Per aiutare i giovani
a personalizzare
la propria
esperienza di fede
Un inedito di Riccardo Tonelli
Dichiaro subito cosa intendo per personalizzare la propria fede, per precisare il modello di riflessione che intendo assumere.
Aiutare i giovani a personalizzare la propria fede significa, in concreto, aiutarli a diventare "discepoli di Gesù", nella gioia di appartenere alla comunità ecclesiale. E questo vuol dire abilitarli ad una matura esperienza di vita cristiana.
Sulla vita cristiana sappiamo tutto o quasi: abbiamo una lunga tradizione alle spalle e una rassegna ricchissima di modelli esemplari. E' sufficiente fare riferimento a questo materiale prezioso e concentrare la ricerca sul come intervenire per aiutare i giovani di questo nostro tempo ad interiorizzare questo progetto di vita, aggiungendo, al massimo, qualche attenzione ai processi psicoeducativi che riguardano l'acquisizione di informazioni e l'abilitazione a comportamenti coerenti?
Se questo fosse il problema principale il compito affidato alla mia riflessione sarebbe soprattutto si metodo. Potrei paragonare anche questa questione a quella classica del far apprendere il latino al Pierino di turno. Prima sembrava decisivo solo conoscere bene il latino. Poi qualcuno ha aggiunto la necessità di conoscere anche Pierino. Oggi gli esperti del settore ricordano l'urgenza di attivare procedure di apprendimento corrette. Pochi si chiedono cosa ha fatto di male il povero Pierino per essere costretto ad imparare il latino...
La prospettiva con cui affronto il tema è molto diversa.
Per non ridurre il processo ad una indebita intrusione nella vita dei giovani (giustificata da amore e buona volontà finché si vuole... ), sono convinto che la ricerca sulla personalizzazione della fede e quella conseguente sul consolidamento della vita cristiana vadano collocate ad un livello diverso.
La questione del "come" è doverosa e mi riprometto di suggerire qualche indicazione concreta. Ce ne sono però altre, più impegnative ancora. Dove vogliamo arrivare? Cosa desideriamo consolidare, per dichiararci soddisfatti dell'impresa? Quale giovane sogniamo, per poter dichiarare "questo è un giovane che vive veramente la sua fede cristiana in modo autentico e maturo"? E, più in profondità, per far scattare questo impegnativo processo quale disposizione di vita dovrebbe caratterizzare i giovani? Quello della personalizzazione della fede non potrebbe essere un problema solo di noi educatori della fede, che lascia abbastanza indifferenti molti giovani?
Ho posto molti interrogativi... perché a me piace dedicare tempo a riflettere solo quando ho scoperto di essere inquietato da problemi veri. E posso riflettere in compagnia di amici solo quando condividiamo sinceramente gli stessi problemi.
Non sono sicuro di riuscire a trovare risposte adeguate a tutti gli interrogativi. Qualcosa però cercherò di proporre... in una certa gerarchia di priorità.
Incomincio con il tentativo di giustificare la serietà della questione. Suggerisco poi qualcosa sulla meta del processo, perché solo a queste condizioni possiamo interrogarci sulle strategie operative che ne possono facilitare il conseguimento. Prima di concludere aggiungerò qualche battuta sul "processo" da attivare, perché considero l'operazione di personalizzazione della fede come un lungo itinerario, di cui è urgente prevedere, in anticipo, le tappe per poter responsabilizzare adeguatamente la comunità ecclesiale al suo servizio.
PIERINO E IL LATINO...
Il ricordo del rapporto tra Pierino e l'insegnamento del latino mi ha fatto introdurre un interrogativo che considero pregiudiziale: la questione della personalizzazione della fede interessa solo noi educatori o, in qualche modo, desta interesse anche nei giovani stessi? Certamente, si tratta di una esigenza che riguarda la qualità oggettiva del processo di maturazione della fede. Viene vissuta dai giovani come una loro reale esigenza o, almeno, può essere progressivamente maturata in una reale esigenza soggettiva? E in che modo?
In una stagione come è la nostra, in cui appare dominante la tendenza verso l'autonomia e l'indipendenza, dichiarare che la cosa è oggettiva non produce grandi convincimenti e entusiasmi. Sono entrate in crisi, infatti, le pretese oggettivistiche, quelle che danno riferimenti e suggerimenti che dovrebbero funzionare da norma e da criterio di valutazione di tutto. Alla "cosa in sé", al dato sicuro e certo viene sostituito il "per me". La categoria della tolleranza o del rispetto della diversità diventa principio che distingue tra ciò che è bene e ciò che è male. E' interessante constatare quanto questa mutazione progettuale non sia più considerata un cedimento (come la consideravano i modelli culturali che ci sono stati consegnati), ma una crescita in umanità, un cammino obbligato verso la libertà e la pienezza di vita e di responsabilità.
Al centro sta la vita quotidiana
Certamente, la vita e la felicità interessano a tutti i giovani. Se vogliamo rendere possibile un dialogo che interpelli tutti i giovani e sia realizzato parlando lo stesso linguaggio, dobbiamo partire di qui per interrogarci su come i giovani percepiscono il bisogno di personalizzare la loro fede.
Sappiamo quanto la maturità e l'autenticità dell'esperienza cristiana siano oggi minacciate proprio dal modo con cui viene compresa e vissuta la vita. La qualità della vita condiziona infatti la qualità dell'esperienza religiosa. Lo diciamo a proposito della crisi vocazionale in atto, del clima di permissivismo esasperato che i giovani respirano, della difficoltà a prendere decisioni coraggiose e stabili... solo per citare i casi più ripetuti.
Prima della questione sulla vita cristiana sta, dunque, come interrogativo di fondo che la richiama, la invoca e, in qualche modo, la esige, la questione più radicale della vita e del suo senso. Cosa è vita? Quale esperienza di vita è autentica, pienamente e radicalmente "mia", degna di essere accolta, vissuta, amata e offerta?
Le logiche della società dei consumi
La società dei consumi ha trovato un suo modo di decidere la qualità della vita e il suo senso. Non vende o svende cose. Mette in commercio prima di tutto proposte che dicono, con un linguaggio seducente, chi è l'uomo e a quali condizioni possiamo diventarlo in modo pieno, riuscito, definitivo.
Molti, sedotti dalla promessa di una felicità costruita sul possesso delle cose, si affannano disperatamente. Ma non è affatto vero che le cose sono disponibili a tutti. Al contrario, sembra che non bastino per tutti, anche perché ce le spartiamo in una logica di sopraffazione e di egoismo. E così, chi resta a mani vuote si sprofonda in una disperazione tanto nera che porta, non poche volte, al suicidio.
Anche coloro che se ne sono accaparrate in misura sufficiente, si accorgono presto che le cose non ci bastano davvero a risolvere i problemi dell'esistenza. Ogni tanto infatti il meccanismo si inceppa. Riaffiorano i problemi di sempre. Ci scontriamo con limiti imprevisti e imprevedibili. E così riaffiora una disperazione molto più profonda, perché radicata sulla incapacità di convivere sinceramente con quella esperienza di limite che le cose non sono in grado di risolvere.
La disperazione è una soluzione. Non è l'unica, però: la coscienza riconquistata del limite può restituirci al coraggio della verità sulla nostra vita.
La scoperta della finitudine
Certamente esistono molti "limite" nella vita di ogni uomo. Spesso dipendono da cause note e controllabili, anche se non facilmente superabili. Altri, come il dolore e la sofferenza, dipendono dalla struttura fisica della nostra esistenza. Contro i primi impariamo a ribellarci, eliminandone le radici, dentro e fuori di noi. Con i secondi ci abilitiamo a convivere, per amore di verità.
