnovamento delle strutture politiche ed economiche per costruire la città sempre più a misura d’uomo deve prendersi cura dei poveri e scegliere come criterio di orientamento il bene della persona, e non le strutture stesse: una carità all’opera per il rispetto della dignità umana.
ALBERTO MARVELLI
Di Alberto Marvelli, ingegnere riminese morto il 5 ottobre 1946 in un incidente stradale all’età di 28 anni, vorrei richiamare in particolare il servizio di sostegno agli sfollati sul finire della seconda guerra mondiale; l’importante contributo che diede alla ripresa, in qualità di assessore per la ricostruzione della città di Rimini; la partecipazione in prima persona alle vicende politiche del dopoguerra attraverso quella scelta politica che egli definì: il dedicarsi al “campo di una carità più vasta”.
Alberto Marvelli non si sottrasse al coinvolgimento diretto e all’impegno personale nelle questioni sociali del proprio tempo, un tempo segnato dal rischio e dalle tensioni sociali laceranti, proprie della guerra.
Ha alimentato di Eucaristia la sua carità e ha cercato ogni giorno di ricevere il Signore, anche quando questo era possibile a mezzogiorno, alle due di pomeriggio, al tempo in cui questo chiedeva di essere digiuni dalla mezzanotte. E quando riceveva l’Eucaristia, Alberto sembrava estraniarsi da tutto, tutto preso dal suo colloquio con il Signore.
Quello che Alberto riceve e dona attraverso l’Eucaristia è un amore che trasforma la città, che genera amore, come dimostra lo stile di vita assunto da Alberto anche nella dimensione civile e politica. Come ancora testimoniano i suoi appunti personali: “Essere i realizzatori della carità di Cristo nel mondo. Siamo tutti fratelli, figli di uno stesso Padre. La carità si propaga con la vita, con la bontà. Bisogna possedere sempre la carità per irradiarla verso gli altri. Come sto io in fatto di carità? La carità ha il suo centro e la sua vita in Cristo. La carità è sempre in un cuore in proporzione dell’umiltà. La carità diventa istintivamente zelo, comprensione dei bisogni altrui, necessità di dare agli altri, di dare i doni che Gesù ha dato a noi. Sofferenza dei dolori altrui. Lo zelo non fondato sulla carità è sterile e non può esistere. Il bene spirituale dei fratelli è superiore al mio interesse e bene materiale”.
Dunque l’impegno per la città, per le sorti della comunità civile, sono in Alberto Marvelli alimentate dall’amore stesso di Cristo che attraverso l’Eucaristia egli avvertiva presente e operante in lui, capace di orientare la sua azione nella città.
MONS. OSCAR ROMERO
Mons. Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, ha vissuto l’amore eucaristico fino alla forma estrema del martirio: è stato infatti assassinato il 24 marzo 1980, proprio sull’altare, mentre stava celebrando la Santa Messa.
Il giorno prima aveva esortato dall’altare i soldati salvadoregni a ribellarsi all’ordine di uccidere: “Fratelli, siete del nostro stesso popolo! Ammazzate i vostri fratelli campesinos! Davanti all’ordine di uccidere dato da un uomo, deve prevalere la legge di Dio che dice: “Non uccidere”. (…) È tempo che recuperiate la vostra coscienza e che obbediate alla vostra coscienza piuttosto che agli ordini del peccato“. Un appello, questo, contro la violenza e la morte, che nel suo Paese erano diventate sistema, un appello contro l’idea di poter fare della violenza lo strumento di soluzione dei problemi politici. E, in quanto testimone di pace e di non violenza, è diventato vittima di queste strutture di morte; esse non consistevano solo nella violenza e nell’omicidio, ma anche, prima, nell’assenza di condizioni di vita dignitose per la maggioranza della popolazione salvadoregna, costretta a vivere nella povertà e nell’indigenza.