C'è però una situazione di limite, che tutti ci pervade e attraversa inesorabilmente la nostra esistenza: la morte incombe su di noi proprio perché siamo vivi. Non ci sentiamo rattristati da questa condanna. L'esperienza più bella, quella di essere vivi, si porta dentro la traccia indelebile del limite che l'attraversa.
Questa è l'esperienza esistenziale che chiamo "esperienza della finitudine".
La morte ci restituisce alla qualità e all'autenticità della nostra vita. Essa non è un incidente di percorso, di cui possiamo evitare il confronto, quasi fosse statisticamente irrilevante rispetto al problema centrale.
In qualche modo, dovremmo essergliene grati: essa è un supplemento di libertà in un mondo di costrizioni pericolose e alienanti, anche se opera con mano pesante e senza permetterci di giocare a nascondino...
Sul confine della finitudine, l'uomo si ritrova "diverso" dalle cose e dagli altri esseri viventi. Entra nel mondo affascinante e misterioso di una vita irripetibile.
Vivere a braccia alzate
Chi sa vivere l'esperienza della finitudine, come verità di se stesso, sofferta e scoperta, alza il grido della sua vita verso qualcuno fuori di sé, perché ha scoperto di non bastare più a se stesso, di non poter fondare la felicità dentro il confine ristretto della propria esperienza. Nelle mani alzate dell'invocazione ritrova la gioia di vivere e la libertà di sperare. L'esperienza della finitudine apre alla capacità di affidamento. Ci fidiamo tanto della vita, da anticipare, in modo maturo e programmato, quell'affidamento al suo mistero a cui la morte ci costringe.
In qualche modo, chi convive nella pace e nella gioia con la propria finitudine, fa esperienza di Dio. Lo cerca e lo sperimenta anche senza conoscerne ancora il nome. Ed è riconoscente verso chi gliene rivela nome e volto.
Un percorso diverso per convincere Pierino a studiare il latino...
L'esperienza della personale finitudine, che si fa invocazione e affidamento, ci suggerisce un percorso originale per motivare l'incontro personale con l'esperienza cristiana e la decisione di scegliere Gesù.
Al centro collochiamo la voglia di vita e di felicità, patrimonio comune e condiviso, su cui l'accordo è pieno e consolidato. La morte la mette in crisi. E non basta certo escluderla dall'attenzione o trasformarla in uno spettacolo, per esserne esorcizzati. Con la morte dobbiamo fare inesorabilmente i conti, perché la vita sia piena e la felicità consolidata.
I modelli educativi tradizionali spingevano al confronto con la morte per ridimensionare la voglia di vita. La vita faceva paura e la voglia di felicità sembrava alternativa alla possibilità di una intensa esperienza cristiana. Il rimedio più efficace consisteva nel costringere – con le buone o con le cattive – a pensare ogni tanto alla morte.
Il percorso appena suggerito è tutto giocato invece sull'amore alla vita. Viene riportato al suo significato più autentico e collocato come intensa ricerca e produzione di senso. Sul piano del senso e della sua ricerca, i giovani sono restituiti alla maturità e all'autenticità dell'esperienza umana.
L'alternativa non è tra esperienza cristiana e qualità umana di vita. Sarebbe una falsa alternativa, perdente in partenza in una stagione che fa brillare la felicità come un diritto inalienabile, nel presente e nello sperimentato. L'alternativa è più drammatica: tra vivere una vita matura e piena, in una solidarietà che attraversa l'avventura dell'umanità nella storia di tutti e rinunciare per lasciarsi vivere nel disimpegno e nella disperazione.
A chi sceglie l'autenticità possiamo proporre l'incontro con Gesù, unico nome in cui essere nella vita.
L'impegno di aiutare i giovani a personalizzare la propria fede deve partire di qui.
VERIFICARE IL PROCESSO DALL'ESITO
Un'altra questione va affrontata, prima di quella metodologica.
La personalizzazione della fede è orientata al consolidamento di una matura e autentica "vita cristiana". Quale vita cristiana? Solo dalla risposta elaborata a questa prima questione può scaturire una coerente ricerca sul metodo.
Non posso certamente pretendere di offrire un ritratto completo e organico di giovane cristiano. Me la cavo con qualche rapida battuta. Mi consola la consapevolezza che un ritratto del genere non si descrive ma si sperimenta e molti giovani cristiani possono dire con i frammenti della loro esistenza quello che Filippo diceva a Natanaele, poco convinto di Gesù per ragioni culturali ("Di Nazaret? Da quel paese non può venire nulla di buono"): "Vieni e vedrai" (Gv. 1, 46).
La fede nel Crocifisso risorto per la qualità della vita cristiana
La vita cristiana è un affidamento, totale e gratuito a Dio in Gesù. Per questo essa ha alla radice la consapevolezza, gridata a tutti i livelli, che solo Dio è il Signore. Siamo stati salvati nella croce del Risorto, perché la nostra vita è fiorita piena e abbondante, proprio quando sembrava che tutto fosse spalancato verso il fallimento. Siamo vivi per dono di Dio, nella morte di Gesù.
Non siamo cristiani solo perché ci impegniamo a fare cose buone e sagge per la vita di tutti, buttandoci in impegni sociali e in uno lavoro politico serio e responsabile. Non siamo cristiani perché ci comportiamo bene dal punto di vista etico e osserviamo i comandamenti e tutti gli altri precetti. Non lo siamo neppure perché raccontiamo la storia di Gesù per la vita degli uomini. Siamo cristiani davvero «solo se ci decidiamo ad adorare Dio nella sua assolutezza; solo se cerchiamo di amarlo con un ardire in apparenza del tutto sproporzionato alle nostre forze; se ammutoliti, capitoliamo di fronte alla sua incomprensibilità e accettiamo tale capitolazione della conoscenza e della vita come l'evento della massima libertà e della salvezza eterna» (K. Rahner).
Riconosciamo Dio radicalmente diverso da tutte le altre realtà che fanno la nostra terra. Non è uno dei tanti nostri interlocutori. E neppure è quell'ultima risorsa che serve a pareggiare i bilanci in situazione di crisi. Solo lui è la realtà vera. Di fronte a lui diventa irreale tutto quello che consideriamo come realtà salda e consistente.
Egli è il grande «sogno di futuro», mistero incomprensibile e sempre presente, che tutto sorregge e orienta, proprio mentre tutto relativizza.
Ci dà la parola. E ci sprofonda nel silenzio, dove le parole non bastano più.
Veniamo da una radice che non abbiamo seminato; pellegriniamo lungo una strada che sfocia nell'incomprensibile libertà di Dio; siamo protesi tra cielo e terra e non abbiamo né il diritto né la possibilità di rinunciare a nessuno dei due dati. Non sappiamo neppure, in modo assolutamente certo, come la nostra libertà stia concretamente orientandosi nel gioco della nostra esistenza.
L'esistenza del cristiano è perciò un salto nell'abisso sconfinato di Dio, in Gesù, l'unico nome in cui essere nella vita per la solidarietà con la sua morte e resurrezione, e nel grembo materno della comunità ecclesiale, il sostegno, il sacramento, la guida della nostra confessione di fede e di vita. La nostra speranza risulta praticabile e sensata solo mediante quel fondamento che non possiamo comprendere né manipolare.
Un modo nuovo di pensare la qualità della vita
Il riconoscimento della croce di Gesù spinge il cristiano a vivere immerso nel mistero, distaccato da tante cose che invece affascinano i suoi amici, capace di concentrarsi sulle cose che contano, pieno di nostalgia per il futuro che attende con ansia e che anticipa con trepidazione.
Nello stesso tempo però vive con i piedi ben piantati sulla terra. Della sua terra ha una grande passione. Per essa si impegna, cercando la compagnia di tutte le persone che amano la vita e la vogliono abbondante e felice per tutti. Sa che la pienezza di felicità è riservata a quando sarà finalmente tornato a casa. Ma intanto non vuole rinunciare ad essa e la cerca, con l'ansia dell'assetato che brancica verso sorgenti d'acqua fresca.
Della casa del Padre – la sua vera dimora e l'esito di tutti i suoi sogni – ha nostalgia, ma non ha nessuna fretta di raggiungerla. Sa di non poter cantare i canti del Signore finché percorrere le vie di questo mondo, eppure condivide con gioia e con entusiasmo giovanile i canti festosi che inondano le strade della nostra storia.
Una immagine aiuta a dire questa strana originalità: il cristiano è uno che "siede a mensa con tutti – da solitario". Per scoprire il significato della espressione, invito a pensare ad alcune persone speciali, che, di tanto in tanto, abbiamo la fortuna di incontrare. Sanno ridere e scherzare con tutti. Sono gente di compagnia gradita e ricercata. Ogni tanto però si estraniano pur restando in mezzo alla folla: sembra che il loro pensiero stia correndo alla rincorsa di alcune questioni impegnative, che esigono quel livello di concentrazione che il brusio della folla non riesce ad assicurare. Non sono dei solitari, desiderosi di silenzio quasi come condizione normale di esistenza. Sono... dei solitari nella compagnia convinta e felice con tutti.
Il cristiano è fatto così.
La sua fede e la condizione della speranza lo sollecitano ad una immersione intensa nella vita di tutti. Non pretende un tavolo riservato, quando si siede a mensa, perché la compagnia con gli altri commensali è gradita e ricercata. Possiede però sensibilità, intuizioni, passioni... riconosce esigenze e avverte urgenze che lo costringono ad una parola originale, scomoda, inquietante
Quando tutti scivolano verso la disperazione, sa offrire una parola di speranza che permette di risalire la corrente. Quando serpeggia la convinzione di avere finalmente risolto tutti i problemi o, almeno, di possedere la chiave del futuro, riporta con i piedi per terra e ridimensiona i sogni troppo sicuri.
Sa parlare di morte e di vita. Propone il confronto con la morte per amare veramente la vita. Rilancia la vittoria della vita per restituire a tutti la gioia di essere signori persino della morte.
PERSONALIZZARE LA FEDE SIGNIFICA CONSOLIDARE L'INTEGRAZIONE TRA LA FEDE E LA VITA
Il ritratto ideale di giovane cristiano, appena delineato, richiede un lavoro successivo: la sua traduzione in competenze operative. La definizione delle competenze aiuta a vedere fino a che punto l'obiettivo è stato raggiunto nelle situazioni concrete e a valutare se le risorse sono state spese bene. La questione, dunque, può suonare così: una comunità ecclesiale, impegnata ad aiutare i giovani a personalizzare la propria fede, come può verificare se sta aiutandoli ad abilitarsi secondo le competenze corrette?
Anche su questa frontiera le risposte possono essere molte. La tentazione più facile è quella di tradurre le competenze richieste in una serie di comportamenti religiosi. Sono valutabili facilmente, gli elenchi rendono possibili le distinzioni tra "buoni" e "cattivi", in molti casi sono persino gratificanti... Di comportamenti di questo tipo se ne possono elencare tanti: i tempi dedicati alla preghiera, la pratica sacramentale, la dimestichezza con la parola di Dio, l'obbedienza al magistero ecclesiale, l'osservanza dei comandamenti, la partecipazione alla vita ecclesiale, l'impegno etico, la solidarietà... e potrei continuare.
Sono convinto dell'importanza di tutti questi comportamenti. Ma sono egualmente convinto che il criterio di verifica stia più alla radice.
In questi anni molti di noi si sono abituati ad assumere come criterio di verifica la qualità e il consolidamento dell'integrazione tra la fede e la vita. Personalizzare la fede nel Crocifisso risorto significa assicura un livello stabile e costante di integrazione tra fede e vita.
Come sappiamo, integrazione tra la fede e la vita significa riorganizzazione della personalità attorno a Gesù Cristo e al suo messaggio, testimoniato nella comunità ecclesiale attuale, riorganizzazione realizzata in modo da considerare Gesù Cristo il «determinante» sul piano valutativo e pratico.
Gli elementi importanti ci sono tutti.
Gesù il determinante
Al centro sta Gesù Cristo, incontrato ed accolto come «il salvatore», fino a farlo diventare il «determinante» della propria esistenza.
Il riferimento a Gesù Cristo nel personale sistema di significati non può essere vissuto come l'incontro con uno stimolo in più, che si va ad aggiungere agli altri su cui la persona ricostruisce la propria identità. Neppure può essere considerato come un valore alternativo rispetto agli altri elaborati, autonomamente, una specie di concorrente spietato che mette bastoni tra le ruote nella organizzazione della personalità. La formula «integrazione tra la fede e la vita» ricorda che il riferimento a Gesù Cristo, nella elaborazione dell'identità personale, funziona come un'esperienza centrale, dotata di una sua struttura veritativa, che riorganizza i processi cognitivi, interpretativi e operativi.
Su questa prima frontiera viene rifiutato ogni rapporto con Gesù che sia vissuto secondo schemi integristi o riduttivi.
Sono integristi quei modelli che definiscono il rapporto fede-vita in termini concorrenziali, come se il contenuto della fede si sostituisse all'autonoma ricerca di valori e di significati o si ponesse come radicale alternativa nei confronti di quanto l'uomo elabora nella sua scienza e sapienza.
Sono invece riduttivi quei modelli che vanificano la funzione della fede, perché non le riconoscono il compito di risignificare e di giudicare in modo perentorio i valori che una persona fa propri e la loro organizzazione nella struttura di personalità.
Una persona che ha un messaggio
Gesù Cristo è proposto come un evento totale: la sua persona, il suo messaggio, la sua causa, testimoniata nel popolo che lo confessa come il Signore.
La sottolineatura è importante, in prospettiva educativa. Riafferma la centralità di Gesù Cristo nell'esistenza nuova del cristiano e restituisce a questo riferimento tutta la sua forza orientativa, precisando gli ambiti in cui si deve collocare il riferimento a Gesù Cristo: la fede, per assolvere pienamente i suoi compiti, deve possedere una dimensione personale, una dimensione contenutistica ed una dimensione ecclesiale.
La dimensione personale indica la necessità di vivere la fede come fiducia e abbandono di tutto se stessi a Dio che salva in Gesù Cristo, per cui ci si appoggia a lui come a roccia stabile e sicura.
La dimensione contenutistica ricorda che la fede comporta l'accettazione di ciò che Dio in Gesù Cristo dice, di quanto ha fatto per noi, di quanto esige da noi come risposta al suo progetto salvifico. La dimensione contenutistica comprende quindi il «che cosa» dell'esperienza cristiana, quegli eventi e quelle informazioni che esprimono l'oggetto sapienziale della fede; e il «come» dell'esistenza nuova del credente, quelle competenze che descrivono la logica nuova del cristiano.
Infine, la fede ha una dimensione ecclesiale, perché la fede di un cristiano è sempre credere nella comunità dei credenti: questo è il luogo in cui s'incontra l'evento della fede, in cui si costatano le ragioni per credere e in cui si confessa tematicamente la propria scelta di vita.