Nel discorso scritto in occasione della consegna della laurea honoris causa all’Università di Lovanio nel 1979, affermava: “Abbiamo incontrato i contadini senza terra e senza lavoro stabile, senz'acqua né luce nelle loro povere abitazioni, senza assistenza sanitaria, quando le madri partoriscono, e senza scuole, quando i bambini iniziano a crescere. Ci siamo incontrati con gli operai, che sono senza diritti sindacali e che vengono i scacciati dalle fabbriche non appena provino solo a reclamarli, che sono alla mercè dei freddi calcoli dell'economia. Ci siamo incontrati con le madri e le spose dei desaparecidos e dei prigionieri politici. Ci siamo incontrati con gli abitanti dei tuguri, la cui miseria supera ogni immaginazione e che sperimentano l'insulto permanente rappresentato dalle dimore vicine. È in questo mondo senza volto umano, che pure è l'attuale sacramento del servo sofferente di JHWH, che la Chiesa della mia archidiocesi ha cercato di incarnarsi”.
L’incontro con i poveri, con la concretezza delle loro necessità, con l’appello dei loro volti, diventa per la chiesa della diocesi di San Salvador il motivo di conversione della sua azione e presenza nel territorio. Romero continua nello stesso intervento: “E appunto di questo mondo di poveri, noi diciamo che esso è la chiave per comprendere la fede cristiana e l'agire della Chiesa, e insieme la dimensione politica di quella fede e di quell'agire ecclesiale. I poveri sono coloro che ci dicono che cos'è la "polis", la città, e che cosa significhi, per la Chiesa, vivere realmente nel mondo”. Una chiave di lettura del mondo certamente efficace anche per la nostra Chiesa italiana, ma anche, ritengo, per la nostra comunità civile e politica.
L’incontro con i poveri, la decisione di prendersi cura di loro, di farli diventare la priorità dell’agire ecclesiale, è la forma in cui Romero e la sua chiesa diocesana hanno vissuto l’eucaristia: l’amore che si fa solidale con i propri fratelli, “nella sofferenza, nei pianti e nei lamenti, nell'offerta”. “Il mondo dei poveri, con caratteristiche sociali e politiche assai concrete, ci insegna dove debba incarnarsi la Chiesa, per evitare quella falsa universalizzazione, che finisce sempre col trasformarsi in connivenza con i potenti. Il mondo dei poveri ci insegna come debba essere l'amore cristiano, che cerca certamente la pace, ma smaschera pure il falso pacifismo, la rassegnazione e l'inazione; che deve essere certamente gratuito, ma deve pure cercare l'efficacia storica. Il mondo dei poveri ci insegna come la sublimità dell'amore cristiano debba passare attraverso l'imperiosa necessità di un impegno perché sia resa giustizia alle maggioranze, senza rifuggire della lotta onesta. Il mondo dei poveri ci insegna che la liberazione arriverà non il giorno in cui i poveri saranno i meri destinatari di benefici resi dai governi e dalla stessa Chiesa, ma quello in cui essi diverranno in prima persona attori e protagonisti della propria lotta e della propria liberazione, smascherando in tal modo la radice ultima dei falsi paternalismi, compresi quelli ecclesiali. Il mondo concreto dei poveri ci insegna anche in che cosa consista la speranza cristiana. La Chiesa predica cieli nuovi e terra nuova; e sa che nessuna configurazione socio-politica può venire scambiata per la pienezza finale che Dio solo concede. ...”.
Tre esempi di cittadini – cristiani illustri, che con la loro testimonianza hanno contribuito a costruire città più degne delle persone e ci hanno testimoniato qual è lo stile di una vita eucaristica.
Vogliamo allora provare a raccogliere dal loro esempio qualche suggerimento, che serva anche a noi, chiamati oggi non a ripetere certo le loro scelte ma a interpretare con la stessa radicale originalità come vive, come sceglie, come si comporta un cristiano a servizio della città.