L'esito di questa esperienza salvifica è una personalità finalmente riorganizzata in unità esistenziale: caricata delle sue responsabilità, centrata sulla ricerca di significati di vita, liberata dai condizionamenti, ricollocata all'interno di un popolo di credenti, capace di vivere intensamente la sua fede e di celebrare questa stessa fede nella sua vita quotidiana.
Il nodo della questione identità
Il richiamo all'integrazione tra la fede e la vita colloca la funzione della fede in un ambito preciso del processo di maturazione: la costruzione dell'identità personale. Dire integrazione tra la fede e la vita è come dire stabilizzazione di un'identità personale, risignificata e organizzata attorno a Gesù Cristo e al suo messaggio, come sono testimoniati nell'attuale comunità ecclesiale.
Il carattere relazionale dell'identità va compreso come capacità soggettiva di confrontare gli stimoli provenienti dall'esterno con valori che funzionino come normativi delle personali valorizzazioni. Le valutazioni e le operazioni di una persona (e in pratica il suo modo di agire, la sua «condotta») possono essere perciò considerate come il frutto dello scambio tra la storia personale di ogni individuo e i contributi culturali forniti dall'esterno, attraverso cui tale storia è scritta e vissuta. L'identità assicura così la permanenza e la continuità del soggetto, oltre le innegabili variazioni che in lui avvengono nel corso del tempo.
L'obiettivo della pastorale giovanile richiama perciò quei modi e quelle competenze che sono richieste dalla strutturazione dell'identità; a queste vanno aggiunte le esigenze specifiche dell'ispirazione di fede.
UN PERCORSO METODOLOGICO
Confrontati con la meta del processo possiamo finalmente fare una saggia selezione e organizzazione delle risorse, rilanciando, tra le molte ancora disponibili nella comunità ecclesiale, quelle capaci di assicurare le condizioni al raggiungimento dell'obiettivo e inventandone di nuove, con coraggio e fantasia.
Mettendo a frutto l'esperienza di questi anni, faccio una proposta. So che si tratta di tematiche che richiederebbero una attenzione molto più approfondita di quella possibile in questo contesto... ma sono anche convinto di ricordare cose già note e realizzate abbondantemente.
Concentro la mia riflessione sulle modalità operative con cui viene realizzata la proposta della fede ai giovani, convinto che la sua personalizzazione è molto influenzata proprio dalla qualità comunicativa con cui offerta.
La scelta dei contenuti: scrivere nuove lettere a Filemone
E' fuori discussione l'urgenza di proporre i contenuti della fede per servire il consolidamento dell'esperienza cristiana nei giovani. Nessuna difficoltà può giustificare il silenzio a questo riguardo e nessun aggiustamento può essere operato con la scusa della sensibilità diminuita o del rispetto degli interlocutori.
La questione seria è un'altra: quali sono i contenuti normativi della fede?
Il grande e fondamentale contenuto dell'esperienza cristiana è Gesù di Nazareth, volto e parola di Dio, testimone di un progetto nuovo di esistenza nello Spirito. L'ho sottolineato riflettendo sulla integrazione tra la fede e la vita.
Oggi ci viene ricordato in tutte le occasioni. La cosa è preziosa, per superare la riduzione della proposta cristiana ad un insieme di dottrine da conoscere e da ripetere. Può diventare però rischioso se l'invito resta nel generico e giustifica le esperienze le più disparate.
Avverto quindi la necessità di andare oltre, soprattutto con interlocutori come sono i giovani e in una stagione dove prevale la soggettivizzazione. Per questo chiedo un confronto su alcuni criteri operativi. Essi possono davvero aiutarci a scegliere quell'insieme concreto di contenuti della fede che facilitano e consolidano la personalizzazione della fede con i giovani... per evitare di dare un sasso a chi cerca un pezzo di pane.
Ridire la fede dentro i numi nude& culturali
Ho intitolato il paragrafo con una espressione per lo meno strana: scrivere nuove lettera a Filemone. La formula, un poco provocatoria, ricorda una esigenza tra quelle che considero centrali nella ricostruzione e proposta dei contenuti della fede: l'atteggiamento ermeneutico.
La consapevolezza che Dio si fa parola per noi nelle nostre parole umane e che noi rispondiamo a lui nello stesso modo, non solo riporta la rivelazione stessa nelle logiche dei processi comunicativi, tipici di ogni relazione interpersonale, ma soprattutto conduce ogni ricerca sulla pastorale giovanile ad un irrinunciabile confronto con la «cultura».
Cultura significa orientamenti di vita, valori, indicazioni di prospettiva e scelte concrete. Ogni stagione propone un suo modello di cultura e ne mette tra parentesi altri che, in una diversa epoca, erano quelli dominanti. Si realizza così un rapporto, molto stretto, tra l'evento e la cultura in cui esso si esprime.
La riconosciamo tutti questa esigenza. Spesso però resta al livello teorico e sono davvero scarsi i tentativi riusciti di realizzarla fino in fondo o l'operazione è risolta giudicando in anticipo i modelli culturali dell'attuale universo giovanile, per decidere dove e come inculturare i contenuti della fede.
Qui si colloca il richiamo alla Lettera a Filemone e l'invito a redigere "nuove lettere a Filemone".
La Lettera a Filemone è, infatti, uno dei documenti più interessanti sul rapporto tra esperienza cristiana e cultura, presenti nel NT. In essa, come sappiamo, Paolo raccomanda a Filemone di trattare con un amore specialissimo lo schiavo Onesimo, fuggito dalla sua casa e restituito a lui per l'interessamento dir. etto di Paolo stesso. Le espressioni utilizzate sono di una delicatezza commovente: "In Cristo ho piena libertà di comandarti ciò che devi fare. Preferisco però pregarti in nome della carità, così qual io sono, Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero per Cristo Gesù; ti prego dunque per il mio figlio, che ho generato in catene, Onesimo, quello che un giorno ti fu inutile, ma ora è utile a te e a me. Te l'ho rimandato, lui, il mio cuore. Avrei voluto trattenerlo presso di me perché mi servisse in vece tua nelle catene che porto per il vangelo. Ma non ho voluto far nulla senza il tuo parere, perché il bene che farai non sapesse di costrizione, ma fosse spontaneo. Forse per questo è stato separato da te per un momento perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo m. primo luogo a me, ma quanto più a te, sia come uomo, sia come fratello nel Signore. Se dunque tu mi consideri come amico, accoglilo come me stesso. E se in qualche cosa ti ha offeso o ti è debitore, metti tutto sul mio conto. Lo scrivo di mio pugno, io, Paolo: pagherò io stesso. Per non dirti che anche tu mi sei debitore e proprio di te stesso! Sì, fratello! Che io possa ottenere da te questo favore nel Signore; da' questo sollievo al mio cuore in Cristo!" (Fil. 8-20).
Con la nostra sensibilità, ci saremmo aspettati qualcosa di diverso: una parola sulla questione di fondo, quella che avrebbe risolto alla radice il problema, la schiavitù. Al contrario, Paolo non dice nulla su questo fatto. Lo considera un dato pacifico, anche se pone le condizioni per viverlo pienamente nello spirito del Vangelo. Il confronto tra l'amore di Dio, le sue esigenze e il dato culturale della schiavitù ha prodotto poi, nel corso dei secoli, il controllo, il superamento e la condanna di questa espressione aberrante di relazione interpersonale.
Siamo di fronte ad uno dei momenti più tipici del rapporto tra la novità radicale del Vangelo di Gesù, i modelli in cui la comunità cristiana l'ha compreso ed annunciato, i tratti culturali del contesto in cui la bella notizia è risuonata e ha provocato alla conversione. Chi cerca modalità comunicative per dire la fede nell'oggi... possiede nella Lettera a Filemone un punto di confronto davvero prezioso.
Possiamo tentare di dire la fede cristiana, nelle sue espressioni più radicali, dentro la cultura giovanile attuale, assumendola con disponibilità accogliente anche se spesso fa drizzare i capelli a coloro che li hanno bianchi o li hanno ormai persi del tutto? Non si tratta di uno o dell'altro tema... cosa facile e già realizzata. Ma dell'insieme... come l'attuale formulazione della fede è debitrice alla cultura greca o alla filosofia medioevale.
Penso, per esempio, all'invito alla santità che il Papa lancia continuamente e con forza ai giovani, e ho paura che lo traduciamo in spiritualità e santità non del nuovo millennio.
Dalla parte della vita e della speranza
I contenuti della fede rappresentano un patrimonio vastissimo e organico. Non sono però un documento da presentare nella sua interezza, passando da articolo ad articolo per arrivare ad assicurare la pienezza della proposta. Al contrario, alcuni temi sono generatori di altri; tutti vanno detti e assimilati nel crogiuolo delle personali esperienze, delle attese e speranze, per farli diventare parola di salvezza nella trama della vita quotidiana.
Riconosco i rischi connessi con questa operazione. Ma non ne posso immaginare altre, per la originale specificità dei contenuti della fede cristiana. Esistono "criteri" capaci di fare ordine nei diversi processi di riespressione culturale della fede?
La risposta è facile. Ce ne sono e sono autorevoli. Quello centrale e fondante è costituito dalla funzione del magistero ecclesiale, cui lo Spirito affida il compito di guidare il cammino della Chiesa nella storia.
Ne aggiungo uno, che considero radicato nel Vangelo: restituire vita e speranza nel nome di Gesù, l'unico Signore che ci dà vita e ci assicura sulla speranza. Così hanno agito i primi discepoli di Gesù. Non avevano la preoccupazione di fare dei proseliti. Erano rimasti colpiti dalla veemenza con cui il loro maestro ha rimproverato ai maestri della legge questo modo di fare: "Voi fate lunghi viaggi per terra e per mare, pur di riuscire a convertire anche un solo uomo: ma poi, quando l'avete conquistato, lo fate diventare degno dell'inferno, peggio di voi" (Mt. 23, 15). Al contrario, hanno imparato a condividere la passione che ha riempito tutta l'esistenza del Maestro: "io sono venuto perché abbiano la vita, una vita vera e completa" (Gv. 10, 10).
Il criterio per verificare il rapporto tra fede e cultura è dunque la qualità del servizio alla vita e alla speranza nel nome di Gesù.
Il modello comunicativo
Nella proposta dei contenuti della fede ai giovani, per il consolidamento della loro vita cristiana, non incide solo l'oggetto di questa proposta (i contenuti e la loro organizzazione). Una funzione specialissima è affidata anche ai modelli comunicativi utilizzati.
Non lo possiamo dimenticare: il rapporto è tanto stretto che contenuti e modelli si condizionano reciprocamente. Chi privilegia determinati contenuti è costretto ad utilizzare modelli deduttivi e autoritari. Chi invece cerca un dialogo con la cultura anche nella formulazione dei contenuti, ha bisogno immediatamente di immaginare nuovi modelli comunicativi.
Il suggerimento del modello comunicativo da adottare ci viene proprio dal contenuto che vogliamo condividere.
Chi insegna dottrine, le deve conoscere. Nessuno ha il diritto di chiedere conto della sua esistenza: la competenza e la capacità comunicativa sono condizioni sufficienti. Chi annuncia il Vangelo di Gesù è, invece, sollecitato a produrre, con fatti e parole, la propria personale esperienza di vita. Propone colui che le sue mani hanno toccato e i suoi occhi hanno contemplato, che è diventato ormai l'unico Signore della propria esistenza (1 Gv. 1, 1-4). Pone in primo piano quella sconvolgente esperienza di resurrezione che trasforma la propria debolezza in una parola di speranza, forte e solenne, nel nome e per la potenza di Dio.
Questa consapevolezza mi sollecita a proporre come modello comunicativo adeguato l'invito a trasformare la comunicazione della fede in narrazione di storie, che diventano salvifiche perché in esse si intrecciano, in un'unica storia, la storia di Gesù, della fede e della vita della Chiesa, la storia di chi narra e la storia di coloro cui la narrazione è offerta, per aiutare a vivere.
Questi tre dati, di peso e di significato tanto diverso, diventano una parola unica, perché l'autenticità e verità di ogni elemento richiede gli altri, in un gioco di rapporti reciproci.
Chi vuole servire la vita e consolidare la speranza non può ridurre la sua proposta a frammenti della propria esistenza. Nessuno può dare la vita piena: né a sé né agli altri. Dolore, incertezza e morte minacciano continuamente ogni pretesa di autosufficienza. Abbiamo bisogno di offrire un riferimento più alto e sicuro, quello dell'unico nome in cui possiamo avere tutti la vita.
L'evangelizzatore racconta quindi i testi della sua fede ecclesiale: le pagine della Scrittura, le storie dei grandi credenti, i documenti della vita della Chiesa, la coscienza attuale della comunità ecclesiale attorno ai problemi di fondo dell'esistenza quotidiana. In questo primo elemento, propone, con coraggio e fermezza, le esigenze oggettive della vita, ricompresa dalla parte della verità donata. Credere alla vita, servirla perché nasca contro ogni situazione di morte, non può certo significare stemperare le esigenze più radicali e nemmeno lasciare campo allo sbando della ricerca senza orizzonti e della pura soggettività.
L'evangelizzatore non riesce però a parlare come se lui non c'entrasse e fosse ormai al di sopra della mischia. La vita è avventura di solidarietà profonda e continua, che neppure la morte fisica riesce ormai a spezzare. Questo coinvolgimento personale gli assicura l'autorevolezza di cui ha bisogno per pronunciare parole esigenti, che giudicano e inquietano con la forza di una esistenza riconquistata in modo riflesso. Anche questa esigenza ricostruisce un frammento della verità della storia narrata. La sottrae dagli spazi del silenzio freddo dei principi per immergerla nella passione calda della salvezza.
I suoi interlocutori non sono i destinatari passivi della comunicazione. Essi diventano protagonisti del racconto stesso. La loro esistenza dà parola al racconto: fornisce la terza delle tre storie, su cui si intreccia l'unica storia. L'evangelizzatore parla di loro in prima persona, delle loro attese e dei loro progetti, anche quando racconta di uomini e donne sprofondati in tempi lontani o quando aiuta a decifrare il percorso della natura e della storia o quando ritesse la trama di una solidarietà che dà volto a gente mai vista.
In forza del coinvolgimento personale del narratore, la narrazione non è mai una proposta rassegnata o distaccata. Chi narra la storia di Gesù vuole una scelta di vita: per Gesù, il Signore della vita o per la decisione, folle e suicida, di vivere senza di lui.
Per questo l'indifferenza tormenta sempre chi evangelizza narrando. Egli anticipa nel piccolo le cose meravigliose di cui narra, per interpellare più radicalmente e per coinvolgere più intensamente.
"Laboratori" per la personalizzazione
Un ultimo dato desidero sottolineare. Fa da ponte tra la parte che riguarda la meta e quella che studia il metodo.