Credo che il primo tratto della loro testimonianza stia nella parola servizio. Essi hanno semplicemente messo la loro vita, il loro tempo, le loro energie fisiche e intellettuali a servizio della città di tutti, consapevoli che la causa dell’uomo e la causa del Vangelo, è quella del Signore Gesù che per ogni uomo, senza distinzione, ha dato la vita. Servizio: parola grande e insidiosa. Grande, perché dice l’umile disponibilità del servo a disposizione dell’altro, di altro da sé: altro dai propri interessi, fino a sacrificare i propri interessi, quelli personali, quelli del proprio gruppo, quelli della propria parte. C’è un bene più grande che supera tutti e tutto: il bene comune, bene che tutti hanno in comune e che tutti sono chiamati a servire. A qualsiasi prezzo. Questi testimoni ci dicono: la città non è mia; la città è anche mia. E nessun gesto del mio impegno deve indurre dubbi su questo. La città è di tutti e quando in essa i poveri si sentiranno a casa loro, allora sarà veramente di tutti. Questa gratuità e questo rigore hanno caratterizzato il servizio dei grandi cristiani che hanno servito la città e di tanti che anche oggi spesso nel nascondimento, senza salire agli onori né delle cronache né dei dibattiti politici, continuano a servire. Di questo servizio c’è particolare bisogno oggi, anche per ridare credibilità a quell’azione politica volta a ordinare, indirizzare e a costruire la città dell’uomo e che ha bisogno di responsabili che riscuotano la stima della città per poterne essere interpreti, veri rappresentanti, capaci di fare emergere le energie di tutti perché il servizio sia il più vasto possibile, il più condiviso, partecipato, corresponsabile. Ciò che autentica questo spirito di servizio è la capacità di pagare di persona: allora questo è il segno della gratuità pura; questo è il caso in cui ci si rende conto che il servizio è il sigillo della libertà; che chi sa stare nella responsabilità con spirito di servizio è solo colui che è veramente libero: da sé, dai propri interessi, dalla propria immagine…. Le tre testimonianze citate prima hanno un forte elemento comune: al centro della loro azione questi tre testimoni hanno posto i poveri, nei quali hanno servito Cristo e nei quali essi hanno compreso che si gioca la partita della storia. Perché fino a quando ci sarà una persona umiliata, sfruttata, lasciata soffrire nell’indifferenza… sarà impossibile la realizzazione di quel sogno che vuole e pensa un mondo in pace, in cui a tutti sia garantito di essere se stesso come persona umana.
Infine, mi sembra di poter dire che oggi il servizio alla città richieda persone capaci di tenere insieme profezia e competenza; slancio ideale e concretezza; sogno e piedi per terra… cristiani audaci nel pensare e credere che le promesse più alte non sono illusioni; soprattutto cristiani che mentre sono fortemente impegnati a costruire la città non con buoni sentimenti, ma con il rigore della riflessione, dello studio, dell’applicazione delle conoscenze che le scienze mettono a disposizioni, sentono, come cristiani, di avere un modo così originale di pensare la vita e la vita della città che non possono uniformarsi al modo comune di pensare e di vivere, anche la politica, anche la città. Senza questa profezia, questo modo alternativo di comportarsi, i cristiani faranno mancare alla vita della città il sale del Vangelo, che può dare un sapore nuovo al vivere insieme di tutti: penso al modo di vivere la democrazia e alla sfida di affrontare i conflitti che essa comporta con spirito fraterno; penso ai dibattiti politici e al rigore di entrare in essi senza personalismi, nella libertà del confronto delle idee; penso soprattutto al dovere di avere delle risposte per i poveri: quelli che vivono nelle nostre città e quelle che vivono nelle città di tutto il mondo.
A tutti coloro che hanno responsabilità pubbliche – civili, sociali, politiche ed anche ecclesiali - l’augurio che abbiano il coraggio - e l’onore - di mettere sulla loro porta il cartello che aveva Alberto Marvelli: “I poveri hanno la precedenza”.
Conclusione. Comunità eucaristiche per una nuova città dell’uomo
Potranno esserci cristiani veramente eucaristici a servizio della città dell’uomo se ci saranno comunità cristiane così radicate nell’Eucaristia da alimentare il loro amore a servizio della città. Che guardando le nostre comunità ogni persona possa capire il valore dell’affermazione di Gesù: “io sono in mezzo a voi come colui che serve…”. E che l’Eucaristia della domenica sia la celebrazione della verità che “il servizio è la gioia”[4], è la vita della nostra vita; e che dunque è vero che “senza domenica non possiamo vivere”.
[1] Radcliffe, Riposando nel Signore.
[2] Ivi
[3] “Ogni città racchiude in sé una vocazione e un mistero. Amatela come si ama la casa comune destinata a noi e ai nostri figli, fate che il volto di questa vostra città sia sempre sereno e pulito. Sentitevi, attraverso di essa, membri di una stessa famiglia. Non vi siano fra voi divisioni essenziali che turbino la pace e l’amicizia: ma la pace, l’amicizia, la cristiana fraternità fioriscano in questa città vostra.” (G. La Pira)
[4] cfr Tagore