Non bastano buoni e aggiornati contenuti e neppure è sufficiente un buon modello comunicativo. In una stagione in cui le proposte sono interiorizzate per identificazione, le nostre comunità sono sollecitate ad inventare e a sostenere spazi dove si respiri l'esperienza cristiana, attraverso il consenso di cui sono circondate le proposte, i valori che si respirano, l'incontro con modelli significativi che li incarnano.
Oggi, facendo eco ad una preoccupazione che il Papa ha indicato in modo forte alla GMG di Roma, si insiste molto sulla necessità di costruire "laboratori della fede". Essi diventano quel luogo di identificazione che permette la personalizzazione della fede.
Costruire "laboratori" è una cosa seria... non basta certo cambiare le etichette alle strutture che già possediamo.
Il termine "laboratorio" evoca, infatti, un ambiente provvisto di strumenti e materiali idonei, e una situazione (anche temporale) che richiede alle persone una partecipazione diretta per sperimentare e produrre risultati. Il laboratorio è un metodo attivo di apprendimento che chiama in causa l'alunno perché personalmente o in gruppo sperimenti e lavori sul proprio apprendimento in un ambiente idoneo, avendo a disposizione un supporto preparato dall'insegnante.
Il laboratorio non è la scuola... quella della fede o quella della catechesi.
Molti elementi sono comuni. E' un dato comune, per esempio, l'obiettivo (raggiungere l'acquisizione di informazioni e soprattutto il consolidamento di atteggiamenti adeguati), la presenza di un "insegnante" (di un adulto che ha il compito di sostenere, guidare, informare la ricerca), l'ambiente (fatto di un rapporto stretto tra spazio, anche fisico, e tempo, necessariamente prolungato, come condizione irrinunciabile per l'acquisizione delle informazioni e la loro interiorizzazione).
Cambiano però radicalmente alcune preoccupazioni e gli interventi relativi. La novità non sta prima di tutto sull'invito a far qualcosa per assicurare l'approfondimento della propria esperienza di fede. Ne siamo tutti convinti e non abbiamo bisogno che ci sia ricordato in ogni momento. La novità sta in quello che si cerca di fare per assicurare questo necessario spazio di approfondimento.
Dalla parte della "scuola" tradizionale, il contenuto da comunicare è dato... una volta per tutte e va trasmesso nella sua interezza, facendo spazio soprattutto alla comunicazione orale. La verifica sta nell'indice di apprendimento. Compito dell'adulto è l'offerta di questo contenuto. Egli è soprattutto un "maestro". Il contenuto non appartiene neppure a lui e di conseguenza non è mai autorizzato a manipolarlo. L'esito è la ripetizione fedele di quanto è stato trasmesso. Tutte le strumentazioni sono funzionali: rendono gradita la comunicazione, comprensibile il suo contenuto, gradevole la relazione.
Dalla parte del laboratorio, invece, la comunicazione non si realizza in modo lineare e discendente, come capita nei processi tradizionali di apprendimento. Si realizza invece all'interno di una trama comunicativa che lega tutti i partecipanti all'evento. Ciascuno ha una precisa funzione: l'adulto sta al gioco comunicativo, come testimone di eventi, più grandi di lui, che lui ha compreso e vissuto nella sua soggettività e che rende disponibili agli altri, per ricomprendere a sua volta ciò che trasmette. Anche i cosiddetti destinatari sono soggetti dell'atto comunicativo, chiamati ad offrire il contributo della loro esperienza, competenza e ricerca, per formulare meglio, nella situazione concreta, l'oggetto della comunicazione. Esso non appartiene a nessuno dei partner: ciascuno lo cerca, lo vive, lo sperimenta. Nell'atto della sua accoglienza si scatena un processo di riformulazione, orientato a dire il dato di sempre nell'oggi del tempo, dello spazio, della storia del gruppo in laboratorio. A tutti sta a cuore non tanto la ripetizione di ciò che è stato comunicato, ma la sua riespressione in fedeltà dinamica e la trasformazione della persona (tutti i partner della comunicazione) e dei suoi atteggiamenti, secondo la prospettiva di vita suggerita dalla comunicazione.
Le strumentazioni non sono solo in funzione del clima che si vuole costruire nell'ambiente della comunicazione. Sono invece orientate, prima di tutto, verso il consolidamento di un esito, costituito non da competenze riespressive ma esistenziali.
UN PROCESSO GLOBALE
Concludo questa mia riflessione suggerendo un processo educativo e pastorale globale, un specie di itinerario, intessuto da scelte concrete, capace di assicurare, orientare e consolidare la personalizzazione della fede. Come dicevo in apertura, esso è necessariamente segnato dall'originalità fondamentale dell'esperienza di fede. Per questo dipende più dalle imprevedibili logiche evangeliche che dai suggerimenti tecnici offerti dalle scienze dell'educazione... anche se un poco di strutturazione metodologica non guasta di certo.
Lo faccio utilizzando come riferimento ispiratore la storia dei due discepoli di Emmaus. Al racconto ho dato un movimento a quattro tappe; per ogni tappa ho suggerito un titolo... che ha poco della poesia del racconto ma serve a ricordare, nella prosa faticosa del nostro servizio educativo, alcune tappe obbligatorie del processo di personalizzazione della fede e le condizioni per il suo consolidamento.
La dinamica "entusiasmo-crisi"
Ci avevano sperato tanto. Avevano accettato l'invito di Gesù con entusiasmo. Avevano lasciato tutto per seguirlo, affascinati dalla sua persona e convinti della sua causa.
Ora però tutto sembrava finito. Nel peggiore dei modi.
I suoi nemici avevano catturato Gesù. L'avevano sottoposto ad un processo che era tutto una presa in giro. L'avevano condannato, come fosse un malfattore, lui che aveva solo fatto del bene a tutti quelli che aveva incontrato. Poi, dopo averlo torturato, l'avevano ucciso. Tutto era finito così. Gesù aveva promesso di vincere anche la morte. L'aveva fatto con quella degli altri. Con la sua però... nulla da fare. Gesù era stato cancellato dagli occhi e dal cuore dei suoi amici. Avevano vinto i suoi nemici. Tutto doveva ritornare come prima.
Pazienza... era stato un bel sogno, finito troppo presto e nel modo più tragico. Adesso non c'era proprio più nulla da fare. Bisognava tornarsene a casa, con l'amarezza della nostalgia e con un pizzico di vergogna. Era necessario riprendere in mano gli attrezzi del lavoro, abbandonati con troppa foga qualche mese prima. Ritornare... quelli di prima: come se nulla fosse accaduto, superando persino il sorriso beffardo degli amici di un tempo, che non avevano capito la strana voglia di mettersi dietro quel tipo di Nazareth, che stava facendosi un mucchio di nemici con le sue idee.
Molti discepoli avevano già preso la strada del ritorno. Adesso toccava anche a loro. Buoni buoni, avevano deciso di ritornare ad Emmaus, a casa propria. Come se nulla fosse successo.
Siamo alla prima tappa del cammino di personalizzazione della fede. Essa inizia da una decisione che, spesso, è frutto di una esperienza felice (la partecipazione a qualche grande avvenimento, l'incontro con qualche persona, una nostalgia che corre tra le pieghe dell'esistenza che si riesce a chiamare per nome quando finalmente si incontra la ns. posta a questa attesa... ). L'esperienza spinge a procedere oltre il ritmo di routine in cui veniva giocata l'esistenza e fa fare cose imprevedibili.
E' difficile distinguere la qualità della motivazione che sta alla radice. Ma forse è davvero poco importante. In gioco c'è una esistenza che si esprime sempre secondo modalità molto varie.
L'esperienza forte viene progressivamente interiorizzata. La motivazione iniziale è approfondita e verificata. Si giunge al coraggio di una scelta che chiede di decidere da che parte stare, rinunciando a qualcosa, magari bello, non compatibile con la decisione presa. L'esperienza diventa proposta vocazionale "per la vita", anche se si esprime su mille diversi sentieri. La risposta personale diventa "adulta": dall'entusiasmo adolescenziale alla maturità di un orientamento di vita, che reinterpreta e riorganizza tutte le altre esperienze di vita.
A questo punto – provvidenziale – scatta la possibilità della crisi. Nasce dalla delusione di qualche sogno infranto, dal peso di una coerenza difficile, dal fascino sottile delle alternative, abbandonate ma mai cancellate.
La crisi rimette tutto in discussione. Costringe a rivedere con calma la decisione per personalizzarla nuovamente, sotto l'urgenza delle circostanze nuove.
La crisi può avere esiti differenti. Uno dei possibili è... il ritorno alle posizioni precedenti. Non è una tragedia... e non può essere colpevolizzato come irrimediabile. Si pone urgente la trama di interventi che segue.
L'accompagnamento di un educatore intelligente
Camminavano senza scambiarsi una parola. Non ne avevano più: le ultime si erano spente in gola con il saluto triste agli amici che restavano a Gerusalemme. All'improvviso, si avvicina un viandante, spuntato quasi dal nulla. Veniva come loro dalla direzione di Gerusalemme. Ma non l'avevano notato prima.
"Buongiorno". "Salve". "Dove andate?". "Veniamo da Gerusalemme e torniamo a casa nostra ad Emmaus. Manca ormai poco, per fortuna".
Insiste il pellegrino: "Posso unirmi a voi? Io vado oltre. La strada è lunga e, di questi tempi, anche un po' pericolosa. Possiamo farci compagnia?".
"Accidenti... che facce tristi avete. Non l'avevo notato prima. Mi sembrate appena spuntati da un funerale. Mi sbaglio?".
La risposta è pronta. Le parole corrono come uno scroscio di pianto. "Veniamo davvero da un funerale. Ne parla tutta Gerusalemme. Come fai a non saperlo? Hanno ucciso Gesù di Nazareth. Era nostro amico e nostro maestro. Noi stavamo con lui, condividevamo la sua passione per la liberazione d'Israele e la sua speranza nel futuro di Dio. L'hanno ucciso, inchiodato sulla croce, dopo un processo che sembrava studiato apposta per condannarlo".
Una pausa per prendere fiato e per riandare agli ultimi bagliori di quella speranza che aveva loro infiammato il cuore.
"Aveva fatto solo del bene: guariva gli ammalati, trattava bene i poveri, aveva una parola buona anche per i peccatori. Ha resuscitato persino dei morti. Hai sentito parlare di sicuro di Lazzaro, quello di Betania. Gesù l'ha riportato in vita, tre giorni dopo che era morto. Purtroppo parlava con eccessiva libertà di Dio e della legge che Dio aveva dato al suo popolo. Voleva troppo bene alla povera gente.
L'hanno ucciso. Chi? Lo sai di sicuro... i romani, ma con la complicità dei nostri sacerdoti e dei "maestri della legge"...
Prima di morire, aveva promesso che sarebbe ritornato in vita, anche lui, come il suo amico Lazzaro. Ma ormai sono passati tre giorni... e non è capitato proprio nulla"
Il secondo incalza: "Proprio nulla... non è vero. Sai, nel nostro giro c'erano anche delle donne. Stavano con noi per servire Gesù. Un paio di loro dice di aver visto Gesù risorto. Nessuno ci crede. Sono donne fanatiche... Se lo sono immaginato, accecate dal dolore e dall'amore.
I capi, Pietro e i dodici, non hanno visto nulla.
Tutto è finito. Torniamo anche noi a casa".
"Calma. Non correte troppo nelle conclusioni", riprende la parola lo strano compagno di viaggio. "State facendo una lettura scorretta degli avvenimenti. Vi fermate a quello che avete visto con gli occhi. Mi spiace per voi: siete un po' ciechi. Non sapete leggere dentro gli avvenimenti".
"Aiutaci tu... se ci riesci". "Volentieri. Ascoltate".
Un passo dopo l'altro si avvicinano a casa. Un passo dopo l'altro, il compagno di strada aiuta a rileggere gli avvenimenti dal mistero che si portano dentro. Cita brani della Scrittura. Ricorda profezie antiche e nuove. Rende attuali lontani ricordi. Neppure nei tempi in cui stavano con Gesù, avevano vissuto un'esperienza simile. Allora erano tutti proiettati verso il futuro. Si erano quasi dimenticati del passato. Il presente e i progetti su esso erano troppo importanti per pensare ancora al passato. Adesso, invece, dal presente vanno verso il passato. Lo ricomprendono, immergendolo nel mistero di Dio. Le cose meravigliose che Dio ha compiuto per il suo popolo, diventano una specie di nuova lettura del presente. Anche il buio, l'incertezza e il dolore cambiano tono. Brillano di qualcosa che non avevano mai scoperto. Si guardano negli occhi. "Strano... ma allora non hanno ucciso la nostra speranza. Ce l'avevano spenta. Avevano tentato di spegnerla ed eravamo caduti nella trappola. Senza passato il nostro presente diventava disperato. Tornavamo a casa perché eravamo senza futuro. Invece... c'è speranza. Aveva ragione Gesù quando ci parlava del chicco di grano che deve morire per diventare spiga".
"L'hanno ucciso... ma non hanno vinto. Dio vince la morte. Era tutto programmato nei piani misteriosi di Dio".
Spontaneamente sulle labbra affiorano le parole dei Salmi. Hanno un sapore nuovo. Non se n'erano mai accorti prima.
"E se tornassimo a Gerusalemme?". "Domani. Oggi è tardi. Non possiamo rifare il cammino di notte. E' troppo pericoloso. Domani".
Poi, ormai, ecco le prime case d Emmaus. Sono arrivati a destinazione: domani mattina, alle prime luci, si torna a Gerusalemme.
Il compagno di viaggio fa finta di salutarli per rimettersi in cammino. "Prosegui? A quest'ora?". Insistono: "Fermati con noi. Nella nostra casa, un posto per te lo troviamo senza problemi. Dai... fermati".
Erano rassegnati a tornare alla vita di prima. Avevano tirato i remi in barca, scoraggiati e delusi. Ma l'esperienza di Gesù li aveva segnati dentro. Respiravano l'esigenza dell'ospitalità, quella vera. Le loro parole non erano di circostanza. Venivano dal cuore. "Sta' con noi. Sei ospite nostro".
Il viandante misterioso si ferma. Qualche resistenza, forse per saggiare l'autenticità dell'invito. Poi si ferma. Accetta l'atto di ospitalità.
I due discepoli di Emmaus sono stati davvero fortunati. Nel cuore della crisi hanno incontrato un educatore sapiente che, facendo strada con loro, li ha aiutati ad interpretare le ragioni della crisi, riportandoli al coraggio della decisione.
Alcuni elementi vanno sottolineati: rappresentano compiti che ci sono affidati se vogliamo aiutare i giovani a personalizzare la loro fede.
Prima di tutto, appare indispensabile la presenza di un adulto sapiente, che sappia far strada in modo discreto, permetta alle persone di raccontare le pagine della propria esperienza, quelle felici e quelle tristi, ascolti con interesse sincero, provochi a riprendere in mano quei pezzi di vita che sono i più decisivi nel cammino di maturazione.
Questo adulto è un educatore accorto: non uno che pretende di conoscere i segreti dei "volti tristi", neppure uno che svende con sicurezza la soluzione ai problemi, non uno che spiega tutto dall'alto della sua competenza. Fa l'educatore perché, guidando per mano, aiuta a pensare e riporta le persone a quel livello di profondità in cui gli avvenimenti, personali e sociali, ritrovano il loro volto più autentico.
L'adulto educatore è tutt'altro che rassegnato. Ha un progetto chiaro davanti e gioca in modo abile le sue risorse per aiutare le persone a coglierne il significato e a desiderarne la realizzazione.
Infine, è uomo di fede. Sa aiutare a rileggere gli avvenimenti dal mistero che si portano dentro e rilegge i documenti della sua esperienza religiosa per mostrare la loro contemporaneità rispetto agli avvenimenti. Realizza un intelligente processo interpretativo nella logica dell'integrazione tra le fede e la vita. La sua credibilità non è assicurata dalla scienza di cui può far bella mostra ma dalla testimonianza di vita che traspare subito nello stile dell'accompagnamento e nella sapienza della interpretazione.
L'entusiasmo della prima scelta, nel gioco crisi-accompagnamento, è diventato ormai maturazione profonda, che prevede le incertezze e prepara le decisioni.
Una constatazione però dà da pensare e sollecita ad uno stile di accompagnamento tutto speciale.
Con la testa i due discepoli hanno capito quanto sono stati sciocchi a fuggire. Ma non tornano a Gerusalemme. Le difficoltà oggettive li tengono ancora frenati. Siamo ancora ad un livello di comprensione "culturale". Tutto è chiaro... ma solo sul piano delle conoscenze. La passione e la vita concreta restano ancora lontane. Prevale il calcolo e il buon senso, non l'entusiasmo maturo dell'adulto che sa rischiare, perché "ci crede".
Un pezzo di futuro per dare speranza al presente
Si mettono a tavola.
Ad un certo punto... si aprono gli occhi.
Gesù ha fatto strada con loro. Ha pregato lungo la via con loro, aiutandoli a rileggere gli avvenimenti dal mistero che essi si portavano dentro. Li ha aiutati a pregare contemplando.
Ora la preghiera esplode nella celebrazione. Gesù prende il pane e la coppa del vino. Li benedice e li condivide.
Un grido: "E' lui, il crocefisso è risorto. Possibile che non ce ne siamo accorti prima? Eravamo proprio ciechi, di dolore e di rassegnazione".
Non c'è più. E' tornato nel silenzio da cui è venuto.
Le poche ore trascorse con loro, hanno lasciato il segno. Li ha guidati per mano in un'intensa esperienza di preghiera, che li ha cambiati profondamente.
La speranza e la passione ritorna prepotente nei loro cuori intorpiditi. La preghiera e la celebrazione si spalancano verso la vita.
L'incontro con Gesù nel gesto eucaristico modifica profondamente le cose. Quello che i discepoli avevano compreso culturalmente, si trasforma in esperienza di vita. E così le paure, le previsioni nere e le incertezze svaniscono. Si afferma con forza l'urgenza della novità: tornare subito a Gerusalemme per condividere l'esperienza della resurrezione e si riprende l'avventura di speranza che la morte violenta di Gesù aveva interrotto.
Nell'Eucaristia ci si trova immersi in un frammento di futuro che trasforma il presente, lo interpreta e fa nuove le persone.
Non è un gesto nella stessa logica degli altri mille gesti di cui è punteggiata la vita quotidiana. Esso è in una logica radicalmente nuova. Per questo le conseguenze sono nuove e imprevedibili.
La fatica di aiutare i giovani a personalizzare la propria fede ritrova qui una tappa irrinunciabile. Ci fornisce una direzione precisa di lavoro. Non è quella tradizionale che va dall'impegno educativo e di conversione verso la celebrazione, che diventa premio atteso e meritato. E' tutta nuova: la celebrazione immerge nel mistero e svela se stesso ad ogni giovane nel progetto che Dio ha su di lui; questa esperienza, un pezzo di futuro tra le pieghe della necessità del presente, trasforma punti di prospettiva e impegni. Riporta all'incontro personale con il Dio di Gesù nella Chiesa e rilancia la responsabilità vocazionale di diventare costruttori del regno.
La constatazione ci porta a concludere sulla dimensione irrinunciabile dei sacramenti (e dell'Eucaristia, in modo speciale) nel processo di personalizzazione della fede.
I sacramenti sono la grande festa cristiana del presente tra passato e futuro, tra memoria e profezia: il tempo del futuro dentro i segni della necessità, tanto efficace e potente da generare vita nuova.
Memoria solenne ed efficace del passato, riscrivono nell'oggi i grandi eventi della nostra salvezza. Restituiscono così il presente alla sua verità per la forza degli eventi. E immergono nel futuro la nostra piena condivisione al presente: in quel frammento del nostro tempo che è tutto dalla parte del dono insperato e inatteso. Dalla parte del futuro, il presente ritrova la sua verità, il protagonismo soggettivo accoglie un principio oggettivo di verificazione. In questa discesa verso la sua verità, siamo sollecitati a restare uomini della libertà e della festa, anche quando siamo segnati dalla sofferenza, della lotta e dalla croce.
Vivere nella città
Adesso non è più tardi per tornare a Gerusalemme. Non ci sono più i pericoli del viaggio notturno. Partono, di corsa: l'esperienza vissuta va comunicata agli altri. Ritornano a Gerusalemme, per gridare a tutti: Gesù è risorto, la sua avventura per la vita e la speranza di tutti... continua. Anzi: ricomincia.
Il segno eucaristico spalanca verso l'evento di Dio che si fa vicino a noi per la nostra vita e, nello stesso tempo, verso la nostra vita quotidiana che progressivamente si trasforma nel progetto di Dio. Esige e fonda un modello globale di esistenza cristiana e, quindi, di spiritualità.
L'Eucaristia è la grande festa cristiana del presente tra passato e futuro, tra memoria e profezia. Essa è quindi una grande esperienza trasformatrice. Aiuta a spezzare le catene del presente, senza fuggirlo. E' un piccolo gesto di libertà, che sa giocare con il tempo della necessità e sa anticipare il nuovo sognato: il regno della convivialità, della libertà, della collaborazione, della speranza, della condivisione.
E' importante ricordare che tutto questo non si realizza in un gioco d'intese, di realizzazioni o di compromessi. La sua radice è invece il mistero di Dio, reso presente nella pasqua del Crocefisso risorto.
Come i discepoli di Emmaus ritroviamo le ragioni più profonde della speranza e un desiderio ardente di "tornare a Gerusalemme", per inondare tutti di questa speranza.
Dalla Gerusalemme dell'Eucaristia ritorniamo alla Gerusalemme della vita quotidiana. L'esperienza vissuta trasforma in protagonisti di speranza: sentinelle che vegliano sul nuovo millennio, per sollecitare tutti a costruirlo nella direzione della pace, della giustizia e della solidarietà, discepoli di Gesù impegnati a testimoniare con i fatti le beatitudini annunciate con forza e passione.
Nella celebrazione eucaristica abbiamo cantato i canti del Signore. Tornando nelle nostre città, riusciamo a cantarli, in una convivialità nutrita di speranza, in questa nostra terra.
Cantando i canti del Signore in terra straniera, la riscopriamo la nostra terra, provvisoria e precaria, ma l'unica terra di tutti.
Cantando i canti del Signore, la «terra straniera» diventa la nostra terra che vogliamo far diventare dimora accogliente per tutti, proprio mentre sogniamo, cantando, la casa del Padre.

